MARIA PIA MONTEDURO | Davanti al connubio Dante/Nekrosius si è portati a pensare a un risultato straordinario: la somma di due geni, pur nella gradualità del termine “genio” e considerando le diverse situazioni e il mezzo artistico impiegato. Insomma ci si aspettava di assistere a un grande evento teatrale, scaturito dalla lettura di un testo cardine della letteratura mondiale da parte di un regista, assolutamente attento a mettere in scena capolavori dell’umanità attraverso la sua profonda sensibilità. Invece così non è stato. Chiariamo subito: Eimuntas Nekosius resta un grandissimo regista, assolutamente strepitoso nella direzione degli attori che si esibiscono, come sempre negli spettacoli del regista lituano, anche in performance canore e tersicoree. Molte trovate sono decisamente originali e coinvolgenti, spesso poetiche. Ma, e non è un ma da poco a parere della scrivente, la cifra interpretativa dello spettacolo è sbagliata. Nekrosius, lo ha detto lui stesso, si è avvicinato a Dante da poco tempo e ne è rimasto folgorato. Lo stesso, nelle note di regia, ammette con lodevole umiltà “Dante è una montagna mente noi stiamo ai piedi di una collina”. Questo per dire che è sembrato che Nekrosius abbia letto con il appassionato impeto “della prima volta” la Commedia e, travolto da tanto materiale artistico, umano, culturale, spirituale – dal tutto insomma che c’è nell’opera dell’Alighieri – non abbia saputo governare il mare magnum, realizzando uno spettacolo non omogeneo, a volte lento (in genere gli spettacoli di Nekrosius non perdono una battuta nel ritmo teatrale!), con qualche punta addirittura di noia. La cosa che più colpisce è che, in buona parte della mise en scene, Nekrosius abbia scelto un approccio comico al testo. In più situazioni si sorride, banalmente: per uno scambio di autografi tra i personaggi, per la mimica facciale del bravissimo Roladas Kazlas (un Dante abbastanza giovanotto e scanzonato), per situazioni ripetute proprio per cercare la chiave comica. Si preferisce sorvolare sul fatto che il pubblico spesso ridesse di gusto (sul pubblico teatrale di oggi, forse di sempre, si potrebbero scrivere interi trattati…), certo è che venivano sottolineati alcuni aspetti proprio per far ridere. Si è portati a pensare che la maestosità di Dante abbia in un certo qual modo intimidito Nekrosius, ma si ha soprattutto l’impressione chela Divina Commedianon sia stata digerita, metabolizzata, assimilata: si avverte una situazione di estraneità tra autore e regista, dolorosa per chi apprezza entrambi. Sicuramente ha giocato a sfavore dello spettacolo la sensazione, strana per il pubblico italiano, di sentire recitare “il sacro testo” in una lingua che non è l’italiano, né una lingua latina. Però la non appartenenza di Nekrosius alla cultura latina, italiana in particolare, ha avuto anche degli effetti positivi: la scelta degli episodi da rappresentare ha certamente risentito della libertà che il regista ha avuto di fronte a un testo, ritenuto pilastro della cultura mondiale, ma non assunto con il latte materno. Così Nekrosius ha saltato episodi che sono basilari per il pubblico italiano, tipo Ulisse, il Conte Ugolino, ad esempio; forse poteva essere evitata l’invettiva di Dante contro Maometto “seminatore di discordia”, dove l’universalità del testo dantesco è ingabbiata dal contingente della sua epoca storica. Il cast, come detto, di grandissimo livello: tutti attori giovani, tecnicamente eccezionali, molto affiatati tra loto e consci di recitare un testo di per sé non teatrale, ma ricco di un’umanità travolgente da trasferire sulle tavole del palcoscenico. Molto suggestiva la scelta delle musiche, Caikovskij in primis, suonato, ma anche cantato con una sorta di coro a bocca chiusa molto coinvolgente. Dante/Nekrosius, Nekrosius/Dante: una relazione, per ora, riuscita solo in parte…

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