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ELENA SCOLARI | Vogliamo provarci in un parallelo ardito: abbiamo visto “Ritter, Dene, Voss” di Bernhardt, con gli attori storici della Filarmonica Clown (Valerio Bongiorno, Piero Lenardon e Carlo Rossi) per la regia di Renato Sarti – fino al 10 marzo al Teatro della Cooperativa di Milano- e “Maros-gelo”, adattamento di Le tre sorelle di Cecov, in scena al Teatro i fino al 25 febbraio, realizzato da una compagnia di giovani attori, diretti da Renata Palminiello. Perché li accostiamo?

Perché entrambi sono esperimenti. Il primo vede tre attori esperti ma solitamente dediti alla risata, alla comicità spesso surreale e un po’ demenziale (nel senso più alto del termine) alle prese con un testo inquietante, di un autore considerato serio; il secondo mette invece alla prova un gruppo di giovani attori con un classico monumento del teatro di sempre.
Li troviamo entrambi riusciti. E ciò ci conforta nell’idea che caldeggiamo da tempo: la qualità sta nella cura per il lavoro, la novità può prendere corpo in tante forme, nell’interpretazione recitativa come nella struttura complessiva di uno spettacolo.

Il titolo Ritter, Dene, Voss è l’unione dei cognomi dei primi tre attori tedeschi che hanno messo in scena il testo di Bernhardt nel 1986 (Ilse Ritter, Kirsten Dene e Gert Voss). Lo spettacolo si svolge in un interno borghese della Vienna di fine ‘800, sala da pranzo, ritratti di famiglia alle pareti, Bongiorno e Lenardon sono le due sorelle attrici (mai chiamate per nome) di Ludwig, fratello filosofo geniale nella sua follia, che si rinchiude volontariamente nel manicomio di Steinhof e che farà ritorno a casa scompaginando abitudini stantie e rivelando senza pudori i meccanismi malati dei rapporti fra i tre. Ludwig ricorda Wittgenstein ed è ossessionato da Frege, logico matematico pure realmente esistito.
I due uomini travestiti da donna imprimono fin dall’inizio un tono farsesco alla tragicità di ciò che vediamo, ma mantengono una sobrietà interpretativa funzionale al senso dell’opera. Valerio Bongiorno è una sorella minore sguaiata, inelegante, disillusa, cinica e costantemente con la sigaretta in bocca, ed è perfetto contraltare della maggiore, apprensiva, materna ed emotiva. Le due si lanciano pugnalate reciproche, aspre critiche alla fallimentare condotta di ognuna, la sorella minore accusa mentre l’altra apparecchia ansiosa la tavola in attesa del fratello. L’arrivo di Ludwig/Rossi dà una scossa allo spettacolo, che acquista ritmo e vivacità. Paneacqua ha assistito però a una delle primissime repliche, ancora in viaggio verso quell’oliatura necessaria alla fluidità dell’andamento, che confidiamo sarà presto raggiunta. La prima parte dovrebbe essere più preoccupata, l’attesa più concitata. La follia arguta di Ludwig si potrebbe distribuire di più sugli altri due personaggi, anche prima che egli sia sul palco, così si apprezzerà appieno il mestiere dei tre attori, a loro agio in questo straniante dramma borghese.

Palminiello-MarosMaros, parola russa per “gelo”, è una lettura corale di Le tre sorelle, anche qui le protagoniste sono parenti, la giovane Irina, la saggia Olga e l’arrabbiata Mascia, intorno a loro gli altri personaggi, dieci attori in tutto. Anche qui una famiglia è il cuore del racconto, ma le diramazioni verso l’esterno allargano il mondo facendo entrare aria apparentemente fresca. E aria fresca è davvero quella che colpisce gli spettatori perché nell‘allestimento studiato per lo spazio di via Ferrari si aprono spesso porte e finestre sui cortili, sul retro dei palazzi milanesi adiacenti al teatro. Noi siamo in prima fila, come dentro la casa russa e percepiamo l’inverno vero, ottima soluzione per far sentire il pubblico, non coinvolto, abbracciato dalla rappresentazione. Contrariamente a molte messinscena cechoviane, statiche, a sottolineare la fissità dei caratteri, l’inanità delle esistenze, qui c’è un gran movimento, quasi come se la ricerca continua della felicità fosse anche un cercare dentro casa, cercare oggetti, cercare indumenti, cambiare piano, entrare e uscire nella speranza di imbattersi nel destino.
Lo spettacolo nasce come prova finale (presentata l’estate scorsa al festival di Castiglioncello) di un brillante gruppo di allievi, molto ben diretti da Renata Palminiello, che li fa muovere con una bella visione d’insieme, un attento gusto dell’inquadratura, e alcune pregevoli idee teatrali: un lenzuolo che è prima protezione ma poi si avvoltola intorno ai piedi di Irina non lasciandola libera di esprimere la sua vera volontà, il gesto delle tre ragazze che con stracci fanno volare da terra i coriandoli della festa di onomastico, come se un oggetto di lavoro allontanasse l’allegria ma ne permettesse anche l’ultimo svolazzo.
Molta parte dello spettacolo si svolge alla sola luce che entra dalle finestre, cui sono stati tolti gli oscuramenti, rettangoli di luce livida tra i quali i personaggi si muovono, alla disperata caccia della vera fonte di luce, che per le tre sorelle è l’agognata Mosca, che mai raggiungeranno. I dieci attori (che ogni sera si scambiano i ruoli), formano un insieme equilibrato, si avverte ancora un po’ di acerbità e talvolta qualche eccesso di impostazione, ampiamente compensate dalla capacità di mettere emozioni sincere in una vicenda che non concede a nessuno ciò che vuole. Piccole tragedie, incomprensioni domestiche, un duello, denaro perso al gioco, un tradimento. Sentimenti che ardono, come l’incendio nel quartiere, destinati, come quest’ultimo, allo spegnimento. Nonostante le finestre che si aprono non c’è abbastanza aria per tenere acceso il fuoco di queste anime russe, intimamente calde ma incapaci di vincere l’inverno che le circonda.
Due famiglie, ognuna infelice a modo suo.

Un videopromo di Maros
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