LAURA NOVELLI | Era il 2009 quando Sasha Waltz, nome di culto della danza internazionale, soggiornò a Roma per alcuni mesi, visitò musei, chiese e palazzi e si innamorò di una città con cui poi, negli anni a venire, avrebbe stretto un rapporto sempre più proficuo. L’artista tedesca è stata, infatti, spesso ospite del Roma Europa Festival e quest’anno è spettato proprio a lei e al su ensemble, Sasha Waltz & Guests, l’onore di aprire la celebre rassegna con una nuova coreografia pensata per la capitale e, nello specifico, per la Cavea dell’Auditorium Parco della Musica. Titolo: Dialoge Roma 2020 – Terra Sacra.
Imbastire un dialogo stretto con luoghi precisi e, dunque, affinare quel legame imprescindibile tra musica, corpo e spazio di cui la danza si nutre da sempre è, d’altronde, una scelta espressiva che Sasha Waltz frequenta sin dal 1993, anno in cui fondò la sua compagnia insieme con Jochen Sandig, qui autore della drammaturgia, e in cui battezzò la formula del Dialoge poi proposta in diverse città del mondo. Ricordiamo, ad esempio, la suggestiva edizione del 2009 dedicata all’inaugurazione del MAXXI e pensata come un’irruzione plastica nella plastica architettura di Zaha Hadid (di quell’esperienza resta una vivida testimonianza nel bellissimo film Dialoge 9 – MAXXI).

 

Stavolta però c’è la pandemia. C’è l’esigenza di distanziare spettatori e ballerini. C’è un clima di angoscia generalizzata. C’è una consapevolezza di fragilità ogni giorno crescente. Ci sono misure di sicurezza da rispettare (davvero encomiabile risulta l’organizzazione del REF da questo punto di vista). Si avverte perciò una specie di compassata ritualità nell’accostarsi alla visione di un balletto che in parte recupera, attualizzandolo, un capolavoro del repertorio stesso della coreografa (Le Sacre du Printemps di Stravinskij) e, in parte, restituisce invece un disegno inedito di energie e geometrie declinate sulla “sacralità” laica di Roma/Caput mundi.

Lo spettacolo inizia prima dello spettacolo vero e proprio: già la salita che porta verso le gradinate della Cavea è puntellata di performer intenti nei loro assoli. Poco dopo l’ingresso, una ballerina vestita di bianco rimanda l’idea di una statua antica. A metà salita, un’altra danzatrice in abiti moderni e con tacchi vertiginosi è stesa a terra e porta sulle spalle il peso di un grande masso. Nel tragitto di questo Parcour in penombra si scorgono danzatori che eseguono azioni vicine alla gestualità delle arti marziali. Uno dorme su sassi, un altro danza dentro un anfratto buio, un altro sfida la legge di gravità sporgendosi nel vuoto in una posizione di acrobatico equilibrio.

Via via che il pubblico prende posto nella Cavea, il muro perimetrale dell’anfiteatro si riempie di ballerini disposti come fossero elementi statuari, ma vivi, di un fregio classico. Promanano una grazia antica e insieme un’energia tutta moderna questi angeli sospesi tra cielo e terra che risultano tutti straordinariamente espressivi nell’interpretare la musica di Negative Ghostrider di Ben Frost, compositore molto noto nell’ambito della sperimentazione elettronica e spesso nel cartellone del REF. 

La terra è, dunque, sacra sin dall’incipit e ancora più questo afflato rituale, religioso (nel senso più ampio del termine), si respira nel primo quadro della coreografia costruita per l’ampio palcoscenico: I can’t breathe, su musica di Georg Friedrich Haas. Il danzatore Edivaldo Ernesto esegue una partitura quasi tribale: il corpo è avviluppato in curve, poi scatta furioso, lotta, cade, si rialza. È un corpo ‘ctonio’, basso, impaurito ma splendidamente eroico, che racconta il tema cocente della discriminazione razziale e della violenza trasformando la tromba di I can’t breathe in un grido contro. La stessa Waltz ha spiegato la genesi di questo momento: «Farò danzare i miei interpreti sulle note di Georg Friedrich Haas, nel suo brano I can’t breath, come risposta alle discriminazioni razziali, alla morte violenta negli Stati Uniti di Eric Garner, al Movimento Black Lives Matter per sottolineare come l’emarginazione, l’isolamento, le disuguaglianze sociali siano ancora vive e presenti nella nostra società. Una situazione che il Covd-19 ha fatto emergere con più forza».

Il pezzo è forte e insieme struggente, materico e però anche volatile. Come tutto lo spettacolo, che proprio in questa alternanza tra basso e alto, pesantezza e leggerezza, materia e aria, trova la cifra espressiva più adatta per imbastire il suo omaggio a Roma in un tempo così critico e difficile come quello attuale (non certo a caso il titolo di questa ricca XXXV edizione del festival è ConTatto – un gesto per il presente).

Terminato lo splendido assolo, la scena si anima poi di una ventina di corpi danzanti che regalano al pubblico una nuova coreografia de Le Sacre du Printemps, un classico in cui si sono cimentati tanti nomi illustri della danza (ricordiamo almeno Vaslav Nijinsky, Maurice Béjart, Pina Bausch, Martha Grahm), e che la stessa Waltzs già affrontò nel 2013, a cent’anni precisi dalla prima. In questa rivisitazione per Roma troviamo un crescendo di passionalità e furore ma i corpi si sfiorano appena e seguono il ritmo ossessivo ed esotico della musica con ripetuti giochi di avvicinamento/allontanamento. L’acme si raggiunge nel quadro finale, laddove una ballerina molto esile indossa un abito rosso fuoco (elemento già presente nello spettacolo della Bausch) e poi danza nuda come fosse un demone emarginato dalla collettività: è forte qui il rapporto con l’antico, con un cosmos istintivo di pulsioni sociali ed erotiche, anche se l’erotismo che si sprigiona dalla musica non può essere restituito fino in fondo. Lo chiarisce bene sempre la Waltz: «La Sagra della primavera è un balletto di contatti, di approcci, di relazioni ravvicinate, esattamente il contrario di quello che sta avvenendo oggi con la pandemia, eppure volevo creare uno spettacolo che raccontasse il sacrificio, ma anche il ciclo della vita tra morte e rinascita».

E proprio di rinascita ci parla l’ultimo atto del lavoro, quel Boléro su musica di Maurice Ravel che viene affidato a un festoso incastro di corpi giovanili in short e maglietta (possibile allusione ad una Roma turistica?) che, più marcatamente rispetto al precedente quadro, evitano di toccarsi ma disegnano insieme linee geometriche e immagini di forte vivacità e spensieratezza, introdotte da un duetto maschile languido e sensuale.

Termina dunque in levare, con un messaggio di speranza e di giocosità, questa straordinaria produzione della compagnia tedesca che in passato ha già presentato al REF spettacoli memorabili. Tra tutti, ci piace citare quel Travelogue ITwenty to eight (2012) in cui la danza sapeva esprimere senza alcun bisogno di parole – “Il corpo parla da sé, al di là delle astrattezze dei movimenti, del filo narrativo, della partitura musicale”, ripete spesso la grande coreografa – la crisi delle relazioni e dei sentimenti, raccontando in modo estremamente teatrale l’incomunicabilità, la distanza, tra gli esseri umani nella vita quotidiana.
Il segno stilistico della Waltzs è oggi forse più astratto e simbolico di allora (e diverso è senza dubbio il sostrato creativo che sottende ai due lavori) ma una cosa è certa: quel comune senso di “separatezza” (una separatezza bisognosa, appunto, di Con-Tatto) precipita, al termine di Dialoge Roma 2020 e durante i calorosi applausi finali, dentro l’animo di ciascun spettatore come un grumo di verità di cui è difficile – molto difficile – disfarsi.

 

DIALOGE ROMA 2020 | TERRA SACRA
Sasha Waltz & Guests

regia e coreografia Sasha Waltz
costumi Jasmin Lepore, Bernd Skodzig (Sacre)
luci Martin Hauk
drammaturgia Jochen Sandig
danza e coreografia Jirí Bartovanec, Davide Camplani, Maria Marta Colusi, Juan Kruz Diaz de Garaio Esnaola, Davide Di Pretoro, Luc Dunberry, Edivaldo Ernesto, Yuya Fujinami, Tian Gao, Hwanhee Hwang, Annapaola Leso, Margaux Marielle-Tréhoüart, Sergiu Matis, Michal Mualem, Sean Nederlof, Virgis Puodziunas, Zaratiana Randrianantenaina, Orlando Rodriguez, Mata Sakka, Yael Schnell, Claudia de Serpa Soares, Joel Suárez Gómez
ripetizione Antonio Ruz Jimenez

Foto © Luna Zscharnt

Una produzione di Sasha Waltz & Guests
Sasha Waltz & Guests è finanziato dal Dipartimento per la Cultura e l’Europa del Senato di Berlino.
Nell’ambito della Presidenza tedesca del Consiglio dell’UE

Roma – Auditorium Parco della Musica,
Roma Europa Festival 18-20 settembre 2020

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