ANTONIO CRETELLA | Una lettura del combinato disposto tra elezioni regionali e referendum intravede nei risultati un presunto rigetto del populismo, sostanziato dalla completa marginalizzazione del M5S nel voto locale e dalla débâcle salviniana, la cui stella appare appannata in confronto a ben più luminosi astri nascenti. Eppure il referendum ha segnato il trionfo di una delle istanze radicali del populismo portata alla ribalta dal grillismo, quel taglio dei parlamentari quale punizione della casta. La paradossale situazione del Movimento, che scompare vincendo il referendum, si spiega considerando il populismo un linguaggio, per definizione, volubile, fruttuoso da cavalcare, ma altrettanto rischioso per il pericolo di caderne vittime quando all’orizzonte si presenti qualcuno che meglio sa domare gli effimeri umori del tempo, ed evitando la troppo facile tentazione di scambiare l’astratto per il concreto. Gli M5S si sono compromessi istituzionalizzandosi; Salvini si è compromesso sovraesponendosi. Nel contempo, anche le altre parti politiche, per non essere tagliate fuori dall’agone, hanno mutuato modi e maniere del populismo, livellando lo stile comunicativo. Ma ciò che sta dando il colpo di grazia alle vecchie incarnazioni del populismo è l’emersione di personaggi istrionici come De Luca o Zaia, interpreti privilegiati di un potere “antisistema” che prende decisioni autonome rispetto alla lontana macchina statale, si pongono come difensori del territorio e vantano risultati concreti. Sono, in tal senso, ultrapopulisti, raccolgono il testimone del grillismo e glielo rivoltano contro, mentre Salvini subisci la guerra interna del “leghismo operante” di Zaia. I populisti vanno e vengono, il populismo resta.

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