C-RamplingMARIA CRISTINA SERRA | E’ sempre il momento della riflessione sul significato della fotografia e sulle sue prospettive; di rivisitare i maestri che hanno disegnato nel tempo la mappa articolata della sua espressività. Di fare ordine nella sovrabbondanza di immagini e di autori che spesso confondono, più che regalare emozioni. Obiettivo centrato da due musei parigini, che hanno declinato al femminile una narrazione di grande fascino, attraversata da linguaggi diversi, ma accomunati da una sensibilità e vitalità comuni nel penetrare gli anfratti delle cose con rigore, ironia e sentimento. La retrospettiva “Eva Besnyo, 1910-2003: L’image Sensible” al Jeu de Paume ha indagato a fondo l’artista dell’avanguardia degli anni ’30, innovatrice di canoni estetici in cui astrazione, costruttivismo e poesia si condensano meravigliosamente. Una mostra minuziosa che ha ripercorso la sua opera con foto, documenti, video, e la sua vita d’impegno come fotogiornalista attenta a documentare i cambiamenti della Storia. L’allestimento ha spaziato lungo tutte le tappe migratorie della “Gran dama della fotografia” nella sua costante ricerca di un equilibrio perfetto tra forma e contenuto. Dalla formazione nella nativa Ungheria (1910), alla fondamentale esperienza berlinese (’30), fino all’approdo (’33) nell’Amsterdam della rivoluzione architettonica ed artistica di Mondrian e di Gerrit Rietveld, per sfuggire alle persecuzioni naziste. Lì trovò un contesto ideale di grande effervescenza intellettuale, “dove gettare uno sguardo nel nostro tempo, vissuto con una scelta di vita bohémienne e da libera pensatrice”. C’era la determinazione a diventare una brava fotografa, coniugando i suoi obiettivi di emancipazione con la passione per un mestiere da plasmare a sua misura.

Il bagaglio che si porta dietro da Budapest è rilevante: come l’insegnamento di André Kertész a cogliere l’essenza della realtà per “reinventarla”; così come le teorie di Làszlò Moholy-Nagy, che nell’apparecchio fotografico vedeva “l’aiuto più attendibile al principio di una visione oggettiva, di ciò che è otticamente vero, prima di poter arrivare ad una qualunque posizione soggettiva”. L’autoritratto della Besnyo (’31) è la giusta introduzione al percorso espositivo: “io sono tutt’una con la mia Rolleiflex, non ho altra scelta”, diceva.

La foto della sorella Magda in costume nero di lana e scarpette bianche con i tacchi, piegata dal vento, con i capelli a coprirle il viso, così come i corpi abbracciati, stesi al sole del lido di Wannsee, esprimono la normalità e la quiete dei soggetti, interpretate con un audace punto di vista. Di grande impatto sociale sono le foto dei minatori, dei lavoratori metallurgici, dei vecchi adagiati sulle panchine. Le ombre e le luci della vita si riflettono metaforicamente fra i rami degli alberi spogli e fra i riflessi dei ciottoli bagnati dalla pioggia. Il “Piccolo nomade col violoncello” più grande di lui è il manifesto della sua poetica. Le foto sulle rive del Danubio e del lago Balaton fissano l’intuizione dei dettagli che si combinano nell’insieme; quelle “su strada” dalle inconsuete prospettive e diagonali, definiscono il suo registro stilistico e la sua geometria dello spazio. Il suo fil rouge lega insieme la “Nuova Visione” marxista della realtà, la sperimentazione russa ela Bauhaus, la grammatica visiva di Moholy- Nagy e di Rodchenko, in un’originale rielaborazione priva di dogmatismi e ricca di idealità. Le successive rappresentazioni olandesi conciliano la delicatezza delle antiche tradizioni e con l’eccezionalità della rivoluzione architettonica introdotta dal movimento di De Stijl. E’ la sintesi della sua progettualità artistica: la razionalità che si specchia nell’utopia e viceversa. Infine, la sezione dedicata al suo impegno femminista nel movimento “Dolle Mina”, negli anni ’70, a concludere una retrospettiva destinata a rimanere nella memoria.

Un video sulla mostra curato dalla galleria
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Alla Maison Européenne dela Photographie due artiste, passate dal palcoscenico alla foto, hanno incrociato il loro immaginario: Alice Springs e Charlotte Rampling. Nel 1947 la giovane attrice teatrale di Melbourne, June Browne, aveva sposato il fotografo allora emergente Helmut Newton; ma solo molti anni dopo, nel ’70, per sostituirlo a causa di una breve malattia nel pieno della campagna pubblicitaria per le sigarette Gitanes, abbandonò definitivamente il palcoscenico per diventare a sua volta fotografa con lo pseudonimo di Alice Spring.La MEP(fino al 18 novembre) ha riunito una galleria di immagini simboliche della sua carriera nella pubblicità e nella moda, caratterizzate da forti contrasti e distacchi emotivi, spregiudicatezza della messa in scena, sovente evocativa di un erotismo senza filtri. Ma sono l’eleganza classica delle inquadrature, le luci, i frammenti dei decori, le atmosfere velatamente dark, a bilanciare la latente aggressività delle modelle, con le quali June Newton instaura relazioni “simili a quelle di un camaleonte” per adattarsi alla loro personalità. Sono i ritratti delle “celebrità” (Françoise Sagan, Roman Polanski, Federico Fellini, Sting, Sonia Rjkiel, Christian Lacroix, Gerhard Richter, Roy Lichtenstein, Keith Haring) a far trapelare le sue sfumature d’animo. E’ la malinconia palese, dietro al successo e allo splendore, a mostrarci lo spirito sensibile di Yves Saint Laurent, ritratto nel ’78, catturato nell’istante raro in cui ci si abbandona ad un altro da noi.

Il diario intimo di Charlotte Rampling (da Parigi a Lille, fino al 16 novembre, e poi all’Auditorium di Roma dal 13 gennaio 2013) viene sfogliato nella mostra “Charlotte Rampling- Album segreto”, rivelando i chiari/oscuri di un’attrice enigmatica, senza tabù e ricca di magnetismo, indimenticabile amante perduta de “Il portiere di notte” di Liliana Cavani, e qui sorprendente fotografa. Scorrono le immagini dei suoi reportage in Estremo Oriente, nell’Europa dell’Est, nella Cina prima dell’esplosione economica del capitalismo di stato. Paesaggi urbani, ritagli di vita quotidiana di grande intensità e satura di dettagli, umanità che si muove in flussi disordinati, ai quali si contrappongono gli spazi aperti e desolati della provincia americana profonda. Ci sono poi i momenti più privati, gli affetti, la vita con i figli, i giochi in giardino, i gatti sul divano, accompagnati dalla suggestiva colonna sonora composta dall’ex-marito Jean Michel Jarre. A parlarci di lei e della sua capacità a trasformarsi in un’infinita variazione di se stessa sono i “Grandi della fotografia”: Bettina Rheims (“la femme fatale”), Helmut Newton (“l’angelo azzurro”), Peter Lindberg (“la femminilità”), Alice Springs (“l’inquietudine”), Cecil Beaton (“il romanticismo”), Paolo Roversi (“la maturità”) e David Barfly (“il mistero”). Il suo viaggio interiore si conclude con una fitta galleria di immagini da lei amate, da Cartier Bresson a Weegee a Pierre et Gilles: un modo per visionare, mostra nella mostra, il ricco archivio della MEP.

Alcune immagini in un video da Youtube
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