Su Dante, i poeti, l’amore: I fedeli d’amore del Teatro delle Albe

LAURA BEVIONE | Dante Alighieri, il poeta sommo, il padre della nostra lingua e il precursore dei combattenti del Risorgimento italiano, il cantore dell’amore nelle sue differenti gradazioni fino alla sublime passione spirituale, accompagna da sempre, in filigrana, l’avventura teatrale di Ermanna Montanari e Marco Martinelli, come ben testimonia l’ultimo libro dell’autore-regista, Nel nome di Dante (Ponte alle Grazie, 2019).

Da qualche anno, poi, Dante e la sua immensa Commedia sono l’oggetto di quella concretissima utopia teatrale che è la messinscena delle tre cantiche nella città e con i cittadini di Ravenna – ma riproposta anche in altri contesti, Matera come Timisoara in Romania – che, dopo Inferno e Purgatorio, si concluderà il prossimo anno, 2021, a settecento anni dalla morte del poeta, con il Paradiso e la riproposta anche delle due tappe precedenti.

Un progetto al quale Ermanna e Marco, con il loro Teatro delle Albe, affiancano un altro lavoro “dantesco” ma più raccolto, allestito tradizionalmente nei teatri cittadini e, nondimeno, innovativamente concepito: si tratta di Fedeli d’amore, ovvero un polittico in sette quadri per Dante Alighieri, costruito assemblando in maniera assai originale le policrome tessere di parola, musica e pittura.

Il testo di Marco Martinelli interpola la voce del poeta – un Dante afflitto dalla malaria e prossimo alla morte – con un testo che mescola dialetto romagnolo e italiano, creature viventi e demoni, animali e fenomeni atmosferici. I sette, eterogenei quadri che costruiscono questo polittico teatrale per parole, suoni e immagini descrivono la nebbia che, in un’alba del 1321, accoglie il risveglio da un sonno tormentato il moribondo Dante; il demone della fossa in cui sono gettati i mercanti di morte; l’asino che trasporta il poeta – e, non a caso, questo animale, tanto umile quanto prezioso, è al centro del logo del teatro delle Albe -; il diavoletto che getta zizzania fra gli uomini; l’Italia, “serva” e incapace di risollevarsi dalla sua condizione di colpevole schiavitù; Antonia, figlia del letterato; e, in conclusione, «una fine che non è una fine».

Entità, non tanto personaggi, cui dona concreta esistenza Ermanna Montanari, piccola eppure enorme presenza sull’onirica e immaginosa scena, in piedi davanti a un leggio, immersa in una drammaturgia visiva e sonora – sul palco ci sono anche Simone Marzocchi e la sua tromba – tanto ibrida e inaspettata quanto evocativamente pregnante.

L’attrice flette la propria voce in modo da attribuire sensibile sostanza alle ruvidezze del dialetto così come all’animalesca e determinata tenerezza dell’asino; alla beffarda astuzia dei demoni così come all’ineffabile eppure razionalmente materica nebbia che introduce la messinscena.

La performance di Ermanna testimonia di un lavoro non semplicemente tecnico né autoreferenziale sulle potenzialità espressive della voce umana così come sulla sua possibile interazione con la musica – la partitura, originale, si deve a Luigi Ceccarelli. Non solo, voce e suono si combinano armoniosamente pure con la creazione visiva: ecco, allora, gli angeli di Giotto riempire quella scena che, prima, era stata avvolta dall’azzurro-grigio della nebbia ovvero dal rosso dei demoni. Colori e figure nei quali l’attrice affonda per poi riaffiorare e riconquistare una sorta di primo piano, quasi un montaggio alternato e suggestivo, anch’esso parte di una drammaturgia che sa coniare un linguaggio che non è la semplice sovrapposizione di vocabolari differenti, bensì la loro fluida confluenza.

Fedeli d’amore, però, non è soltanto uno spettacolo mirabile dal punto di vista tecnico, un’opera frutto di un sopraffino artigianato teatrale mai contento dei risultati raggiunti e ognora pronto a sperimentare e a sperimentarsi, bensì un atto di amore per la poesia e per il proprio lavoro/missione.
Dante parlava di se stesso e dei suoi maestri e compagni quali “fedeli d’amore”, intendendo la necessità, per chi di letteratura e di arte si occupa, di impedire che la propria anima fosse invasa da qualcosa che non fosse amore. Amore verso l’umanità, per il creato e, certo, anche per il creatore.

Ma cosa significa, oggi, essere fedeli d’amore, si chiedono e ci chiedono Ermanna e Marco? Farsi incantare da un’alba avvolta dalla nebbia, guardare negli occhi un asino, resistere al demone dell’invidia e della sopraffazione, dare una carezza al proprio genitore, accettare la morte quale suggello di una vita pienamente vissuta, senza temere di guardare il proprio volto rispecchiarsi negli occhi degli altri…

FEDELI D’AMORE
Polittico in sette quadri per Dante Alighieri

di Marco Martinelli
ideazione e regia Marco Martinelli, Ermanna Montanari
musica Luigi Ceccarelli
regia del suono Marco Olivieri
spazio e costumi Ermanna Montanari, Anusc Castiglioni
ombre Anusc Castiglioni
disegno luci Enrico Isola
interprete Ermanna Montanari
tromba Simone Marzocchi
produzione Teatro delle Albe/Ravenna Teatro
in collaborazione con Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia 2018, Teatro Alighieri di Ravenna

Teatro Astra, Torino
31 gennaio 2020

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