ELENA SCOLARI | L’isola è periferia, certamente più dei quartieri Isola o Nolo (che sta per Nord Loreto, versione provinciale del Soho di Londra) di Milano. L’isola si raggiunge per mare o per aria, la macchina la puoi solo caricare sul ferribbotte e pazientare durante la traversata che dura almeno 8 ore, insomma ci devi proprio voler andare, sull’isola. Comporta impegno e programmazione, una gita in Sardegna. Ed è forse per questo che il Festival dei Tacchi organizzato in Ogliastra da 23 anni da Cada die teatro e diretto da Giancarlo Biffi è un appuntamento atteso per gli isolani, abitanti di Jerzu e Ulassai – i due Comuni in cui si svolge, ma spettatori arrivano anche da Cagliari – e meno battuto invece dai continentali, soprattutto critici. Chissà che i nostri resoconti non inducano qualcuno a curiosare il prossimo anno in una manifestazione significativa e molto ben costruita, resa possibile grazie a uno staff organizzativo e tecnico di pregio.
Nell’edizione 2022 (4 > 9 agosto) si sono avvicendati Giuseppe Cederna, Ascanio Celestini, Valerio Aprea (era in cartellone anche Paolo Rossi, bloccato dal Covid), Giuliana Musso, Tommaso Banfi, Teatro Invito, Bottega degli Apocrifi, Teatro Telaio e Cada die stesso…

In due puntate/diario ci alzeremo sopra al panorama dei monti Tacchi (chiamati così per la loro forma tozza) e daremo conto di alcuni degli spettacoli visti partendo da La cortesia dei non vedenti. Giuseppe Cederna sceglie di portare sul palco un episodio della sua professione, una lezione/spettacolo tenuta davanti a 480 liceali nel teatro di una cittadina dell’Emilia Romagna, iniziata con una domandona: cosa deve succedere perché una nostra esperienza ci tocchi così profondamente da lasciare un segno indelebile? A partire da qui, l’attore ripropone davanti al pubblico quella stessa lezione, con qualche anello di raccordo colloquiale a fare da chiosa al momento teatrale presente.
Scena pulita: una sedia, microfono e leggìo, un tavolo addobbato con un arazzo di Maria Lai, una caraffa di vetro e un bicchiere.
La lezione doveva vertere sulla Prima guerra mondiale e in effetti l’inizio è affrontato insieme a Giuseppe Ungaretti e alla sua poesia I fiumi, più precisamente la nostra guida parte dall’acqua e descrive la vita del giovane poeta soldato per arrivare al perché di quel componimento così significativo di un frangente in cui Ungaretti ha capito qualcosa del profondo sé in connessione con il creato:

e qui meglio
mi sono riconosciuto
una docile fibra
dell’universo.

Cederna devía volentieri e dalle acque dell’Isonzo ci porta in quelle del Gange, in cui si è bagnato durante un importante viaggio in India con amici stretti, di questo viaggio sapremo molte cose – forse alcune un tantino romanzate ma questo è quasi ininfluente -, la crisi personale che genera il motivo della partenza, la cena della sera prima, una notizia dolorosa ricevuta poco prima del rientro e insomma, molto di quel che «deve succedere perché un’esperienza diventi indelebile».

La cortesia dei non vedenti. Foto di Gianfilippo Masserano

Lo spettacolo è costruito collegando ricordi personali di Cederna (anche pescando da Il grande viaggio, il libro del 2004 sul suo incontro con l’India avvenuto nel 1999) in cui il più delle volte si può ritrovare un valore aperto a toccare l’interiorità di tanti. La narrazione è sempre aggraziata, l’espressione dolce e il tono piano e rasserenante, anche quando si tratta di inciampi della vita faticosi e spiacevoli.
Il garbo inimitabile, la sincera apertura intima e la sensibilità dello sguardo introspettivo sono tra i maggiori pregi di Cederna attore e persona, senza trascurare quel tocco di salvifica ironia finale nella chiusura che spiega il titolo del lavoro (un piccolo mistero che non riveleremo qui), ma lo spettacolo soffre di qualche armonia di troppo, c’è cortesia anche nei confronti delle avversità. Certo, è un invito a imboccare la via della saggezza e non bisogna dimenticare che ciò che ascoltiamo è stato pensato per un folto gruppo di  adolescenti, e dunque si spiega perché alcune ingenuità – senz’altro avvertite – non sono sempre la chiave giusta per appassionare un pubblico adulto.
È una scorciatoia dire che se la storia funziona, funziona per tutti, ed è vero solo in parte: si colgono aspetti diversi in maniera differente a seconda del momento della vita in cui ci si trova, è un’ovvietà, e pertanto ciò che può acchiappare lo stupore di un ragazzo può risultare troppo stondato e privo di spigoli per un cinquantenne, si corre il rischio di eccedere nella convinzione di ‘esemplarità’ del proprio vissuto.
Dal punto di vista teatrale e semantico il punto più riuscito del racconto è infatti proprio l’incipit ungarettiano, in cui la poesia (e quindi l’arte) diventa lo strumento per rappresentare con la massima vividezza stati d’animo e intuizioni momentanee dell’essere. La parola poetica è una lente che rende più nitido il nucleo del senso. Partire da sé non garantisce di raggiungere risultati altrettanto sgargianti.

Racconto personale. Foto di Gianfilippo Masserano

Esplicitamente autobiografico è Racconto personale di Bottega degli Apocrifi (Manfredonia), in cui Mamadou Diakité racconta in 35 minuti i primi tre giorni del suo viaggio dalla Costa d’Avorio all’Italia, avvenuto nel 2019.
Il giovane autore ivoriano ha scritto la sua versione di questa prima puntata di una lunga avventura e ha poi lavorato con la drammaturga Stefania Marrone a un adattamento teatrale del testo per portarlo in scena davanti a un pubblico. Insieme hanno trovato un equilibrio di scrittura perfetto che non calca mai, ma quasi nemmeno lo sfiora, il pedale del dramma, i fatti più duri sono semplicemente “detti” ed è più che sufficiente così. Diakité ha naturalezza e discrezione, padroneggia l’italiano anche nelle sue intonazioni più raffinate e scandisce il suo “reportage” con tempi scenici fluidi e che lasciano il giusto respiro all’ascolto di frangenti incredibili a sentirsi e non necessariamente tragici. Si ride anche, ascoltando questa cronaca pulita, asciutta, viva e pulsante.
Questo giovane uomo non è scappato da una terra martoriata dalla guerra, ha voluto andarsene dalla Costa d’Avorio per trovare una strada migliore. E non dovrebbe essere nel diritto di tutti, nessuno escluso, muoversi nel mondo? Anche per questa ragione la “sfacciataggine” del suo racconto affascina per la nettezza con cui viene porta alla platea, pronta ad aspettarsi qualcosa di grave per cui sentirsi automaticamente solidale.
Le cose crude ci sono, ma Diakité spiazza tutti con un atteggiamento positivo: lui guarda avanti e questa cronaca serve per farcelo conoscere, per capirlo meglio e magari fargli delle domande, non perché si vada ad abbracciarlo dopo gli applausi. Questo è un modo che si rivolge, con intelligenza, alla testa degli spettatori, lasciando una traccia che muove il pensiero più dell’emotività.
Chiudiamo questo primo articolo con un omaggio sorridente al personaggio creato da Giancarlo Biffi, arrivato ormai alla decima avventura (con libro illustrato annesso) di Gufo Rosmarino, un piccolo rapace pieno di risorse e che – soprattutto – si avvale sempre dell’aiuto degli altri abitanti del bosco, gufi o meno che siano, per risolvere i pasticci.
Questa volta affronterà la presunta sparizione del pinguino Ric, uscito dal frigorifero dell’autore per andare a creare il Gran Circo dei pinguini con il fratello Pic, in questa lunga estate calda anche loro hanno dovuto cercare refrigerio.
Biffi in maglietta marinara a righe bianche e blu e con il solo ausilio di due botti (del resto gli spettacoli si tengono alla Cantina Antichi Poderi di Jerzu) racconta con sobrietà e colore una storia piena di fantasia e in cui i legami di amicizia tra i personaggi sono il collante che fa sempre planare sul morbido tutti i protagonisti.
Spontaneità e spirito – c’è anche qualcuno che “mangia un’idea”, gustosissima citazione gaberiana – sono i punti forti della saga di Rosmarino, che si arricchisce man mano di incontri, vegetali e non solo. Il narratore è accompagnato da alcune piccole figurine che escono di tasca e aiutano i bambini a “vedere” i personaggi, sono sagome simboliche, ma se fossero un poco più grandi acquisterebbero maggior peso teatrale.

[continua…]

LA CORTESIA DEI NON VEDENTI
di e con Giuseppe Cederna 
Produzione Cada Die Teatro e Festival dei Tacchi

RACCONTO PERSONALE
da un racconto di Mamadou Diakité
collaborazione alla riscrittura in forma di racconto Stefania Marrone
con Mamadou Diakité

GUFO ROSMARINO AL GRAN CIRCO DEI PINGUINI
di e con Giancarlo Biffi
luci Emiliano Biffi
suono Matteo Sanna
immagini Valeria Valenza
realizzazione pupazzi Marilena Pittiu e Mario Madeddu

Festival dei Tacchi, Jerzu e Ulassai – 5/6/7 agosto 2022

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