c_e7f2550ee3ELENA SCOLARI | Nietzsche ci ricorderebbe che non esistono fatti, solo interpretazioni. Eccoci allora a vedere “Magazzino 18”, l’interpretazione dell’esodo giuliano-dalmata che Simone Cristicchi, autore del testo insieme a Jan Bernas, mette in scena con la supervisione registica di Antonio Calenda.

Si affronta il periodo successivo all’accordo di pace del 1947 in seguito al quale l’Italia perdette l’Istria e circa 350.000 persone decisero di andarsene da questa regione, non più italiana ma jugoslava, per poter vivere ancora in territori italiani, non da stranieri in patria. Gli esuli si sparpagliarono, alcuni andarono direttamente negli Stati Uniti, una buona parte di loro salì invece sul piroscafo Toscana che faceva la spola da Pola verso Venezia e Ancona.

Il magazzino numero 18 nel Porto vecchio di Trieste è il posto dove l’archivista romano Persichetti col suo trench (Cristicchi che ricorda la cialtronaggine pecoreccia di Alberto Sordi) viene mandato dal “Dottò” del Ministero a catalogare gli oggetti che gli esuli hanno portato lì abbandonando la loro terra con la speranza di tornare a prenderseli, un giorno. Nel magazzino, tra i sorci, ci sono sedie, armadi, fotografie di famiglie, valigie, e tutto porta un’etichetta con il nome del proprietario. Cataloga, cataloga, a Persichetti appare lo spirito delle masserizie (sempre Cristicchi ma senza trench), il personaggio che racconta la Storia.

La struttura dello spettacolo alterna monologhi di commento – anche ironico – quando è l’archivista a parlare o di tono informativo/storico quando il narratore è il fantasma – a canzoni inedite di Cristicchi stesso. Su queste spendiamo due parole da sinceri inesperti di musica: gli arrangiamenti ci sono sembrati stranamente tradizionali, con grande presenza di archi, un po’ d’antan, che non ci pare lo stile dell’autore. La scenografia è efficace benché non originale: vecchio mobilio, mucchi di ciarpame impolverato, cataste di carte e di ricordi, uno schermo sul quale sono proiettate immagini d’archivio dell’esodo. Un video mostra le riprese girate nell’autentico porto triestino e ci introduce nello spazio che da cinema diventa scena: un palco dove il Persichetti si muove tra telefonate al Dottò, sempre meno deferenti man mano che la vicenda si sviluppa, e scoperte di lacerti di memoria che lo spirito raccontatore fa rivivere. Poltrone che hanno accolto esistenze istruite e scatole custodi di passati umili. Anche il piano luci sottolinea la presenza dei due personaggi, per la verità in maniera abbastanza meccanica: trench-luce su Persichetti, non trench-luce sullo spirito narrante. Alcuni guizzi di maggior forza creativa arrivano in un paio di momenti emotivamente significativi, come l’illuminazione di taglio su una fila di sedie, in proscenio, ognuna una vittima, ognuna testimone di un vuoto.

Magazzino 18 è un lavoro lodevole per la materia delicata che tratta, utile per la diffusione di pagine poco frequentate e da molti pressoché sconosciute. L’esposizione delle notizie non appare faziosa ma l’incipit di Nietzsche ci dice che anche la scelta di ciò che diciamo (e che tacciamo) è un’interpretazione. Non crediamo ai maligni preconcetti di chi vede solo un intento politico nello spettacolo, il pretestuoso costume di una sciocca par condicio per la quale si strattonano i fatti a Destra e a Sinistra non ci piace. Però un problema c’è: un eccesso di contenuto, i troppi episodi raccontati costringono il testo a un po’ di partigianeria semplificatoria. Cristicchi non è un barricadero, siamo convinti che credesse doveroso dare spazio a questi avvenimenti ma rimane vittima di un sovraccarico di argomenti: le foibe, gli operai di Monfalcone che decidono di andare in Jugoslavia, gli esuli, i Rimasti, i partigiani titini, i fascisti, il campo di Goli Otok… Questa sovrabbondanza di temi produce un ingorgo, teatralmente assistiamo a quattro finali. Troppe prolunghe raggiungono le due ore di spettacolo, e non tutto si riesce a seguire con la lucidità dell’inizio. La complessità plurale delle forze in campo non consente di approfondire tutti gli episodi, rinunciare a qualcosa gioverebbe.

Ci pare infatti che si potrebbe ovviare ad alcuni difetti di fantasia scenica cui abbiamo accennato e nel contempo esaltare alcune buone idee se si dimagrisse la massa di materia trattata: meno manuale più teatro.

Cristicchi non è ancora un attore, lo sta diventando, e sul palco gioca bene anche una disinvoltura corporea che apprezziamo, la sua interpretazione riesce ad essere emozionante senza troppa enfasi, nonostante la durezza dei fatti raccontati. Però ci chiediamo: perché Antonio Calenda, che invece fa il regista di mestiere, non ha sciolto i nodi drammaturgici bisognosi di soluzione? Questo magazzino ha bisogno di più pulizia.

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