RENZO FRANCABANDERA | C’è un momento delle regie di Antonio Latella che sembra un autografo. Un segno preciso e distinguibile che quasi tutte le accomuna, o almeno quelle più recenti.
Arriva di solito all’avvicinarsi del finale dello spettacolo, quando il pubblico inizia ad immaginare il terminare del viaggio creativo.
Lì il regista inserisce questa sorta di puntuale sconquasso del tempo teatrale, un postulato per un certo verso dispettoso ma non banale, che qualifica la creazione come qualcosa che sta fuori dai ritmi del mondo esterno, che segna un sovvertimento delle attese e afferma il preciso intendimento del regista di non voler appagare la fretta che tutto si compia in modo sintetico, abbreviato.
In Chi ha paura di Virginia Woolf?, classico della drammaturgia americana, riproposto integralmente e fedelmente (e questa è a suo modo una novità) nella traduzione di Monica Capuani, andato in scena per la Stagione di Prosa al Teatro Ariosto – fra le prime tappe di una lunga tournée che lo porterà a breve in giro per l’Italia – questo momento arriva quando Ludovico Fededegni esegue quasi integralmente il terzo movimento, l’Allegro, de l’Appassionata di Beethoven, che dura all’incirca 8 minuti.
E qui non possono non tornare alla mente i circa 15 minuti piazzati sempre lì, in quella che al regista deve evidentemente parere una sezione aurea del rapporto fra creazione e rapporto con lo spettatore, ne La valle dell’Eden ispirato al libro di Steinbeck, quando le maestranze dello spettacolo, armate di casco e impalcature, entrano in scena e costruiscono da zero, nello spettacolo stesso, la colossale casa in cui si ambienta il finale.
Anche in quel caso si trattava di un classico della cultura americana, come questo testo di Edward Albee, il cui titolo è parodia della canzoncina Who’s afraid of the big black wolf, scritta nel 1933 da Frank Churchill e diventata colonna de I tre porcellini di Walt Disney.
In assonanza con il titolo della canzoncina, Albee trovò l’idea di un titolo diventato celeberrimo anche per il rimando al nome della grande scrittrice.

Fededegni interpreta la parte di Nick, giovane brillante professore universitario di biologia con buone prospettive di carriera. È stato invitato con sua moglie Honey (nome che ne qualifica la melensa dolcezza al bordo con l’insulsaggine, qui interpretata da Paola Giannini) a casa di Martha (Sonia Bergamasco), la figlia del preside dell’Università della cittadina americana del New England in cui vive con suo marito George (Vinicio Marchioni) che insegna storia nel medesimo ateneo.
Martha e George al principio sono soli in casa, già reduci da un party piuttosto etilico, quando la giovane coppia che Martha ha invitato arriva da loro.
L’incontro si muove su binari mentali e di relazione sempre più complessi, in una lunga notte di giochi maligni, insulti, umiliazioni, tradimenti, scontri dolorosi e battute feroci, dando luogo ad un progressivo disvelarsi dei segreti di entrambe le coppie.
Si aprono scenari di illusioni smascherate, attese incompiute, che ruotano anche attorno al tema filiale, con i due coniugi giovani che hanno avuto l’esperienza di una gravidanza isterica, mentre i due più maturi, disincantati, arrivano finanche ad inventare la figura di un figlio, in un intrico di menzogne che solo il finale svelerà.

foto di Brunella Giolivo

Come noto la vicenda di Chi ha paura di Virginia Woolf? ha dentro molte delle questioni del vissuto di Albee, ragazzo adottato e vissuto a lungo cercando i propri genitori biologici, fuggendo dall’agio della famiglia adottiva, così come i genitori biologici avevano abbandonato lui. In questa sua opera, affresco dell’insoddisfazione alto borghese, le lumeggiature arrivano proprio dai temi dell’incomunicabilità egoistica, dell’incapacità di amare.
Quando, infatti, al termine di una serie di ingaggi mentali crudeli, George decide di “uccidere” il figlio che hanno inventato per compensare la loro mancanza di figli (qui Albee pone il tema autobiografico del figlio “morto” senza nascere, come si immaginava essere stato per i genitori biologici che poi lo avevano lasciato a quelli adottivi), George e Martha finalmente affrontano la verità delle loro esistenze, restando soli, senza i giovani partner, in cui hanno rispecchiato le aspettative mancate, in una notte quasi psichedelica.

La regia di Latella attraverso alcuni espedienti di doppiofondo surreale, non manca di accennare a possibile questa interpretazione: i due giovani come proiezione degli stessi Martha e George, con Nick e Honey simbolo e contraltare incarnato delle loro frustrazioni, delle loro fragilità.
Tanto Martha è manipolatrice e sagace, tanto Honey ingenua e disorientata; tanto George rassegnato e cinico, tanto Nick programmatore e proiettato verso il futuro.
L’alcool che nella drammaturgia scorre a fiumi, in scena in realtà viene negato, proprio ad avvalorare una ipotesi di lucidità di Martha e George a condurre le danze sul filo dell’ipocrisia svelata e dei problemi di relazione con se stessi: frustrazioni, nevrosi, invidie, rancori.
L’alba segna la fine della nottata disperata dei coniugi maturi, quando i giovani sono andati, e la coppia matura, sopraffatta dall’angoscia di una malata quotidianità, arriva a una ineluttabile resa dei conti con la vita ormai non modificabile.

Bergamasco e Marchioni lavorano per tutta la recita in modo assai profondo su un continuo entrare e uscire dal verosimile del loro personaggio, ora palpabilmente indossato in modo aderente, ora in modo distaccato di quel tanto che basta per renderlo recitato e psicologico, ma senza mai trasformarlo in maschera. Due prove maiuscole, accompagnate dalla cifra volutamente più caratterizzata, esasperata, dei personaggi giovani, ben interpretati dal duo Fededegni – Giannini, stilizzato in una naïveté funzionale al gioco di specchi, alle rifrazioni nel delirio a due moltiplicato al quadrato.

foto di Brunella Giolivo

Latella, che per una volta si affida in modo organico alla partitura testuale originale senza clamorose variazioni, come invece era stato per molte riscritture affidate ai suoi drammaturghi (qui Linda Dalisi resta comunque dramaturg del lavoro), si concentra, riuscendo, sul ritmo della scrittura di Albee, ma non manca di rielaborare i temi della drammaturgia, mettendo quasi in controluce alcune evidenze cechoviane, che in alcune battute sovvengono chiaramente, come nel finale in cui i due protagonisti si ritrovano soli quando tutti sono andati via e, come in Zio Vanja, sono costretti a farsi carico del destino con rassegnazione, o le eterne ambizioni mai raggiunte.
Alcune scelte stilistiche rimandano poi alla lettura della poetica fassbinderiana approfondita in Ti regalo la mia morte, Veronika: dal grande tappeto che campeggiava sul fondale fino alla drammaturgia stessa, in cui i ricordi rievocati dalla protagonista, diva sul viale del tramonto, diventano allucinazioni e apparizioni, con le dualità realtà-finzione e amore-morte di cui il teatro si nutre da sempre con insaziabile avidità, i rimandi all’immaginario scenico affrontato con quel lavoro sono diversi.

Qui le scene di Annelisa Zaccheria ambientano la vicenda in un interno senza finestre, in cui le altissime pareti sono coperte da un tendaggio verde petrolio, scuro.
Gli elementi di scena comprendono una serie di arredi dal carattere vintage ma ricercati: una poltrona di tono giallastro alla sinistra del palcoscenico, alcune lampade di design, un pianoforte verticale posto di scorcio al centro del palco quasi a creare due sotto ambienti.
Ci sono poi due elementi che hanno caratteristiche quasi magiche: si tratta di una cassa acustica posta alla sinistra della scena, fra la poltrona e il pianoforte, che funziona quasi da juke box e da attivatore a tocco della colonna sonora. Appena sfiorata parte il soundscape dello spettacolo, opportunamente studiato da Franco Visioli.
A destra del palcoscenico il secondo, un grande armadio a due ante dall’interno illuminato: nell’anta a sinistra ci sono i superalcolici che fanno da detonatore dello scontro fra le identità, nell’anta di destra una sorta di passaggio verso un altrove che più spesso è stanza di attesa, antro del voyeurismo.

Puntuali nel loro potere descrittivo i costumi di Graziella Pepe e le luci di Simone De Angelis, quest’ultimo artefice di un sussulto di psichedelia onirica che rimanda ad una lettura più intensamente psicanalitica da parte della regia, il cui intento dichiarato fin dal foglio di sala è proprio sfuggire alla lettura più superficiale della nottata di sesso e alcool. Ed effettivamente all’occhio dello spettatore entrambi gli ingredienti vengono visibilmente negati, proprio a dire che occorre cercare altrove la chiave di lettura dell’opera di Albee e di questo riuscito allestimento.


CHI HA PAURA DI VIRGINIA WOOLF?

di Edward Albee
traduzione Monica Capuani
regia Antonio Latella
con Sonia Bergamasco, Vinicio Marchioni, Ludovico Fededegni, Paola Giannini
dramaturg Linda Dalisi
scene Annelisa Zaccheria
costumi Graziella Pepe
musiche e suono Franco Visioli
luci Simone De Angelis
assistente al progetto artistico Brunella Giolivo
assistente volontaria alla regia Giulia Odetto
Produzione Teatro Stabile dell’Umbria
con il contributo speciale della Fondazione Brunello e Federica Cucinelli

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