Dickinson_Elena Russo Arman
foto fabio mantegna

RENZO FRANCABANDERA | Un tavolo-scrivania, una scala che va verso il soffitto, due casette di tulle trasparenti ai lati del palco; e una cascata di lampadine pronte a diventare fioche stelle nella notte americana. Poco più.
Siamo nell’universo di auto reclusione della poetessa, quella casa-mondo, la stanza di color bianco purezza in cui la giovane, figlia di un notabile della provincia americana, trascorse, di fatto, tutta la sua esistenza. Vita e morte collassano in un’ora di spettacolo e attraverso i versi e frammenti dell’epistolario della Dickinson (di cui è possibile trovare tutto a questo link) rivivono, fra ansie, angosce, tormenti uterini e memorie infantili, con suggestioni che vanno da Carroll al codice iconico post punk.
Colorando di fantasie vivissime tutto quello che la circondava, la Dickinson un secolo e mezzo fa mise in versi di grandissima modernità l’ingenuità di una presenza semplice, di uno sguardo tanto fragile da sentire un piacere di potenza mortale nel ronzio di un moscone nella sua stanza. Una parola capace, nella rilettura enfatizzata, deframmentata, carica fino alla sovraesposizione della Russo Arman, di diventare materia contemporanea.

In quale humus nasce La mia vita era un fucile carico (being Emily Dickinson)?
Fra i fermenti culturali più interessanti e contaminanti di questi ultimi cinque anni a Milano non può tacersi la serie di incontri che hanno avvicinato le esperienze artistiche di Elena Russo Arman, attrice componente del gruppo dell’Elfo, la musicista polistrumentista Alessandra Novaga, la Fondazione Mudima, la presenza straordinaria del rimpianto Antonio Caronia, pensatore e saggista, fra i massimi esperti di cultura cyborg e post punk, Francesca Marianna Consonni, collaboratrice della MAGA di Gallarate, e il gruppo di appassionati e praticanti di arti sceniche riunito sotto il nome di Phoebe Zeitgeist Teatro.
Questo gruppo di persone, e probabilmente altre ancora che nel tempo si sono avvicinate e incrociate nel percorso di fecondazioni artistiche vicendevoli, sta dando vita ad un corpus di produzione culturale organico, che pur nelle sue diverse aree di approfondimento e sviluppo, trova alimento condiviso nei percorsi differenti.
A questo ambito va, infatti, fatta risalire la collaborazione della Novaga con Phebe Zeitgeist in alcuni spettacoli, la presenza della Russo Arman come interprete della rilettura del regista di Pheobe, Giuseppe Isgrò, dei blues di Tennessee Williams che ha debuttato l’anno passato al Tertulliano di Milano e che sarà in stagione al Teatro dell’Elfo quest’anno, e infine lo spettacolo dedicato dalla Russo Arman alla figura della grande poetessa americana Emily Dickinson, in scena in questi giorni sempre all’Elfo, con la presenza musicale dal vivo e fondante della Novaga, e al suono di Giovanni Isgrò, fratello del regista e componente di Phoebe, esperto di nuove sonorità digitali e fautore di un codice musicale fatto di interiezioni sonore capaci di creare intervalli logici che infatti anche in questo spettacolo in alcuni punti con precisione affiorano.

foto fabio mantegna
foto fabio mantegna

Per certi versi questa della Arman è un’operazione concettualmente affine a quella condotta da Isgrò sui blues di Williams, ma con filtri di altra natura, in cui prevale la sensibilità di genere, che vuole affermarsi in questo caso come caleidoscopio (anche sonoro, oltre che di luci).
Le luci sono a volte fioche a volte piene, abbacinando di bianco i versi, gli elementi in scena: sulla sinistra la postazione musicale della Novaga che suonerà prima la chitarra elettrica e poi, con l’archetto, trarrà dalla stessa suoni davvero straordinari, per poi applicare la trazione del vibrato ad un piatto crash di batteria e chiudere con una pioggia di note che inonderà i pensieri della poetessa. La Russo Arman ruota i suoi equilibri intorno ad una scrivania ed una scala posizionate a destra della scena, indossa il vestito bianco con cui la Dickinson è diventata icona. E dello studio sull’incona-Dickinson è testimonianza non solo la mostra che accoglie gli spettatori all’esterno della sala Fassbinder del teatro dell’Elfo, ma anche tutto il materiale raccolto sul sito http://beingemilydickinson.tumblr.com dove si racconta del viaggio della Russo Arman sui luoghi della vita della amata Emily.

L’allestimento, curato con un’attenzione maniacale degna della poetessa, si segnala e va visto come gesto artistico di continuità rispetto al movimento di cui si faceva cenno, come originale lettura della persona e dei personaggi che albergarono in Dickinson, della sua femminilità e del suo universo. Seppur cerebrale e un po’ denso in alcuni momenti (meglio meno), in altri l’operazione riesce a portare davvero la poesia in scena. E chi segue il teatro sa come i due codici siano davvero difficili da far coesistere senza che uno tragicamente soccomba.
Qui non succede, e dunque vale la pena vederlo, entrarci dentro, perdercisi anche a volte, fra parole e suoni che di tanto in tanto si confondono non lasciandosi spazio (volutamente?), si perdono, abbandonando il fruitore nella sdrucciolevole e scomoda condizione di dover esistere.

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