ANTONIO CRETELLA | I film Citizen Kane di Orson Welles del 1941 e Network di Sidney Lumet del 1976 sono accomunati dal fatto di aver ricevuto titoli italiani molto simili, rispettivamente Quarto potere e Quinto potere. La parentela suggerita dalla titolazione italiana è tutt’altro che fuori luogo: l’opera di Welles si incentrava sull’epopea di un magnate della stampa, definita “quarto potere” dopo i tre classici poteri – legislativo, esecutivo e giudiziario – per l’influenza politica che essa esercita, vuoi nel ruolo di cane da guardia delle istituzioni, vuoi in quello di bieco ripetitore propagandistico. Lumet, che racconta la storia di un anchorman ucciso in diretta per bassi indici di ascolto, dipingeva in chiave grottesca il mondo della televisione commerciale degli anni ’70, non troppo diversa da quella di oggi, nella sua capacità di solleticare gli umori più perversi del pubblico e che la configura di diritto come quinto potere. D’altro canto conosciamo bene di cosa sia capace politicamente un uomo in possesso di giornali e televisioni.
Nel 2013, la locuzione “quinto potere” viene utilizzata come titolo anche della biografia cinematografica di Assange e del caso WikiLeaks, idealmente riconoscendo a Internet, mutatis mutandis, lo stesso ruolo di stampa e televisione. Anche riguardo l’azione combinata dei tre poteri, l’Italia offre un case study di eccellenza con la propaganda leghista, tra giornali, ospitate tv senza contraddittorio e l’ormai pragmatica Bestia. L’attuale crisi americana innescata dalla presidenza Trump offre un tassello in più: oltre alla mobilitazione istantanea di Anonymous, anche le reti sociali si schierano. Era in realtà evidente anche prima dalla scelte su cosa e chi censurare che i social fossero tutt’altro che neutri, ma la presa di posizione di Twitter contro l’hate speech e le fake news di Trump segna una forte scelta di campo che ha aperto uno scenario inedito, costringendo Facebook a fare altrettanto. Ma la risposta di FB è stata di segno opposto, una linea di non intervento che come tutte le pretese neutralità è di fatto a favore del presidente americano. Le voci di dissenso interno alla piattaforma non mancano, ma ironicamente i membri dissidenti dello staff di FB esprimono la loro contrarietà su Twitter. La lotta del “sesto potere” è più che mai nel vivo.

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