Vera vuz di Edoardo Erba regia Lorenzo Loris nella foto
da sx Mario Sala, Gigio Alberti FOTO Agneza Dorkin

RENZO FRANCABANDERA e ZAZIE | RF:Ti confesso che quasi mi girano, Zazie. Temo che oggi per la prima volta potremmo essere d’accordo. Mi dà un fastidio ‘sta cosa! Che uno esce da teatro, e vorrebbe aver da litigare. Ti è piaciuto, si, no, e quello non si poteva guardare, e questo recitava da cani. E invece questo Vera vuz…

Z: Un gran bel testo, questo Vera vuz. Edoardo Erba racconta una storia con la S maiuscola, di quelle che danno proprio soddisfazione. Malinconia e umorismo insieme, entrambi in giusta dose. Un’ambientazione messicana, contadina, un po’ western tra fagioli e sombreros, e uno spunto di cronaca vera per una relazione forte tra due uomini, opposti, che hanno un conto in sospeso.

RF: La raccontava il Guardian nel 2011 la storia di Manuel Segovia e Isidro Velazquez che vivevano a soli cinquecento metri di distanza l’uno dall’altro nel villaggio messicano di Ayapa, ma non si rivolgevano la parola da anni. Erano le ultime due persone rimaste in vita e in grado di parlare il Nuumte Oote – la Vera Voce – a cui gli antropologi stavano prestando particolare attenzione per evitarne la scomparsa. Erba inventa un motivo drammaturgico per il quale i due dovessero avere dei conti in sospeso, gli mette in bocca il dialetto pavese, aggiunge un personaggio, una sorta di perpetua pettegola per dare ritmo, e cala il poker, anche grazie agli attori, diciamolo.

Z: Tre signori attori: Mario Sala-Isidro che sembra un po’ stolido e statico, che non ha avuto il coraggio di provare niente nella vita, che non si è mai mosso dal paese, e Gigio Alberti-Manuel invece il ragazzo amato dalle donne, scavezzacollo, ladruncolo, poi anche assassino, un avventuriero, insomma. La donna Monica Bonomi è la serva di Isidro, spiritosa, concreta, un po’ goldoniana, apparentemente tonta ma attenta, che vorrebbe farsi sposare. 

R: D’accordo, diamine! Sono d’accordo. Che nervi. E poi bella, in fondo, una scintilla drammaturgica che nasce dalla parola. Dalla lingua. Il parlare per il gusto di sentire il suono della tua terra. E’ un po’ come quelli che tornando a casa riprendono di colpo a parlare il dialetto. E’ lo stesso motivo per cui all’estero gli emigranti italiani parlano dialetti che nelle zone di origine sono quasi estinti.

Z: Due che, dopo tanti anni, si incontrano e si parlano, superata la taciturna resistenza di uno dei due. E hanno bisogno di parlare, di sentire quella lingua, perché è quella che rende reale gli anni della gioventù, che fa tornare le scorribande condivise da ragazzi: se sparisce quella, se spariscono le parole, spariranno anche le loro vite. e quello che sono stati. 

RF: Vabbè dai adesso basta zucchero però, se no mi schizza la glicemia! Diciamo qualcosa che non va’, se no mettiamoci zitti pure noi come quei due, che anche dire tutti e due la stessa cosa non è divertente per niente.

Z: Beh, il mistero che si scioglierà nella vicenda è troppo spiegato, ecco il neo che troviamo: un eccesso di spiegazione dell’intreccio che appesantisce un po’ la drammaturgia. Se si sta attenti ci sono tutti gli elementi che servono a capire anche senza l’inciso-flashback su Isidro ragazzo e sua madre, e anche il finale non aveva bisogno di quella nota a margine. 

RF: Come non c’era bisogno, nelle sovrascritte (fondamentali per far comprendere ai non lombardi), di aggiungere stelline, cornicette e quelle derive pop che, veramente, bisogna dirlo a Loris: va bene l’iconografia pop (vista e stravista dappertutto), va bene non prendersi sul serio (e pure questo ce lo siamo detti variamente), va bene tutto, ti vogliamo bene, però dai… fermiamoci un attimo prima. Scommetto che la pensata è un fulmine nato nella stessa tempesta di cervelli che ha partorito le stelline sulla scenografia di Giorni Felici. E poi un pensiero sugli inserti musicali da Morricone, che vogliono fare neo-western a-là-Tarantino, ma che forse, con un po’ più di delicatezza del ditino sul mixer e un po’ meno di didascalia nei momenti enfatici, darebbero meno il senso dell’aggancio emotivo.

Z: Per il resto la regia è giusta ma discreta, si sente ma non è invadente. Alberti è perfettamente in parte, il rapporto tra i due personaggi è anche tra i due uomini-attori, un certo disincanto è sempre presente, anche nelle numerose battute. E i due trovano nella Bonomi un terzo polo positivo che ben si amalgama.

RF: Confermo, bene nel complesso tutto. La Bonomi è davvero lo zenzero fresco sul tonno marinato, la mentuccia sulle zucchine alla scapece, giusto per rimanere su ricette western. D’altronde a teatro qualcosa resta sempre sulle labbra quando esci. Un sapore, una battuta.

Z: Bellissima quella di Isidro, sputata in faccia a Manuel: “Tu e le tue magagne, se te le porti sempre dietro poi, alla fine, le magagne diventano te”.

RF: Bella ‘sta chiusa. Fermiamoci qua.

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