CuticchioLAURA NOVELLI | Nella cartolina pubblicitaria che ci viene consegnata a fine spettacolo, lo si vede ritratto tra una varietà multicolore di pupi siciliani (cavalieri, dame, imperatori, musicisti, popolane), dai quali affiora il suo volto omerico, paterno, affascinante, e tra i quali lui, capelli e barba ingrigiti dal tempo, quasi si confonde. Mimmo Cuticchio, l’ultimo “cuntastorie” doc del nostro teatro, è un artigiano delle scena. Uno che quei pupi li sa costruire con le proprie mani, dipingendo volti, cucendo vestiti, legando i fili grazie ai quali essi prendono vita, dando voce a ciascuno di loro.

Ma Mimmo Cuticchio, figlio d’arte e allievo prediletto di Peppino Celano, è pure un pensatore, un ideologo del teatro, il signore indiscusso di un genere “basso” (l’Opra dei pupi e il “cunto”) che ha saputo miscelare poeticamente sapienza antica e modernità, tradizione e innovazione. Un rivoluzionario che ha fatto piazza pulita degli ovvii stereotipi ad uso e consumo dei turisti e che, venuto meno il consueto milieu delle strade e piazze di un tempo, ha lavorato affinché il suo teatro entrasse nei programmi delle sale istituzionali, nei cartelloni affollati di prosa, nei circuiti convenzionali. Il segreto di tanto successo? Forse semplicemente la capacità di provocare incanto. L’incanto solenne di un racconto, e di un modo di raccontare, che ogni volta ricapitola la nostra storia, ci riannoda alle radici della nostra civiltà, ci riconsegna ai luoghi mentali da cui proveniamo, schiudendo un immaginario infantile – evviva – che si sposa con il ritmo di una voce mai stanca di cambiare tono, di caratterizzare ogni singolo personaggio, ogni singolo passaggio emotivo.

Anche quest’anno, la compagnia Figli d’Arte Cuticchio (www.figlidartecuticchio.com) è tornata nel carnet delle proposte natalizie messe in campo dall’Auditorium Parco della Musica di Roma con un doppio intervento: il concerto “Quaderni di danze e battaglie nell’Opera dei Pupi” eseguito dal Giacomo Cuticchio Ensemble e lo spettacolo “Astolfo nell’isola d’Alcina”. Dunque, ancora una volta la materia prescelta è l’Orlando furioso di Ludovico Ariosto: opera monster del nostro Rinascimento (e vale la pena ricordare il celebre allestimento che ne fece Luca Ronconi a Spoleto nel ’69, nonché la ripresa televisiva girata dallo stesso regista a Caprarola cinque anni dopo) che trascina l’epica medievale fuori dallo schematico tema bellico per aprirla all’amore, alla follia, al mistero, all’etica cortese e, in fondo, alla contemporaneità.

In un Teatro Studio gremito di adulti e bambini, il palcoscenico lascia il posto a un teatrino più piccolo, dietro il cui siparietto rosso e oro si aprono scenari dai paesaggi fiabeschi. La musica, composta da Giacomo Cuticchio (figlio di Mimmo), arriva dal vivo. Il puparo palermitano introduce lo spettacolo con uno brioso duetto meta-teatrale tra due litigiosi personaggi popolari. Poi, ci trasporta in un altro tempo, in altro luogo. Con la sola forza della sua voce, della sua presenza, con la gestualità quasi fisiologica di queste marionette mosse a vista da lui e dagli altri giovani membri della compagnia (lo stesso Giacomo Cuticchio, Fulvio Verna e Tania Giordano), ci fa risalire a certi snodi emblematici del poema ariostesco, parlandoci di innamorati in cerca l’uno dell’altra (il filone di Rinaldo e Bradamante), di battaglie tra Franchi e Saraceni, di incantesimi misteriosi (Astolfo trasformato in albero da Alcina), di maghe potenti destinate a fallire, di diavoli troppo legati alla Terra per ignorarne le sorti. Non siamo cortigiani del ‘500, eppure restiamo incollati ad ascoltare, a guardare questi spadaccini con corazza e pennacchi, questi mostri di stoffa dall’aria innocua, questi baci sospirati che danno ragione alle peripezie più sfrontate.

Ci meravigliamo di essere lontani dai frastuoni e dagli effetti speciali delle epopee cinematografiche; lontani dalle guerre digitali, dai mostri disegnati al computer, dalla spade laser e i mondo paralleli. E ci piacciono i fondali variopinti cambiati di volta in volta con naturalezza disarmante, il gioco manifesto delle diverse inclinazioni vocali proprio del puparo, il suo ritmo a tratti veloce a tratti lento. Ci piacciono le uscite dalla finzione, le parole rivolte direttamente al pubblico, gli ammiccamenti semiseri con cui questo puparo divertito e appassionato sperimenta il suo teatro su di noi. E ci piace la pacatezza che domina questo lavoro, forse meno concentrato sulla tecnica del “cunto” rispetto a precedenti allestimenti; una pacatezza saggia che ci richiama alla lentezza e alla voglia di infanzia. Incanto, appunto. Ma anche candore. Necessità di credere spassionatamente e fiduciosamente nel bisogno di  raccontare/ascoltare. Mentre scrosciano gli applausi finali, ci torna in mente una frase citata da Cuticchio qualche anno fa durante una conferenza stampa, quando disse:  “Se ti domandano come finisce una narrazione – si legge in un antico testo iraniano – tu rispondi: con la conquista dei cuori; se i cuori non l’accettano, il narratore non potrà mai portare a buon fine il suo proposito”.

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