ANDREA ZANGARI e LEONARDO DELFANTI | Gettiamo lo sguardo oltreconfine, in Polonia. Un paese dove i contagi sono stati pochissimi rispetto al resto d’Europa, e dove nondimeno i teatri sono chiusi, e i teatranti in attesa di un piano chiaro e organico per la categoria. La scena contemporanea polacca è di estrema vitalità, eppure si registra un problema politico dalla radici profonde, una diffidenza degli organi governativi, cattolico-conservatori, verso i nuovi linguaggi artistici: una condizione che in questo frangente estremizza la marginalità della categoria. Abbiamo per questo pensato di dare la voce a una coreografa e performer impegnata nelle ricerca sulle narrazioni fra potere e violenza del corpo femminile, in un Paese ove il peso culturale della chiesa cattolica ha risalito la coscienza comune nel capillare desiderio di identità nazionale. Fino al tentativo, perpetrato proprio in queste settimane, di legiferare in materia di aborto, limitandone il ricorso.

Renata Piotrowska-Auffret si forma tra i linguaggi del teatro e della danza, ibridandone gli strumenti a servizio di una drammaturgia che indaga finemente il rapporto fra corpo e parola. Dei suoi lavori ci ha colpito molto Death: exercises and variation (2014), attraversamento dell’iconografia della Danza Macabra inteso a sondare fobie e manie necropolitiche della nostra società che vuole spingere la morte lontana dai corpi. Una performance che oggi potrebbe aiutarci a metter mano nel groviglio di sensazioni contrastanti che abbiamo in corpo. Death costituisce una trilogia di private pieces con altri due recenti lavori: The pure gold is seeping out of me (2017) e Flatland of limp muscles (2019), sguardi biopolitici, puntati sull’abuso dei corpi femminili.

Per ricordare che i cogenti rapporti di forza in tempo di crisi tendendo a consolidarsi, in un ambiente a tasso di libertà ridotto.

Partiamo da dove si è interrotto il tuo lavoro.

Ero in scena a Varsavia, due giorni dopo sarei dovuta andare in Germania e da lì nella Repubblica Ceca, poi in Irlanda. Molte date sono state posticipate in autunno, alcune invece sono proprio state cancellate. A fine anno sarei dovuta venire in Italia, vedremo…

Qualche voce di corridoio sulla riapertura dei teatri in Polonia?

Il gossip è che la stagione sia chiusa, almeno fino all’estate. Altre voci, più pessimiste, dicono che si debba attendere fino al 2021.

Le date cancellate sono entrate in meno. Lo Stato ha già predisposto strumenti a sostegno degli artisti?

Sì, ci sono dei tentativi: un supporto sociale stanziato dal ministero della cultura, elargito una tantum. Si tratta però di uno strumento già in uso, per aiutare gli artisti in difficoltà finanziaria. In ogni caso 400 euro non saranno sufficienti.
Ci sono anche dei tentativi di aiuto più sistematici, come un bando pubblico per finanziare progetti online: tuttavia la scadenza è molto ravvicinata, e non sappiamo quanto verrà erogato. Ma è davvero un aiuto, mi chiedo, spingere gli artisti a produrre idee e progetti? Personalmente credo di no: la sovrapproduzione non è la soluzione, c’è bisogno di misure sociali. La situazione evidenzia un deficit strutturale: in Polonia i finanziamenti alla cultura sono sempre stati carenti.

Riesci a vivere queste giornate positivamente da un punto di vista creativo? Dopotutto nel tuo lavoro porti fortemente in scena la tua vita privata…

Direi che nel mio lavoro in qualche modo portavo in viaggio il mio privato verso la scena. Ora è come se avvenisse il contrario, il lavoro e la scena invadono casa, ed è una situazione sconosciuta. Anche se per me privato e pubblico sono sempre altamente mescolati. La differenza più grande che sento è una condizione diversa dell’attenzione. E forse questo è per il fatto che mio figlio (ha tre anni) è sempre qui con me. Di sicuro in questi giorni ho più tempo per lavorare concettualmente, ma senza la possibilità di andare in sala e provare; è come se molti dati sia difficile afferrarli, processarli, dargli un nome.

Parlando di osmosi fra pubblico e privato, in questi giorni ogni pratica sociale sembra trovi rimediazione su zoom, skype, etc… E così le live art. Hai già avuto modo di mandare in streaming per il pubblico i tuoi lavori?

Un festival in Romania, al quale dovremmo partecipare, sta pensando di spostare la programmazione online, quindi ci ha chiesto di mandare la registrazione di The Pure Gold, che verrebbe mandata in streaming, seguita da un momento di confronto in videocall. Ho accettato trattandosi dell’unica opzione per lavorare ora, ma tutto è sospeso dopo averne discusso con il comitato di Aerowaves e gli altri artisti. Credo comunque che la performance, registrata tempo fa con camera fissa, possa davvero funzionare in video solo se ripensata e registrata per quello scopo.

Come valuti la potenzialità artistiche di performare in streaming?

Credo sia una possibilità importante per molti artisti poter proseguire a elaborare subito la situazione in rapporto con il loro pubblico. Sento che c’è un potenziale creativo nei media digitali, ma allo stesso tempo sono così connessa all’immediatezza del dialogo nel processo creativo o didattico, che realizzo di appartenere alla vecchia scuola, per così dire.
C’è qualcosa che non potrà mai essere parte dello schermo: io lavoro con l’intimità e l’esperienza concreta del corpo femminile. Diversamente, mi sembra interessante la possibilità didattica di registrare lezioni e organizzare dei workshop, come ho fatto in passato per il Nowy Theatre di Varsavia.

Proprio l’intimità del corpo femminile, filtrata da lenti autobiografiche, è al centro dei tuoi lavori. Parlaci di come osservi il corpo e come credi cambierà questa osservazione dopo la situazione che stiamo vivendo.

Voglio continuare ad attraversare le rappresentazioni storiche del corpo, le cui immagini decostruisco e contamino attraverso pratiche esperienziali in scena. In alcuni miei lavori, per esempio, ho evocato le rappresentazioni offerte dal repertorio del balletto classico, o delle Dans Macabre, o dall’iconografia fiabesca delle streghe. Una strategia somatica per filtrare quegli immaginari è per esempio quella di lavorare con contrazioni estreme del sistema muscolare e osseo, portando il corpo alla sovra-espressione; forse il concetto centrale nel mio lavoro, verso il quale credo continuerà la mia ricerca fra anatomia e immaginazione. In ogni lavoro però questi immaginari sono filtrati da una lente autobiografica, per quel tanto di universale che c’è nelle vite singolari. In particolare, ho appena compiuto 40 anni e voglio mettere in gioco la mia condizione di donna, artista e madre che invecchia, in termini biopolitici. La cultura polacca è piuttosto tradizionalista: la donna è fatta per procreare.

Oggi le analisi biopolitiche sono all’ordine del giorno, per le limitazioni alle libertà individuali, che sono anche libertà di movimento. Sappiamo che in Polonia il governo sta sfruttando la situazione per tentare di imporre (di nuovo) una legge che vieti l’aborto…

È così. Questo mi fa provare una rabbia in tutto simile a quella che cerco di elaborare in Flatland of limp muscles, in cui provo a trasformare lo stereotipo del corpo femminile come vittima-da-ferire. Rabbia, ma non disperazione: avverto un forte senso di comunità che si promuove attraverso il web. Cerchiamo di manifestare il nostro dissenso affiggendo poster alle finestre, portando cartelloni sulle spalle mentre siamo in fila al supermercato, dandoci appuntamento nella fila davanti a un certo negozio, come un flash mob. Sono, in qualche modo, coreografie. Anche se è difficile che queste azioni portino alla formazione di veri e proprio gruppi (e io credo molto nel valore politico del gruppo).
Ecco, tornando alla domanda sulla creazione: non mi sento molto creativa ora, credo che questo tempo sia per l’azione politica e sociale. Nella nostra categoria, in particolare, dovremmo batterci per avere delle strutture che permettano agli artisti un inquadramento continuativo, per evitare di trovarsi ai margini in situazioni di crisi come questa.

Death: Exercises and Variation, la tua piece del 2017, ci parla sinistramente del presente. La danza macabra è un repertorio che nasce proprio dalle morìe epidemiche.

In Polonia i numeri del contagio sono molto bassi rispetto all’Italia, quindi forse la percezione della morte non è così forte come da voi. Death parla di un paradosso necropolitico più generale: come i nostri corpi tentino di rimuovere la presenza della morte, ma come questa poi ci inondi attraverso i media. In effetti questa è la base della politica della quarantena e dell’informazione che viviamo: ma il fenomeno era già ampiamente parte della nostra cultura.

Pensi che nei cartelloni futuri vedremo un dilagare dell’immaginario post-apocalittico?

Penso che l’elaborazione del presente porti a due tendenze: una apocalittica, ed una attivista. A riguardo vi consiglio Hope in the dark di Rebecca Solnit, un saggio su come le vittorie del pensiero radicale avvengano più spesso in momenti impensabili, quando si pensa invece di essere vicini alla fine. Insomma, io spero di vedere più lavori impegnati all’insegna dell’attivismo.

Abbiamo chiesto a Renata di condividere lo spazio creativo di queste giornate…

Let us glance across the borders. In Poland, the contagions have been very few compared to Italy, but theaters are nevertheless closed and theaters workers are waiting for a clear and organic emergency support plan. The Polish contemporary stage is extremely lively, yet there is a political problem with deep roots, a distrust of the Catholic-conservative government towards the new artistic languages: a condition that in this situation extremes the marginality of the category. For this reason, we wanted to hear the voice of a female choreographer and performer engaged in research on the narratives of the female body between power and violence, in a country where the cultural weight of the Catholic Church has raised the common conscience through a capillary seek for national identity. Until the attempt, perpetrated in recent weeks, to make the abortion laws more restricted.

“I am a female artist, I am a woman, I am a mother” says Renata Piotrowska-Auffret in a sort of lace-up, yet eloquent manifesto. Her Death: exercises and variation (2014) particularly impressed us. It crosses the iconography of Danse Macabre to probe phobias and necropolitical manias of our society that wants to push death away from the bodies. A performance that could help us see through the contrasting sensations we are currently living. Death constitutes a trilogy of “private pieces” with two other recent works: The pure gold is seeping out of me (2017) and Flatland of limp muscles (2019), both biopolitical glances focused on the abuse of female bodies.

Let’s start where your work has been interrupted…

I was working in Warsaw when lockdown started, two days later I had to go and perform to Germany and from there to the Czech Republic, then to Ireland. Many dates have been postponed until next season, but some have been canceled. At the end of the year, I should have come to Italy too, we’ll see…

Any rumors about the reopening of theatres in Poland?

The gossip is that the season is over, at least until summer. Others are having more black scenario – that the theatres will not open till 2021…Officially we don’t know anything yet except that theatres will open in the last stage of the new sanitary regime.

Is the state taking care of the artists? Are there specific emergency tools for them?

There are attempts: a one-off social support provided by the ministry of culture. However, it is an already existing tool to help artists in financial troubles. Almost everyone has financial problems now and has applied for it. In any case, 400 euros per each will not be enough. There are also more looking-forward attempts to help, such as a public tender to fund online projects: however, the deadline is very close, and we still do not know about the fund amount. But does it really help, to ask us artists and art institutions to produce other ideas, other projects right now? Honestly, I doubt it. Overproduction is not a solution. We need social support. The situation reveals a structural deficit: in Poland funding for culture has always been lacking as well as a fair social system for artists.

Can you live these days at home positively from a creative point of view? After all, in your work, you often bring your private life on stage…

I would say that I somehow use to take my private sphere to the stage; now the opposite is happening, the work and the scene invade the house, and this is an unknown situation. Although for me private and public are always highly embedded. The biggest difference I feel is a different kind of attention, maybe due to my three-year-old son’s constant proximity. For sure, I have more time to process the information and to work conceptually these days, but without a chance to go to the studio and to rehearse, it turns out difficult to grasp sensations, process them, give them a name.

Speaking of osmosis between public and private, these days every social practice seems to find remediation on zoom, skype, etc … And the same for the live arts. Have you already had an opportunity to publicly stream your works?

A festival in Romania in which we suppose to participate at the beginning of June was thinking about moving online and asked us to send the recording of The pure Gold is seeping out of me, which would be streamed and followed by a moment of videocall confrontation. Unfortunately, their proposal is in suspension now after discussing it with the EU and Aerowaves Board and other artists (The pure gold is seeping out of me is a show of Aerowaves 2019)… I agreed to what they proposed cause right now it is the only option to work. However, I believe that the performance, recorded some time ago with a fixed camera, can actually work in the video only if rethought for that purpose: I would like to be able to record it again by changing the use of the camera, playing with the viewer’s gaze.

How do you evaluate the artistic potential of performing in streaming?

I think it is important for many artists, to be able to continue to work out the situation immediately in relation to their audience. I feel there is creative potential in digital media, but at the same time, I am so connected to the immediacy of dialogue in the creative or educational process, that I realize how I belong to the old school, so to speak. There is something that can never be part of the screen: I work with the intimacy and concrete experience of the female body. On the other hand, I like it more as a didactic tool for recording lessons and workshops, as I did for a project by the Nowy Theatre from Warsaw. Digital media is completely different media than the stage art I’m dealing with. Digital media basically work with images; I work with experiences. Thanks to the workshop/performative lecture for Nowy Theatre, I discovered something very interesting and I think I will continue such research. Nevertheless, you cannot replace one with the other.

The experience of the female body, filtered by autobiographical lenses, seems to be the core of your work. Tell us about how you look at it and how you believe this observation will change after the situation we are experiencing.

I want to continue going through the historical and conventional representations of the body, whose images I deconstruct and contaminate through experiential practices on stage. In some of my works, for example, I evoke the representations offered by the classical ballet repertoire, or by the Dans Macabre, or by the fairytale iconography of the witches. A somatic strategy to filter those imaginaries is, for example, to work with extreme contractions of the muscular and bone system, bringing the body to over-expression, perhaps a central concept in my work, towards which I believe my research between anatomy and imagination will continue. In each work, however, these imaginaries are filtered by an autobiographical lens, as far as any single life shows a universal issue. In particular, I have just turned 40 and I want to bring my condition as an aging woman, artist, and mother into play in biopolitical terms. And know that Polish culture is traditionalist: the woman is made to procreate.

Speaking about biopolitics, we know that the Polish government is (again) exploiting the situation to legislate against abortion…

Right. This makes me feel angry in a way that reminds me of the feelings I try to elaborate in Flatland of limp muscles, in which I want to transfigure the stereotype of the female body as a victim-to-be injured. Anger, but not despair. I feel a strong sense of community is being promoted through the web. We try to express our dissent by posting billboards on the windows, carrying placards on our shoulders while we are in line at the supermarket, making an appointment in the line in front of a certain shop… These are, somehow, choreographies. Here, going back to the question about creation: I don’t feel very creative now, but I think this time is rather for political and social action. Our category should fight to have structures that allow artists to have a recognized, stable labor framework, in order not to be on the margins of society in such situations.

Your piece Death: Exercises and Variation, prophetically speaks us about the present. Dance macabre took its origin from medieval epidemics, as an iconic elaboration of the proximity of death…

In Poland, the numbers of the infection are very low compared to Italy, so perhaps the perception of death is not as strong as there. Death speaks of a more general necropolitical paradox: how our bodies try to remove the presence of death, but how death floods us through the media at the same time. In fact, this is the basis of the quarantine and information policy we live in: but the phenomenon was already largely part of our culture.

Do you think we will see a spread of the post-apocalyptic imagination in the arts?

I think that the elaboration of the present leads to two tendencies: an apocalyptic and an activist one. In this regard, I recommend Rebecca Solnit‘s Hope in the dark, an essay on how the victories of radical thinking occur more often in unpredictable moments, just when one thinks of being near the end. In short, I hope to see more works committed to activism.

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