RENZO FRANCABANDERA | Sylvie e Bruno è il terzo e ultimo romanzo – pubblicato in due parti nel 1889 e nel 1893 – di Charles Lutwidge Dodgson (Daresbury, 27 gennaio 1832 – Guildford, 14 gennaio 1898), più noto al pubblico grazie al bizzarro presudonimo letterario, nato dalla deformazione giocosa del suo vero doppio nome: Lutwidge versione inglese di Ludovicus, suggerì a Charles di ribattezzarsi Lewis, mentre l’anglicizzazione di Carolus, il latino per Charles, diede origine a Carroll. Fu moltissime cose in vita sua, oltre che scrittore: matematico, un grande (e fra i primi) fotografi d’arte a metà Ottocento, logico e prete anglicano britannico dell’età vittoriana. Una vita di passioni anche controverse che gli fruttarono pure accuse di pedofilia.
Fatto sta che Lewis Carroll a oggi è sicuramente una delle figure più influenti della letteratura, soprattutto per i due romanzi Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, opere apprezzate da una straordinaria varietà di lettori e scrittori che a lui si sono ispirati. Nel 1856 (a 24 anni) pubblicò Alice con il suo pseudonimo di derivazione classica, e da quel momento in poi Charles Lutwidge Dodgson e Lewis Carroll diventarono quasi due identità con vite parallele e per molti versi indipendenti, un Jeckyll e Hyde che hanno avuto nella “loro” vita capacità di compenetrarsi ma anche di restare indipendenti e sdoppiati.
Sarà forse per questa coesistenza binaria, o anche per il gusto, mostrato fin dagli esordi, per ambientazioni che oggi definiremmo sci-fi (rappresentazioni fantascientifiche di realtà sociali, equiparabili a tante serie TV che popolano i canali specializzati, come la celebre The Black Mirror), sarà perché a fine Ottocento, in piena rivoluzione industriale, l’Inghilterra era una fucina in cui si alimentavano i fermenti politici più vigorosi, e in cui Karl Marx fomentava di persona la nascita e la formazione delle prime forme partitiche di ispirazione comunista e dove morì nel 1883; sarà per ciascuna e tutte queste ragioni che nel 1889 uscì la prima versione del romanzo Sylvie e Bruno, completata in senso letterale quattro anni dopo. Il romanzo è evoluzione, peraltro, di un precedente racconto Bruno’s Revenge, pubblicato nel 1867 su Aunt Judy’s Magazine. Il suo seguito, Sylvie and Bruno Concluded (1893), fu la sua ultima opera per bambini.
L’opera raggiunse una certa popolarità ma, come riporta l’Encyclopedia Britannica «è stata considerata sconcertante e sconclusionata. Contenendo più battute tra i fratelli protagonisti che trama, la contorta vicenda opera su due livelli paralleli, uno realistico e didattico e l’altro onirico e fantastico. Include elementi di fiabe (Sylvie e Bruno sono bambini fatati decisi a fare buone opere e salvare un trono)». Il romanzo abbonda di un certo sentimentalismo moraleggiante e si regge su una serie di episodi di tenore edificante che guardano al bisogno di una riforma sociale.

Siamo a 132 anni dalla seconda e definitiva versione, e ne favorisce la ripubblicazione una traduzione italiana (uscita pochi giorni fa per Einaudi) di Chiara Lagani, una delle anime del sodalizio teatrale Fanny & Alexander, insieme a Luigi De Angelis. I bibliofili appassionati del padre di Alice nel paese delle meraviglie ne avevano potuto apprezzare in Italia (ed. Bordeaux) un’edizione del 1978 con la traduzione di Franco Cordelli (in ripubblicazione).

Dal lavoro di traduzione della Lagani è nata una versione per la scena che ha debuttato a metà giugno nell’ambito di Ravenna Festival, ospitata presso il suggestivo spazio delle Artificerie Almagià, ex-deposito del materiale pirico prossimo alla darsena e ora rifunzionalizzato. Una struttura architettonica ampia che pare quasi una basilica di quelle che a Ravenna sono ricoperte di mosaici in ogni centimetro; questa sorta di chiesa spoglia, invece, illuminata da piccoli dispositivi luminosi e sonori semoventi, è diventata la scenografia prescelta per il debutto del pot-pourri umano frutto della fantasia di Carroll – da Lady Muriel alla Madama, dal fidanzato miscredente al riprovevole Uggug, il truffaldino Vicegovernatore, il Giardiniere con la sua Canzone e moltissimi altri. Personaggi che non fatichiamo a credere fossero prossimi a quelli che si paravano sotto gli occhi dello scrittore nelle sue mille vite, nei mille salotti che frequentava, o anche solo ai mille se stesso che intercettava la mattina allo specchio.

foto Zani-Casadio

Lo spettacolo permette quindi di ri-conoscere un pezzo di letteratura, e gioca sulla struttura stessa del romanzo, sulla intricata molteplice vicenda, in parte ambientata nel mondo fantastico di Fairyland, in parte nel mondo puritano e moralista dell’epoca vittoriana.
Un assaggio? Il padre di Sylvie e Bruno, e Governatore dell’Ultra-Paese, cede temporaneamente il potere al fratello, che ne approfitta per proclamarsi Imperatore. Il Governatore intanto diviene Re degli Elfi all’insaputa di tutti, tranne che di Sylvie e Bruno, i quali iniziano le loro avventure nel mondo fantastico in cui vive anche il Narratore (presente di persona anche alle vicende dei due bambini nel mondo fantastico e medium per il lettore, per consentire il salto narrativo fra le vicende). Viaggi in treno, spostamenti di spazio e tempo, fumo di sigarette immaginarie a intasare il vagone.
Dentro la vicenda si respirano ovviamente i riferimenti della grande letteratura inglese (anche teatrale), suggestioni fiabesche ma anche i temi dell’intreccio fra sogno e realtà, fra realtà sognata e vissuta, che già erano nei primi romanzi di Carroll, e su cui si fonda l’impostazione registica di De Angelis. Si gioca su un binario in cui i personaggi scivolano fra una vicenda e l’altra senza cambiare i costumi monocromi o giocati sui toni complementari, disegnati per l’occasione dalla Lagani stessa.

Il fatto di non cambiare spazio scenico, di non connotarlo, di non prevedere costumi diversi fra i doppi personaggi che ciascun attore interpreta, in un sistema a trame autoavvolgentisi e raddoppianti, sprofonda presto lo spettatore in un profondo straniamento. È un tema questo sempre indagato dalla compagnia, che ha proprio cercato, nel bypass della funzione cognitiva primaria, un rapporto originale e diverso con l’impressione e la conoscenza dell’atto scenico – non di rado mediata dal ricorso alla tecnologia – con cui gli attori vengono istruiti in scena su cosa fare dalla regia tramite stimoli auricolari. E sospettiamo che qualcosa di simile sia comunque presente anche in questo caso, visto che tutti hanno dispositivi auricolari.

Foto Zani-Casadio

Il gruppo di talentuosi attori (Andrea Argentieri, Marco Cavalcoli, Chiara Lagani, Roberto Magnani, Elisa Pol) vive lo spazio scenico in un perenne movimento, un caos che provvede a cancellare uno spazio poco dopo averlo creato, ad amplificare il trasporto volutamente antinarrativo.
Così alla fine è facile, un po’ come Alice, trovarci in un universo nonsense, simile a quello che conosciamo, con le regole sociali, i ruoli, le paranoie soggettive, le nevrosi, i tic (Carroll era balbuziente), ma in cui si finisce per non comprendere, pur sforzandoci.
Non capire è ovviamente un’iperbole, nel senso che quello che si vuole che si capisca non è la trama, il primo livello, quello che la mente umana è abituata a metabolizzare con pigrizia.
La ricerca è proprio su un gioco che coinvolge il medium teatrale, perchè diventi proiezione di inquietudini e fantasie. Lo stesso spettacolo inizia con gli attori che, con gesti immaginari, delimitano spazi, raccolgono il nulla, lo annusano, aprono e chiudono universi. Insomma giocano al teatro. E solo dopo questo esordio sul rapporto fra teatro e universo fantastico di cui sono artefici gli attori e gli spettatori, le vicende di Carroll prendono corpo, come proiezione di un universo che solo la mente del teatrante può costruire e quella dello spettatore rendere dinamicamente possibile.

L’effetto fruitivo è quello di cui si faceva cenno: un continuo provare ad aggrapparsi alla vicenda, senza mai poterla afferrare, mentre l’identità sdoppiata dei personaggi si moltiplica nella mente di chi guarda e che prova ad afferrare brandelli e a metterli in relazione. L’anti narrativo scenico, una regia diremmo quasi brechtiana nell’approccio profondo, gioca proprio ad impedire ogni immedesimazione, a togliercela di dosso al minimo tentativo che si avvii il processo mentale.
È quindi una indagine sulla confusione, sul nostro rapporto col caos, con l’incomprensibile, con la post-verità, con la forma sociale deflagrata e le sue declinazioni intime. Qualcosa quindi di attualissimo e contemporaneo.
Da spettatori ci si avvicina e ci si allontana dalla rappresentazione con una dinamica ciclica ma non schematica. Ci si appassiona e ci si annoia. Si cerca di capire e si manda al diavolo questa possibilità. Si guardano gli attori creare mondi e distruggerli impietosamente. Si ragiona sul rapporto complesso fra teatro e letteratura, essendo costretti a perderci ma non condannati ad essere perduti.
Un bel bottino per un’ora e mezza di recita.

SYLVIE E BRUNO

Di Fanny & Alexander
Liberamente tratto da Sylvie e Bruno di Lewis Carroll

traduzione di Chiara Lagani per Einaudi
Ideazione Chiara Lagani e Luigi De Angelis
Drammaturgia Chiara Lagani
Regia, scene e luci Luigi De Angelis
Con Andrea Argentieri, Marco Cavalcoli, Chiara Lagani, Roberto Magnani, Elisa Pol
Musiche e sound design Emanuele Wiltsch Barberio
Costumi Chiara Lagani
Regia del suono Marco Oliveri
Organizzazione Marco Molduzzi, Maria Donnoli
Comunicazione e promozione Maria Donnoli
Immagine Igor Siwanowicz
Artwork Paolo Banzola
Produzione Ravenna Festival, E Production / Fanny & Alexander, in collaborazione con Ravenna Teatro

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