LAURA BEVIONE | Sono passati ben cinquecento anni dalla prima messa in scena di quello che è giustamente giudicato il capolavoro teatrale del Rinascimento italiano, una commedia che lascia in bocca un gusto decisamente amaro. Parliamo della Mandragola, principale opera non trattatistica di Niccolò Machiavelli, di cui il filologo Pasquale Stoppelli ha ricostruito il testo originario, pubblicato nell’edizione nazionale delle Opere dell’autore fiorentino stampata dall’editrice Salerno.
Ed è proprio questa versione, di cui non è stata toccata neppure una virgola, a costituire il copione della Mandragola allestita al Teatro Due di Parma dal giovane regista Giacomo Giuntini, convinto che la lingua di Machiavelli, benché apparentemente ostica, possieda quella concreta e immediata espressività che rende la commedia pienamente fruibile anche dal pubblico contemporaneo.

Una scelta certo controcorrente in un panorama teatrale – e non soltanto – caratterizzato dalla smania per l’adattamento e per l’attualizzazione, motivata dalla presunta necessità di rendere tutto “contemporaneo”. Ma, a guardare bene, la contemporaneità, come in questo caso, è già nel testo originale, basta avere la pazienza – e pure l’umiltà – di saperla rintracciare.

La commedia di Machiavelli, com’è noto, accompagna il fortunato dispiegarsi di una beffa, suggellata dal trionfo dell’arguzia e dell’avidità – incarnate rispettivamente dal “faccendiere” Licurgo e dal frate Timoteo – sulla dabbenaggine di Nicia.
Nell’arco di ventiquattr’ore (Machiavelli rispetta diligentemente le aristoteliche tre unità) assistiamo tanto al realizzarsi del desiderio di Callimaco di congiungersi con la bella Lucrezia, moglie di Nicia, quanto alla metamorfosi di quest’ultima, da integerrima e piissima sposa ad amante compiacente.
Alla fine, dunque, tutti sono soddisfatti: Nicia e la madre di Lucrezia hanno ottenuto che la consorte e figlia si sottoponesse alla “cura” consigliata dal “medico” Callimaco per rimanere finalmente incinta; il frate è stato generosamente ricompensato per essersi prestato all’inganno; Licurgo gode della propria intelligenza e del proprio potere di freddo manipolatore delle vite altrui.

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Un “lieto” fine cinico e raggelante, che nega e ribalta il consueto e auspicato trionfo della giustizia e dei buoni sentimenti, realisticamente soppiantati da un concreto e spregiudicato pragmatismo, lo stesso che Machiavelli indica quale una fra le qualità prime del suo Principe. Ecco, allora, che la Mandragola si configura quale naturale correlativo fictional della scientifica riflessione politica condotta dall’autore fiorentino, fine e disincantato conoscitore dell’animo e del cuore dell’uomo, sia esso sovrano, soldato, sacerdote ovvero semplice lavoratore.
Una commedia innervata della medesima visione del mondo generatasi in Machiavelli da un’acuta osservazione di pulsioni, moventi e desideri dei propri simili; un’analisi fredda e quasi del tutto oggettiva, in quanto programmaticamente non inficiata da stereotipi né, soprattutto, da qualsivoglia decalogo etico. Uno scandaglio della realtà che conduce a un risultato tanto scoraggiante quanto purtroppo realistico: ognuno di noi, ci dice Machiavelli, non mira che a realizzare il proprio bene, indifferente tanto alla morale – vedi il frate Timoteo – quanto ai legami familiari – la madre di Lucrezia, che non esita a spingerla a letto con un altro…

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Un microcosmo che riflette una società che, dopo cinquecento anni, non pare essere cambiata, anzi: ecco, allora, la scelta degli specchi ai lati del corridoio sul fondo della scena, la quale ribalta la classica scenografia prospettica rinascimentale, con le sagome degli edifici che, anziché verticalmente, sono disposte in orizzontale, quasi appoggiate sul pavimento.
Così i costumi sono un interessante mix di cinquecentesco e contemporaneo, con elementi immediatamente simbolici: le coperture falliche degli uomini; le scarpe dal tacco sado-maso della madre di Lucrezia.
Scene e costumi sono soltanto due dei mezzi attraverso i quali la salda regia di Giuntini sceglie di sottolineare la costante sopravvivenza dell’egotismo e della legge per cui il più sciocco è destinato a soccombere all’arguzia dei Licurgo di turno. C’è, poi, l’attenzione riservata al modo di porre le battute, così che la lingua arcaica, certo, ma sonora e carnale di Machiavelli arrivi esplicita e puntuta agli spettatori. E c’è la capacità di coniugare la cura filologica, che spinge il regista a inserire le canzoni originali composte dal musicista rinascimentale Philippe Verdelot, all’inventività non gratuita che lo convince a farle eseguire dal vivo da interpreti di nero vestiti e con il viso celato da inquietanti maschere zoomorfe create da Veronica Pastorino.

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Lo spettacolo, così, appare tutt’altro che un’operazione museale ma, al contrario, un ritratto sferzante dell’umanità e un implicito invito a recuperare il significato più vero della pratica politica, ovvero disincantata presa d’atto dell’innata meschineria dell’umanità ed esercizio dell’intelligenza finalizzata a evitare che gli uomini, lupi in lotta l’uno con l’altro per prede ognora diverse – una donna, una poltrona, un patrimonio – si divorino a vicenda, causando l’estinzione della specie.

Ed ecco che, al termine della messinscena, gli applausi giungono sì con entusiasmo per la qualità dell’allestimento e la bravura degli interpreti – fra i quali spicca Luca Nucera, magistrale nel ruolo del’antipatico, untuoso ma vincente Licurgo – ma sullo sguardo del pubblico incombe un’ombra di opaca pensosità…

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di Niccolò Machiavelli

canzoni originali composte da Philippe Verdelot
regia Giacomo Giuntini
costumi Maria Giovanna Farina
maschere Veronica Pastorino
luci Claudio Coloretti
interpreti Cristina Cattellani, Laura Cleri, Paola De Crescenzo, Davide Gagliardini, Nicola Nicchi, Luca Nucera, Massimiliano Sbarsi, Emanuele Vezzoli, Nanni Tormen; e con Jacopo Facchini, Francesca Cassinari, Matteo Magistrali, Roberto Rilievi, Marco Saccardin

produzione Fondazione Teatro Due

Teatro Due – Spazio Bignardi, Parma
19 gennaio 2020

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