LAURA BEVIONE | Il penultimo spettacolo cui la vostra cronista teatrale ha assistito prima della sciagurata chiusura delle sale è un lavoro polimorfo eppure semplice, straziante eppure schiettamente catartico. Nel lago del cor, nuova creazione di Danio Manfredini, è un viaggio, volutamente senza protezioni, nell’inferno del male e un approdo, sostenuto da conoscenza e consapevolezza, sulla spiaggia di una catartica consolazione.
Il titolo, tratto da un passo dell’Inferno dantesco, rimanda a quel nucleo – in parte inconoscibile – dell’uomo in cui abitano impulsi, paure e desideri innominabili e giganteschi. Quel lato recondito dell’anima capace di atti di immensa generosità ma pure di costruire i campi di concentramento.

E proprio un viaggio ad Auschwitz, compiuto nell’agosto 2018, ha messo in moto il talento, composito e infinito, di Danio Manfredini: le foto scattate durante quella visita sono diventate la base per i disegni che, proiettati sul fondo e sui lati del palcoscenico spoglio, compongono la struggente e sonora scenografia dello spettacolo. Immagini, emozioni e pensieri che hanno condotto a letture ulteriori e alla visione di documentari e filmati, le nove ore di testimonianze che formano Shoah di Claude Lanzmann.

Materiali variegati alla base della scrittura di una partitura di testi e gesti, essenziale e inevitabilmente frammentaria – non è possibile dare coesione a una realtà quale quella dei lager intrinsecamente incoerente e irrazionale. C’è un muto grido di dolore, un’impossibilità di comprendere il male di cui si è vittime e testimoni che riecheggia arcaiche voci bibliche.

Manfredini è sdraiato al centro del palcoscenico, in posizione fetale, addosso la famigerata divisa a strisce riservata ai prigionieri e il volto imprigionato da una maschera che occulta lineamenti e personalità.  Su un lato, sopra una sorta di postazione da vedetta, il musicista e cantante Francesco Pini: un pesante soprabito e due piccole ali, un angelo suo malgrado di wenderiana memoria.

L’attore-autore-pittore traduce in italiano i versi in inglese delle canzoni di Pini, rievoca la routinaria e inumana quotidianità del campo di concentramento, l’imprevedibilità delle scelte dei comandanti, la convivenza con la morte e la metamorfosi dei corpi e degli animi dei prigionieri.
La parola è accompagnata, introdotta, chiosata da movimenti coreografici distesi e rallentati, luttuosamente ieratici; mentre i dipinti – scheletriche silhouette con abito a righe, il filo elettrico che circondava il lager – avvolgono l’artista, aumentando la claustrofobica vischiosità del male.

Il dolore, l’eclissi di ogni sentimento umano, ma anche uno sguardo stupito e inquieto dentro se stessi: Manfredini condivide con il pubblico il proprio stesso sbalordimento, il disorientamento di fronte alla palese sfacciataggine del male e lo invita implicitamente a celebrare con lui un rito di conoscenza e purificazione.

Lo spettacolo diviene così una sorta di immersione collettiva – disperante ma necessaria –  nel lago oscuro della nostra anima: vincere la paura di fissare le proprie macchie scure e riuscire così a godere del sole – rosso brillante nel disegno che conclude il lavoro – di una serena consapevolezza della fragilità della nostra umanità, bisognosa di costante e accurata manutenzione.


NEL LAGO DEL COR

di e con Danio Manfredini
musiche composte ed eseguite dal vivo da Francesco Pini
aiuto regia Vincenzo Del Prete
disegni e maschera Danio Manfredini
progetto audio Marco Olivieri
progetto luci Giovanni Garbo
pittore scenografo Rinaldo Rinaldi
costruzione scena Alan Zinchi, Officine Contesto
editing video Ivano Bruner
direzione tecnica Guido Pastorino
produzione La Corte Ospitale; con il sostegno di Théâtre du Bois de l’Aune; in collaborazione con Armunia Rosignano Marittimo

Teatro Astra, Torino, 23 ottobre 2020
(XX edizione Festival delle Colline Torinesi-Creazione Contemporanea)

www.festivaldellecolline.it | www.fondazionetpe.it | www.corteospitale.org 

 

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