RENZO FRANCABANDERA | Ha preso il via alcuni giorni fa il Festival Aperto a Reggio Emilia, una delle rassegne di spettacolo dal vivo e arte contemporanea fra le più pregevoli nel centro nord Italia, organizzata da iTeatri di Reggio Emilia con la direzione artistica di Paolo Cantù; una figura manageriale attenta e illuminata che in questi anni ha portato in questo territorio il meglio dei linguaggi del contemporaneo, con particolare attenzione alla danza e alla performance, favorendo l’accessibilità anche per i più giovani e i bambini.
Un segno e un’intenzione che tornano in questa edizione fin dal manifesto dell’iniziativa, affidato a una locandina disegnata da Maicol e Mirco.
E l’inizio del festival 2022, che ospiterà 36 spettacoli, 49 repliche complessive, 8 produzioni e coproduzioni, 6 prime assolute e italiane fra concerti, opere, performance, coreografie, installazioni, spettacoli, si è dato a metà settembre al Parco del Popolo (i Giardini pubblici), in un ideale passaggio di consegne con il Festival Dinamico, che si era appena concluso, proprio con degli spettacoli di arte circense e di linguaggi tout public.

Assolatissimo pomeriggio domenicale. Un ampio cerchio di sedie cinge Joan Català, artista francese di arte circense, che arriva qui con un suo classico, uno spettacolo bello e divertente, Pelat, in cui si mescolano i codici dello spettacolo dal vivo: nessuno si scandalizzerebbe se si parlasse di questa creazione come di un atto performativo, o di circo di strada, o di teatro partecipato.
A reggere le corde di tutto, in senso letterale, c’è un artista capace di tenere incollato alla sedia un centinaio di persone che diventano completamente asservite al suo disegno creativo: gioca per un buon quarto d’ora con un pesantissimo palo di legno, con cui esegue movimenti talmente raffinati da rasentare la coreografia. Una pratica ginnica di altissimo livello, cui si somma un disegno del movimento, nello spazio della rappresentazione, capace di andare oltre il semplice fatto fisico, per diventare danza, senza mai mancare di impastare il gesto con un continuo rimando al pubblico, in una creazione di empatia muta, ma sempre tendente all’ironia, alla clownerie.
Questa bellezza poi inizia a giocare con le paure del pubblico: si porta con il palo in movimento, o in bilico, o in rotazione, vicinissimo agli spettatori, lo alza e lo fa cascare a pochissima distanza dagli spettatori, per poi coinvolgerli in una serie di azioni di teatralità partecipata che esaltano progressivamente il carattere comico della performance.
Come sempre per i grandi artisti, appaiono semplici delle azioni di particolare complessità, nella cui riuscita gli spettatori restano coinvolti. La sensazione che arriva alla fine è quasi un messaggio di psicologia sociale: nessun eroe sta in piedi da solo. Occorre sempre che ci sia almeno qualcuno a tenere le cose in equilibrio, ad aiutare, a credere nella scommessa dei più coraggiosi.
Uno spettacolo che tiene incollati a guardare dal primo minuto all’ultimo. Per chiunque avesse un festival con spazi all’aperto sarebbe da programmare assolutamente.

Ci si sposta di poco, sempre nei giardini pubblici, per Huitième jour, spettacolo della giovane compagnia La Mob à Sisyphe, un collettivo surreal-movimentista, inteso quest’ultimo aggettivo nel senso fisico della faccenda. Lo spettacolo gioca fin da subito sulla cifra dell’assurdo, un genere che in Francia ha avuto un suo specifico successo, avviatosi con la trilogia del regista Philippe Quesne composta da  L’ʼEffet de Serge (2007), La Mélancolie des dragons (2008), Big Bang (2010), ormai quasi quindici anni fa. Fu l’avvento di un codice che dava ampio spazio alla fantasia, al surreale, a una narrazione fatta di non-sense.

Huitième jour 
mette al centro l’elemento ludico e il gioco senza finalità, fatto di piccole sfide con oggetti improbabili, una pratica peraltro assai in voga nella socialmedialità giovane, declinandolo in un interno domestico abitato da tre imbranati post-adolescenti, intenti a compiere azioni assurde.
Progressivamente questa drammaturgia fisica composta da gesti privi di senso e sconnessi fra loro (aprire un barattolo di marmellata con un’ascia, spalmandone il contenuto su un crostino, intinto poi in una tazza di latte, il cui bricco era stato aperto praticando un foro nella plastica con un trapano, e così via), si innesta su una serie di virtuosismi ginnico-coreografici dal sapore di urban-jungle, fra parcour e street dance. Anche in questo caso la comicità esplode per contrasto, fra una clownerie affidata a personaggi dal sembiante verosimile e la loro pulsione continua all’uscita dal percorso ordinario delle regole già scritte. Come sempre avviene, in realtà, per uscire davvero dalle regole, occorre conoscerle e padroneggiarle in modo perfetto, e infatti i tre hanno una grande prestanza atletica che a più riprese ricorre nell’azione spettacolare.
Drammaturgicamente il lavoro si allunga un po’, complice una generosa empatia con il pubblico che però porta lo spettacolo dentro una foce a delta di finali, che si susseguono senza che ne arrivi uno definitivo, e si spinge oltre la misura dell’equilibrio scenico, sebbene il desiderio di evasione e di trasgressione dei protagonisti arrivi al giovane pubblico così nitidamente da dare origine a una fronda anarchica di bambini che, ormai completamente coinvolti nell’atto scenico, erano pronti a salire sul palco e a prendere parte alla grande distruzione finale. Ma il divertimento ha coinvolto in maniera piena e viva anche gli adulti, ovviamente.

 

La giornata si è poi completata al Teatro Cavallerizza con uno spettacolo in cui il regista Arno Fabre, artista francese contemporaneo, reinterpreta e dà nuova vita a Bibilolo, partitura del grande compositore elettroacustico Marc Monnet, creata nel 97 per le Percussions de Strasbourg. Monnet è stato un creatore sempre attento a introdurre la fantasia, lo stupore e finanche l’ironia nelle sue creazioni musicali. Nella sua musica l’elemento della sorpresa, dell’inatteso, si muove dentro il suono per esplorare prospettive estetiche aperte, non fondate su a priori linguistici e stilistici. In questo caso si trattava di un’opera da camera senza attori né cantanti, trasformata da Arno Fabre in un balletto per animali di plastica, ruspe radiocomandate, mini telecamere, robot sterminatori e ombre proiettate.
Fabre è un artista da sempre interessato ai meccanismi, capaci di creare spazi-mondo, luoghi di sogno, fra il fantastico e il terrificante. Nel 2012 aveva trasformato per Fabbrica Europa a Firenze, il foyer della Stazione Leopolda in una piazza-teatro con Les Souliers,  un’orchestra di scarpe che generava musica sul suono di passi. Un ensemble di trenta paia di scarpe che risuonavano, al ritmo dei battiti delle suole, ritmati da torsioni di caviglie meccaniche. Da allora la tecnologia ha fatto passi incredibili ma l’artista ha continuato a voler coniugare atmosfere retrò e nuovi ritrovati della tecnica, mettendo assieme vecchi e commoventi pupazzi o burattini con sofisticate macchine digitali, scheletri di ombrelli le cui ombre diventano uccelli, mentre tre musicisti eseguono alle tastiere la composizione di Monnet e in scena agiscono, senza mai diventarne protagonisti umani: una marionettista-gruista, un grafico e un videomaker.

Si tratta di una raffinata, sofisticata (a volte un po’ intellettualistica, ma sempre poetica) rilettura dei segni dell’arte, in un gioco di teatro, che va dal burattino al digitale senza perdere mai il filo, anzi stando in equilibrio costante fra fili e carrucole. Ogni evento in scena è epifania meravigliosa, che vuole stupire.
Si cerca un poetico dentro i segni dell’arte della fantasia, partendo da Bosch, di cui viene videoriprodotto, ingrandendone dei dettagli, il pannello centrale del Trittico del Giardino delle delizie. E mentre la musica crea un’atmosfera acida, a tratti quasi disarmonica, lo spettacolo si muove su un sentiero tutto suo, onirico, antidrammaturgico, fra l’opera contemporanea e la performance meccanica

Questo teatro degli oggetti, che contempla la presenza umana funzionale a facilitare “il meccanismo”, vede alcuni umani aggirarsi sulla scena, ma in qualità di manipolatori-macchinisti, mentre pian piano fra simboli, musica e oggetti pare che ci si riveli una sofisticatissima numerologia, un incastro quantico che in un video proiettato sul fondale l’anziano Monnet vuole quasi suggerirci. Quaerendo invenietis, suggeriva Bach ne L’offerta musicale, e qui, nella wunderkammer di Fabre, lo spazio del sogno si sviluppa, camera dopo camera, passando nei dodici ambienti che compongono la creazione sonora. Ne viene fuori una composizione semantica molto sofisticata, molto adulta, fatta di segni artistici mai banali, mai lasciati al caso neppure quando casuali. Una grande consapevolezza, una lezione di creatività, in una città che della creatività ha fatto un fondamento nel sistema educativo fin dalla prima infanzia.

 

PELAT

ideazione, direzione, performance Joan Català
sguardo esterno Roser Tutusaus, Melina Pereyra, Jordi Casanovas, David Climent, Pablo Molinero (Los corderos)
con il sostegno di Fira Tárrega, El Graner centro de creación del cos i moviment, Cronopis circus space Mataró, SISMÒGRAF festival Olot, TNT Terrassa festival, Trayectos danza Zaragoza, Animal a l’esquena Celrà, Mika projects.
in collaborazione con Dinamico Festival
con il supporto della Fondazione Nuovi Mecenati – Fondazione franco-italiana di sostegno alla creazione contemporanea


HUITEME JOUR

di La Mob à Sisyphe
con Raphael Milland, Cochise Le Berre, Idriss Roca
sguardo esterno Dominique Habouzit, Benjamin de Matteis
luci Louise Bouchicot – regia luci in tournée Charlotte Eugone & Louise Bouchicot – distribuzione e produzione Camille Le Falhun – amministrazione Tout’Art
coproduzione Le STUDIO PACT dispositif mutualisé La Grainerie & le LIDO, La Cascade Pole National des Arts du Cirque, Ardèche Auvergne Rhone Alpes, ECL Ecole de Cirque de Lyon, Groupe Geste(s) – lauréat 2018, SACD processus Cirque – lauréat 2019
con il sostegno di La Grainerie / STUDIO PACT, ECL, Ecole de Cirque de Lyon, La Cascade, pôle national des Arts du Cirque Ardèche Auvergne Rhone Alpes, La Maison des Jonglages, scène conventionnée La Courneuve, L’Espace Périphérique, Paris, Le LIDO, centre des Arts du Cirque de Toulouse, La Verrerie d’Alès, pôle national Cirque Occitanie, L’été de Vaour, Vaour, Quattrox4, La Cloche, Ax-animation, Ax les Thermes


BIBILOLO

regia Arno Fabre
musica Marc Monnet
costruzione e manipolazione oggetti Latifa Leforestier, Eric Dubert (“Pioui”), Arno Fabre
tastiere Lætitia Grisi, Julien Martineau, Stephanos Thomopoulos
progetto luci e video live Frédéric Blin – ricerca e creazione video Frédéric Blin, Joris Guibert
informatica musicale Thierry Coduys, Sylvain Nouguier – produzione e coordinamento Laurence Larrouy, Muriel Dutrait
produzione e diffusione C15D – coproduzione Printemps des Arts de Monte-Carlo, GRAME Centre national de création musicale Lyon, Greek National Opera, Cerise Music
con il supporto della Fondazione Nuovi Mecenati – Fondazione franco-italiana di sostegno alla creazione contemporanea
in collaborazione con Dinamico Festival

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