ELENA SCOLARI| 18 mila giorni – Con Giuseppe Battiston e Gianmaria Testa, testo di Andrea Bajani, regia di Alfonso Santagata, una produzione Fuorivia e Teatro Stabile di Torino, in scena al Teatro Elfo Puccini fino al 27 Marzo.

Uno spettacolo sui disoccupati di mezza età, che non rende loro giustizia. Come si fa a rendere mediocre uno spettacolo interpretato da uno dei migliori attori italiani sulla scena  – Giuseppe Battiston –  da un bravo cantautore come Gianmaria Testa e diretto da un onesto regista? Con un testo superficiale e troppo, troppo qualunquista.

18mila giorni fanno 50 anni, 50 anni è l’età del protagonista, che perde il lavoro e vede vincitore il suo collega arrivista, il pitone, appunto. Già da questa premessa è difficile sentirsi travolti da una folata di originalità, ma tutti i temi possono essere ben trattati e l’importante è il risultato. Ahinoi, lo svolgimento non ci consola: l’uomo licenziato è stato anche lasciato dalla moglie che si è portata via il figlio Tommaso, si trova quindi in casa, senza mobili, solo, in mezzo ai mucchietti di vestiti, unico elemento di vita rimasto. Il citofono suona ma è solo pubblicità.

Battiston ce la mette tutta, usa le sue numerose capacità recitative per dare sostanza a quello che dice, cambia stile per rendere la vicenda coinvolgente, ma non è sufficiente.

Le belle luci di Andrea Violato creano effetti visivi molto più sorprendenti del “corpus” dello spettacolo, che dovrebbe stare proprio nell’originalità del testo, di Andrea Bajani, vincitore di alcuni premi letterari (altra prova della vanità dei premi, soprattutto quelli letterari?).

Veniamo a Gianmaria Testa: il suo personaggio è una specie di angelo custode del protagonista, compare per lo più dietro un velo a fondo palco, inserendosi nell’azione con la sua voce roca di ex ferroviere, le sue canzoni delicate e spesso con testi attenti e non banali, imbracciando la chitarra ascolta le lamentele del disoccupato, le sue invettive (contro i supermercati e chi si riempie il carrello di merci in offerta, altro schiaffo inaspettato) e gli dà qualche pacato consiglio, affettuoso.

C’è anche il tentativo di inserire un brano storico, sul padre del protagonista, che stava in trincea durante la guerra mondiale e rimaneva immobile per salvarsi fingendosi morto in mezzo a cadaveri veri, si fa una similitudine azzardata per sostenere che anche oggi, il trucco è fingersi morti, “perché così non sentirai più niente”.

Insomma, questo spettacolo vorrebbe essere una denuncia delle condizioni umane e professionali di chi perde il lavoro a cinquant’anni, tema legittimo, che si può ritenere più o meno appassionante ma che può senz’altro essere infinita fonte emotiva. Purtroppo invece Il pitone non denuncia alcunchè, le riflessioni del protagonista sono banali e non trasmettono ne’ vera delusione ne’ vera rabbia. Non emoziona perché non c’è approfondimento del personaggio, non capiamo perché la moglie lo ha lasciato (solo perché ha perso il lavoro? ma allora vale uno spettacolo?), non capiamo bene neanche il perché del licenziamento, magari non essenziale, ma così Battiston è buttato sul palco e si deve inventare il personaggio, cerca di farlo al meglio ma è poco aiutato da una scrittura povera, troppo confusa per il tema che vuole trattare.

Ci rammarichiamo per un Battiston gioiello al quale si impedisce di scintillare e per un’opportunità preziosa sottosfruttata.

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