ILENA AMBROSIO | 4 marzo 2020. Il giorno precedente l’annuncio del lockdown, inconsapevolmente salutavo il teatro con La Cupa di Mimmo Borrelli le cui repliche al Teatro San Ferdinando di Napoli furono bruscamente interrotte.
L’impressione potente, attaccatasi alla pelle e alle sinapsi, di aver assistito a un “qualcosa” di epocale – difficile per me, ancora oggi, definire e semantizzare cosa sia stato – mi ha accompagnato per tutti i mesi di astinenza dal teatro. 

Il caso ha voluto che la prima dose dopo la “disintossicazione” mi sia stata offerta dallo stesso Borrelli che, per la rassegna Scena Aperta del Teatro Stabile di Napoli in coproduzione con il Napoli Teatro Festival, ha recuperato l’opera prima che gli valse nel 2005 il 48° Premio Riccione: ‘Nzularchia. Un recupero “in tempi di coronavirus”: la drammaturgia pensata per tre personaggi – che andò in scena nel marzo 2007 al Teatro Mercadante con la suggestiva regia di Carlo Cerciello – è stata calata «in lettura e in corpo» e accompagnata dalla musica live del sodale di sempre Antonio Della Ragione e dalle immagini di Alessandro Papa. Per cornice il cortile reale del Maschio Angioino.

A introdurre la messa in scena, il racconto della genesi di questo lavoro. Borrelli ripercorre le motivazioni prime, il «ciarpame delle origini» per dirla con Thomas Mann, che lo spinsero a eleggere come proprio mezzo espressivo la lingua – riduttivo chiamarla dialetto – dei Campi Flegrei: l’insofferenza per un italiano incapace di verità scenica, inefficace nella ricerca del «vero finto vero». Nasce con ‘Nzularchia la lingua di Borrelli: in quel primo complessissimo testo, la prima sperimentazione di un linguaggio antico, denso ed espressionistico, che risuona di echi ebrei, delle melodie della Torah; che agisce mentre dice; che attinge alle viscere cavernose dell’essere e le eleva a sublime.
E nasce una poetica che, con pari vigore, scava nel vissuto per afferrare il  «punto tragico» in cui si intersecano la verità del personaggio e quella dell’attore, in cui l’uno si fa prossimo all’altro. Così, per intrecciare la trama di una notte spaventosa, per dare forma al parossismo psicologico di Gaetano che riscuote dalla memoria la violenza di un padre camorrista e assassino, tenuto ora prigioniero in un palazzo fatiscente, Borrelli attinse a paure e timori infantili – i temporali, il mare, un drammatico 12 settembre – quasi inconsapevolmente confluiti nella tessitura drammaturgica.

Verità, prossimità: la lettura in corpo di ‘Nzularchia vuole essere, nelle intenzione, di Borrelli, un’estensione pubblica di un rito privato, quello della prima verifica dei suoi testi tramite la lettura a pochi amici, con i quali testarne il procedere, le dinamiche tra personaggi. L’estensione di un incontro.

Così un solo corpo e una sola voce si abbandonano a una metamorfosi ossessiva – un’ossessione tanto della lingua quanto della mente è ‘Nzularchia – accogliendo nelle proprie carni e nelle proprie flessioni la ritualità smargiassa del dire di Spennacore, il boss,  le posture che si fanno epiche tra i contorni di una pelliccia che avvolge il torso nudo; seguendo la frenesia psicotica di Gaetano, il suo dialogare immaginario con quel fratello mai nato, strappato alla vita dalla violenza paterna; vomitando l’emergere incalzante dei ricordi, degli indizi di un plot a metà fra tragedia e giallo – è una “malattia gialla” la ‘nzularchia -, fino all’agnizione finale, alla scoperta del colpevole.

A seguire l’incedere precipitoso del racconto, la drammaturgia sonora di Della Ragione, capace, come di consueto, di “gonfiare” lo spazio della scena, ora calcando il gesto, ora amplificando la parola, ora dicendo il rimosso; anticipando l’orrore di ricordi lasciati chiusi in quell’armadio dal quale un bambino vide il male con i propri occhi. E sul fondale, di quel male, si fanno immagini le proiezioni degli artwork animati di Alessandro Papa: tra i bianco e il nero l’imperversare della tempesta, la testa mozzata di un bambino, un lupo si alternano alle visioni di un Borrelli/Spennacore animalesco, mezzobusto villoso, viso deformato in espressioni maniacali, fauci che sbranano con grottesca voracità.

Verità, prossimità. «Riaprire il teatro ammutolito, imbavagliato e sospeso, attraverso questo attimo privato mi sembra il giusto modo per ricostruire un contatto più intimo con il pubblico, sulle macerie dell’anima diroccata dalla mancanza di fiducia del prossimo e della prossimità».
Il teatro come antidoto alla distanza coatta.

Foto Marco Ghidelli

E invece… E invece la potenza performativa di Borrelli – che poco gradirebbe questo aggettivo, chiedo venia – pare faticare a travalicare la quarta parete, anzi, lo stesso spazio intimo che racchiude il suo corpo, il leggio e i pochi oggetti ai quali agganciare l’evolversi della vicenda (una pistola, una bottiglia, una busta di plastica).
Lui è lì che, come sempre, vive o meglio, quasi subisce lo strazio autoinflitto dell’interpretazione, la violenza masochistica del mettersi dentro una finzione che è però realtà altra, dello sprofondare con la voce e le parole in un ipogeo fatto di carne sanguinolenta, di pulsioni bestiali, di umori, di terrori ancestrali e indicibili. Ma la lettura di un testo così intricato e linguisticamente complesso, il forsennato trasmutare, anche fisico, da un personaggio all’altro – specialmente nei dialoghi a due –, la stessa postura che, spesso ripiegata, pare far tornare al mittente le vibrazioni di un corpo contorto dal dramma, bloccano l’interprete in quel sotterraneo dal quale solo a tratti riesce a farsi davvero sentire. Il flusso vitale della sua voce ci giunge poderoso nei canti di Spennacore per esempio, diretti, ipnotici; non a caso, liberi dalla lettura. Ma i confini di quella dimensione restano per lo più chiusi, impermeabili persino ai flutti sonori provenienti dalla “bolla” in cui è racchiuso il musicista con il suo “laboratorio” strumentale. E poco aiutano, nel creare un’amalgama efficace, gli input visivi di immagini a tratti troppo oleografiche per poter offrire allo sguardo la materia incandescente del testo.
L’azione ‘lettura’ di un testo non a essa destinato, fa da scudo ai colpi sempre – e comunque, anche in questo caso – poderosi dell’essere in scena di Borrelli, lasciando indenne lo spettatore dal piacere, ancora masochistico, di tornare a casa con addosso le ferite di una catartica violenza.

E allora viene da chiedersi se sia questo il modo giusto per “ripartire”, per ridare voce al teatro; se ad adattare alle norme di sicurezza lavori come ‘Nzularchia, che possono vivere sulla scena solo nella loro originaria completezza, non si sfiori, piuttosto, il rischio di affievolirne la temperatura emotiva, di dominarne la potenza deflagrante, disinnescandone la desiderata detonazione.
In questo ‘Nzularchia Mimmo Borrelli esplode, sì, ma le macerie ci sfiorano a stento, del boato solo l’eco.
Sotto la pelle e nelle sinapsi ancora il ricordo di un altro teatro.


‘NZULARCHIA

in lettura e in corpo

di e con Mimmo Borrelli
musiche composte e eseguite in scena da Antonio Della Ragione
installazioni video Alessandro Papa
illustrazioni video Domenico Raisen
disegno luci Angelo Grieco
fonico Daniele Piscicelli
macchinista attrezzista Domenico Riso
sarta Annalisa Riviercio
foto di scena Marco Ghidelli
produzione Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale
in coproduzione con Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia

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