LAURA BEVIONE | Dopo lo smarrimento causato dalla forzata chiusura dei teatri, il genovese Teatro della Tosse ha scelto di riprendere le proprie attività. C’è stato Theatre on Line dei Cuocolo/Bosetti, di cui parlammo con gli artisti e con il direttore del teatro Amedeo Romeo. E ora ci sono un articolato cartellone estivo e una fertile attività produttiva, di cui parliamo con Emanuele Conte – regista residente e presidente della Fondazione Luzzati/Teatro della Tosse – e con Giovanni Ortoleva, regista emergente sul quale l’ente ha voluto scommettere.

Che cosa significa “ripartire” per il Teatro della Tosse?

Mi viene in mente una bellissima commedia di Ernst Lubitsch, Vogliamo vivere, il cui titolo originale era To Be or not to Be. Una geniale satira sul nazismo e la censura che ha per protagonista una compagnia teatrale. Ecco, nella versione italiana di quel titolo c’è la risposta. Ripartiamo perché vogliamo vivere.

Quali riflessioni e quali finalità vi hanno guidato nella progettazione di questo cartellone estivo?

Abbiamo voluto legare i due territori della città metropolitana di Genova, il centro storico e il ponente, in cui hanno sede i teatri che gestiamo: il Teatro di Sant’Agostino nel centro storico e il Teatro del Ponente a Voltri.
Il primo spettacolo della rassegna è stato Stasera sono in vena di Oscar de Summa, un artista che conosciamo e stimiamo sin dai suoi esordi e che ci ha portato il suo spettacolo sul mondo dell’eroina nei “meravigliosi” anni ’80. Una realtà che la gente della mia generazione ha conosciuto bene. Tutti abbiamo perso qualcuno in quella ”epidemia” devastante. Genova è stata uno dei più importanti centri di smistamento dell’eroina d’Europa e la scelta di metterlo in scena sul tetto del teatro, che si trova in una di quelle che furono le grandi centrali di spaccio della città, non è affatto casuale. La cornice per lo spettacolo è stata certamente suggestiva e affascinante, ma anche storicamente coerente. C’è una Genova prima dell’eroina e una Genova dopo l’eroina.

Foto Laila Pozzo

Per gli altri due spettacoli abbiamo voluto invitare due collaboratori della Tosse, Alessandro Bergallo, con Ce le ho tutte, e Mariella Speranza, con Eva. Due titoli ironici e curiosi nei quali, come spesso accade nelle nostre proposte, alla comicità e alla prosa si accostano la musica dal vivo e la danza.

Al Parco Villa Duchessa di Galliera di Voltri, uno dei parchi storici più grandi d’Europa diventato da qualche anno sede dei nostri spettacoli estivi in città, debutteremo con Storie di spiriti, fantasmi e tavolini. Finalmente l’occasione per rivedere tutta la nostra compagnia. Avrà una tenitura di tre settimane, con la possibilità di arrivare a quattro. Pochi spettatori per volta e con ingressi contingentati dalle 8 di sera fino a mezzanotte inoltrata.
Abbiamo costruito uno spettacolo “a misura di Covid”. Uno spettacolo senza palcoscenico e senza platea, allestito all’interno di un meraviglioso giardino “all’italiana”, in cui il pubblico si sposterà a piccoli gruppi di non più di dieci persone che dovranno mantenere le distanze di sicurezza e assisteranno a nove brevi scene ambientate all’interno della villa, in un percorso intimo e suggestivo.
I limiti imposti dalle misure anti-pandemia hanno, infatti, suggerito la creazione di uno spettacolo sussurrato, come le storie di fantasmi raccontate dai vecchi intorno al fuoco: il teatro che torna alla dimensione narrativa delle origini. Racconti di medium, fantasmi, scienziati e studiosi, scettici e agnostici, raccolti o vissuti da personaggi realmente esistiti degli inizi del secolo scorso.

Fra gli spettacoli vi sono anche delle vostre produzioni in prima nazionale: ce ne puoi parlare?

La nostra nuova produzione del 2020 è Art, di Yasmina Reza, con mia regia; è lo spettacolo che stavamo provando con gli attori Enrico Pittaluga, Graziano Sirressi e Luca Mammoli del collettivo Generazione Disagio quando è scoppiata la pandemia. Una riflessione che parte dell’arte moderna per esplorare il tema dell’amicizia fra forma e sostanza. Abbiamo provato finché abbiamo potuto: quando poi il lockdown è diventato totale ci siamo fermati, lasciando l’allestimento. Lo spettacolo avrebbe dovuto debuttare a marzo; nella tragedia, l’aspetto positivo è stato che nel frattempo è nata la possibilità di debuttare al Festival di Asti, dove saremo il prossimo 3 settembre. Lo spettacolo aprirà poi anche la nostra stagione autunnale a Genova.

I figli della frettolosa, foto di Luca Del Pia

Sempre ad Asti e prima in altri due festival italiani – Le notti di Cabiria a Novara e Operaestate – Festival Veneto40 a Bassano Del Grappa – continuano le repliche de I figli della frettolosa,  di cui siamo coproduttori insieme a Sardegna Teatro e Teatro dell’Elfo.

A chiudere l’estate, il 21 settembre, saremo a Biennale Teatro con la prima nazionale de I rifiuti, la città e la morte, di R. W. Fassbinder – il nuovo lavoro del giovane regista Giovanni Ortoleva – produzione nostra insieme con  ITZ Berlin e Theaterdiscounter.
Con Giovanni Ortoleva prosegue la bella collaborazione nata lo scorso anno con  Saul, poiché lo riteniamo uno dei giovani artisti più interessanti del panorama nazionale e ci permette di confermare la missione di Fondazione Luzzati/Teatro della Tosse di incubatore di nuovi talenti.

Qual è la tua impressione osservando le differenti modalità con cui il mondo dello spettacolo dal vivo sta reagendo all’emergenza Covid? Cambierà qualcosa nel sistema dello spettacolo e nel rapporto con il pubblico?

Per chi fa il nostro mestiere, credo che le situazioni di difficoltà debbano diventare stimoli alla crescita intellettuale e artistica. Continuare a interrogarsi sulla propria capacità di reazione e trovare soluzioni sempre nuove a nuove istanze è ciò che ci rende vivi e che rende contemporaneo il nostro lavoro. Come sempre, c’è chi invece preferisce abbandonarsi a proclami altisonanti per nascondere la propria inconcludenza. Non stupisce notare che spesso le grandi strutture pubbliche, le più tutelate, non eccellano in azione e propositività.
Chi percepisce contributi istituzionali non può rimanere chiuso. Ci sono teatri – anche enti lirici, che da soli già assorbono oltre il 50% del FUS – che pensano di mettere a posto i propri bilanci con l’emergenza Covid: lo trovo immorale.

L’emergenza Covid ha anche fatto emergere la grave problematica dell’assenza di una legge adeguata a tutela dei lavoratori dello spettacolo, soprattutto in merito agli ammortizzatori sociali. Non credo sia con interventi straordinari a pioggia o piattaforme streaming che si possa salvaguardare il lavoro e la vita di tanti attori tecnici scenografi costumisti sarti ecc. E aggiungo che sarebbe necessario, anche in seno al movimento dei lavoratori nato in questo frangente, distinguere fra professionisti e amatori. Chi ha sette giornate lavorative in ambito spettacolo nell’arco di un anno non può essere considerato un professionista.

I mutamenti ci saranno, tutto è in continua evoluzione, che ci piaccia o no; le crisi come quella che stiamo vivendo diventano acceleratori di cambiamento, ma è difficile fare previsioni. Forse nasceranno nuovi modi di fare spettacolo dalla commistione di teatro e nuove tecnologie, questo creerà una diversa fruibilità delle performance, magari anche attraverso l’interazione. Invece il teatro in streaming per me non è teatro, ovviamente ci sono le eccezioni, ma in linea di massima mi sembra televisione fatta male.
Se presto, nelle sale, non si potrà tornare alla normalità, la prospettiva a medio/lungo termine è che sopravvivano solo i grandi teatri pubblici.

Per quel che ci riguarda, la nostra risposta sarà, come sempre, lavorare. Così abbiamo superato le difficoltà, le crisi, gli sfratti, i tagli, le alluvioni, i tradimenti, in oltre quarant’anni di storia e non abbiamo nessuna intenzione di fermarci ora.

Foto Giulia Lenzi

La parola passa a Giovanni Ortoleva, giovane e promettente regista di cui, lo scorso anno, avevamo apprezzato l’allestimento del Saul alla Biennale di Venezia.

Come è nato il tuo progetto da Fassbinder?

Alla fine della Biennale Teatro 2019, il direttore Antonio Latella mi ha invitato a presentare un nuovo spettacolo nella successiva edizione, che avrebbe avuto per tema la censura. Mi è stata data la massima libertà di scegliere il tipo di censura che avrei voluto affrontare. Dopo un mese e mezzo passato a studiare varie questioni che mi interessava affrontare, ho ripreso in mano I rifiuti, la città e la morte e ho capito subito che avevo trovato (anzi, ritrovato) il lavoro giusto da fare. Come dire: se non lo faccio stavolta, quando?

I rifiuti ha subito forse la peggiore censura che sia stata applicata nella Germania del secondo Novecento, con la gravissima accusa di antisemitismo. Quando ho riletto il testo a inizio settembre ho faticato a capire da dove nascesse questa accusa, che ancora gli viene rivolta. Credo che fondamentalmente ci sia un grande problema di lettura, oltre alle contingenze socioeconomiche che hanno portato in quegli anni alla crociata contro RWF a Francoforte.

Prendere il personaggio del Ricco Ebreo come negativo è, semplicemente, superficiale e indifendibile. Da che mondo è mondo, l’umanità messa in scena da Fassbinder è complessa, piena di sfaccettature anche terribili, e pretendere che un personaggio sia privato di esse a causa della religione cui appartiene significa discriminarlo. Censurare la complessità di un essere umano significa deumanizzarlo o, per usare le parole di Fassbinder: «[è] al contrario antisemita parlare degli ebrei e di altre minoranze esclusivamente in termini positivi, solo perché si tratta di minoranze».

Questa tematica, ça va sans dire, è particolarmente rilevante nei tempi che viviamo, e lo diventa di più ogni giorno. Già negli anni Settanta Fassbinder era incredulo delle polemiche che seguirono alla pubblicazione del testo e, purtroppo, è di queste che continuiamo a parlare quando parliamo de I rifiuti . È stato anche questo che mi ha portato a sceglierlo: una sorta di desiderio di togliere dal testo questo stupido anatema, e di farlo finalmente considerare per la sua grandezza. Non vedo l’ora di entrare in sala per incontrarla.

Esiste un filo che collega questo nuovo spettacolo a Saul, presentato lo scorso anno proprio alla Biennale?

Saul era (come si può facilmente immaginare) la rilettura di una storia dell’Antico Testamento. I rifiuti, la città e la morte è una moderna Passione di Cristo al femminile. Direi che c’è un filo biblico.
In seconda battuta, Saul prendeva come riferimento (anche se senza adottarne neanche una battuta) il testo omonimo di André Gide, che condivide con Fassbinder la fama di autore anticonvenzionale e “maledetto”. Eppure entrambi avevano un rapporto personale e stretto con le sacre scritture. Il modo in cui questi autori riuscivano a essere, contemporaneamente, estremamente blasfemi e profondamente rispettosi mi ha sempre conquistato. Questa opposizione tra la loro furiosa libertà anticonvenzionale e la grande cura che mettevano nel racconto è qualcosa cui anelo. Tra l’altro una delle mie prime prove di regia è stata su Macbetto di Giovanni Testori, autore che rientra pienamente in questo discorso.

Non so dire molto altro, perché ogni volta che mi trovo a parlare del fascino che la religione ha su di me mi trovo in difficoltà. Ci tengo solo a dire, perché mi sembra giusto, che sono ateo. Eppure penso spesso a come Paesi e partiti che rivendicano l’eredità culturale del cristianesimo ne tradiscano quotidianamente i precetti, ignorando le migliaia di persone che muoiono cercando di raggiungere il nostro Paese via mare e invocando l’espulsione di chi ci riesce. Sufjan Stevens qualche anno fa ha scritto in merito che Cristo si vergognerebbe di noi. Anche da ateo questa cosa mi riguarda, forse perché sento il peso di quella eredità culturale, qualsiasi cosa sia, qualsiasi cosa significhi.

Come è nato il tuo rapporto con la Fondazione Luzzati teatro della Tosse?

Come dovrebbero nascere i rapporti di lavoro, e come però raramente succede.

Nel 2018, dopo aver ricevuto la menzione speciale al concorso Registi Under 30 della Biennale per lo studio su Saul, cercavo un produttore per lo spettacolo. Trai vari teatri che mi interessavano e che ho provato a contattare c’era la Tosse. Io non sono di Genova, non conoscevo nessuno che lavorava lì e nessuno che ci avesse lavorato. Come dire, non avevo “contatti”. Ciononostante il teatro ha risposto alla mia mail, mi sono incontrato con Emanuele Conte, Marina Petrillo e Amedeo Romeo, e abbiamo capito che poteva funzionare. Inizi così “lineari”, basati sull’interesse reciproco per i progetti, sono davvero rari, e non smetto di ritenermi fortunato per averne avuto uno simile.

Qual è la tua riflessione sul particolare frangente storico che stiamo vivendo e, in particolare, sul futuro prossimo venturo: da una parte c’è paura allo stesso tempo che tutto torni come prima così come che nulla sia come prima. Tu cosa ne pensi?

Anche io sono scisso tra queste due paure che si uniscono a generarne una più grande: che la situazione straordinaria porti le piaghe di questo pianeta a peggiorare. Dico solamente che, se avessimo realmente coscienza di quello che stiamo facendo all’ambiente in cui viviamo, questo virus sarebbe il minore dei nostri problemi. Guardando la quantità di guanti di plastica il cui utilizzo è stato imposto durante il lockdown è chiaro che questa coscienza non esiste. Questo mi preoccupa più di tutto il resto, oltre al fatto che il classismo che caratterizza le società occidentali sta velocemente fagocitando tutte le loro altre caratteristiche.

Cosa ne sarà del teatro italiano? Paura e delirio, si suppone. Credo ci siano tutti i motivi per essere seriamente preoccupati, ma la buona notizia è che avremmo dovuto essere seriamente preoccupati anche prima. Guardo con riconoscenza ai movimenti su larga scala che sono nati durante la quarantena per difendere i diritti dei lavoratori dello spettacolo, ma che sia servita una pandemia mondiale a creare questo interesse per i propri stessi diritti è incredibile.

La cosa che mi auguro, ed è l’unica che penso ci si possa augurare, è che gli eventi eccezionali che sono successi abbiano creato una qualche forma di consapevolezza sull’orientamento della nostra società, su dove stavamo andando prima di febbraio e su quello che accettavamo e forse non dovremmo accettare più. Se così non sarà, sarà stata tutta un’enorme perdita di tempo.

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