cesarVINCENZO SARDELLI | Non solo il 1973, data del colpo di stato in Cile. Non solo il 2001, data dell’attentato alle Torri Gemelle. C’è un altro 11 settembre nella storia delle Americhe. Nel 2008 nel Pando, regione della giungla boliviana, ci fu un massacro di contadini: undici morti accertati, centinaia di feriti, decine di persone scomparse, anche donne e bambini.

Nessuno aveva mai dato loro un nome, un volto, una storia. César Brie, teatrante di frontiera inquieto di verità, perseguitato da storie maledette, quell’11 settembre l’ha raccontato. Con la sobrietà lontana dal sensazionalismo di chi raspa nella sofferenza altrui. Accennando senza indugiare. Perché di fronte al dolore, delle vittime come dei familiari, ci vogliono cautela e stile.

Era questa la cifra di Viva l’Italia, storia di Fausto e Iaio, e di Indolore, pièce contro la violenza sulle donne.

Ed ecco L’albero senza ombra, di scena a Milano a Campo Teatrale. César Brie, regista e attore solo sul palco, dà voce e corpo alla storia di campesiños che rivendicavano la terra dai latifondisti. Che cercavano riparo dalle angherie. E chiedevano salari equi e prezzi calmierati. In un luogo dove i conflitti si esasperano, e i poveri rischiano di precipitare ogni giorno verso la schiavitù.

Una storia di autopsie truccate. Di violenze contro studenti che chiedevano libertà e democrazia. In un’America latina dove l’arroganza ipocrita del potere assume anche il volto della Sinistra. E muoiono pure gli squadristi, spesso degli sprovveduti disposti al primo lavoro che capita pur di tirare su tre figli. Anche quella è tragedia, che va raccontata.

Per questo Brie ama Pasolini. Che coglieva le sfumature oltre l’ideologia. Attraverso l’umanità. E scovava il dolore racchiuso dietro i sorrisi.

Com’è raccolto e delicato questo spettacolo. Con il pubblico tutt’intorno sul palco, che è un perimetro di foglie morte. Con le luci soffuse. Con l’attore in abito coloniale, e intorno funi che pendono a cappio, reggono catini di farina o abiti tipici andini. Andini come le musiche che accompagnano la performance, corredata di balli lenti o tribali o istrionici, con tanto di fazzoletto rosso. Perché in Bolivia ogni occasione è buona per ballare. E però anche le feste si tingono, a volte, di sangue.

Ma Brie anche la violenza brutale la rende poesia. Anzitutto per rispetto dei morti. Attraverso un racconto che non è mai giudizio. In terza persona, e anche in prima, che sembra l’Antologia di Spoon River. Attraverso la metafora. Con gli abiti appesi, percossi, bruciati con mozziconi di sigarette. Abiti umiliati, offesi, lasciati cadere, abbracciati, a volte colpiti da un lampo di pistola. La metafora di sacchi squarciati da un coltello; con la farina caduta spazzata e ammonticchiata, a formare piccole sepolture. E un lumino, a rischiarare la foto di un morto. E panni affogati in un secchio, scaraventati a terra. Panni di bimbi di sei o di otto anni.

Anche il lavoro in Bolivia è dolore. Quando a ripararlo è un castano, «albero senza ombra». E, lavorarci sotto, è un inferno.

Brie racconta l’uomo, le sue altezze e anche le sue crudeltà: sogni, bestemmie, compromessi, a volte atti eroici. Una storia, questa del 2008, che l’artista argentino ha riportato anche in un documentario uscito in dvd. Ed è costato a lui e alla famiglia un esilio forzato, dopo minacce di morte e intimidazioni. E la rinuncia al Teatro de Los Andes, che aveva fondato a Yotala. E il ritorno in Italia, tre anni fa. Dove continua a fare un teatro più legato al reale che alla denuncia. E c’è sempre poesia. Che, nel caso di César Brie, non è mai pretesto per l’omertà.

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