Un disegno di Renzo Francabandera
Un disegno di Renzo Francabandera

RENZO FRANCABANDERA | Cinquanta persone siedono in silenzio attorno ad un rettangolo di dodici metri per cinque riempito di terra. Buio. Qualche goccia d’acqua all’inizio fa arrivare l’odore della terra nelle narici. Luci fioche e di intensità calda illuminano a mala pena. Come invisibili candele. Arrivano prima delle bestioline in apparenza inermi, poi il loro padrone.
Dopo una breve predica le aizza le une contro le altre. Il motivo è futile, potrebbe essere uno qualsiasi. La fame, la sete, il pensiero sui destini del mondo. Le bestie, dopo l’addestramento, saranno disposte a tutto, fino a sbranarsi l’un l’altra.
E’ così che può capitare di trovarsi a bordo ring, come in Amores perros, a guardare gli animali nell’atto finale dell’attacco per sfuggire alla propria morte.
Come in Salò di Pasolini; o in Orfani_la nostra casa, testo di Fiammetta Carena, atto scenico pensato da Kronoteatro. Gli orfani, uomini indifesi pronti ad imbestialirsi, sono Alessandro Bacher, Tommaso Bianco, Alberto Costa, Vittorio Gerosa, Alex Nesti, il loro gran sacerdote, in abito da sera e scarpe lucide, è Maurizio Sguotti (anche regia).
E’ davvero la lotta di uomo contro cani. E di cani fra loro.
Chiamare spettacolo questo interessante lavoro teatrale è inadeguato, come pure l’applauso finale che pure vorrebbe esserci, è duro da regalare. E non perché non meritato. Ma perché il lavoro di Kronoteatro è un atto d’accusa capace (magari non per tutti, o con alcuni distinguo e distanze) di arrivare al cuore di certe questioni sui rapporti di forza nella società, nel nostro tempo, di sempre.
Il fatto che la miseria, le valigie, gli elementi di scena, ricordino una povertà antecedente ad un qualsiasi boom economico contemporaneo, non fa passar di mente come quello di cui si parla possa essere un tempo eterno, di uomo lupo, potere, dominio.
Il cuore di una storia spesso non è la storia di per se stessa, ma come la si racconta.
E qui tutto converge, compresi gli studiatissimi movimenti pensati da Davide Frangioni, verso un’idea forte, coerente, efficace di uso del teatro, dove l’esperienza e la figura più adulta di Sguotti trovano un equilibrio interessantissimo con un gruppo di giovani attori dalle ricchezze e sfumature diverse, con qualche ridondanza, un retrogusto barocco che comunque amplifica l’estasi della crudezza, della carne selvaggia, dell’uomo belva all’uomo.
I ragazzi, all’inizio inermi e indifesi, ma diversi l’un dall’altro, subiranno un processo di alienazione dalla propria identità originaria, per trasformarsi in adepti di una setta, il cui valore, fra vaneggiamenti pseudo religiosi e di vuoto contenuto etico, sarà semplicemente l’espropriazione della personalità con l’unico fine di ridurre ad uno stato di cieca obbedienza, indistinguibile e indistinta.
Mi ha dato alla bocca dello stomaco, e per me, per il mio modo di intendere l’arte, la necessità di un suo profondo essere viscerale, totale, studiata e consapevole, ma sempre improvvisa, questo è un valore.
Ricordo, della visione fruita al Teatro dell’Elfo di Milano, anche l’efficacia delle scene e dei costumi di Francesca Marsella e le luci e i suoni di Enzo Monteverde, capaci di mettersi al servizio di un’atmosfera claustrofobica, difficile da scrollarsi di dosso, o meglio di dentro.

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