LAURA NOVELLI | Ha raccontato pagine emblematiche della nostra Storia nazionale posando lo sguardo sull’epopea degli ultimi, dei semplici: migranti, soldati, lavoratori, ragazzi, uomini e donne di un’Italia sofferente ma vitale riconsegnati, attraverso il teatro, alla loro dignità di esseri umani, di anime dai destini comuni, di protagonisti silenziosi dei grandi cambiamenti epocali che hanno scandito il Novecento. Il suo racconto, rivolto altrettanto spesso a temi e problematiche di cocente attualità, ha scelto, per lo più, la strada di una narrazione monologante: voce capace di disegnare le tante voci di un flusso corale di identità diverse puntellato di suoni, dialetti, annotazioni mimiche. Mario Perrotta, autore, attore e regista ben noto al grande pubblico, appartiene a quel genere di artisti per i quali forma e sostanza procedono di pari passo. E la sostanza nel suo caso ha avuto sempre il sapore dell’urgenza sociale, dell’inchiesta psicologica, del saggio storico. “Colpa” forse anche della sua laurea in Storia e Filosofia e “colpa”, ancor più, della caparbia convinzione che niente come il passato possa aiutarci a leggere il presente.

La pandemia da Coronavirus lo ha colto nel pieno delle repliche di due importanti lavori, In nome del padre (dove recita da solo) e il più recente Della madre (in scena con Paola Roscioli e Yasmin Karam), dedicati al tema della famiglia e delle trasformazioni accorse nei suoi delicati equilibri relazionali. Tournée ferma. Date annullate. Come molti artisti e teatranti italiani, anche lui e la sua compagnia si sono dovuti fermare. Stare a casa. Ma proprio dalla sua casa Perrotta entra nelle nostre tutti i giorni attraverso il canale youtube dell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano e Radio3Suite (ore 20) con il progetto inedito Manuale di sopravvivenza, rilettura in musica e parole di Terra matta di Vincenzo Rabito scandita in trenta puntate e prodotta dallo stesso Archivio in collaborazione con Rai Radio3, Giulio Einaudi Editore e Duel.

Difficile definire in modo sintetico cosa rappresenti questa autobiografia pubblicata da Einaudi nel 2007 selezionando i passi salienti di quelle 1027 pagine di diario personale che Rabito – classe 1899, siciliano, bracciante semianalfabeta – scrisse da anziano con una macchina Olivetti chiudendosi per dieci anni in una stanza trasformata nel luogo della sua memoria. Ogni “Ebica” in cui è suddiviso il racconto (avviato il 6 aprile, il format durerà un mese su Youtube mentre si è concluso al 17 aprile alla radio) ci parla di un pezzetto della nostra Storia, ci restituisce il dramma della miseria, della grande guerra, della febbre spagnola, del fascismo, del secondo conflitto mondiale. E lo fa con quella lingua sgrammaticata, ruvida, diretta, ironica, straordinariamente viva di cui Rabito, grande autore suo malgrado, è artefice inconsapevole. Una lingua che inchioda e che rende visibile sotto i nostri occhi quanto essa dice, urla, sussurra. Finché ci accorgiamo che le tragedie dell’umanità si assomigliano tutte. Ieri come oggi. E dunque partiamo da questo viaggio a ritroso nel secolo scorso per ragionare con Perrotta su quanto ci sta accadendo in questi mesi di pandemia.

La prima domanda è d’obbligo: come stai affrontando la quarantena forzata?

La vivo essenzialmente come un momento di stasi. Di riflessione. Abito a Medicina, vicino Bologna, a circa un chilometro da quella zona rossa che, come tutti sanno, è stata una delle prime ad essere chiuse. Mi ritengo privilegiato perché davanti a me ho una strada con tutti i servizi essenziali e dietro la campagna, immutata, identica a prima. Passo le giornate lavorando, sto con la mia compagna (l’attrice Paola Roscioli, ndr) e con mio figlio di sette anni che, come tutti i bambini della sua età, sta subendo molto la situazione: niente scuola, niente amici, niente attività all’aperto. Cerchiamo di inventarci delle cose da fare insieme anche se lui chiede spesso il motivo per cui non possiamo uscire, magari solo noi. “Perché saremmo dei furbi”, gli dico. Certamente all’inizio Paola e io abbiamo vissuto la novità con grande preoccupazione e lui ci ha visti tesi, agitati. Ha iniziato a svegliarsi di notte perché faceva brutti sogni. Poi abbiamo cercato di essere più calmi e sereni e lui si è tranquillizzato.

In queste ultime settimane hai deciso di proporti al pubblico in video e in voce leggendo Rabito. Da dove nasce questo complesso progetto che risuona come, citando Camilleri, “un racconto miracoloso e involontario”?

L’idea si deve al Piccolo Museo del diario. Un’idea secondo me molto giusta per le circostanze che stiamo vivendo. Si tratta di un appuntamento quotidiano, alla Decameron, che dura un intero mese e che perciò si prende tutto il tempo necessario per arrivare al pubblico. Un mese di racconto anche perché ciò che qui si narra copre oltre cinquant’anni di Storia italiana (e non solo) e merita un tempo dilatato. Lavoriamo da casa. Abbiamo allestito una stanza a studio di registrazione insonorizzando le pareti con strati di gommapiuma e coperte e usiamo dei cellulari e i mezzi che avevamo già a disposizione. Siamo persino riusciti a ritrovare una vecchia Lettera 22 della Olivetti che Paola – qui traduttrice in voce di alcune specialità “rabitesi” che appartengono ad un dialetto personalissimo – teneva in soffitta e la si vede spesso nelle immagini di backstage che introducono e chiudono le varie puntate. Con noi c’è anche Elisa Cuciniello che, oltre a essere un’organizzatrice molto in gamba, è bravissima con la tecnologia e pertanto cura la redazione dei testi e il montaggio video; il montaggio audio è un mio compito, molto agevolato dalle musiche – direi perfette – composte ad hoc da Mario Arcari e dai brani al pianoforte eseguiti da Silva Costanzo. Elisa vive con noi ed è regolarmente domiciliata da me in regime di smartworking.

Come ti appaiono gli italiani in questa circostanza? Che impressioni ti suscitano?  

Mi sembra che siamo tutti agitatissimi e non si sa perché. Forse non sappiamo gestire questo tempo lento, diverso. Siamo così abituati ai ritmi accelerati, a fare mille cose contemporaneamente, ad essere trottole in perpetuo movimento, che non riusciamo a concepire uno stile di vita più tranquillo. Questa esperienza, per quanto terribile, ci sta regalando l’opportunità di assaporare un tempo più dilatato e non dovremmo sprecarla.

In molti hanno definito il tempo della quarantena cui siamo costretti un tempo “sospeso”. Sei d’accordo con questa definizione?

Non mi sembra affatto un tempo sospeso, tutt’altro. Ho l’impressione che sia un tempo di iperattività, come se avessimo il bisogno di scongiurare la nostra stasi indotta. Siamo cresciuti in una mistica del multitasking che ci fa sentire persi se non facciamo, se non produciamo, se non ci affanniamo di qua e di là. Adesso dovremmo avere la capacità di tornare alla nostra vera natura. Quindi no, non lo definirei un tempo sospeso quanto, piuttosto, un tempo umano. D’altronde la Storia è piena di cambiamenti enormi. Basti pensare a ciò che è successo durante e dopo le due guerre mondiali. Il tempo del Coronavirus è un tempo certamente eccezionale ma, se si guarda al passato, ci accorgiamo che situazioni simili si sono verificate spesso. Le pestilenze ci hanno straziato da sempre.   Oggi, per fortuna, in poco tempo riusciamo a raccogliere tante informazioni importanti sul virus; ci sono sette, otto studi scientifici dedicati alla ricerca di un farmaco, di un vaccino. Tra qualche mese probabilmente avremo trovato una cura. Nel passato si moriva punto e basta.

Nelle varie Ebiche viste e ascoltate finora il protagonista rievoca la durezza di un’infanzia trascorsa a lavorare per la famiglia, l’esperienza della prima guerra (Rabito era uno dei ragazzi del ’99 partiti per il fronte non ancora diciottenni), l’epidemia di febbre spagnola del ’18, il fascismo. Parlando proprio della spagnola racconta di lui in licenza a casa e costretto a non uscire e a non farsi vedere. Uno scenario da Coronavirus ante litteram che suona attualissimo.

Proprio così. Ma la sua intera esistenza credo che ci sappia insegnare tanto oggi. Fa la fame da piccolo (rimane orfano di padre in tenera età), due guerre, la spagnola, il secondo dopoguerra, il ‘68. Il suo è lo sguardo di un uomo semplice, quasi primitivo, eppure estremamente intelligente, capace di resistere a tante atrocità e a tanti dolori. La sua più grande fortuna è stata la curiosità. Se ci pensiamo è incredibile quanto e come abbia scritto. È stato un autodidatta; non aveva frequentato la scuola ma è riuscito a produrre oltre 1000 pagine di autobiografia. Ho immaginato quale sforzo immane abbia fatto. Quasi ogni parola dei suoi diari (consultabili nel sito dell’Archivio http://archiviodiari.org/, ndr) è divisa dall’altra da un punto e virgola, come per dire: “Vaffanculo: ce l’ho fatta!”. Una battaglia stupenda e caparbia con la lingua che costruisce, frase dopo frase, un grande affresco di storia italiana.

Da teatrante immagino tu sia molto preoccupato per la situazione economica in cui versano tanti settori produttivi e, in modo particolare, il mondo dello spettacolo. Cosa pensi a riguardo?

Sono consapevole che appartengo a una delle categorie che soffriranno di più per questa crisi. Ho paura certamente. Noi del settore saremo tra gli ultimi a poter ripartire con il nostro lavoro e dunque sono preoccupato come tutti. Da un lato, parlando della mia situazione personale, sono fortunato perché ho raggiunto un buon successo e immagino che dopo il virus il pubblico si ricorderà ancora di me. Pensando però a tante realtà giovani, la preoccupazione si fa più forte. Al momento la mia urgenza è garantire lo stipendio ai dipendenti della mia compagnia. Non posso lasciare le persone nei guai. Dovrò accedere ai fondi di garanzia dello Stato e li ripagherò in dieci, venti, trent’anni. Bisognerà arrangiarsi. Secondo me, non sono problemi insormontabili. Difficili sì, ma si tratta di un periodo di transizione che va affrontato. Non abbiamo scelta.

Ragionando sulla ripresa delle attività di spettacolo dal vivo, come si potrà realizzare secondo te e, soprattutto, la gente tornerà facilmente a sedersi in una sala teatrale?

Presumo che prima di novembre, se la situazione globale lo permetterà, non sarà possibile ripartire con l’attività consueta. Dovremo comunque studiare nuovi strumenti, nuovi formati, nuovi scenari di organizzazione degli spazi per garantire il distanziamento sociale. Immagino, ad esempio, pochi spettatori a replica e ben distanziati. Ciò provocherà ovviamente delle difficoltà economiche non indifferenti. Ma sono sicuro che sapremo inventare una nuova normalità; dovremo tutti fare un grande sforzo. Il pubblico ci sarà, ne sono certo, perché le persone, dopo questa pandemia, avranno ancora più bisogno di teatro, cinema, musica.

Subito dopo il decreto che ha chiuso i teatri, diverse realtà hanno proposto lavori in streaming e spettacoli virtuali. Una riflessione su questo.

Credo che ognuno sia libero di far quello che vuole. Certamente il web non è il luogo elettivo del teatro, non so quanto terreno fertile trovi lo spettacolo dal vivo on-line. È un modo per esserci ma si avverte che è un’altra cosa rispetto al teatro in scena. Forse lo streaming può essere utile per offrire contenuti in più, complementari. Non può sostituire uno spettacolo. Ma, nel caso di Manuale di sopravvivenza, si tratta di un progetto radiofonico e video pensato ad hoc per lo strumento web e nato appositamente per questa emergenza.

Emergenza che rappresenta un passaggio storico cruciale: in che modo a tuo avviso ci segnerà come esseri umani?   

Ne resteremo segnati positivamente secondo me, perché rivaluteremo gli aspetti importanti della vita. Fermo restando che si tratta di una situazione tragica, mi dà la speranza di un futuro migliore. Del resto, dopo ogni catastrofe, c’è un rinascimento. Ci sarà bisogno di bellezza, urgenza, necessità. E anche il mondo artistico saprà produrre nuove energie. Basti pensare che il nostro cinema migliore, quello del Neorealismo, è figlio dell’orrore della guerra.
Stiamo vivendo questo momento come fosse una pestilenza toccata solo a noi, sfortunati abitanti della Terra del terzo millennio. Ma quando mai? Leggendo Rabito mi sono ancora più convinto che il secolo scorso è stato davvero una prova di sopravvivenza per tante persone. E dunque non posso che consigliare a tutti di andare a rileggere la Storia. C’è anche da dire che avvertiamo un clima di terrore costruito a livello mediatico con una produzione esagerata di informazioni e controinformazioni. Numeri, curve dei contagi, continui aggiornamenti. Certamente ci sono stati e continuano ad esserci tanti morti, il dolore di familiari che hanno perso i loro cari è enorme, il dramma vissuto negli ospedali una trincea. Tutto ciò è innegabile e duro. Ma l’eccessiva informazione e soprattutto la velocità delle notizie producono solo spaesamento.

Nelle prime settimane di diffusione del contagio, quando ancora era inimmaginabile lo scenario attuale, eri impegnato nella tournée di Ðella madre (debuttato al Piccolo di Milano a gennaio), secondo momento della trilogia sulla famiglia cui tieni molto e che si concluderà con un capitolo sulla figura del figlio. Ecco, per tornare ai bambini, ai ragazzi, donne e uomini di domani, tu, da padre, quale messaggio manderesti ai tanti genitori impegnati in questi giorni a sostenere e guidare i più piccoli?   

Cerchiamo di cogliere questa occasione per insegnare ai nostri figli il valore delle cose, degli oggetti, anche di quelli più semplici. Il valore del tempo. E poi cerchiamo di raccontare loro quello che sta accadendo in modo quanto più possibile sereno. Noi abbiamo spiegato a nostro figlio cosa è un virus, come agisce, che è furbo perché non si fa vedere e che stiamo aspettando un vaccino o delle medicine per sconfiggerlo. E questa attesa è quella che ci accomuna tutti. Un’attesa che deve essere fiduciosa perché, dopo, sapremo rinascere migliori di prima.

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