ELENA SCOLARI | Negli anni ’80 il Festival di Salisburgo era una manifestazione culturale estiva prestigiosa e seguita, ogni anno si metteva in scena nella piazza centrale della cittadina un grande dramma popolare, quello che per gli austriaci è quasi un Faust: Jedermann (Ognuno, 1911) di Hugo von Hoffmannstal. Nell’edizione del 1983 il ruolo da protagonista fu affidato a Klaus Maria Brandauer (nello stesso anno fu il cattivo in 007 Mai dire mai).
Io ero una bambina, non capivo il tedesco e più che a quella storia di anime da redimere ero interessata al numero di Topolino che i miei genitori mi diedero per intrattenermi; ricordo però la piazza piena e la sensazione che i salisburghesi, tra una palla di Mozart e l’altra, si fossero riuniti per qualcosa che sentivano davvero loro.

Jedermann – Klaus Maria Brandauer

Jedermann ha la forma della “cerca”: una storia in cui il protagonista attraversa tentazioni, sventure, prove, che lo porteranno all’obiettivo finale, in questo caso non il suo ma quello di Dio, adirato per la superficialità umana, che chiede alla Morte di portare davanti al suo giudizio Jedermann, l’Ognuno che è ogni uomo.

Da quest’opera Milo Rau parte per riflettere, a suo modo, sulla morte. Prima o poi un autore serio ci deve passare, non si scappa.
Il regista ha lavorato al testo di Everywoman con Ursina Lardi (collaborazione alla drammaturgia Carmen Hornbostel e Christian Tschirner), che sarà sola in scena, in dialogo con l’anziana Helga Bedau, attrice per una volta in un Romeo & Giulietta e qui presente in video. L’ultimo desiderio della donna, malata, era recitare ancora in uno spettacolo, lo ha confidato a Lardi in una lettera. Qui Bedau interpreta però se stessa, racconta episodi della sua vita, condivide pensieri sull’esistenza e racconta come vorrebbe morire. Helga Bedau è scomparsa dopo le prime repliche di questo spettacolo, pertanto c’è l’effetto disorientante di vedere un’attrice che conversa ed è osservata da qualcuno che non c’è più, proprio mentre si dà contemporaneità a quei colloqui.

Il grande palco del Teatro Strehler è quasi vuoto, c’è un pianoforte a coda, due grandi massi di cartapesta e qualche cartone da cui Lardi estrae foto incorniciate e musicassette da inserire in una vecchia radiolona con mangianastri.

ph. Armin Smailovic

Tutto comincia con il racconto, in italiano, della morte di un cavallo da corsa, crollato davanti all’attrice in tribuna. Tutta la famiglia Lardi sa cavalcare, Ursina bambina ha in mente gli ippodromi di Hollywood dove gli spettatori sono aristocratici e le signore portano eleganti cappelli parasole ma la realtà ippica non luccica affatto e in quella gara il cavallo favorito cade, si rompe una zampa, tenta di rialzarsi, ricade, si rialza e poi nei suoi grandi occhi appare la coscienza della fine, l’istantanea comprensione del Tutto.

D’ora in avanti l’attrice reciterà in tedesco, dandosi colonna sonora con le sole audiocassette. Sulla prima sono registrati rintocchi di campane, il suono che Ursina identifica con le Alpi svizzere, sua zona di origine; ma sono anche il suono che in Hoffmannstal annuncia al protagonista che è giunta l’ora di seguire Morte.
I rimandi di Rau al testo austriaco sono accennati e difficilmente noti al pubblico italiano, ma la parte di monologo più interessante e densa di Everywoman può avere sussistenza in sé: Ursina Lardi avanza verso il proscenio, pare uscire dal ruolo per esserci più vicina e parlare proprio a noi in platea; pronuncia un discorso complesso, affascinante benché concettoso, sull’immaginare uno spettacolo in cui ci sia un personaggio che incarni non solo tutti gli uomini e tutte le donne ma tutte le vite, tutta la storia, dall’avvento dell’uomo sulla terra fino a oggi.

ph. Armin Smailovic

Un “Ognuno” che sia un essere collettivo, un individuo capace di essere percepito come se fosse tutti gli individui e tutte le azioni che ogni uomo dall’inizio della Storia ha compiuto. Un’entità che respira con chi lo guarda e che sa essere il Tutto, più che rappresentarlo.
È faticoso seguire questa prolusione per via del tedesco e i molti che non lo parlano sono costretti ad alzare lo sguardo per leggere i sopratitoli allontanandosi dall’interprete: il discorso è tutto teorico, filosofico, veloce e necessiterebbe invece di un tempo meditativo, nell’ascolto prima che nella comprensione.
Filosofico non solo per il tema ontologico toccato ma perché (in un’interpretazione generosa) in questo brano c’è la lezione di Heidegger, c’è il suo dasein.
Mortificando qualche secolo di filosofia tedesca riassumo violentemente il concetto dell’Essere: per Kant equivaleva all’esistenza, per Hegel a ciò che è finito e determinato; Heidegger lo intendeva invece come esserci, dove quel ci sta per l’uomo che è “gettato nel mondo”, il suo scopo è trovare la radura (lichtung) di consapevolezza, in cui il buio si dirada e dove tutti possiamo esercitare la libertà tipica solo dell’uomo. Ciò che avviene a chi scova quella radura è più o meno ciò che Rau e Lardi hanno provato a mettere nella loro idea di essere collettivo.

ph. Armin Smailovic

L’interpretazione meno generosa è invece quella per cui questo volo di pensiero, seppur teoricamente stimolante, è l’unico momento pulsante di questo lavoro, che sembra una tappa nel percorso di un regista che ha saputo fare meglio e che dopo alcuni anni di osanna internazionali (meritati per tanti spettacoli precedenti, da Five easy pieces a Hate radio a The repetition), deve ricalibrare la bussola creativa.
C’è un punto della carriera in cui serve ripensarsi. Sembra che Rau lo stia facendo, con un lavoro “di passaggio”, che forse gli servirà per rivedere un codice registico da rivivificare. Le vite (e le morti) degli altri sono diventati più forti dei personaggi?

Se il perno del suo stile è stato partire da fatti reali per metterli in scena come finzione, dichiarando la menzogna e andando così oltre il metateatro creando un intelligente e perfetto corto circuito di livelli che produceva un pensiero (e uno stupore) “al cubo”, in Everywoman questo meccanismo appare impoverito e un po’ stanco.
Intendiamoci: Helga Bedau è ieratica nel suo gigantismo video, è a tavola ma è come fosse su un altare, è serafica e magnifica quanto può esserlo una persona che ha accettato la più misteriosa e terribile delle cose; Ursina Lardi è brava, diretta, vuole davvero pensare insieme al pubblico.
Ma la realtà fulcro di importanti spettacoli di Rau (l’assassino belga Dutroux, il Ruanda, l’omicidio di un giovane omosessuale a Liegi), non era solo un pretesto per essere attuale nel linguaggio e mettere cronaca e politica in teatro: era uno schiaffo all’ottundimento, una scossa alla morale fiacca, una favolosa costrizione a riflettere tramite costruzioni teatrali articolate e inventive, per niente indulgenti.
Everywoman, invece, è uno spettacolo tutto sommato semplice, intimo, verboso, con un tot di educata spietatezza, un secondo piano nel video d’ordinanza, ma il risultato è noioso e poco teatrale. Il testo si avvita sulla consapevolezza dichiarata di non avere granché da dire ma di aver bisogno di dirlo comunque.
Si muore sulle note di Bach al pianoforte mentre fuori piove, forse in un grande sonno collettivo.

EVERYWOMAN

di Milo Rau e Ursina Lardi
regia Milo Rau
scene e costumi Anton Lukas
video Moritz von Dungern
suono Jens Baudisch
drammaturgia Carmen Hornbostel, Christian Tschirner
ricerca Carmen Hornbostel
luci Erich Schneider
con Ursina Lardi, Helga Bedau (in video)
produzione Schaubühne, Berlino in coproduzione con Festival di Salisburgo

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