LAURA BEVIONE | Tra le molte conseguenze negative della pandemia da Covid-19 è necessario annoverare anche la cancellazione di viaggi d‘istruzione, gite e uscite didattiche, magari per visitare una mostra, per assistere a un film seduti al cinema o per andare a teatro in occasione di una recita “scolastica”. Un’indubbia perdita, non soltanto per musei e teatri ma per gli stessi studenti, molti dei quali entravano per la prima volta in questi luoghi proprio grazie alla scuola…

Per non spezzare il legame consolidato negli anni passati grazie alle “scolastiche” e per ripensare anche le modalità di una collaborazione fra teatro e scuola sovente sclerotizzata in formule assai poco stimolanti per gli studenti, la Fondazione Luzzati Teatro della Tosse ha ideato lo scorso autunno il progetto Una voce dal palco, pensato per offrire un supporto didattico alle scuole secondarie di secondo grado impegnate nella famigerata DAD – didattica a distanza. Un’iniziativa proposta a titolo completamente gratuito e avviata, in fase sperimentale, nello scorso dicembre, coinvolgendo circa venti insegnanti di istituti superiori genovesi e alcuni attori della Compagnia stabile del Teatro della Tosse che, insieme, hanno tratteggiato e realizzato gli interventi con le classi.

Per comprendere meglio il progetto e capirne potenzialità e ricadute positive, tanto sulla didattica quanto sulle politiche scolastiche degli enti teatrali, abbiamo dato la parola a ciascuno dei tre soggetti coinvolti in Una voce dal palco: l’attore Pietro Fabbri, la prof.ssa Enrica Dondero e due studentesse, Carola e Greta.Pietro Fabbri, attore e responsabile dei laboratori di teatro al Teatro della Tosse

Quali riflessioni e/o urgenze vi hanno mosso nell’ideazione e nella progettazione di Una voce dal palco?

L’esperienza della chiusura dei teatri e la consapevolezza che questa sospensione non avrebbe probabilmente provocato grandi reazioni nella politica e, soprattutto, nella società, mi hanno portato a ripensare il nostro ruolo sia come artisti che come strutture. Se i teatri possono restare vuoti senza che questo preoccupi più di tanto la collettività, si rende necessario far fruttare questo periodo di interruzione per ricostruire un rapporto diretto con le persone, immaginando che anche chi solitamente non pensa al teatro come a un luogo dove sia interessante andare, possa trovare nel nostro lavoro un motivo diverso per apprezzarlo. Bisognava in pratica scendere dal palco per cercare di connettere le nostre professionalità con le persone comuni e in luoghi diversi dal consueto.

Il secondo pensiero è stato di rivolgerci prima di tutto a una realtà altrettanto messa a dura prova dalla pandemia, ma molto vicina al nostro ambito: la scuola. Non solo perché gli studenti saranno i nuovi spettatori del teatro di domani ma anche perché il teatro può direttamente contribuire, e in modo molto diverso dalla scuola, alla formazione degli studenti e alla diffusione della cultura.

Quali sono state le risposte da parte del mondo della scuola e ci sono state differenze nell’approccio al progetto da parte di istituzione scolastica, insegnanti e studenti?

La risposta immediata degli insegnanti è stata molto positiva, anche se della nostra proposta si intuiva che percepivano solo la potenzialità, senza riuscire a comprendere quale modalità potesse essere attivata. In parte, questo smarrimento è normale e serve a costruire qualcosa di nuovo.

Il nostro modo di operare è stato semplice: chiedere agli insegnanti di cosa avevano bisogno e immaginare con loro cosa si sarebbe potuto fare con i ragazzi. Dopo questa apertura di disponibilità totale alle esigenze dei ragazzi e della classe, abbiamo incontrato gli studenti e lo spaesamento è stato altrettanto grande: improvvisamente un autore, che di solito è oggetto di studio lontano da chi lo studia, diventa una persona come noi, le parole che ha scritto diventano parole dette da noi. Per arrivare a questo livello di immedesimazione sono necessari esercizi pratici: fisici e vocali e anche molta fantasia. Ma ecco che proprio da questi esercizi sono scaturite delle emozioni che hanno permesso agli studenti di avvicinarsi all’autore.

L’ampia libertà d’azione con le classi ci ha permesso di mettere in atto modalità differenti di lavoro: lezioni sulla poesia con esercizi sulla voce; lezioni sulla riscrittura di un testo teatrale da parte degli allievi con la prova pratica in presenza di due attori professionisti che agli studenti chiedono la ragione di certe scelte di testo, evidenziandone le criticità e le positività; lezioni in cui la lettura di un testo in prosa ha aperto possibili collegamenti con le esercitazioni pratiche da svolgere in città per conto della scuola; lezioni su diverse modalità di lettura dalla propria lingua a quella straniera. Sono solo alcune delle diverse modalità che abbiamo per ora messo in atto con le classi, mentre altre sono in futuro da immaginare e sperimentare.

Al di là delle circolari ministeriali degli anni passati che invitavano a inserire il teatro nelle scuole, quale pensate possano essere – nel momento in cui si tornerà alla “normalità” – le modalità di collaborazione creativa e fattiva fra scuola e teatro?

Pensiamo che questo esperimento si possa ripetere e, anzi, si debba ripetere: sia perché il teatro è un modo di fare cultura di cui il mondo della scuola ha bisogno, sia perché per chi fa teatro è fondamentale mantenere un contatto diretto con il mondo che sta fuori dai teatri. Gli studenti, in particolare, hanno un potenziale emotivo veramente eccezionale e questo dà al teatro la necessaria utilità nella trasmissione culturale, perché quello che leggono diventa immediatamente patrimonio loro. Se leggi Dante e non diventi Dante e non diventi le donne e gli uomini che ha incontrato, difficilmente riuscirai a penetrare a fondo la sua poesia.

Enrica Dondero, docente di Italiano e Storia all’Istituto di Istruzione Secondaria di Secondo grado Firpo – Buonarroti di Genova

Era la prima volta che collaboravate a un progetto proposto da un teatro? Com’è avvenuta concretamente la progettazione degli interventi degli attori nelle lezioni?

La partecipazione della scuola ad attività proposte dal teatro è ormai prassi; ma questa è stata un’esperienza diversa, una collaborazione nel senso profondo del termine. Una voce dal palco è stata ospitata in diversi contesti dell’Istituto Secondario Firpo-Buonarroti a indirizzo Turismo, con declinazioni specifiche in base alla disciplina e al docente di riferimento. In comune c’è un elemento di novità: l’integrazione del teatro nella didattica non ha avuto origine dallo sfogliare la programmazione degli spettacoli per recepire le iniziative di interesse per la classe, l’attività non è stata un complemento alla progettazione annuale. Nel nostro caso si è trattato, prima di tutto, di immaginare una situazione inedita: come lo specifico della competenza del professionista del teatro avrebbe potuto conferire valore a un tassello della progettazione didattica di Lingua e Letteratura italiana. Da lì è nata la fase del confronto e dell’avvicinamento progressivo a un’ipotesi concreta assolutamente sperimentale. In quanto tale, ha richiesto l’attenzione costante al divenire, per non perdere di vista, da una parte, il contatto con gli obiettivi formativi e, dall’altra, la partecipazione e l’apprendimento reale dei ragazzi.

Si può dire sia diventata effettiva a posteriori, dopo averla agita e osservata, quando ci siamo resi conto del valore aggiunto apportato alla lezione.

Quali erano obiettivi e aspettative prima dell’inizio dell’attività Una voce dal palco? Se e come sono stati raggiunti e/o soddisfatte?

L’attività affrontata si colloca nell’ambito della comprensione del testo poetico. L’obiettivo era quello di accompagnare i ragazzi, mediante un approccio coinvolgente e capace di toccare anche l’emotività, alla scoperta di prospettive di osservazione, di analisi e di comprensione del fatto poetico; era loro espressa opinione che la poesia sia un linguaggio lontano dalla vita dei giovani e che, d’altronde, anche nelle librerie la poesia «occupa un angolino al buio». Su questa potente metafora abbiamo voluto lavorare, accogliendo nel progetto didattico l’opportunità fornita dal Teatro della Tosse. Le indicazioni ministeriali richiedono che gli alunni siano progressivamente accompagnati a interpretare testi poetici; si tratta di affrontare, fra l’altro, elementi di non facile comprensione, come la funzione delle figure retoriche. Il lavoro svolto ha mostrato una chiave d’accesso innovativa.

Nella lingua italiana l’aggettivo “retorico” crea, fra le diverse accezioni, un alone di artificiosità e di depotenziamento intellettuale del contesto e per gli studenti basta a prefigurare la sensazione di noia, accettata come ineluttabile.

L’animazione dei versi, invece, ha restituito vita al testo nel suo complesso, lo ha arricchito di elementi legati alla sensorialità e al vissuto sensibile di ciascuno. Gli studenti stessi, attraverso la loro voce, hanno conferito vitalità alle parole e ai versi, si sono avvicinati alla relazione tra significato e figure del ritmo e del suono, hanno intuito aspetti di elevata complessità. È insomma accaduto che da spettatori siano diventati protagonisti di un percorso di apprendimento.

L’esperienza è risultata sicuramente fondativa e promettente, ricca di potenzialità.

Aldilà delle circolari ministeriali degli anni passati che invitavano a inserire il teatro nelle scuole, quale pensate possano essere – nel momento in cui si tornerà alla “normalità” – le modalità di collaborazione creativa e fattiva fra scuola e teatro?

Innanzitutto, va precisato che l’attività si è svolta interamente a distanza. Generalmente, nella didattica a distanza si riconosce come elemento debole l’assenza della corporeità, che indubbiamente ridimensiona la relazione educativa. Questo lavoro ha messo in mostra risorse sorprendenti. Porre la voce al centro non è scontato nella scuola secondaria di II grado, dove la parola è usata strumentalmente per rispondere, per dialogare, per esporre; scoprire che ognuno di noi è dotato di una ricchezza espressiva che spesso rimane latente, al di là della ritrosia iniziale, ha almeno aperto una breccia nella percezione del modo di comunicare di sé stessi e degli altri.

I ragazzi, attraverso gli schermi, si osservavano stupiti e divertiti, davanti alla rivelazione di aspetti sconosciuti dei loro compagni; a posteriori, è affiorata una parola – emozione – del tutto inattesa in un contesto scolastico.

È rimasto sostanzialmente inesplorato, per la relativa brevità dell’esperienza, tutto il campo dell’espressività corporea che, in età adolescenziale, ricopre un ruolo forte nella percezione del sé e dell’altro. Questi aspetti possono essere ripresi in caso di prosecuzione della didattica a distanza o di integrazione con quella in presenza, ma ancor di più quando si tornerà alla normalità.

L’esperienza ha messo in evidenza che, per una collaborazione efficace, è necessario uscire dagli stereotipi che spesso accompagnano il rapporto fra scuola e teatro; il punto cruciale è capire cosa si colloca fra due differenti competenze e come questo possa potenziare l’apprendimento degli studenti e la loro relazione con la cultura. Gli ambiti di applicazione sono innumerevoli; al di là della formazione in ambito disciplinare, di cui abbiamo sperimentato una “pillola” e che potrebbe essere ulteriormente sviluppata anche attraverso forme di aggiornamento dei docenti, nello specifico di un Istituto indirizzato al Turismo immagino che si potrebbe dar vita a contesti innovativi di relazione con il patrimonio culturale, a percorsi di PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali per l’Orientamento, ex Alternanza Scuola-Lavoro) nei quali gli studenti e le studentesse si confrontino realmente e imparino a interagire in modo efficace con gli altri, a porsi con atteggiamento creativo di fronte alle situazioni.

É necessario, a mio parere, prima di tutto ampliare il dialogo fra gli attori della scuola e quelli del teatro, in quanto ricco di prospettive al momento ancora quasi inespresse, forse appena intuite. Conoscersi reciprocamente, confrontarsi, inventare vie d’accesso e prospettive didattiche per ridefinire progetti formativi che incontrino gli interessi degli studenti e delle studentesse e che li rendano maggiormente curiosi, perché possano provare che la scuola e la cultura possono sorprenderli.Studentesse: Carola e Greta, a nome dei compagni della classe 2D Turismo dell’Istituto di Istruzione Secondaria di Secondo grado Firpo – Buonarroti di Genova

Come vi è stato presentato il progetto Una voce dal palco e quali aspettative avevate sviluppato al riguardo?

È stata una sorpresa, il lavoro ci è stato spiegato la prima volta che avevamo lezione. Si può dire che, dalle anticipazioni della prof, avevamo vagamente intuito fosse un progetto inerente alla poesia. Avevamo qualche aspettativa che ci portava a pensare che saremmo entrati nell’argomento per seguirlo a fondo. Quando ci è stata spiegata l’attività, ci siamo resi conto che era qualcosa di nuovo, mai fatto da nessuno di noi in ambito scolastico; ci ha stupiti perché occasioni del genere capitano poche volte.

Come avete vissuto gli interventi degli attori nelle lezioni dei vostri insegnanti?

All’inizio era tutto un po’ strano, un cambiamento di punto in bianco della normale lezione di italiano, non ce l’aspettavamo. Eravamo un po’ in imbarazzo, a disagio, soprattutto quando ci è stato chiesto di fare gli esercizi vocali di riscaldamento. Abbiamo dei compagni in classe che in passato hanno avuto esperienze di teatro, ma sono comunque rimasti colpiti da questa modalità di fare lezione. Dopo la sorpresa iniziale, abbiamo capito che l’attività non andava trattata come un semplice compito e che questo metodo ci faceva sentire più coinvolti; ci siamo divertiti molto.

È stato fuori dagli schemi, interessante, un modo attivo per permetterci di capire a fondo come interpretare un testo. Adesso non ci sembra più di leggere cose senza senso (molte volte, quando si tratta di poesie, ci perdiamo e non riusciamo a capirle facilmente); con questa nuova intonazione che abbiamo imparato a usare intuiamo più velocemente il significato delle parole, come dare un ritmo differente a ogni verso, come interpretare vocalmente le emozioni racchiuse in un testo. É molto diverso dal classico metodo scolastico in cui si segue il libro stando seduti al banco; e, forse, anche per questo motivo, è stato affrontato come più di un semplice compito.

Eravate state a teatro prima di vivere questa esperienza? Pensate che, quando le sale saranno riaperte, andrete ad assistere a qualche spettacolo?

Sia noi che più o meno tutti i compagni eravamo già stati a teatro a vedere degli spettacoli con la scuola. Ad alcuni il teatro ha sempre ispirato creatività, ci affascina il fatto che certe persone possano farti entrare in una storia. Grazie al progetto abbiamo imparato delle cose nuove, abbiamo capito quello che queste persone fanno dietro la scena. Ora, dopo le lezioni, ci rimane più che mai la curiosità di vederli su un palco; sarebbe interessante, in futuro, andare come classe.

 

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