RENZO FRANCABANDERA | Dopo otto giorni di festival film prova a ritrovare la normalità, la compagnia del Teatro del Lemming fa il bilancio di una edizione assai particolare del Festival Opera Prima. L’iniziativa, da molti anni, in modo coraggioso porta a Rovigo i massimi esponenti del linguaggio della scena italiana ed internazionale insieme a critici, teorici del teatro e dell’arte performativa, oltre a poliedrici artisti di ispirazione ibrida. L’ultima giornata del festival è stata esemplificativa della combinazione nelle scelte artistiche, nella capacità di proporre alla comunità forme espressive composite e capaci di dialogare fra loro, mettendo in comunicazione anche diversi territori e aree della città. Innanzitutto si è assistito a quella che è forse stata la creazione più interessante e comunque sicuramente la più applaudita di questa edizione, il lavoro di Fabio Liberti. Coreografo, ha completato la sua formazione in Olanda nel 2004 e da allora è rimasto attivo nel nord Europa fra Olanda, Germania e Danimarca. Il suo lavoro We are present  ha i crismi del piccolo gioiello. Apparentemente è un dispositivo di improvvisazione teatrale, sollecitato e sviluppato in base a una serie di stimoli verbali che arrivano dal pubblico. Ma in realtà lo spettacolo affascina e coinvolge gli spettatori in maniera profondissima, perché rivela la meccanica creativa, la associa alla semplicità del vivere, esplicita come nell’arte il tema cardine non sia necessariamente quello dell’idea originaria, ma la sua interpretazione simbolica affidata all’esperienza e alla dedizione.

Il coreografo e il suoi due danzatori nella prima fase devono inventare e ricordare una sequenza non banale di movimenti che dovranno poi legare fra loro in modo da ricavarne una prima traccia danzata; a questa seguiranno, nelle fasi successive, prima una rielaborazione soggettiva dei due, e poi una regia affidata al coreografo che sulla base delle suggestioni dei due danzatori sulla traccia gestuale originaria, sceglierà i gesti e i movimenti più interessanti per una tessitura finale che ha sicuramente caratteristiche eleganti e raffinate, oltre che un grande interesse per chi osserva. La versione proposta a Rovigo non ha potuto comprendere, per ragioni di contingenze pandemiche, l’ultima fase del lavoro, quella riservata all’interazione con il pubblico che alla fine si riappropria della coreografia come reazione riconsegnata al suo punto di partenza.
Un lavoro davvero bello, che dovrebbe girare molto.

La mattina era già iniziata all’insegno del movimento disvelato con un laboratorio di Thierry Parmentier, che ha fatto parte dal 1976 al 1978 della mitica Compagnia del Ballet du XX° siècle di Maurice Bejart, e che dal 1986 si è trasferito in Italia dove ha cominciato la sua carriera da coreografo, con uno stile tanto indefinibile quanto riconoscibile, suggestionato da gesti e caratterizzato dalla fusione della tecnica con l’arte scenica, i costumi – che egli stesso disegna – la coreografia, la regia, l‘arte del corpo e la mimica.

Il laboratorio si è tenuto all’aperto, sotto le due torri, dietro una guida a tratti mistica, dentro un cerchio di tessuti cuciti fra loro. Movimenti, respiro, gesti, energia collettiva di un gruppo ampio di persone, interessate a questo momento di condivisione a tratti quasi rituale.
A seguire il tradizionale incontro sotto le antiche torri, durante il quale il direttore artistico Massimo Munaro presenta gli artisti presenti nella giornata.

Fra questi Mario Previato del collettivo MOMEC presente in questa edizione del festival con Il terzo tempo, una installazione sonora e ambientale che continua il percorso di indagine sulla memoria, le tracce, le presenze, l’incontro con le persone che vivono in noi, nella nostra memoria. Questa è la terza sua creazione che Opera Prima ospita: dopo il primo tempo del vivere la città e la sua storia e il secondo del dimenticare e lasciar andare dei segni che ci legano al passato, arriva il terzo tempo del ricordare, che trova spazio in un piccolo ambiente, un hortus conclusus dedicato a un singolo partecipante alla volta, che rimanda ai luoghi del tempo passato, per rientrare in contatto con amici, parenti, amori vecchi o nuovi, vivi o morti, vicini o lontani. L’incontro con la memoria avviene tornando sulla forma scritta, in una lettera di ricordo, che riporta a sé.

Ampi gli spazi di possibile crescita per U*,creazione sull’identità di genere di CRiB, collettivo nato nel 2017 dalla passione comune di Beatrice Fedi (performer e attrice), Roberto Di Maio (regista) e Carolina Ciuti (storica dell’arte e curatrice) per il teatro, le arti visive e la performance in generale. Il lavoro si ispira a un fatto avvenuto in Canada nel Novembre del 2016, la nascita di Searyl Doty, il primo bambino al mondo la cui tessera sanitaria reca menzione di un sesso indeterminato, ‘undetermined’ richiamato nel titolo.
Il lavoro è un composto polisemico di videoproiezioni, momenti recitati, danzati, interpretato dalla performer, con alcuni spunti sia drammaturgici che fisici interessanti sui processi culturali alla base della creazione di etichette che oggi utilizziamo per comunicare e definire il sesso ed il genere, la cui amalgama scenica è tuttavia da perfezionare, legando registicamente gli elementi fra loro, mondando di alcuni elementi più ridondanti e didascalici.

La serata si è conclusa con l’emozionante concerto nei Giardini due Torri di Federico Albanese, in uno scenario stupendo di luci ambientali che hanno trasformato gli alberi in creature parlanti. Il tutto dentro le notevoli creazioni sonore del musicista italiano (classe 1982), da anni in Germania e in tour con il suo terzo album By The Deep Sea di tono minimal-ambient pubblicato dalla Berlin Classics, ricamato su uno stile di variazioni di cifra classica, rispetto alla frase musicale, ricostruite attorno al loop, all’eco, alle ripetizioni leggibili ed evocative, spinte verso una sorta di psichedelica rappresentazione filmica degli stati emotivi. Una emozione profonda, degno finale di un festival coraggioso e con un linguaggio molto chiaro nelle intenzioni artistiche, e al contempo carico di oscura e profonda forza rituale.

 

WE ARE PRESENT 
concetto e coreografia Fabio Liberti
danzatori Arina Trostyanetskaya, Jernej Bizjak
con il supporto di Institute 0.1

U*
con Beatrice Fedi
direzione artistica Carolina Ciuti
musiche Claudio Cotugno
regia Roberto Di Maio
Premio della critica DIRECTION UNDER 30 2018 – Teatro Sociale Gualtieri Progetto vincitore di MOVIN’ UP SPETTACOLO – PERFORMING ARTS 2017

BY THE DEEP SEA
pianoforte, synth ed effetti Federico Albanese

TERZO TEMPO
installazione
da un’idea di Mario Previato, MOMEC Rovigo
assistenza artistica Fiorella Tommasini, Angela Tosatto, Antonia Bertagnon
assistenza tecnica Alessio Papa
una produzione Festival Opera Prima

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