RENZO FRANCABANDERA | Perchè la morte di Ezio Bosso ha commosso tutti? Perchè tantissime persone si sono sentite di dover “partecipare” a questo dolore nazionale, a questa scomparsa, vivendola in parte come propria, e sono andate a cercare suoi video, e magari hanno sentito per la prima volta suonare Bach o qualche compositore contemporaneo? Chi non ha cercato nei movimenti strani di quelle mani una propria verità, soprattutto, nello sconvolgente abbinamento fra il corpo martoriato e il sorriso?
Penso alla fine ci fossimo quasi illusi che, il fatto che suonasse, che il suo corpo riuscisse con tanta bellezza a farsi attraversare dall’arte, fosse la sua cura. E in realtà questa cosa in qualche forma era vera. Tanto che tutti avevamo capito qualche settimana fa, quando aveva detto che non avrebbe più suonato, che qualcosa di irrecuperabile stava arrivando.
In questo lutto la nostra comunità nazionale ha evidentemente vissuto un’ulteriore presa di consapevolezza della propria parte fragile.

In un primo tempo si potrebbe essere portati a pensare che la commozione collettiva, così visibile anche sui social, risieda in quel rapporto particolarissimo con l’arte. Infatti confesso di aver scritto una prima versione di questa riflessione, focalizzata sul rapporto terapeutico specifico dell’arte. Avevo perfino cercato studi e ricerche fra biologia ed epidemiologia, come quella dei professori Fancourt e Steptoe  pubblicata di recente sul British Medical Journal, in cui si dimostra una relazione importante fra speranza di vita e pratica dell’arte.
L’evidenza dello studio è che l’impegno nell’arte potrebbe davvero capacità di allungare la vita, anche solo nel porre la nostra mente in relazione con la pratica della creazione, dell’immaginazione, con cui esorcizzare le nostre paure.
Ma arrivato a questo punto, l’argomento non era di per sé esauriente a spiegare perchè proprio Bosso. Sono tanti gli artisti straordinari che muoiono nella più totale indifferenza, o senza questo effetto virale.

La spietata mente con cui convivo more uxorio, e che mi costringe alla supremazia del ragionamento sull’effetto wow, mi ha consigliato di ricalibrare alcune considerazioni pur inizialmente presenti nella mia riflessione ma in forma più blanda, perché il legame fra arte e malattia (peraltro argomento effettivamente consumato e molto presente nelle discussioni di comunità) non basta da solo a spiegare come “il caso Bosso” sia diventato nazionale. Non spiega completamente come Bosso si sia tramutato negli ultimi anni in icona. Tanti sicuramente hanno condiviso post con la sua immagine senza averlo neanche sentito suonare prima.
E allora perchè lo hanno fatto?
Forse perchè più che icona dell’arte come speranza, Bosso è stato simbolo dell’attraversamento dell’esperienza del dolore, della tenacia come pratica trascendente di terapia.
Lo stesso sembiante patologico, ad esempio, istantaneamente rimanda a un altro caso di rappresentazione della forza vitale oltre le difficoltà, quella di Stephen Hawking. Anche lui nel nostro immaginario si abbina al superamento di quella perversa forma di razzismo suprematista per cui è impossibile che in una identità fragile, malata o anche solo diversa dalla nostra (come tutte sono), possa esistere qualcosa di buono. Di migliore. Figuriamoci se la spiegazione delle grandi verità dell’universo può mai stare nella mente di un individuo piegato sulla sedia a rotelle! Incontrandolo per strada senza sapere di lui, quasi tutti lo avrebbero guardato, nel migliore dei casi, con pena. Come pure sarebbe stato per Bosso se non lo avessero visto a Sanremo.
Queste umanità diventano invece mass mediali anche perché alla fin fine ci portano a fare i conti con l’assurdità del pregiudizio, quella che vive nella parte della nostra comunità che ritiene impensabile essere curata da un medico di pelle nera, perché è impossibile che conosca, che possa curare.
Poi invece questi corpi, o anche solo la vita, ci portano prendere coscienza della complessità del reale. E così, per il solo caso di essere stata il centesimo medico a essere morto di Covid in Italia, abbiamo conosciuto tutti Samar Sinjab, dottoressa e medico di famiglia morta dopo aver contratto la malattia, e sempre presente e tenacemente resistente nell’esercizio instancabile del suo lavoro a Mira vicino Venezia, lontanissima da Damasco, in Siria, da dove era venuta via.
Le interviste di molte delle persone che devono affronare dure prove della vita (mi è venuta in mente anche la tenacia sfidante di Alex Zanardi, o l’ultimo Woytila che porta la croce del Parkinson nella processione del Venerdì Santo) raccontano in maniera evidente di una sofferenza acuta, ma si abbinano non di rado a una stranissima ed inspiegabile serenità.
Nello stesso momento quotidiano in cui fanno i conti con il degenerare del loro male, con la caducità del corpo, queste persone acquistano una sorta di serafica sicurezza che trasfigura e modifica il rapporto con la finitezza della vita.
Il senso di repulsione della parte caduca che tutti abbiamo era stata analizzata benissimo da Romeo Castellucci nello spettacolo Sul concetto di volto nel figlio di Dio, dove affrontava il tema della perdita del sé e dell’ideale della bellezza; una questione che ha attraversato l’arte.
Nello spettacolo un figlio cerca per tutto il tempo di arrestare l’ineluttabile degrado del padre malato e ormai incontinente.
In questa prospettiva, il percorso di vita di queste figure iconiche nel loro rapporto con le avversità della vita, unite in alcuni casi all’evidenza accelerata del degrado fisico sotto gli occhi di tutti, ci prospettano due verità: per un verso ci mettono in relazione con l’ineluttabile, con la proiezione visibile e inevitabile dell’essere tutti mortali, tutti sottoposti a termine fin dal momento in cui nasciam; per altro verso con la relazione fra psiche e corpo nell’ottica della tenacia.
Castellucci nel suo spettacolo proponeva una drammatica coesistenza sinestesica fra il puzzo delle feci, che a un certo punto invadeva la sala (attivando quindi le forme di percezione più ancestrali rispetto al degrado della condizione umana, quando non riesce più a trattenere il corpo) e un’immagine cristologica sullo sfondo, immortale, giovane, eterna.
Tale distanza fra morte ed eternità può essere solo colmata dalla vita come speranza e fiducia in un’esperienza salvifica, affidata alla ricerca di sé, ora nella fede, ora nella conoscenza, ora nell’arte, ora nello sport o in qualsiasi esercizio costante di spiritualizzazione della nostra identità.
Quella tenacia alla lunga ha tra l’altro una probabilità più alta di diventare mass mediale, inducendo forme di commozione collettive ed effetti imitativi positivi, rispetto al più effimero effetto wow, che fa diventare facilmente fenomeni per poco tempo, ma che poi ci riconsegna all’oblio.
Quella tenacia, quello spirito combattivo che si confronta con il destino avverso, con la difficoltà, è, più che l’arte specifica, il vero motivo per cui queste esperienze si avvicinano alla generalità delle persone.

Probabilmente molti di quelli che hanno condiviso foto di Hawking sul loro profilo Facebook quando è morto, difficilmente avranno sfogliato un suo libro o cercato di capire le sue teorie. O quelli che condivideranno foto di Zanardi quando passerà a miglior vita (Alex, grattati se mi stai leggendo) magari non avranno fatto una corsetta in vita loro manco per andare in bagno quando gli scappava.
Ecco quindi che, da questo punto di vista, si svela una ulteriore duplice realtà: la prima è il rapporto ipocrita che abbiamo con l’icona, che rappresenta spesso un’ambizione del nostro essere, un anelito alla sfida, che però a volte non abbiamo le determinazione nel portare a compimento come missione, soccombendo tristemente alle nostre difficoltà contingenti e lasciandoci abbattere per molto molto meno. È sempre più facile esternalizzare l’esempio piuttosto che affrontare le durezze dell’esserlo.
L’altra, invece, è comunque il riconoscere la sofferenza come unico modo per scoprirci profondamente.
La parte di noi che si affida a questo elemento spiritualizzante, capace di andare oltre le difficoltà contingenti, è l’unica componente veramente curativa, che spinge le fatiche oltre il dolore.

Come il ritratto di Dorian Gray, la componente fragile, profonda, durante la vita ci predice il futuro, invecchia prima di noi, e ci aiuta a fare i conti con questo aspetto ineluttabile dell’essere mortali, nella cosmica vicenda della Natura, specie quando riusciamo a non nascondere il quadro in soffitta e a guardarci in faccia; ma questo aspetto tenace è lo stesso che dopo la morte ci riconsegna alla società o anche solo al ricordo degli amici come immortali, nel massimo splendore dell’esistere. Come Che Guevara con i capelli al vento, come il maestro Bosso alla Biennale del 2010, o come nell’addio pubblico alla vita del musicista Andrea Parodi durante il suo ultimo concerto a Cagliari, indimenticabile ancora oggi per la comunità sarda e non solo, sorridente perfino pochissimi giorni prima che Sorella Morte bussasse alla sua porta.

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