hotelbelvedereMagelliASSUNTA PETROSILLO | In un ambiente scarno, polveroso, grigio, buio – come l’Europa sul finire della prima guerra mondiale – si rincorrono anime disperate, angosciate, inquiete.
All’interno dell’Hotel Belvedere, situato nella provincia prealpina bavarese, si nascondono e si muovono sette personaggi gretti, falliti, depressi. Del Belvedere rimane davvero poco o nulla, è un ‘Malvedere’, frutto di una società alla deriva.
Sul fondo della sala s’intravedono sedie ammassate, dallo schienale a forma di violini, privi di corde, snaturati dalla propria primaria funzione. Sono silenti, come tutto intorno a loro. Sulla sinistra poche poltrone logore, sulle quali di volta in volta si alternano le smanie di potere di uomini e donne alienate. Storie che condurranno all’orrore nazista e come afferma Magelli «alla malattia del paleofascismo che ci ha reso portatori di un virus letale che è entrato nel DNA dei nostri popoli».
Hotel Belvedere scritto nel 1922 è il quinto testo teatrale di Ödön von Horváth tradotto in italiano, dei diciotto scritti dal geniale autore morto prematuramente, ma già insignito ancora in vita del più prestigioso riconoscimento – il Premio Kleist − in ambito teatrale. Horváth analizza la figura del borghese medio, e la malvagità strisciante che si nascondeva dietro gli splendori dell’ultima stagione asburgica e le macerie della prima guerra mondiale.
La traduzione in italiano di Paolo Magelli che cura l’allestimento in scena al Teatro Metastasio di Prato, restituisce l’analisi microscopica del mondo di Horváth, nel quale tutto è talmente tragico, da divenire tragicomico. Un testo noir nel quale si attacca con ferocia una Mitteleuropa capace di nascondere dietro la sua grandezza, un mondo volgare, malato, interessato solo al denaro. Un primo allestimento in lingua serba fu portato in scena trentasei anni fa al Premio Roma di Gerardo Guerrieri proprio da Magelli che lo ripropone per la grande attualità dei temi trattati. L’Europa degli anni venti fa da contraltare all’Italietta odierna.
Il vero fulcro della storia prende avvio quando entra in scena Christine (Elisa Cecilia Langone) che da povera orfana squattrinata, prima violentata e sbeffeggiata a turno dagli uomini lì presenti, diviene la donna da venerare per la sua fortunata eredità ricevuta da una vecchia zia. È proprio nella scena della violenza di gruppo, molto cruda e vera, che la giovane attrice dà prova della sua bravura interpretativa.
Altri due i momenti topici della rappresentazione: la distruzione dell’Europa e l’incontro-scontro tra Ada (Valentina Banci) e Christine.
Assistiamo ad un’ultima cena ‘europea’ dove i commensali a turno divorano una cartina geografica dell’Europa, ingozzando e sputando i resti di una società in totale disfacimento che trasforma l’apatia e la rassegnazione in depressione collettiva. Un momento ben enfatizzato dalle musiche di Alexander Balanescu. Le due donne che rappresentano l’una l’alter ego dell’altra, s’incontrano una sola volta, da sole in scena, e in quell’incontro-scontro in un’altalena di luci, escono allo scoperto tutte le loro fragilità mai risolte.
Tra gli attori, Marcello Bartoli (Müller) affianca sulla scena Francesco Borchi (Max), Daniel Dwerryhouse (Karl), Mauro Malinverno (Barone von Stetten), Fabio Mascagni (Strasser).
Molte le invettive lanciate sulla questione politica odierna e sull’importanza del lavoro dell’attore, sulla condizione femminile e sulla realtà politica in cui siamo invischiati. Quasi a voler sottolineare − come afferma uno di loro − che la verità è sempre volgare. Una storia cruenta che poteva chiudersi già al primo atto, senza dilatare troppo i tempi, che lascia allo spettatore un senso di inquietudine e amarezza.

Qui una videointervista a Magelli sullo spettacolo, realizzata da ChiediscenainToscana
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=oMyxTKxdbbU]

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