lin2BRUNA MONACO | Chi l’ha detto che le estenuanti file dal dottore non possano essere istruttive? E che i settimanali scandalistici siano solo collettori di idiozie? Ebbene, qualche volta, può anche capitare che fra un post-nozze di Belen e l’approfondimento sull’ultimo programma di Milly Carlucci, se ne stia quatto quatto un articolo in grado di dare un senso e un guizzo a quella che altrimenti sarebbe stata la solita improduttiva e noiosa attesa. Parlo di un inaspettato articolo divulgativo sui mutamenti della nostra lingua, con tanto di intervista a Nicoletta Maraschio, presidentessa dell’Accademia della Crusca. Lo spazio che il rotocalco scandalistico Di Più dedica all’argomento non è neppure esiguo: i vari aspetti della vexata quaestio dell’italiano che cambia sono scandagliati in una serie di puntate da più di tre pagine l’una. C’è da credere che il Sig. Sandro Mayer, direttore del giornale, abbia ponderato bene la scelta, ritenendo il suo pubblico potenzialmente attratto dal tema. Avrà ragione?

Non è nuovo l’interesse per i cambiamenti della lingua: ogni cittadino italiano di media cultura ha un’opinione sul destino del congiuntivo o del passato remoto. E si interroga sulla giustezza di egli rispetto a lui come pronome soggetto. Di le, rispetto a gli se l’oggetto indiretto in questione è femminile. Ma Di Più non è esplicitamente destinato a un pubblico di cultura media. L’interesse per argomenti linguistici si sta dunque allargando, o si allarga solo quello per il destino della lingua italiana? No, non solo quello, parrebbe.

Sul numero di gennaio de La mente & il cervello è uscito un dossier sui misteri del linguaggio in cui si affronta il tema dal punto di vista delle neuro-scienze. E nello stesso periodo si è svolto a Roma il Festival delle Scienze 2014, organizzato dal Parco della Musica: quest’anno il titolo dell’evento era i Linguaggi.

Il folto pubblico che ha popolato l’Auditorium in occasione del Festival delle Scienze è di certo diverso da quello di Di Più e infatti le questioni linguistiche affrontate in quella sede sono state di alto livello: si è discusso, fra l’altro, del rapporto tra il successo di una società e la sua struttura linguistica, della diffusione delle lingue indoeuropee e della teoria della povertà dello stimolo. Tutto l’evento ha fatto perno sulla figura del grande linguista e attivista americano Noam Chomsky, fortunato fondatore della grammatica generativo-trasformazionale, presente con due appuntamenti e nella duplice veste di attivista e linguista. Come prevedibile il pubblico è affluito numerosissimo, l’Auditorium ha dovuto predisporre degli schermi nella hall affinché, nonostante il sold out in sala, tutti potessero sentire le parole del maestro americano. La hall, come la sala, era gremita di pubblico.

Ma dicevamo: Chomsky non solo star e protagonista, ma perno dell’evento, gli intervenenti essendo tutti americani o quanto meno tutti della “scuola americana” che fa capo a Noam Chomsky. Eccezion fatta per Tullio de Mauro, presente da programma con una conferenza sull’incomprensione linguistica nel Bar dell’Auditorium, nessun esperto italiano o francese o tedesco, che pure sono all’avanguardia nelle discipline linguistiche. Perché? Se è vero che le questioni linguistiche si stanno facendo largo nell’interesse degli italiani, forse non sono ancora in grado, da sole, di conquistare il pubblico. E allora un personaggio noto e carismatico come Chomsky fa da specchietto per le allodole, sicuramente più accattivante di altri pur insigni studiosi, magari meno avvezzi al mondo mediatico.

E il caso Di Più, allora? Anche lì, seppur celato, uno specchietto per le allodole c’è: nell’articolo Nicoletta Maraschio mostra come le mutazioni linguistiche siano naturali in una lingua viva e sostenendo ciò, di fatto, rilascia una patente di correttezza alla lingua parlata dai lettori dei rotocalchi, facendo rientrare nell’italiano standard tratti specifici del parlato che la vulgata normalmente addita come errori. Nicoletta Maraschio dice al lettore di Di Più che non deve vergognarsi di dire “se venivi, ti divertivi” perché questa è un’espressione accettabile, semplicemente appartiene a un registro familiare della lingua. E implicitamente, dice anche, che non esiste una norma rispetto a cui riconoscere degli errori, bensì un ampio spettro di registri e varietà di una lingua.

Così il pubblico aumenta e aumentano i temi linguistici a cui è disposto a interessarsi. Ma dall’altra parte, dalla parte di chi deve informare, qual è l’atteggiamento nei confronti del vasto pubblico? Affinché sia accessibile, di una scienza occorre fare un’opera di divulgazione. Lo stesso Chomsky, nonostante la predisposizione a parlare alle folle, quando entra nel merito di questioni linguistiche diventa ostico: a chiunque non avesse letto almeno un manuale di linguistica generale, la conferenza dell’Auditorium deve essere parsa incomprensibile. E Chomsky non è l’unico ad avere problemi con la divulgazione: paradossalmente i linguisti parlano poco, e solo con addetti ai lavori. Anche in Italia la differenza di conoscenza fra gli esperti e il resto della popolazione è altissima. Fatto comprensibile, da cui non sono immuni neppure le altre scienze, dure o morbide che siano.

Ma la lingua non è solo il prismatico oggetto di una scienza, è anche la forma attraverso cui si esprime qualunque discorso scientifico, qualunque discorso. Non si parla solo di lingua, ma con la lingua parliamo. Venire incontro al nuovo pubblico è forse doveroso.

Speriamo che questo boom di interesse verso la materia linguistica sia foriero di una divulgazione sistematica. E, sembrerà strano, ma forse affinché questo avvenga, gli accademici dovrebbero imparare Di Più e non aver paura di farsi capire.

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