RENZO FRANCABANDERA | La prima parte dell’edizione 2022 del festival emiliano di arti scenico-performative Trasparenze si è appena conclusa. È il progetto di Teatro dei Venti nato nel 2012 per la promozione del teatro contemporaneo e la nuova creatività attraverso l’organizzazione di un festival e di una serie di residenze, che da subito ha inglobato fra i luoghi dell’azione creativa sia il Carcere di Modena che (dal 2018) quello di Castelfranco Emilia, coinvolgendo negli spettacoli e nelle attività detenuti e pubblico esterno, rendendo possibile l’incontro tra artisti, operatori e un pubblico eterogeneo, oltre ad un gruppo di affiancatori, la Konsulta prima e gli Abitanti Utopici ora, che si occupano del monitoraggio dell’impatto sociale delle azioni della realtà teatrale.

Nell’ottica della compagnia l’azione culturale deve connotarsi come un laboratorio attivo di partecipazione e questo programma si è declinato nella geografia di prossimità includendo anche gli abitanti dei borghi dell’Appenino modenese Gombola e Polinago, le cui popolazioni sono state coinvolte in attività creative, in dialogo con l’ambiente e il territorio. In particolare l’esito del laboratorio La misura umana, andato in scena a Gombola sabato 14 maggio, si trasferisce ora a Colonia al Sommerblut Kulturfestival con gli artisti della compagnia e la comunità locale.

Un altro impegno di calibro internazionale dopo la grande esibizione all’aperto a Procida (NA) per la cerimonia inaugurale di Procida Capitale Italiana della Cultura 2022 di sabato 9 aprile, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Un grande evento diffuso, ispirato alla suggestione dei Miti del Mare, all’interno del quale gli artisti di Teatro dei Venti hanno curato i laboratori di creazione con la comunità e una sequenza di tre spettacoli e azioni performative che, dal porto di Napoli, hanno accompagnato gli spettatori a immergersi nel cuore dell’isola, fino alla replica del colossale Moby Dick con la regia di Stefano Tè, spettacolo che è valso alla compagnia un Premio Ubu per il colossale allestimento scenografico, che trasforma un gigantesco carro-nave mosso a braccia da uomini, nella leggendaria balena bianca, grazie al febbrile lavoro degli attori-marinai.
Al nucleo di 20 artisti (attori, danzatori, musicisti e tecnici) si sono qui uniti i cittadini procidani, concretamente inclusi in alcune scene dello spettacolo a conclusione di percorsi laboratoriali di tre settimane con i bambini dell’Istituto comprensivo Capraro di Procida e con il Coro Polifonico San Leonardo.

Torniamo ora a Trasparenze e ai due spettacoli proposti il 7 maggio.
Iniziando dall’Odissea ambientata in alcuni degli spazi del carcere di Castelfranco Emilia.
Varcare le soglie di una casa di detenzione non è mai esperienza leggera, ma Teatro Dei Venti, grazie al supporto della illuminata direzione del carcere di Castelfranco, riesce a catapultare gli spettatori davvero in un’esperienza singolare e a suo modo straniante. All’interno di questa antica rocca, dentro le mura del carcere, infatti c’è un enorme spazio verde che i detenuti tengono con grandissima cura, un vero e proprio giardino all’italiana, labirinti di siepi, serre per la coltivazione di piante, oltre alla ex falegnameria, un ambiente che ha permesso di creare un adattamento dell’Odissea di pregio. Si tratta di un percorso guidato da un attore in funzione narrante, il valido Vittorio Continelli, impegnato in questo progetto non solo nella recitazione ma anche nella redazione del tessuto drammaturgico, in collaborazione con Stefano Tè e Massimo Don.
Quando il gruppo di spettatori accede nell’area del grande giardino e si inizia la narrazione delle gesta di Ulisse, rilette in chiave contemporanea da un testo che vuole facilitarne la fruibilità, ci si trova in un luogo che respira un’atmosfera davvero magica, per strano che possa dirsi. In questo periodo dell’anno fra le siepi del giardino vivono centinaia di conigli in libertà, arrivati qui probabilmente da un vicino giardino pubblico e che ora si sono moltiplicati in numero tale da rendere  la visione a chi arriva davvero incredibile. Sembra di entrare in un altro mondo, molto lontano dall’idea preconcetta di carcere. E saltano allegri per il prato mentre Continelli trascina gli spettatori nella storia  del viaggio decennale dell’antico eroe, guidandoli fra le siepi basse.
Lo spettacolo è sostanzialmente diviso in tre parti.
La prima è proprio l’itinerario dentro il giardino con l’attore che ripercorre il poema omerico: una prosa discorsiva e accattivante, in parte originale, in parte ispirata alle tantissime scritture che nei secoli sono state fatte sul personaggio leggendario, permette agli spettatori una sorta di introduzione a quello che si vedrà in seguito.
Si entra, infatti, di lì a poco negli ambienti chiusi, dove prendono vita, grazie all’interpretazione dei detenuti stessi, una serie di quadri direttamente riferibili al poema epico, partendo da Polifemo, fino a Telemaco con le sue acrobazie emotive, e poi Circe, Calipso, la discesa all’Ade, il Naufragio, e l’arrivo a Itaca. Movenze, costumi, spazi oscuri dalla cui penombra emergono figure misteriose.

foto di Chiara Ferrin

La conclusione, tornando nei giardini e entrando in una serra, è invece destinata all’incontro fra Ulisse e Penelope: uno straordinario faccia a faccia, scritto da Continelli e interpretato dallo stesso attore e Alessandra Amerio, in cui la donna mette alle corde l’eroe, parlandogli di una vita sacrificata in nome del colossale egoismo altrui.
Un finale struggente e che ammutolisce il pubblico, come Ulisse, che è costretto ad abbandonare il campo.
Anche in questo spettacolo,  che rimodula un allestimento già iniziato l’anno scorso ma sostanzialmente modificato, continua la ricerca di Stefano Tè, il regista di Teatro Dei Venti, nel tentativo di unire la parola teatrale ad un codice di immagini e di azioni che di per sé hanno un respiro più installativo-performativo.
Se nei grandi spazi aperti, come nel caso di Moby Dick, il linguaggio espressivo del regista abbraccia con convinzione e sicurezza le arti del teatro di strada, prossime alle abilità circensi, negli spazi al chiuso l’atmosfera diventa gotica, dark, molto cinematografica, risolta in grandi immagini di massa, dalla resa visiva spettacolare, in cui hanno un ruolo determinante le luci e gli ambienti stessi, abitati da corpi che potrebbero quasi non parlare, e ugualmente renderebbero il senso dell’azione teatrale.
Verrebbe da dire che la parola non serve, ed è proprio qui la tensione-tentazione sempre presente nel lavoro di Tè, di superare questa dicotomia fra spettacolo di pura immagine e inserimento di una testualità capace di dialogare con questa forma, che nella scena del naufragio quasi ricorda i video di Bill Viola.
In realtà una serie di vicissitudini produttive, di infortuni che hanno condizionato le tempistiche, hanno reso impossibile portare del tutto a compimento questa operazione in Odissea: il testo della prosa affidata a Continelli all’esterno resta distinto dalla parola, più breve, affidata agli interpreti della casa circondariale negli spazi chiusi, sebbene fra costoro si siano distinte diverse interpretazioni di qualità, come ad esempio l’attore cui sono affidate tutte le parti femminili, o il più giovane Ulisse.
Lo spettacolo è comunque vivo e convincente, sposta le emozioni con lo spostarsi degli spettatori, il finale originalissimo, opera di un ispirato Continelli, emoziona, così come le colossali visioni interne, colpiscono e rimangono impresse nella memoria di chi partecipa.

In serata a Modena, abbiamo assistito anche, a Quel che resta, originale e invero riuscitissima prova del Gruppo l’Albatro, una produzione di Teatro dei Venti all’interno del progetto regionale “Teatro e Salute Mentale”.
Si tratta di un gruppo costituitosi nel 2009 a partire dal laboratorio Il volo dell’Albatro, promosso dalla collaborazione tra Sportello Social Point Modena e la compagnia modenese. Il percorso permanente continua con incontri settimanali e periodi di prove intensive in prossimità delle repliche degli spettacoli, con il sostegno del DSM-DP dell’Ausl di Modena, all’interno del progetto regionale Teatro e Salute Mentale.

La vicenda immagina un futuro distopico in stile 1984 in cui vengono vietate le parole e i ricordi. «Fu proprio in quei giorni che un gruppo di persone decisero di non arrendersi. Decisero di rifiutare il processo di eliminazione delle parole, di cercare un modo per salvarle, e quindi, di salvare loro stessi.»
Un gruppo eterogeneo e proprio per questo affascinante, che sfodera una prova convincente di silenzi e parole sparute ma densissime scritte Damiana Guerra e Teatro dei Venti, che con la regia di Oxana Casolari, Danilo Faiulo e Francesca Figini.
Un lavoro che lascia il pubblico letteralmente ammutolito al buio finale, incapace persino di far partire l’applauso per il tragico epilogo a cui porta, creazione tanto semplice quanto intensa e drammatica.
ODISSEA

drammaturgia Vittorio Continelli, Massimo Don e Stefano Tè
regia Stefano Tè
con Alessandra Amerio, Vittorio Continelli e gli attori del Carcere di Castelfranco Emilia
costumi Beatrice Pizzardo e Teatro dei Venti
allestimento Teatro dei Venti
assistente alla regia Massimo Don
prodotto da Teatro dei Venti
in coproduzione con ERT / Teatro Nazionale
in collaborazione con il Comune di Castelfranco Emilia
foto di Chiara Ferrin

QUEL CHE RESTA
Spettacolo del Gruppo l’Albatro
con Luca Bartoli, Elisabetta Borille, Sara Camellini, Antonio Congedo, Giulio Ferrari, Gilberto Gibellini, Francesca Nardulli, Maria Chiara Papazzoni, Marcello Padovani, Patrizia Vannini
Voce fuori campo Massimo Don
Regia Oxana Casolari, Danilo Faiulo e Francesca Figini
Drammaturgia Damiana Guerra e Teatro dei Venti
Supervisione artistica Stefano Tè
Il percorso di creazione nell’ambito del progetto Teatro e Salute Mentale è sostenuto dal DSM – DP dell’AUSL di Modena, dall’Otto per Mille della Chiesa Valdese e dalla Fondazione di Modenaall’interno di “Abitare Utopie II edizione”.

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