PLEXIGLAS
di Riccardo Crivellaro
Foto in copertina di Giulia Crivez

Ciao brutti stronzi!
Come va, brutti stronzi? State bene, brutti stronzi?
Tranquilli, non dico a voi nello specifico, a meno che non siate brutti e/o stronzi. Volevo solo riproporvi “l’esperimento” in cui se ripeti tante volte delle parole, queste perdono di significato. Facciamo un altro esempio, che dovrebbe offendere meno persone: Plexiglas.
Lo dico con una “s” sola, per riferirmi al nome comune del polimetilmetacrilato e non al marchio commerciale, che ancora non mi paga. Quando mi pagheranno basterà aggiungere alcune “s” qua e là, e così, in aggiunta, potrò portare il monologo anche in Spagna. Ho previsto tutto, eh, brutti pezzi di plexiglas.

Plexiglas. Plexiglas, plexiglas, plexiglas.

Plexiglas… Plexiglas? Plexiglas!
P l e x i g l a s
Plex iglas PLEXIGLAS!

E all’improvviso, un comodo materiale con cui si creano, ad esempio, pannelli da interporre alle persone per raccogliere i loro starnuti infetti, diventa una parola sconosciuta, carica di possibilità: “la plexiglas”, parola del greco moderno, che indica una tipica frittura di pesce carica di microplastiche; o “l’hai visto il plexiglas?”, nuova categoria di porno in cui attori e attrici si inseriscono diversi tipi di glasse in orifizi vari e ne fanno una breve recensione ansimante – che potrebbe anche essere l’idea per un Masterchef molto più interessante; oppure “un senso di plexiglas”, quando ti svegli con una voglia sovrumana di non fare un cazzo, ma poi riesci a portare a termine una cosa  qualsiasi – ti lavi – e ti senti come Dio dopo la creazione, ma soprattutto sei autolegittimato a non fare più un cazzo. Come Dio, appunto.

Insomma, le parole diventano libere di dare sfogo alle nostre perversioni più recondite. Non fidatevi, quindi, di chi ripete le stesse frasi allo stremo, perché pian piano ci insidia qualcos’altro.
Non fidatevi dei monaci tibetani!
Ommmmm, Ommmm, Ommm, Ommimmerd’
Mi sa che erano monaci tibetani campani. E balbuzienti.
Scusate, questa fa ridere solo me, ma non ho resistito.

Perciò quando hanno iniziato a ripetere dappertutto il mantra “andrà tutto bene”, non mi hanno convinto per niente.
Un po’ perché era quello che diceva mia madre per farsi confessare le malefatte e punirmi subito dopo. Purtroppo, non corporalmente: una ciabattata può far male nel presente, ma i pipponi carichi di sensi di colpa te li porti dallo psicologo per tutta la vita. Poi, da quando ha iniziato a circolare questa frase, è successo esattamente il contrario: la crisi economica e sociale più grande degli ultimi tempi, in tutto il mondo, è iniziata con un mucchio di coglioni che gridava “andrà tutto bene”. E uno che gridava “plexiglas”, ma non siamo qui a parlare di me.

Foto Riccardo Crivellaro

È diventata una droga che dà subito sollievo, tutti a passarsi questa botta di entusiasmo e ottimismo, per scordarsi, anche solo per un attimo, che la vita è un po’ una merda. E che sta per diventare pure peggio.
Una droga creata artificialmente in quei laboratori misteriosi che sono gli uffici pubblicitari, nei quali, un giorno è arrivata una commissione dal governo per creare lo slogan perfetto, l’unico che potesse fronteggiare lo scontento dilagante. Ed ecco il nostro manipolo di salvatori della patria, che discuteva animatamente:

– Ce l’ho: “Domani è un altro giorno”!
– Certo, basta che prima mettiamo una didascalia per spiegare quanto sei razzista
– “Non può piovere per sempre”?
– No, no, così si ricordano del cambiamento climatico!
– Allora “Daje”!
– No, troppo regionale, che ne dite di “Vincere e vinceremo!”?
– Già abusato e vagamente fascista.
-“Teniamo duro”?
– Ma così pensano tutti a scopare!
– Eh, non è meglio?
– Ma questi devono sta’ chiusi a casa tre mesi, mica li possiamo far arrapare così! Se no dopo mezza giornata mi scendono per le strade tutti nudi e incazzati e fanno un sessantotto!
– O un sessantanove!
– Zitto coglione! Il sesso è fuori discussione!
– È quello che ha detto tua madre?
– Me lo mandate via questo deficiente?

La tensione era palpabile. Dopo interminabili ore in questa stanzetta buia, piena di creativi sudanti, cala il silenzio. Improvvisamente, il più giovane di tutti, illuminato in volto dall’idea definitiva, si alza lentamente e dice, solenne: “plexiglas!”. 

– Ma te chi cazzo sei? E che cazzo ci fai qui?
– No, stavo prendendo appunti per un monologo che…
Mi hanno delicatamente sbattuto fuori.

Poi hanno tirato fuori lo slogan definitivo “andrà tutto bene”, si sono abbracciati, hanno stappato lo spumante, hanno fatto una grande festa. E il giorno dopo erano tutti contagiati.

Curiosamente, ripetevano lo slogan anche da ricoverati. Però stavolta a loro stessi, come gli speaker motivazionali, che si fomentano da soli davanti allo specchio prima di entrare a fare un discorso su quanto sia semplice cambiare vita, sulla loro toccante storia, e due stronzate su come tutti possano farcela. Questo ovviamente dopo aver pippato cocaina come se non ci fosse un domani. In entrambi i casi l’autoconvinzione dura poco e il finale è statisticamente tragico. 

Insomma, dove voglio andare a parare? Non lo so. Ma come, del resto, non lo sa nessuno. Cioè a questi che dicono che andrà tutto bene, chi cazzo glielo ha detto? L’oroscopo?

Magari va bene per tutti gli altri ma, per esempio, tu, muori domani. Non per tirartela, eh, ci mancherebbe, però devi anche accettare che la vita va così. E magari nemmeno muori per il virus o per il prossimo trend, magari muori da coglione: inciampi e ti tagli con un pannello di plexiglas in cui rimani infilzato. E a quel punto, non sarebbe stato meglio, invece di mentirti spudoratamente con “andrà tutto bene”, che ti dicessero direttamente “plexiglas”? Almeno per avvisarti?
Quindi sarebbe stato meglio urlarsi “plexiglas” dai balconi?
Sì.

Ecco, forse alla fine quello che voglio dire è che la vita è un po’ come il plexiglas, cioè se ti ci soffermi a riflettere troppo, perde di senso, ma è comunque molto più complicata di quello che sembra. Tutti credono di conoscerla, ma alla fine nessuno sa che cos’è. Qualcuno se ne appropria solo per venderti un prodotto, qualcuno ne parla a sproposito e finge di sapere come sfruttarla al massimo, qualcuno cerca di allontanarsene e di provare qualcosa di diverso, per distinguersi dalla massa, ma poi si ritrova sempre davanti al caro, vecchio, polimetilmetacrilato.

Ma soprattutto, la vita è come il plexiglas perché, se ti gridano da tutte le parti che andrà tutto bene e ti distraggono, non ti accorgi che c’è, finché non ci sbatti contro. Violentemente. Di faccia.

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