RENZO FRANCABANDERA – Elegia per la principessa barbara. A proposito di Medea è il nuovo spettacolo che la Compagnia teatrale Scena Nuda, guidata da Teresa Timpano, ha messo in scena, il 24 e 25 agosto a Portigliola, nella Locride, nell’ambito del Festival del Teatro Classico, diretto da Elisabetta Pozzi (e che sarà replicato il 4 settembre al Parco archeologico di Taureana di Palmi). A dirigere il cast, composto da Francesca Ciocchetti nel ruolo di Medea, Teresa Timpano, Filippo Gessi, Alfonso Paola, Miryam Chilà e Francesca Pica, i registi Marco Sgrosso e Elena Bucci, che abbiamo intervistato, in un ragionamento fra mito, territorio e pratica dell’arte.

Un’immagine dello spettacolo (Foto Antonio Sollazzo)

Quanta tradizione c’è in questa Medea e quanto tradimento?


MARCO SGROSSO: La tragedia greca ci parla in modo diretto della nostra essenza umana, affrontando tematiche sempre vive e urgenti: conflitti generazionali e di coppia, esodo ed esilio, pietà e giustizia, il peso della colpa, l’esercizio del potere e la sopraffazione, il valore della lealtà, il mistero della magia, la paura della diversità, la relazione con il soprannaturale, il senso profondo dell’accoglienza: tutto ciò che riguarda la nostra esistenza più profonda ed extra quotidiana. Il racconto di una vicenda mitica come quella di Medea non può quindi esimersi da un forte aggancio con la tradizione, intesa però non come inamovibile e statico retaggio culturale quanto come confronto vivo con le origini e gli archetipi da cui proviene la nostra umanità. Non parlerei di “tradimento” in opposizione a “tradizione”, quanto di evoluzione della tradizione nell’ottica di uno sguardo contemporaneo. Anche per questo, dal punto di vista drammaturgico, abbiamo scelto di contaminare il testo di Euripide con frammenti delle riscritture di Seneca e del più “moderno” Franz Grillparzer.

ELENA BUCCI: Per trasmettere qualsiasi tipo di tradizione al presente non può non esserci tradimento e non c’è tradimento che possa prescindere dalla tradizione. Avevo già affrontato il personaggio e la regia di Medea, con la collaborazione di Marco Sgrosso, nel progetto La canzone di Giasone e Medea, ma ogni volta sento il bisogno di documentarmi di nuovo, ritrovare le fonti, confrontare le traduzioni, rileggere le opere di coloro che, ispirati da Euripide, hanno ricreato il mito. Ne conseguono visioni sempre diverse, che partecipano delle caratteristiche delle persone coinvolte, dei luoghi, come in questo caso la multiforme Locride, del mio mutare nel tempo.

Come è nato il sodalizio con il territorio e che tipo di stimolo creativo ha fornito?



M.S.: Io ho una certa familiarità con questa terra aspra e affascinante. Mia nonna materna era nativa di qui, da bambino venivo ogni estate sulla punta della Calabria e a Reggio ho vissuto alcuni anni della mia infanzia, per cui mi ha subito stimolato il pensiero che questo luogo fosse teatro della vicenda di Medea, la quale prima che madre assassina è una principessa in fuga dalla propria patria in cerca di accoglienza.
Gli stimoli creativi sono stati di varia natura, non ultimo il fascino del sito archeologico (il Palatium romano di Quote San Francesco, ndr.) scelto per la rappresentazione, che ha portato a spostare l’allestimento dal palco classico ad una zona molto suggestiva ad esso adiacente, con una lunga parete di pietra, un albero isolato e altri ruderi sparsi. Così, pur nella formula di una lettura-concerto, i personaggi sono diventati un’emanazione delle rovine, fantasmi della memoria evocati dalla musica e dal canto.

E.B.: Ho scoperto per la prima volta la Calabria in un viaggio con la mia famiglia e sono rimasta sconvolta dai colori, dagli odori, dai sapori, dai luoghi. L’ho poi conosciuta meglio grazie a Marco Sgrosso e a suo padre, che viveva qui.
Anche in questo ultimo viaggio ho potuto conoscere persone straordinarie. Ho accettato l’invito di Scena Nuda anche perché loro operano in questa terra che ho nel cuore, perché so quanto sia difficile costruire in luoghi piccoli e lontani dalle città e credo che sia necessario e importante farlo.
In questi luoghi autentici e vitali, c’è un terreno fertilissimo fatto di relazioni tra persone, collaborazioni, vicinanze che mi hanno fatto sentire in un lampo cittadina di Portigliola e cittadina del mondo. Il maltempo ci ha costretto ad allestire lo spettacolo in brevissimo tempo dentro la scuola, ma l’immagine del teatro greco, delle rovine, del paesaggio era dentro di noi. C’è stato un ascolto straordinario tra gli attori e tra il pubblico, come fossimo tutti assorti in una veglia non solo per la storia di Medea, ma per le arti e i valori che fanno di un insieme di persone una comunità viva e solidale. Non lo dimenticherò.

Marco Sgrosso e Filippo Gessi durante le prove nel sito archeologico

Come si è articolato quindi il lavoro? Che tipo di questioni specifiche sono emerse durante le prove?

M.S.: Siamo partiti dalla semplice lettura del testo per verificare l’efficacia e la plausibilità degli inserti extra-Euripide. Una volta definito il copione, ci siamo dedicati all’analisi degli argomenti, alle sfumature espressive e di senso e infine alla costruzione della partitura emotiva e musicale, che ha preso il volo con l’intervento dei due musicisti, presenza sceniche fondamentali assieme agli attori per questa versione in concerto. Ed importante è stato lo sguardo attento di Elena nella messa a punto della partitura definitiva. Come questioni specifiche, per quanto riguarda il testo la ricchezza dei temi umani, civili e politici che il mito affronta: esilio, tradimento, lealtà, diversità, coesione femminile, relazione con il sovrumano. Dal punto di vista più prettamente teatrale, importanti riflessioni sullo stile della recitazione, sul valore ‘musicale’ della parola, sull’imprescindibile equilibrio tra forma e contenuto nell’espressione teatrale.



E.B.: Il lavoro realizzato ora è una prima parte del progetto. Era assai importante trovare un equilibrio tra naturalezza e forza, astrazione e autenticità che rispettasse una tragedia che appare a tanto vicina e tanto lontana.
La funzione della musica è stata molto importante. In questo caso abbiamo avuto il privilegio di collaborare con Alessandro Calcaramo, le sue percussioni e i suoi strumenti a corda e con Caterina Verduci, una cantante attrice di estrema duttilità. Entrambi molto sensibili, hanno creato insieme a noi una tessitura tutta basata su canti ed echi antichi le cui origini si perdono nel tempo.
In queste due serate, nel silenzio partecipe del pubblico, nell’emozione degli attori e dei musicisti, mi è sembrato di ritrovare il senso del teatro come luogo sacro di condivisione di tutti i possibili misteri dell’esistenza.

Un momento delle prove nel sito del Palatium romano di Quote San Francesco, a Portigliola

Che tipo di lavoro fai oggi sugli attori?

M.S.: Quello che più mi interessa è cercare di comprendere – attraverso le parole, i gesti, gli sguardi e altri piccoli dettagli – i segni della loro anima e, per quanto mi è possibile, farli sbocciare. Ammiro la padronanza tecnica, fondamentale nella resa espressiva, e non trascuro il lavoro necessario a costruirla o rafforzarla, ma ciò che mi commuove in teatro è quella scintilla di verità umana che ogni individuo porta in scena con la sua diversità.
E.B.: Cerco di ascoltarli, capirli, osservarli. Mi piace creare le condizioni perché possa uscire la loro particolare visione delle relazioni e dei personaggi, rispettando la loro voce, il corpo, le caratteristiche. Una volta che gli attori si sentono a proprio agio, riacquistano tutte le loro differenze, tutte le varietà e si può cominciare a costruire.