ELENA SCOLARI | I volti della povertà, ultima produzione del Teatro dell’Officina su Padre Turoldo in scena il 5/6 febbraio 2012, l’antologica di Teatrino Giullare appena conclusa e Aldomorto, il nuovo lavoro di Daniele Timpano al Teatro i confermano la validità delle programmazioni dei piccoli teatri milanesi.

Abbiamo assistito nelle ultime settimane ad alcuni spettacoli in due piccoli teatri milanesi: Teatro dell’Officina e Teatro i, e ne parliamo per ribadire la vivacità del contesto teatrale meno noto ma ricco di proposte interessanti.

I volti della povertà è l’ultima produzione del Teatro dell’Officina, creata in occasione del ventennale della morte di Padre David Maria Turoldo, figura unica nella storia dei preti scomodi e anticonvenzionali. Massimo De Vita e Daniela Airoldi Bianchi firmano la regia di uno spettacolo forte e coraggioso per i contenuti, rispettoso e delicato per la forma. De Vita è in scena ad interpretare un Padre Turoldo poeta e attento ai poveri, agli ultimi, il vero volto di Dio. Una scenografia spoglia e un’accurata scelta di testi di Turoldo stesso, insieme alle parole di altri autori come Alex Zanotelli e Virginio Colmegna contribuiscono a rendere un tono “solenne” alla semplicità  profonda di ciò che Padre David diceva: non rifiutare il dolore, affrontarlo e condidere anche quello degli altri. Punti forti dello spettacolo sono il prorompente talento di Stefano Grignani che insieme a Irene Quartana e Eleonora Sacchi rappresenta l’energia giovane che alimenta l’umana speranza di miglioramento e il toccante monologo di Mavis Castellanos: una cronaca commovente e insieme raccapricciante di un cosiddetto viaggio della speranza su un barcone di emigranti, costretti a situazioni umilianti e davvero oltre limite di ciò che possiamo immaginare. Il punto debole è invece l’assenza del carattere combattivo di Padre Turoldo, un guerriero friulano nato da famiglia poverissima, osteggiato, a volte, dalla Chiesa proprio perché non assoggettato e sempre libero nel suo pensiero e nelle sue azioni. La scelta registica privilegia forse l’atteggiamento degli ultimi anni di quest’uomo, affaticato dalla malattia, e sembra voler suggerire una certa rassegnazione, che non crediamo però sia un tratto caratterizzante del religioso.

Il Teatro Officina compie 40 anni nel 2012, vogliamo ricordare l’importanza della sua presenza nell’ambito milanese: narrazioni sociali, storie di stranieri, storie di anziani e di operai che hanno accompagnato e raccontato la comunità. Il ruolo di un teatro come questo non deve essere dimenticato dalle amministrazioni nemmeno in tempi di guai economici. Turoldo sarebbe d’accordo.

Teatrino Giullare di Bologna è stato ospitato dal Teatro i con un’antologica dei suoi spettacoli: Lotta di negro e cani di Koltès, Alla meta di T. Bernhard, La stanza di Pinter, e Finale di partita di Beckett. Ci dedichiamo qui a quest’ultimo: due attori con un berretto e una maschera di cuoio, seduti, muovono Hamm e Clov su un piccolo tavolo-scacchiera. I personaggi sono statuine di legno, i due pezzi rimasti per questo finale di partita, mossi da mani umane che notiamo sempre meno nel fluire dello spettacolo come se pian piano si animassero di vita propria, le voci dei due attori diventano le voci dei protagonisti, l’uno costretto su una sedia a rotelle e l’altro, il servo, condannato a non sedersi mai. Ci sono anche i due vecchi genitori di Hamm, chiusi in due bidoncini della spazzatura, a margine della scacchiera, ne escono in forma di scheletri per dire le loro folli battute, le loro richieste di confetti e biscottini. L’effetto inquietante della scena è pienamente riuscito e la cura ironica dei particolari ci fa sorridere con la giusta amarezza. Nonostante i tagli, il testo di Beckett arriva al pubblico con la forza della sua sgradevolezza, con il cinismo dell’inutilità e lo humour irresistibile del non-sense. La piccolezza dei personaggi è sia nelle dimensioni fisiche sia nell’impotenza di movimento proprio, una bella chiave di lettura di un teatro assurdo perché incredibile.

Aldomorto – tragedia. Daniele Timpano firma il suo spettacolo più maturo dopo Ecce robot, Dux in scatola, Risorgimento pop. Aldomorto è un lavoro denso di riflessioni e di domande, vestite con la consueta e straniante leggerezza, un bel testo graffiante per parlare di un avvenimento che chi è nato, come l’autore, negli anni ’70, non ricorda con consapevolezza ma con la memoria esterna costruita da ciò che se ne è sentito dire nei decenni successivi. Timpano rispetta, con distacco, il dramma dell’assassinio ma ne irride tutti gli aspetti retorici e “bassi”: la prosopopea roboante e velleitaria dei terroristi, le teorie confuse sul significato della stella a 5 punte, la deriva letteraria opportunistica dei leader estremisti. Una Faranda in parrucca e occhialoni seventies è una travolgente parodia della mitologia dei brigatisti, un giornalista impacciato si aggira tra i cadaveri di via Fani come in un Cluedo  stile C.S.I. de’ noantri. Timpano non è indulgente, sorrisi e serietà sono gli uni funzionali all’altra, le citazioni di Claudio Lolli e le canzoni dell’orgoglio proletario ci mostrano l’incredulità dei quasi quarantenni di oggi che, come anche chi scrive, rimangono perplessi di fronte alla forza distruttiva che teorie folli hanno raggiunto negli anni di piombo.

La piccola Renault telecomandata che scorrazza in scena è perfetto simbolo del ricordo collettivo della tragedia e figurina sfuggente di un fatto storico che ancora si cerca di spiegare.

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