ELENA ZETA GRIMALDI| Questo è uno spettacolo per stomaci deboli, uno spettacolo per stomaci deboli ma coraggiosi, stomaci che vogliono essere presi a pugni. Del resto, è questa una cifra dei Mana Chuma: rapirti in un universo altro per poi, inaspettatamente ma mai alle spalle, colpirti. Forte. Molto forte.
«Ci metterò un po’ a digerire questo spettacolo» è il commento di una spettatrice davanti al portone del teatro Clan Off di Messina, alla fine della replica di Come un granello di sabbia, vincitore di InBox 2016 e menzionato nella motivazione del Premio della Critica 2019 che l’ANCT ha assegnato alla compagnia.

Lo spettacolo ripercorre la vicenda di Giuseppe Gulotta, capro espiatorio di una strage ancora oggi avvolta nel mistero, accusato di essere entrato, quella notte del 27 gennaio 1976, nella caserma dei carabinieri di Alcamo Marina e di aver ucciso nel sonno Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, con tre colpi di pistola, senza un preciso movente. Gulotta stesso segue lo spettacolo in tour fin dal debutto, quando non ha urgenze da sbrigare per la sua Fondazione, come questa sera. Ma ci tiene comunque a presenziare e, seppure in videochiamata, prima che si abbassino le luci il pubblico ha l’occasione di scambiare quattro chiacchiere con lui; il che potenzia lo straniante binomio di testimonianza e rappresentazione che è il cuore dello spettacolo: una vicenda così grottesca che continuamente ci sorprendiamo nel ricordarci che è (amara) realtà.

foto di Marco Costantino, Teatro Cilea (RC), 2017

Giuseppe Gulotta lo vediamo poco prima dell’arresto: il sole della Sicilia illumina le sue giornate da diciottenne che si divide tra il lavoro e gli amici, mentre nel suo giorno libero sale in vespa: «Fai il ragù, mamma? E allora sì che torno per pranzo!». E a tutta velocità sfreccia verso la spiaggia, assaporando ogni curva della strada, godendo dell’aria che gli scompiglia i capelli. Quella stessa aria che di lì a poco cercherà di contare, là dove è somministrata a orari: in carcere. Si possono contare gli anni: quelli della crescita, quelli di prigionia, quelli di attesa in un’apparente libertà, e poi quelli ancora in cella; ma come si fa a quantificare l’aria? Quella che ti manca, quella che avevi, quella che ti concedono, quella che sputi quando uomini in divisa ti massacrano di botte per farti firmare un foglio su cui potrebbe esserci scritta qualsiasi cosa. E tu firmi. Una firma per una vita. La tua firma per avere la possibilità di vivere almeno la vita di un altro.

Ad amplificare per contrasto la condizione del protagonista, altre vite incrociano la sua storia, tutte attraverso il corpo di Salvatore Arena, interprete dalla presenza sommersiva, la cui voce è materia palpabile che crea persone e luoghi (ne abbiamo avuto un assaggio in occasione del reading/anteprima di F-Aìda. Eppure cantava ancora di cui vi abbiamo raccontato, in scena poi all’India di Roma per la finale del Premio Cappelletti lo scorso dicembre). Quell’uno in scena si fa rappresentazione corale di una storia che si muove tra la solitudine di un uomo e il caos in cui è immerso, attraverso la delicata ma mai piatta drammaturgia costruita insieme a Massimo Barilla, che oscilla in equilibrio tra azione e riflessione.

La verosimiglianza degli elementi scenografici non s’irrigidisce nella descrizione e, nella sfocatura che concede, la nostra immaginazione ha modo di agire: un sacco di stracci penzola dal soffitto a testa in giù, un megafono (o forse una lampada da interrogatorio) è issato su una strana seduta che è sedia delle torture e banco d’imputazione (e sullo schienale sembra di intravedere delle cerniere, un chiavistello, il battente di una finestra sigillata). Per ovvi motivi di spazio non è presente l’imponente muro di ferro che sovrasta l’allestimento, ma la piccola sala off del Clan crea una particolare complicità, amplificando il lato più intimo della storia.

È facile, davanti a una finzione, immedesimarsi nel protagonista fino a riuscire persino a biasimarlo, a pensare che noi al suo posto ci saremmo “fatti valere”. Ma il teatro evidenzia sempre che siamo umani: di carne e sangue, di desideri e di rivalsa, ma anche di paura e di dolore. Davanti a questa macchina trita-vite che può essere in certe circostanze la “giustizia, non siamo più così sicuri che noi avremmo fatto diversamente.
È questa dose di inaspettato ma del tutto (amaramente) logico, chirurgicamente somministrata sotto ogni aspetto, che affascina negli spettacoli della compagnia, che si nutre e alimenta a sua volta l’identità di un Sud in cui gli stereotipi non trovano posto e che travalica la specificità da cui parte.

Il granello di sabbia dei Mana Chuma fa scaturire innumerevoli spunti e domande: come ci poniamo di fronte alla violenza e alla sofferenza dell’ingiustizia, soprattutto istituzionalizzata? Come ci sentiamo nel “vivere” queste storie? E, personale ma penso legittima curiosità: come ci si sente a subire tutto questo e a rivedere, spettacolo dopo spettacolo, sera dopo sera, la tua storia rivissuta davanti a te? A questa mia domanda, Gulotta risponde che è una cosa che si deve fare, una storia che bisogna raccontare, per chi non la conosce, per chi ne vive una simile, ma anche per chi l’ha vissuta e non ha la fortuna di essere qui a raccontarlo. Perché non capiti mai più.

«Si deve raccontare». Una risposta apparentemente banale. Ma il raccontare non ha nulla di banale, il raccontare è lo strumento attraverso cui ognuno di noi si comunica all’altro. Raccontando, comunichiamo noi stessi, e comunichiamo la nostra parte di mondo, regalando all’altro il nostro piccolo pezzo del grande puzzle della vita. Tra tutte le qualità elencabili, Come un granello di sabbia ha anche questa: offrirci una parte di realtà che, per fortuna nostra (e solo per fortuna), conosciamo esclusivamente dalla cronaca.

 

 

COME UN GRANELLO DI SABBIA
Giuseppe Gulotta, storia di un innocente

di Salvatore Arena e Massimo Barilla
testo e regia Salvatore Arena e Massimo Barilla
con Salvatore Arena
scene Aldo Zucco
musiche Luigi Polimeni
luci Stefano Barbagallo
equipe tecnica di scenografia Antonino Alessi, Grazia Bono, Caterina Morano
assistente alla regia Ylenia Zindato
consulenza storica Giuseppe Gulotta e Nicola Biondo
(autori del libro Alkamar – La mia vita in carcere da innocente, ed. Chiarelettere)
produzione Mana Chuma Teatro / Fondazione Horcynus Orca / Horcynus Festival ’15
in collaborazione con La P.E.C.Giusto ProcessoRete Latitudini 

Clan Off Teatro, Messina
7 febbraio 2020

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