RENZO FRANCABANDERA | Parto da una semplice constatazione. Pur se sottoposta a forme censuranti da parte di questa o quella istituzione partorita, per paradosso, dall’umanità stessa, la libertà d’espressione è ancora generalmente possibile nella nostra società e perfino l’esperienza pandemica non sta impedendo di fatto ad alcuno di potersi esprimere. Anzi, mai come in questo tempo la rete pullula di ogni forma di condivisione, collegamento ecc. E seppure in forme diverse, si può provare a sviluppare nuove forme creative. Quindi il tema non è oggi l’impossibilità di produrre astrazione simbolica ricorrendo all’arte, ma i modi in cui è possibile farlo, con i vincoli imposti dall’emergenza planetaria.

La riflessione che da queste premesse consegue è una generalizzazione. E come tale non può abbracciare tutte le casistiche, le faccende della singola residenza o del singolo spazio gestito in questo o quel modo.
Farò un ragionamento un po’ crudo e paradossale, ma che spero efficace, concentrandomi sul tema del lavoro; a breve cercheremo invece di capire se fra un mesetto portereste la vostra amata zia settantenne, che vi prepara le zeppolelle con la crema e l’amarena da quando siete piccoli in un teatro a sedersi vicino a uno sconosciuto che potrebbe contagiarla, pur di farle vedere il vostro ultimo spettacolo.

Ma torniamo al lavoro. La comunità artistica sente come drammatico in questo momento la chiusura degli spazi (i teatri in particolare), proprio mentre si fa vivo il bisogno da parte delle autorità di riferimento di provare a definire delle regole per le riaperture e per un sostegno al settore, partendo però da qualche numero di base che lo circoscriva. È evidente che un parametro per distinguere chi vive della pratica artistica e chi no, per dare dei sostegni, ci deve pur essere. Se no tutti direbbero: “io! io! io!”
Ma quanto dà da lavorare il settore culturale?
Il 6 maggio, l’operatore Michele Mele, attivo da anni nello spettacolo dal vivo, ha pubblicato su Facebook un’interessante riflessione che nasce dal quadro di seguito riportato, e derivato dalle tabelle dell’INPS su professioni dell’arte, retribuzione media e numero di giornate.

Cosa ci dicono questi dati?

Quasi il 30% dei 300mila lavoratori totali sono attori e danzatori. Quanti giorni all’anno lavora un attore in media? Sedici. E guadagna all’anno…? Meno di 3000 euro.
Immaginiamoci un UFO, un Ministro della Cultura di una nazione poco poco sviluppata, che atterra nel bel mezzo di una pandemia e vede questi dati. Che capisce? Che ci sono tantissime persone disposte a lavorare per un salario da fame, pari a 7,7 euro al giorno. E i danzatori? Si direbbe peggio. Lavorano di più ma guadagnano ancora meno in proporzione.
L’extraterrestre prende 2700 euro, li divide per 4 e ottiene quanto perde un attore in un trimestre. Poco più di seicento euro.
Questi dati fotografano una realtà che ha due letture possibili, come suggerivamo nel titolo: o davvero lavoravano/lavorano 16-17 giorni all’anno, oppure accettavano/accettano, di lavorare al nero. Per n motivi che non sto qui a discutere.

È un po’ come per i braccianti agricoli: ci sono, ma sono invisibili alle leggi, e della loro retribuzione non è dato sapere nulla. Per la gran parte sono assai sfortunati. Sfruttati disperati che vengono da altre parti del mondo, vivono ammassati in baracche fatiscenti, senza nessun diritto, per raccogliere i limoni biologici con cui ci facciamo le spremutine la mattina appena svegli, per seguire la dieta della dottoressa svizzera.
La civiltà imporrebbe che costoro venissero regolarizzati e tutelati, anche se poi forse il prezzo dei limoni salirà un pochino, per sostenere il costo del lavoro regolare di questi esseri umani che togliamo alla loro condizione di schiavitù.

Ma ritorniamo ai luoghi dell’arte.
Allora, le situazioni sono due (sempre parlando della generalità eh…).
E una di queste deve essere per forza vera.
O il teatro si fa ormai senza attori, e gli attori, seppur numerosi, effettivamente lavoravano poco, 16 giorni all’anno, meno di un bagnino, che lavora tre mesi, meno di uno che va alla stagione delle mandorle, che dura un mese.
Oppure la maggior parte dei 73mila attori lavorava e lavora al nero, accettava o accetta forme di pagamento non legali.
Cioè gli unici che in teoria a noi spettatori sembra che lavorino, quando battiamo le mani in sala, gli attori, i danzatori, stando alla tabella sopra, NON lavorano. E gli impiegati ecc sì.
Sempre l’attore dopo aver chinato il capo al pubblico in tripudio, a fine spettacolo, indica i suoi colleghi di compagnia spesso in cabina di regia, al mixer luci. Adesso sappiamo perchè lo faceva (e lo fa).
Per dire al pubblico: “Signori, noi siamo quelli che lavorano 16 giorni all’anno. Che vedete in scena 50 giorni, ma siamo come gli sfruttati dei campi. Noi e quegli altri che vi indichiamo a fine spettacolo. Per far divertire voi, loro, come noi, accettano di lavorare al nero, di non versarsi contributi pensionistici, di immaginarsi in un futuro in cui non hanno i soldi per mettersi la dentiera. E tutto per essere qui con voi. Battetele più forte le mani, perchè sono veramente il nostro pane: lavoriamo in pratica per questo sfizio, per questa effimera sensazione di pochi minuti (in media 2 minuti, mi ricordo da quando la direttrice di una delle riviste per cui ho collaborato ci faceva cronometrare gli applausi degli spettacoli – ndr)”.
Ecco, quel dato, della durata degli applausi, andrebbe inserito di fianco alla remunerazione media, perchè decine di migliaia di persone accettano di lavorare in evidenti condizioni di sfruttamento, di illegalità ecc, per il brivido di quei minuti.
Non solo: non vedono adesso l’ora di riprendere, riaprire, senza aver provato, in questo tragico momento a dire invece: “Signori, se dobbiamo riprendere, non è meglio che ci accordiamo su come è giusto farlo, visto che di soldi ce ne saranno ancora meno?”
A vedere i toni livorosi sui social, molti sono in competizione addirittura con i sagrestani e i parroci, ciascuno per poter dire la propria messa con schermaglie verbali, che denunciano un livello di degrado che attraversa purtroppo molta parte della comunità.
E come con i lavoratori nei campi, per uno che stramazza al suolo sotto i 42 gradi di agosto, ce n’è uno disperato come lui pronto a prenderne il posto (tanto uno vale l’altro?); così pure per il lavoro nell’arte dal vivo.
Voi cosa suggerireste a quelle migliaia di lavoratori sfruttati nei campi? Cosa dovrebbero fare? Sciopero? Bloccare tutto, neh? Mandare a pallino la nostra fottuta spremutina e far arrivare i limoni a 10 euro! Fare casino. Polizia, blocchi, per interrompere lo sfruttamento, le continue violenze sessuali sulle contadine, le malattie e gli infortuni drammatici senza assicurazione.

Lo stesso si dovrebbe fare a teatro! I post, le lagne, le chiacchiere su Facebook a che servono, quando non si è manco capaci di approfondire dal punto di vista normativo i contratti che si firmano (quando si firmano), le tutele a cui si rinuncia, i diritti mandati in vacca. E infatti molti sono rimasti scoperti appena è iniziata la crisi. Con contratti sulla parola saltati e senza poter far rivalere alcun pezzo di carta.
E poi, si sale sul palco a raccontare le storie delle combattenti e dei combattenti di inizio Novecento per i diritti, che ci vengono narrate con commozione, seduti alla sedia sotto i riflettori.
Inutile riaprire, riprendere a dire messa, se si stanno difendendo 3000 euro all’anno e 16 giorni di lavoro. Perchè allora due sono le cose: o non state lavorando o vi state facendo sfruttare peggio di quelli di cui raccontate le storie.

O per caso, anche se il teatro è l’arte per eccellenza che accompagna il genere umano da duemila anni eccetera, in fondo in fondo si inizia ad aver paura che, con questa crisi, non freghi più niente a nessuno nel 2020 di questo frutto millenario e nessuno vi chiami manco più per la raccolta? Che si smetta di produrlo proprio?
E in questo caso, cosa si fa?
In 73mila, comunque, si potrebbero attivare tutele, convenzioni pensionistiche, assicurative, polizze sanitarie a costi agevolati. Da soli non si va da nessuna parte.

 

Alcune di queste riflessioni sono state discusse e ampliate in forma di discussione  con Gabriele Vacis, Corrado D’Elia, Sergio Maifredi e Gian Luca Favretto a DIALOGHI IN TEMPO DI PESTE. Di seguito il link al video.

DIALOGHI IN TEMPO DI PESTE

RIAPRIRE I TEATRI: E' DAVVERO POSSIBILE? Corrado d’Elia e Sergio Maifredi ne parlano con Gabriele Vacis – regista, Gian Luca Favetto – scrittore, drammaturgo, Renzo Francabandera, critico teatrale

Pubblicato da Racconti in tempo di peste su Giovedì 14 maggio 2020

 

 

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