CHIARA AMATO | El bramido de Düsseldorf è andato in scena al Piccolo Teatro Grassi di Milano in occasione del Festival Presente Indicativo, un Festival che forse anche Giorgio Strehler avrebbe organizzato per “interrogare il tempo esploso, venato di profonda incertezza, in cui oggi viviamo e preconizzare il futuro che verrà”, come è nelle intenzioni dell’attuale direttore Claudio Longhi.
Sergio Blanco, regista franco uruguaiano di recente già ospitato al Piccolo Teatro Grassi con Zoo, un’opera che esplora le dinamiche relazionali tra animale e umano per riscoprire il sentimento dell’amore, anche qui usa la tecnica ricorrente nelle sue opere: l’auto-finzione, dove quanto ci sia di vero e quanto sia frutto di immaginazione sta al pubblico decifrarlo e tradurlo nel “patto di menzogna” stipulato con l’autore, attore, drammaturgo e interprete.

Lo spettacolo si suddivide in sette parti: una captatio, cinque bramiti, una recapitulatio, e si apre in un tono giocoso sulle note di Lilly Wood & The Prick and Robin Schulz – Prayer In C con gli attori già in scena che osservano il pubblico.
La scena di un bianco latte accecante è composta da pochi elementi di arredo che vengono poi utilizzati in momenti diversi dello spettacolo: un tavolo, tre sedie e un appendiabiti. I tre attori con un’azione meta-teatrale esplicita presentano allo spettatore i ruoli da loro interpretati, lusingandosi l’uno con l’altro per le rispettive abilità attoriali e ponendosi in rapporto empatico e simpatetico col pubblico. Spiegano lo spettacolo che effettivamente fa vari salti temporali e logici nel suo evolversi.
La captatio si conclude con la performance musicale di Losing my religion dei R.E.M. che coinvolge il pubblico come se si assistesse a un concerto.

Foto di Nairí Aharonian

La vicenda si basa sulla narrazione della morte del padre del regista e incastra altre tre sotto-tematiche: la conversione all’ebraismo, la biografia del serial killer tedesco Peter Kürten e la collaborazione di Sergio Blanco con l’industria pornografica di Düsseldorf.
Così, partendo dall’infarto del padre, interpretato magistralmente da Walter Rey, si va a ritroso sul come padre e figlio siano arrivati dal Sud America nella città tedesca per arrivare fino alla vicenda tragica della morte. E qui entrano in scena le sotto-tematiche, infatti Gustavo Saffores spiega allo spettatore che Sergio Blanco non voleva confessare al padre della proposta di collaborazione nella cinematografia pornografica e aveva usato come motivazioni per questo viaggio in Germania l’allestimento di una mostra sul vampiro di Düsseldorf e la sua conversione all’ebraismo.
Durante tutta la rappresentazione il personaggio che interpreta il ruolo del padre ricorda e rimprovera al figlio il piacere che ha sempre avuto durante la sua vita nell’eccedere, nell’andare oltre i limiti, oltre la legge, sia facendo riferimento al suo passato con le droghe, sia ad esempio cercando di allestire una mostra su un serial killer spietato, mostrandone il volto umano.
Tutti i ruoli secondari nella vicenda, dall’impresaria del porno, al personale medico, alla madre di un ragazzo che si suicida in seguito a una rappresentazione del precedente spettacolo di Blanco (L’ira di Narciso), sono interpretati da Soledad Frugone, che ha una solennità da teatro classico ma dentro cui scorre una vena ironica in sottofondo.

Foto di Nairí Aharonian

I riferimenti culturali in tutta la performance scenica sono numerosissimi, anche troppi, e spaziano dalla musica di Händel (tanto gradita sia al padre che al ragazzo suicida), al cinema di Fritz Lang che in “M. Il mostro di Düsseldorf” parla appunto del serial killer in questione, è ancora al mito di Atteone, fino ad arrivare a lunghe parentesi sull’ebraismo di Blanco e l’antisemitismo recondito che il Rabbino vi ci trova, rifiutandogli la conversione.
L’utilizzo delle luci e dei costumi, di Laura Leifert Sebastián Marrero, restano abbastanza neutrali, tranne per l’utilizzo della maschera da cervo con il quale Saffores ricopre il capo di Rey in punto di morte. Quello che invece risulta più marcato è un utilizzo frequente dell’elemento video, realizzato da Miguel Grompone. Abbiamo infatti sullo sfondo e ai lati della scena un alternarsi di immagini sul nazismo, il finale del film M. di Fritz Lang fino a immagini del cartone animato Bambi.

Nel quarto bramito infatti c’è un dialogo molto tenero tra Saffores e Rey che, parlando del film, cercano di scegliere il titolo più consono e c’è questa divagazione, commentata proprio dai due attori come “fuori contesto”, sulla coincidenza storica dell’invasione della Polonia da parte di Hitler con la creazione da parte della Disney del cartone di Bambi. Lì si apre la parentesi che ci porterà poi – solo in chiusura di spettacolo – sul perché del titolo scelto.

Nairí Aharonia

Infatti in seguito alla morte del padre, Blanco si trovò coinvolto in processi legali che gli causarono un crollo psicofisico, che risolse col tempo in una clinica in Cile. Lì la madre del ragazzo suicida va a fargli visita e assistiamo alla climax emozionale intorno a cosa sia il bramito e come muoia un cervo. Sul punto di morte il bramito è un verso emesso dal cervo che poi per non farsi trovare dai suoi familiari si rotola in campi di fiori per neutralizzare l’odore.
Da questo nasce il dialogo conclusivo: ci porta al pensiero forte sulla solitudine umana, sia nel dolore sia alla fine di ogni dolore. Ma anche qui l’ironia trova il suo posto, come durante tutto lo spettacolo: infatti il personaggio di Blanco regista dà alla madre del ragazzo la parola di non citare mai l’episodio del ragazzo suicida. Cosa che invece ha fatto per tutta l’opera.
Il tempo comico è perfetto sul disvelamento della menzogna, seppure ex post, del regista a una madre distrutta; sulla promessa mancata di non fare qualcosa cui il pubblico assiste da quasi due ore (e infatti lo spettatore ride, come non mai durante tutta la rappresentazione, di queste solenni promesse vuote).

El bramido nel complesso risulta molto articolato e ricco di tematiche che avrebbero meritato uno spazio molto più importante e che risultano solo accennate e in parte perse, nella cascata interminabile di salti da un fatto scenico all’altro. Espediente cercato e voluto e anche dichiarato dal regista/drammaturgo per il tramite dagli attori stessi nei cambi di scena e di tematica, ma che lasciano lo spettatore frastornato e con la sensazione che qualcosa sia stato tralasciato. Ammirevole ed encomiabile il ritmo, che non lascia spazio alla noia, e anzi stimola lo spettatore continuamente alla fruizione dell’opera fino all’epilogo tragicomico.

 

EL BRAMIDO DE DUSSELDORF
testo e regia Sergio Blanco
video Miguel Grompone
scene, costumi e luci Laura Leifert, Sebastián Marrero
suoni Fernando Tato Castro
produzione e distribuzione Matilde López Espasandín
con Gustavo Saffores, Walter Rey e Soledad Frugone
produzione Marea Productora Cultural

Piccolo Teatro Grassi, Milano | 8 maggio 2022

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