RENZO FRANCABANDERA | In tema di memorie, pur così poco propenso ad alcuna forma di genuflessione giornalistica, ricordo nella militanza critica di aver fatto solo una video intervista letteralmente in ginocchio. Ed è stato per lei, Adriana Asti.
Era reduce da una delle estenuanti recite di Giorni Felici e mi concesse una video-intervista a fine replica, con lei in palcoscenico al Donizetti di Bergamo seduta dopo la rappresentazione ed io letteralmente genuflesso a reggere la telecamera per un breve scambio di battute.
Alcune delle parole che mi regalò allora sulla regia di Bob Wilson mi è sembrato quasi di riascoltarle in Memorie di Adriana, spettacolo che Andrée Ruth Shammah ha diretto ed adattato per la scena traendolo da Ricordare e dimenticare, libro-conversazione tra Adriana Asti e René De Ceccatty, che ripercorre la sua vita artistica davvero leggendaria.
Meritava quindi il debutto a Spoleto 60 questa produzione del Franco Parenti di Milano con il sostegno del festival umbro, che quest’anno festeggiava una ricorrenza particolare,  e sicuramente la figura della Asti è fra quelle che hanno attraversato questo tempo, fra cinema e spettacolo dal vivo, diventando una delle grandi icone  dell’attoralità italiana.

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La drammaturgia proposta gioca ad esaltare le caratteristiche del raccontarsi  fra scena e vita, e così Gian Maurizio Fercioni, storico scenografo del Franco Parenti (e non solo, nei suoi quasi cinquant’anni di carriera), immagina una macchina scenica caravaggesca in cui il drappo rosso del sipario, proprio come nelle tele di Merisi, non separa mai la realtà dalla finzione, e in cui il legno del palcoscenico, crudo nella sua affascinante nudità, si contrappone al rosso carminio non solo del sipario ma anche di un mantello con cui l’interprete si avvolge: ora mantello dal significante nobile, ora rassicurante coperta di Linus, questa metafora del mestiere d’attore avvolge l’interprete in quello che sarebbe a tutti gli effetti un monologo accompagnato dal pianoforte (a Spoleto con le musiche eseguite dal vivo da Alessandro Nidi, qui a Milano da Giuseppe Di Benedetto), se attorno non venisse costruita una pièce dal sapore giocosamente pirandelliano, in cui mentre la diva si nega alla scena, arriva il suo alter ego che la racconta; un “presentatore della serata” e altre figure di mero supporto drammaturgico ma senza alcuna reale rotondità di carattere, ruotano attorno ad un excursus che squarcia la storia (sia con la s minuscola che Maiuscola) dal secondo dopoguerra del Novecento ad oggi.

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Un taglio che ha la cifra della Asti, di quella velata tristezza surreale, sfacciata ed autoironica, senza deità a soccorrere l’umanità fragile e assetata, capace di sfidare l’arte e farne ragione di vita. Mentre il suo alter ego la racconta in terza persona, la diva, che negli anni della cupa censura regalò al cinema tra le altre cose alcuni celebri nudi, nella finzione drammaturgica non esce mai dal suo camerino, dal quale di tanto in tanto vengono voci, canzoni francese del repertorio, che dopo la Adriana che snocciola i suoi ricordi, regala poi dal vivo, omaggiando anche la sua Milano, e ripercorrendo con la memoria una carriera indimenticabile, fatta anche di scrittura, teatrale e non. Questa parte del suo vissuto è forse ora più difficile da ricordare in una carriera così fagocitata dall’io-attrice, ma vanta alcune drammaturgie e rubriche di varia umanità su settimanali e riviste nel periodo d’oro della stampa. Ne vengono estratte letture e piccoli cammei che al pari delle canzoni danno ritmo al monologo, al souvenir.

Lo spettacolo scorre gradevole e dolce, fra fotogrammi tratti dalla scena e da una sterminata filmografia con le direzioni dei più grandi maestri, sia del teatro che del cinema. Qui e lì qualche “di più”, qualche frizzo vaudeville a conti fatti superfluo, ma tant’è, sono pause che servono a dar respiro (o boccata di sigaretta) all’interprete e richiamano l’atmosfera  grottesca e ironica delle regie della Shammah. Lo rivedrei senza fatica, e non solo per lei, la diva che mi ha messo in ginocchio, ma anche per lo struggente finale di lucreziana umanità, condensato in una poesia sul senso profondo del vivere e del morire, che restituisce la grandezza della persona prima che del personaggio.

 

MEMORIE DI ADRIANA

uno spettacolo di Andrée Ruth Shammah
adattamento teatrale e regia
tratto dal libro Ricordare e dimenticare, conversazione tra Adriana Asti e René De Ceccatty

con Adriana Asti
e con Andrea Soffiantini il direttore
Andrea Narsi l’ammiratore
Paolo Roda il tecnico
Antonella Fuiano la sarta
musiche di Alessandro Nidi
al pianoforte Giuseppe Di Benedetto

drammaturgia Federica Di Rosa
scene Gian Maurizio Fercioni
luci Domenico Ferrari
assistente alla regia Benedetta Frigerio
assistente allo spettacolo Enzo Giraldo
direttore dell’allestimento Alberto Accalai
fonico Matteo Simonetta
video Chiara Toschi
costumi realizzati dalla Sartoria del Teatro Franco Parenti
diretta da Simona Dondoni

produzione Teatro Franco Parenti in collaborazione con Festival di Spoleto 60