ANNALISA GURRIERI | Un teatro con le sue affascinanti sedie di velluto e un pubblico trepidante immerso in un’atmosfera familiare: in questo contesto, in una sera di febbraio nel capoluogo meneghino, assistiamo alla messa in scena del dramma pirandelliano L’uomo dal fiore in bocca, nato come novella con il titolo La morte addosso. Succede proprio quello che Luigi Pirandello descrive nella prefazione ai Sei personaggi in cerca d’autore: i personaggi di una sua novella, «Nati vivi, volevano vivere» e «usciti per prodigio dalle pagine del libro che li conteneva, seguitavano a vivere per conto loro». Il 1° febbraio 1923 quei personaggi presero vita grazie al primo allestimento del dramma diretto da Anton Giulio Bragaglia, al Teatro degli indipendenti di Roma. La sera del 25 febbraio 2022 calcano il palcoscenico del Teatro Litta di Milano, con la regia di Antonio Syxty e l’interpretazione di Francesco Paolo Cosenza e Nicholas De Alcubierre.

Sul sipario chiuso, che ancora cela ciò che osserveremo e ascolteremo per l’ora successiva, viene proiettato un video in cui si susseguono alcuni estratti di una versione cinematografica dei Sei personaggi in cerca d’autore, tentativo forse di indurre una riflessione sull’urgenza dei personaggi a farsi, a prendere voce, ad approdare sulla scena per raccontare il loro dramma. Questi fotogrammi si alternano a inquadrature di un treno in corsa: cominciamo così a immaginare l’ambientazione che si aspetta chi conosce l’opera, ovvero il caffè di una stazione. All’apertura del sipario, però, le nostre aspettative vengono subito stravolte perché ci troviamo davanti una montagna di sedie avvolta dalla plastica e una serie di quadri sullo sfondo: una mostra d’arte contemporanea, come qualcuno tra il pubblico commenta alla fine.

ph. Alessandro Saletta

Syxty, regista che pone le sue radici in una formazione da artista, sceglie di trasformare il caffè di una stazione, il contesto pensato da Pirandello, in un’installazione d’arte concettuale collocata dentro a un teatro: il suo intento è sottolineare la relazione tra immaginazione e rappresentazione della realtà, dunque tra arte e vita. Per tutta la durata della messa in scena, però, l’unico rimando a una stazione ferroviaria sono gli spezzoni di video del treno in corsa, ogni tanto proiettati in uno dei quadri. Per il resto quello che salta agli occhi degli spettatori è il fatto che la stazione non si veda, nonostante i personaggi ne parlino.

Il protagonista, l’uomo dal fiore in bocca (come è indicato dall’autore nel testo) entra in scena dalla platea, scrutandoci, per poi essere raggiunto sul palco da un pacifico avventore. Nel ruolo di quest’ultimo, il giovane Nicholas De Alcubierre, reduce dalla formazione alla scuola di teatro Grock, presso MTM-Manifatture teatrali milanesi, si rivela attento e profondo: non è scontato essere più ascoltatori che attori in scena quasi per tutto il tempo, ma il suo sguardo e la postura rivelano un osservatore paziente in cui lo spettatore, a sua insaputa, si identifica.

ph. Allesandro Saletta

Noi, seduti in platea, ci ritroviamo ad ascoltare un dialogo a proposito di cose quotidiane, di bellezze tra le pieghe della realtà. L’uomo dal fiore in bocca racconta di come lo renda appagato immaginare la vita degli estranei che passano per di là: negli occhi di quell’uomo dai capelli bianchi sembra di intravedere lo sguardo disincantato di un bambino che, con tutte le sue forze, cerca di «attaccarsi alla vita». Prima che possiamo rendercene conto, il dialogo si tramuta in un monologo sulla morte, su «uno di quegl’insetti strani, schifosi, che qualcuno inopinatamente ci scopre addosso». Per il nostro protagonista, però, la morte è un’escrescenza sotto il naso, un epitelioma: la consapevolezza di una scadenza che, al contrario di come possa sembrare, gli impedisce di vivere serenamente. Al «Buona notte, caro signore» dell’uomo dal fiore in bocca, applaudiamo una performance che, ad eccezione dell’ambientazione, rispetta alla lettera il testo originale, restituendo una rappresentazione piuttosto lineare. Francesco Paolo Cosenza veste i panni del protagonista come un buon narratore di una storia che gli sta molto a cuore, senza osare.

ph. Alessandro Saletta

Alla fine, possiamo dire di aver assistito a uno spettacolo che, con rispetto e senza strafare,  dà la sua versione di un testo di per sé pregnante, emblema di come può essere vista la teatralità in tutta la produzione pirandelliana. In un’epoca in cui la cultura italiana ufficiale riteneva il teatro un’arte mai all’altezza della narrativa, uno dei suoi autori più celebri, ne fa il cuore pulsante di tutta la sua produzione. «Tutta la sua opera è permeata di teatralità, anela al palcoscenico», scrive Luigi Lunari nell’introduzione al testo L’uomo dal fiore in bocca. Novella dopo novella, romanzo dopo romanzo, si costruisce un puzzle che prende la forma di un palcoscenico, esito naturale delle storie dei personaggi tale da rendere il teatro il traguardo di tutta l’opera di Luigi Pirandello.

L’UOMO DAL FIORE IN BOCCA
di Luigi Pirandello

installazione e regia Antonio Syxty
con Francesco Paolo Cosenza e Nicholas De Alcubierre
disegno luci Fulvio Melli
costruzioni Ahmad Shalabi

Teatro Litta, Milano | 25 febbraio 2022

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