insonneVINCENZO SARDELLI | Una storia in bianco e nero l’Insonne di Lab 121, liberamente tratto da Ieri di Agota Kristof, regia di Claudio Autelli, drammaturgia dello stesso Autelli e di Raffaele Rezzonico, con Alice Conti e Francesco Villano, che abbiamo visto al Teatro dell’Arte di Milano.

La scena è racchiusa in un cubo diafano, che separa spazio drammaturgico e platea. A turno i protagonisti (lei più di lui) lo aggirano. Escono dal guscio, passano dal limbo alla luce. Per poco, però. Ripiombano subito nell’ombra, di una vita solitaria e dimessa.

La struttura architettonica rispecchia le fondamenta del nostro essere. Siamo travi di un edificio che evoca l’essenza di esperienze vissute. Siamo la somma di quello che è successo prima di noi, che è accaduto davanti ai nostri occhi, o ci è stato fatto, o abbiamo fatto.

Una storia in bianco e nero sotto vari aspetti l’Insonne. Tra rimpianti e speranze. E destini, dalle radici marce.

Protagonista è Tobias, ramingo in un paese straniero dopo aver tentato di assassinare il maestro del villaggio, uno dei tanti uomini che se la spassavano con sua madre, donna bellissima che si prostituiva. Quel maestro era suo padre. Quel maestro era anche il padre di Line, sua compagna di scuola. Altra famiglia però, colta e altolocata. Tobias era innamorato di Line.

Amore perduto. Tobias è fuggito. Ha cambiato nome, paese, esistenza. Lavora in una fabbrica d’orologi. Movimenti in serie scandiscono i giorni della sua vita, cristallizzata da anni: si chiama alienazione. Tobias prova, con una passione salvifica, a scardinare il tempo, scrive poesie. E ha un’utopia, rivedere Line: si chiama ossessione.

I giorni di Tobias sono uno uguale all’altro, l’autobus all’alba, la routine in fabbrica, il ritorno, la cena, i libri, la scrittura. Il sabato sera lo passa accanto a una donna che non ama. Ma ecco, un bel mattino sull’autobus, Line si materializza.
Bel testo Ieri, nudo, denso di suggestioni. E tratti edipici, incestuosi, che avrebbero fatto la gioia di Freud.

La scena dietro il velo comprende un tavolo da lavoro e un letto. E una carrozzina per bimbi, il cui senso si comprende solo nella seconda metà degli ottanta minuti dello spettacolo. Assistiamo a vari espedienti scenici, teatro d’ombre (ricorda Wozzeck di Claudio Morganti) voci fuori campo registrate, didascalie “a vista” (recitate a turno da lui su azione di lei e viceversa), una danza in controluce, foto proiettate su suoni stranianti. Una lampada traforata ruota su se stessa, trasformando lo spazio in camera delle meraviglie.

Tante cose buone in questa regia rivelano in trasparenza il talento in divenire di Autelli, la scena, la buona chimica tra attore e attrice, l’intensità con cui sono resi i sentimenti, l’odio, l’attesa, l’amore, il contrasto, la delusione. Ma non è che lo spettacolo decolli. Non subito, almeno. Tanto che L’insonne sembra titolo beffardo, perché t’avvolge una pennichella di contrappasso, specie durante i monologhi. È più che altro la trama che ti prende, anche se avevi letto il libro o visto il film, Brucio nel vento, che ne ha tratto Soldini. Perché la Kristof era scrittrice di postura, e gli attori sono bravi.
Dopo lo stallo anche Autelli si sveglia, usa la quarta parete come filtro per storie nella storia, separé tra passato e presente, per ammiccare al futuro, scremare prospettive e ricordi da un confine indistinto.
I protagonisti colgono l’attimo per il loro amore. Ma la loro felicità è effimera. Come le nostre sensazioni più belle su questo spettacolo. Qualcosa di più si poteva osare (ad esempio nel dosaggio delle musiche e degli effetti audio in generale, sfruttando le doti canore di Alice Conti, limando qualcosa dal testo) perché quelle sensazioni non si fermassero in testa solo lo spazio di qualche ora.

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