GIORGIO FRANCHI | Teorema: data l’incognita X, a indicare un’idea socialmente accettata dalla maggioranza delle persone, al momento di un cambio di paradigma della società questa sarà annullata da un’azione Y, che per la terza legge di Newton comporterà una reazione Z. Ovvero: il mio prozio Carmine (nome di fantasia) che sentenzia, con tono lapidario, “L’azione Y ci è sfuggita di mano”. La reazione Z accade esattamente in corrispondenza del verificarsi dell’azione Y, tanto che ci si domanda se sia nata prima l’azione Y o la reazione Z.

Questo accade, ad esempio, con il politicamente corretto. Ci sembra di vivere intrappolati in un eccesso di buonismo conformista, ma allo stesso tempo abbiamo una televisione che straripa di luoghi comuni sulle minoranze e misoginia. In tempi ancora più recenti, questo è accaduto con le rivendicazioni dei neri americani. È di pochi giorni fa la notizia di vari doppiatori bianchi statunitensi che si sono rifiutati di continuare a dare la loro voce a personaggi di colore, in serie anche dissacranti e scorrette come i Simpson o i Griffin, per lasciare spazio agli attori afroamericani. Zio Carmine (che siamo tutti noi, in fondo) è già pronto a dire che “anche l’antirazzismo ci è sfuggito di mano”, anche perché non vede (e non vediamo) una correlazione tra il doppiaggio di un cartone animato e gli abusi in divisa sotto la bandiera a stelle e strisce.

Questa dissonanza tra realtà e percezione è il frutto dell’illusione, data dal sostrato di immediatezza del digitale e della globalizzazione, che tra America ed Europa non ci sia una distanza pressoché incolmabile, chilometrica e culturale. Lo sa bene chi studia una lingua straniera: è fondamentale accantonare la propria mentalità nazionale per approcciare un’altra sintassi, prima di imbottigliarsi tentando di esprimere l’impersonale toscano in inglese. Mettersi nei panni dell’altro, si dice. Personalmente, però, ho sempre preferito la versione anglosassone put oneself in someone’s else shoes: mettersi nelle scarpe di un altro. Se il dibattito sull’etica si nutre di espressioni come velocità differenti, essere al passo coi tempi, salti avanti e marce indietro, la metafora delle scarpe… calza meglio.

Se decidiamo di affidarci a Pindaro per questa traversata oceanica, il primo collegamento che ci verrà in mente sarà con Cenerentola: una storia in cui non esistono due donne con lo stesso numero di scarpe. Alla luce del modo di dire, un monito a non giudicare altri che noi stessi. Se invece scartiamo la versione edulcorata della Disney, troveremo una fiaba originale molto più cruenta: una delle sorellastre si amputa le dita del piede per riuscire a calzare la scarpetta di cristallo, ma il sangue la smaschera. E questo cosa dovrebbe insegnare a noi bambini troppo cresciuti? Forse che, per entrare nelle someone’s else shoes, dobbiamo rinunciare a qualcosa, con un sacrificio doloroso e che per giunta ci porta ad apparire falsi, ipocriti.

Gli USA hanno una storia radicalmente diversa dalla nostra, nata in primo luogo da quella che nel vecchio continente si chiamava colonizzazione e che, con la sensibilità odierna, viene ora sostituita dal termine sterminio. Una storia che si conta più in secoli che in millenni, senza il continuo spostamento dell’ago della bilancia tra damnatio memoriae e accettazione e migliaia di monumenti a ricordare epoche buie per gli occhi di oggi, ma luminosissime per quelli di ieri. Associare un corpo bianco a un ruolo nero rievoca principalmente Otello e Madama Butterfly per un europeo, mentre a un americano vengono in mente le più recenti e crude blackface comedy. E così, per entrare in un paio di Nike Made in USA le dita da tagliare saranno quelle dell’eurocentrismo, della superiorità della nostra cultura e della storia già scritta, mentre i nostri cugini d’oltreoceano dovranno rinunciare al patriottismo e al sentirsi a proprio agio con il passato nell’infilare delle Aubercy parigine.

Cambieranno i nostri vocabolari: ci troveremo a scegliere tra contaminazione (EU) e appropriazione culturale (USA), tra invasione (EU) e migrazione (USA), tra scoperta del nuovo continente (EU) e genocidio degli indiani d’America (USA). Il nostro imbarazzo con una nuova lingua sarà il nostro sangue e, soprattutto, la perdita dell’equilibrio necessaria al rinnovamento: quello fu il senso delle dita, non più prensili dopo all’evoluzione, che ora giacciono al di fuori delle nostre nuove calzature.

Nota a margine.
C’è almeno un terzo polo che non abbiamo considerato: quello cinese. Si dice infatti che la fiaba venga dal Paese del sol levante, dove il piede piccolo è considerato segno di bellezza e nobiltà – senza questo particolare, in effetti, la storia perde un po’ senso. Prima o poi ci confronteremo, come società, anche con l’oriente, con la sua mentalità e le sue tradizioni riproposte indebitamente in salsa occidentale. E ci chiederemo chi dovrà raccontare le favole.

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