vecchi_pugiliMICHELA MASTROIANNI | Una volta conoscevo un ragazzino in Inghilterra che chiese a suo padre: “I padri sanno sempre più cose dei figli?” e il padre rispose: “Sì”. Poi il ragazzino chiese: “Papà, chi ha inventato la macchina a vapore?” e il padre: “James Watt”. E allora il figlio gli ribattè: “ma perché non l’ha inventata il padre di James Watt?” La breve citazione tratta dal metalogo di Gregory Bateson “Quante cose sai?”, pubblicato nel volume “Verso un’ecologia della mente”, dovrebbe far sorridere e in un certo senso rassicurare i giovani e appassionati critici teatrali, dovunque essi scrivano, che la questione del dialogo tra generazioni a proposito di saperi e conquiste intellettuali è di vecchia data e di difficile soluzione. Anche la Chiesa Cattolica, nella figura illuminata di Papa Francesco, si è posta il problema del confronto aperto tra vecchie e nuove generazioni di fedeli e ha di recente spronato a non emarginare gli anziani, portatori di saggezza e di esperienza, e ad investire sui giovani, a “non spegnere il loro entusiasmo”, perché essi “ci aprono al futuro, impedendo di chiuderci in noi stessi”. Sante parole! E per illustrare meglio il triste destino di un mondo che chiude le porte ai giovani utilizza l’immagine di una casa senza scale e senza ascensori.
Andiamo invece al Piccolo Teatro Studio Melato il 18 febbraio per cercare di capire quanto, se e come il teatro italiano abbia voglia di aprirsi al confronto con una nuova generazione di critici, che fatica a trovare spazio e credito nelle rassegne “stampa”.
Ma che la faccenda non sarebbe andata come era stata presentata sull’inserto La Lettura (Corriere della Sera – domenica 16 febbraio) lo si era capito dall’annuncio lanciato sul profilo facebook del Piccolo Teatro di Milano: il forum, un dialogo tra Luca Ronconi, Franco Cordelli e il giornalista e scrittore Paolo Di Stefano, viene trasformato, nella comunicazione social ed informale, in un “ring della critica” e l’hashtag utilizzato su twitter è #duellosullacritica. Tuttavia, a dispetto dell’aggressività delle parole scelte, quello a cui il pubblico ha assistito è stato un tenerissimo, ma a tratti noioso, amarcord dei due grandi del teatro italiano, il regista e il critico, che tra nostalgia, rimpianto e cauto ottimismo, si lanciano qualche garbata schermaglia di circostanza. Nulla di più.

La sala del Piccolo Teatro Studio Melato è buia, silenziosa; i fari sono puntati sulle sedie, al centro della scena, dove restano seduti per tutta la durata della conversazione i protagonisti dell’evento. Ma gli spettacoli “di sedia”sono difficilissimi da gestire, ci vuole vera maestria d’attore per avvincere e muovere gli animi degli spettatori: ci riesce Saverio La Ruina in Italianesi ad evocare potenti immagini e vive emozioni con la sua fredda sedia di metallo; ma qui no: qui tutto è statico, prevedibile, spento. Tiepidamente si applaude alla fine della lunga conversazione e ci si scalda quando viene finalmente e per pochi minuti lasciata la parola agli interventi liberi dei partecipanti.
La sensazione che si ricava alla fine della liturgia è che la questione oggetto di discussione sia stata abilmente evitata. Non sappiamo indicarne le ragioni. E non vogliamo azzardare ipotesi. Si esce delusi, perché un’occasione è stata mancata, ancora una volta, per capire e farsi capire. A lasciarsi sfuggire l’occasione è stato in questo caso il Piccolo Teatro, una realtà d’eccellenza assoluta nel panorama teatrale italiano, che oggi deve essere contemporaneamente centro di produzione artistica e di promozione culturale. stessa ineludibile funzione che spetta a tutti gli altri teatri, più o meno stabili, così come a tutte le altre realtà che hanno individuato nel teatro la forma privilegiata di espressione artistica. Perché, ancora oggi e nonostante tutto, il pubblico esiste e chiede comunicazione, informazione, riflessioni, giudizi, critica. Un primo passo in questa direzione, dell’ascolto, del dialogo e delle risposte alle esigenze di una fruizione degli spettacoli sempre più “esperta” e partecipata, potrebbe essere la trasformazione degli uffici “stampa” in settori addetti alla comunicazione, la divulgazione, la promozione culturale, l’organizzazione di iniziative volte alla formazione di un pubblico consapevole.
senza scaleLa critica non è morta, né è in via d’estinzione, se non nella forma che il recente passato ha conosciuto e codificato. La critica teatrale è semplicemente in fase di evoluzione e di adattamento alla contemporaneità. Il tempo presente, complice la pervasività, la velocità e la potenza della comunicazione digitale, ne sta elaborando forme nuove. Scritti ingenui di riflessione personale si affiancano su internet a messaggi promozionali spacciati per recensioni, ma anche a serie prove di scrittura critica, appassionata, lucida e ben documentata. Non è più possibile ignorare il fatto che le recensioni latitano sulla carta stampata (e spesso non è possibile distinguerle da celate operazioni di marketing), ma fioriscono sul web. E il pubblico, quello reale e quello potenziale, le legge. Il problema, del resto un problema generale dell’informazione sul web, è quello di riuscire a stabilire dei criteri di rilevanza, di pertinenza e di affidabilità diversi dai semplici algoritmi di ricerca di Google. Il Piccolo Teatro, così come molte altre istituzioni teatrali, ha la forza e l’autorevolezza di guidare e orientare (almeno per quanto riguarda la critica teatrale in Italia) la wisdom of crowds di cui parla James Surowiecki, che in mancanza d’altro governa il canone della conoscenza sul web.

Bisogna avere l’ambizione e il coraggio di governare il cambiamento; non bisogna averne paura né evitarlo. Perciò, si incominci a segnalare, a diffondere, ad utilizzare come strumenti di riflessione e di feedback sulla produzione artistica il meglio della critica su carta stampata e il meglio della critica sul web. Si eserciti l’intelligenza della scelta sul merito dei contenuti e non sul mezzo che li veicola: si possono trovare sulla carta stampata, come sul web, contenuti altissimi e sciatti copia e incolla.
Ci si accorgerà che l’assioma di McLuhan, “il medium è il messaggio”, non si adatta a tutte le forme di comunicazione e sicuramente non è stato pensato per istituire gerarchie di valore tra le diverse forme di scrittura critica del nostro tempo.

Segnalo a titolo di esempio solo due delle recensioni dell’ultimo spettacolo di Ronconi apparse sul web
– dal blog ppbb.it
– dal blog del Corriere di Bologna

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