jean_louis_thc3a9odore_gc3a9ricault_-_la_balsa_de_la_medusa_museo_del_louvre_1818-192COSIMA PAGANINI | Questo scritto a proposito di Invidiatemi come io ho invidiato voi non è una recensione.

Tutti gli uomini possono diventare dei mostri. Non tutti gli uomini sono dei mostri.

Non è la stessa cosa.

In Invidiatemi come io ho invidiato voi (quasi un ribaltamento dell’evangelico “Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amati”) Tindaro Granata sembra identificare il Male con il mondo umano, una visione gnostica.

Sono mostri i personaggi sul palco.

Noi spettatori/testimoni restiamo agghiacciati dal fatto di cronaca (un episodio di pedofilia e omicidio raccontato attraverso le voci di chi conosceva la vittima), ma indifferenti rispetto ai protagonisti. Indifferenti o divertiti (qualcuno riesce anche a ridere di quelle caricature mostruose). Lo stesso Granata sembra disprezzare i suoi personaggi, li deride: non c’è compassione nei loro confronti.

Forse si vorrebbe che ci si identificasse con quei personaggi – mai persone perché non hanno uno sviluppo negli 80 minuti dello spettacolo e sono cristallizzati nel loro ruolo, condannati alla prima apparizione – ma l’identificazione non scatta. Non scatta perché si usa il kitsch e questo crea prima di tutto un’apparente scissione tra il pubblico (più colto e più elegante) e i personaggi, e, soprattutto, fa dire a Tramonto (pedofilo e assassino) l’indicibile.

Nel momento in cui Tramonto descrive quello che non dovrebbe mai essere detto sul palco di un teatro, mentre ascoltiamo la confessione e siamo posti di fronte alla cronaca e all’osceno, istantaneamente anche noi perdiamo ogni possibilità di compassione e diventiamo tutti dei voyeur e complici del male. Susan Sontag scrive: “Una simulazione troppo convincente dell’atrocità rischia di rendere il pubblico passivo, di rafforzare sciocchi stereotipi, di confermare il senso di distanza e di affascinare”. L’esibizione di atrocità sia sotto forma di una ricostruzione narrativa, sia come testimonianza fotografica corre il rischio sempre di essere tacitamente pornografia, inoltre, comunica solo pochissime verità sugli eventi narrati senza mediarli.

E così torno all’inizio: sono mostri i personaggi sul palco, sono mostri anche gli attori che li interpretano, sono mostri tutti gli spettatori/testimoni e “siamo” mostri tutti, anche chi non vedrà mai questo spettacolo.

Portare a teatro un fatto di cronaca senza fare solo cronaca è difficile. Per questo i greci avevano inventato la categoria dell’osceno. Si può parlare di pedofilia (vedete Hamelin di Mayorga) restando compassionevoli, conservando l’umanità. Nello spettacolo di Tindaro Granata nessuno mai potrà piangere per quella bambina. Non c’è nessuna speranza per lei e per noi.

Il male non lo si può guardare negli occhi; devi guardarlo in tralice, usare una forma indiretta, devi travisarlo per poterlo vedere senza restare ucciso (Medusa) e per poter tenere aperta una via di salvezza.

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