RENZO FRANCABANDERA | Il Sarabanda di Ingmar Bergman, visto nell’ambito della bella stagione dello Stabile di Sardegna al Massimo di Cagliari, è un lavoro compatto, composto da un primo atto di calma stagnante, ed un secondo di tempesta narrativa ed emotiva. E’ l’ultima drammaturgia scritta dal regista scandinavo, in cui la maestria del narratore di vicende umane trova affilatissima summa.
Un’attempata signora (Giuliana Lojodice) torna a far visita ad un suo ex (Massimo de Francovich). Il figlio di lui (Luca Lazzareschi) ha perso la moglie e vive con la figlia (Clio Cipolletta). Dolori, addii, mancanze, condiscono un primo atto in cui gli eventi paiono scorrere privi di una struttura portante, in un fluido seguirsi di apparizioni all’interno di una scatola scenica ben congegnata, per rendere l’idea di una stagnante situazione di immobilità emotiva. Nel secondo atto tutto si stravolgerà, grazie ad una serie di colpi di scena drammaturgici costruiti con criminale abilità, a grappolo, l’uno nell’altro, per un crescendo che la regia rende con misura e sobrietà.
Proprio per l’irrespirabile calma e la compostezza recitativa esasperata del primo atto, le scelte di regia di Luconi si comprendono e si apprezzano solo a visione completata. E’ quindi il classico lavoro che richiede pazienza, come i romanzi russi, in cui bisogna superare le famose cento pagine per poi esser presi nel vortice delle vicende psicologiche e ambientali. E’ questa l’elegante forza della produzione del Metastasio Stabile della Toscana con la Fondazione Istituto Dramma Popolare di San Miniato: il saper reggere alle tentazioni dello schiamazzo e della fretta e restituire l’intensità di Bergman per intero.
Le interpreti femminili sono assai ispirate, con una menzione particolare per la giovane ma già robusta Clio Cipolletta, attrice di ottimo calibro formatasi alla scuola del Piccolo Teatro che seguiamo con grande attenzione. La Lojodice, dopo il fuori pista all’interno della rassegna romana Garofano Verde con La donna dello scandalo, tratto dal romanzo di Zoe Heller su un amore lesbico fra una donna matura e una giovanissima, continua a lavorare con bravura su drammaturgie in cui si raccontano amori non convenzionali. Forse è proprio la maggior sensibilità femminile rispetto all’umanità fragile a rendere segnare la distanza con i meno ispirati Lazzareschi (a tratti svagato e fuori giri, con un paio di entrate in scena palesemente fuori tempo) e de Francovich, alle prese con un personaggio goffo e cattivo allo stesso tempo (certo l’epifania in camiciona da notte cui è costretto è obiettivamente eccessiva), in un lavoro fatto di equilibri delicatissimi che comunque la regia legge bene.
La messa in scena è ad ogni modo assai buona, lineare, coerente, capace, come una mantide, di apparire innocua per poi ghermire e non mollare più lo spettatore che nel secondo atto non si allontanerebbe dalla sua poltrona per nessun motivo.

*************************

La colonna infame, che Teatro Invito di Lecco ha proposto nell’ambito della stagione di Cada Die Teatro alla Vetreria di Cagliari, è un allestimento ispirato al libello manzoniano, con il quale l’autore tornò sugli episodi più oscuri occorsi durante la pestilenza che nel diciassettesimo secolo flagellò Milano, sulla scorta della sinossi documentale completata in occasione della redazione de I promessi sposi.
Allora come ora, nelle difficoltà, nei tumulti di massa, la pressione giustizialista popolare costringe il potere (inteso come entità astratta), a manifestare la sua più cupa irrazionalità per sfamare la sete di sangue, di punizione, di vendetta.
Così due poveri cristi, Guglielmo Piazza (commissario di sanità) e Gian Giacomo Mora (barbiere), furono presi, torturati e condannati a morte sulla base di una delazione priva di prove di alcun senso.
Il processo ebbe luogo nell’estate del 1630, mandò a morte due innocenti e sulle macerie della bottega del barbiere, rasa al suolo, fu eretta la “colonna infame” a testimonianza di quanto si riteneva fosse stato commesso dai condannati. La stele, passata la peste, a distanza di un secolo divenne in realtà testimonianza dell’infamia del potere più che dei due poveretti mandati a morte, tanto che prima di Manzoni anche Pietro Verri, nel 1778, in “Osservazioni sulla tortura” si era scagliato così profondamente contro quella testimonianza di ingiustizia, da portare alla sua rimozione.
Un testo in realtà difficile da portare in scena, come testimonia anche il poco riuscito tentativo di alcuni mesi fa al CRT, nell’interpretazione Castiglioni/Villagrossi. La rilettura di Teatro Invito, patrocinata dall’Associazione Nessuno tocchi Caino, è un’opera rock in stile anni Settanta, con musiche scritte e interpretate dal vivo da Luigi Maniglia, e affidata all’interpretazione attorale di Valerio Maffioletti, che dà vivamente corpo ai condannati, e che con grande abilità attorale riesce, con un fazzoletto, ad essere di volta in volta donna, barbiere, torturato ecc.
A Luca Radaelli è affidato il compito di interpretare sia “il potere” sia il narratore, il Manzoni giudicante, che si legge fra le righe della Storia della colonna infame. Questo compito arduo di lettura dentro e fuori, dalla cui riuscita dipende anche in gran parte l’esito concettuale dello spettacolo, non scorre però privo di inciampi. Pur supportato dalla notevole partitura musicale e dalla bella prova di Maffioletti, il tentativo brechtiano di giocare al limite fra recitazione e sospensione di giudizio non riesce fino in fondo, e l’attuale finale, con i due interpreti che si portano in proscenio a dirci, con le parole di Manzoni, quanto crudele e ingiusta sappia essere la giustizia, non arriva a pungere, ma piuttosto a far atterrare (ma sempre col dito puntato) l’emotività di un lavoro che deve essere asciugato ancora di segni e simboli, oltre che di oggetti di scena, come l’inutile (e pericolosa quando fa partire un’inopportuna scarica di batteria elettronica) tastiera.
Per gli appassionati della vicenda ricordiamo che al Museo del Castello Sforzesco, chi vuole, può ancora trovare il basamento della colonna, in cui il potere di allora, tronfio, si gloriava delle torture inferte. Come i militari delle recenti missioni “di pace” alle prese con elettrodi e prigionieri inermi, ricordati con un’abile paragone nello spettacolo.

Sarabanda, alcune immagini video
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=Rnj1LCVNpto]
La colonna infame di teatro Invito
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=xfRVVLl5TC0]

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here