LEONARDO DELFANTI | Cella Zero – Morte e rinascita di un uomo in gabbia è un pugno allo stomaco. Uno spettacolo di denuncia crudo, efferato e diretto.
La violenza nelle carceri italiane troppo affollate e gestite, in Campania, dalla camorra è una realtà. A dirlo da più di tredici anni è Pietro Ioia, ex detenuto di Poggioreale, attivista per i diritti dei carcerati e oggi, anche per volere del sindaco De Magistris, garante per i diritti dei detenuti a Napoli.

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Lo spettacolo, per la regia di Vincenzo Pirozzi, nasce dopo che Antonio Mocciola, il quale ne cura il testo, legge su La Repubblica della vicenda di Ioia, dei ventidue anni trascorsi in carcere, delle privazioni subite e della “cella zero” in cui i carcerati venivano isolati e picchiati da alcune guardie giudiziarie per il semplice sadismo dell’esercizio del potere.
A tutt’oggi sui fatti è in corso un’inchiesta.

I due si incontrano, scrivono il testo da cui prende forma anche il libro omonimo edito da Marotta&Califero sulla cui copertina appare la faccia di Ivan Boragine, attore noto grazie alla serie Gomorra e che nello spettacolo impersona il giovane Pietro Ioia.

La prima cosa che colpisce del lavoro, presentato in forma ridotta al Festival Non c’è Differenza presso il Teatro Laboratorio di Verona, è la differenza tra i due attori.
Ivan attore navigato e giovane, Pietro uomo maturo, capitato sulla scena quasi per sbaglio: «Cercavamo un attore per fare il ruolo della guardia di Poggioreale ma non si riusciva a individuare: alla fine l’ho fatta io. Ogni volta mi vengono in mente quei trascorsi, io non lo faccio volentieri perché affiorano i ricordi».

Cella Zero, originariamente pensato per un cast di cinque attori, è stato costruito in forma di scene chiuse: l’ingresso in carcere, la vita nella cella, piccoli e grandi abusi, dalla violenza verbale a quella fisica, e l’uscita, la ripresa della libertà una volta pagato il debito con la giustizia.
Anni di vita riassunti in una scena spoglia fatta di una sedia e un cappio.
La sedia della cella, dell’ufficio del direttore e il rialzo per guardare oltre le inferriate, sono solo un supporto perché la vera storia si svolge per terra: per terra sono i vestiti, abbandonati al momento dell’ispezione all’ingresso del carcere, a terra vanno gli occhi, ogni volta che la guardia carceraria parla, per terra è il corpo, martoriato dalle percosse, costretto dal cappio, e a terra si accascia un giovane Ioia distrutto dal divieto di poter presentare l’estremo saluto al padre. «Spero sempre che finisca presto».

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Eppure, nonostante l’evidente scarto tra le capacità attoriali degli interpreti, il pugno della violenza, della sofferenza ingiustificata, arriva spietato.
Vedere il vero Pietro Ioia, nel ruolo di aguzzino, umiliare, picchiare e disprezzare il personaggio Ioia, vederlo fallire nel tentativo di essere ciò che lui da sempre condanna è di per sé un risultato per lo spettacolo, per la denuncia. Pietro Ioia quello che porta in scena l’ha vissuto, e neppure lavorare assieme a un professionista come Ivan Boragine riesce a farglielo metabolizzare.

«Pietro non riesce ad esorcizzare in scena la sofferenza che ha subito, tanto da non riuscire ad interpretare la cattiveria», spiega poi Boragine nel dibattito che segue lo spettacolo. Sebbene, dunque, l’azione registica sia costruita più sulla biografia di Ioia che su un contesto che gli dia effettivamente la possibilità di raccontare i suoi trascorsi, il ricordo delle vicende, supportato dalla missione di coloro che prestano corpo ai personaggi, è tale da amplificare il messaggio della messa in scena.

Voltaire scrive che il grado di civiltà di un paese va dimostrato attraverso il funzionamento delle sue carceri e dei suoi ospedali: senza queste due istituzioni una nazione è destinata a fallire. Uno degli impegni di Pietro Ioia come attivista per i diritti dei detenuti è anche l’incontro con i ragazzi: «Le nuove generazioni devono sapere cosa accade nelle carceri. Andare a parlare nelle scuole è la cosa più bella, i giovani prestano massima attenzione».
In Campania sono tre anni che Cella Zero è richiesto nelle scuole; la sfida ora è portarlo nelle carceri italiane.

Durante il dibattito, in un teatro gremito di pubblico, si palesa che sono molte le realtà che crediamo di conoscere ma che non conosciamo affatto. Per Ioia, Boragine, Mocciola e molte altre persone il teatro è un’occasione per schierarsi. L’impegno civile non si slega dall’azione performativa, oltre la qualità della messa in scena. Il teatro deve essere anche uno strumento di denuncia che urla l’ingiustizia di un carcere tra i più affollati d’Europa. Ivan confessa che all’inizio non è stato facile: prendere posizione, trovare piazze e attori per lo spettacolo era complesso. Oggi in molti vogliono essere parte del progetto.

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Cella Zero è un atto di ribellione. Un uomo che alza la testa e dice di no. All’inizio dello spettacolo, alla fine del dibattito e durante il nostro colloquio Pietro ha sempre ripetuto: «Lo spettacolo lo dedico alla polizia, alla guardia di finanza, alle divise oneste che sono tantissime». Anche per la forza dell’onestà intellettuale di un uomo che rispetta le forze dell’ordine, denunciandone le mele marce, Pietro Ioia è stato insignito del Premio Stefano Cucchi, la cui famiglia, nonostante una battaglia legale sfibrante contro gli agenti che hanno ucciso il loro figlio non è mai, mai venuta meno al rispetto per l’Arma dei Carabinieri.

CELLA ZERO – MORTE E RINASCITA DI UN UOMO IN GABBIA

di Antonio Mocciola, Pietro Ioia
con Pietro Ioia, Ivan Boragine

Teatro Laboratorio di Verona
27 novembre 2019

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