RENZO FRANCABANDERA | Proseguirà anche il prossimo weekend a Milano, dopo il successo di pubblico dello scorso fine settimana, la quarta edizione del Milano Off Fringe Festival, che quest’anno rientra tra i progetti selezionati e finanziati dal Comune di Milano, grazie al sostegno del MIC, tramite il bando “Milano è viva”, nato con l’obiettivo di valorizzare la vivacità delle reti culturali dei quartieri e la ricchezza culturale di tutto il tessuto urbano.
Dopo l‘ultima edizione del 2019 e la pausa nei due anni di pandemia per le criticità di gestione coordinata di spazi accessibili a un pubblico numeroso e giovane, come quello che tipicamente i fringe accolgono, Milano Off Fringe Festival è ritornato, sempre con la direzione artistica di Renato Lombardo e Francesca Vitale (fondatori dell’Associazione culturale e artistica Milano OFF) con un programma che attraverso il coinvolgimento di teatri e spazi di centro e periferia, abbraccia praticamente la maggior parte dei Municipi milanesi: 15 spazi performativi con spettacoli di ogni genere, cui si aggiungono altri 9 spazi per gli eventi definiti “Off dell’Off”, fra spettacoli, focus, musica, poesia, dibattiti, libri, sport, danza.

Raccontiamo di alcuni degli spettacoli fruiti nel weekend passato alla Fabbrica del Vapore.

Partiamo da Butterfly, un monologo di Livia Castiglioni e Margherita Lisciandrano interpretato da quest’ultima, cui si deve la scintilla creativa originaria, dovuta a una sorta di doppia vita, uno scavo nell’identità della giovane artista, che ha anche studi in Medicina, e che ha colto l’occasione per una narrazione di una sorta di dicotomia identitaria fra la studiosa, determinata oltre ogni dire, fino all’annientamento della sua personalità, e l’artista, che proprio grazie al respiro del teatro cerca il modo di dare vita a quella parte di sè sofferente e reclusa che reclama di uscire.
La creazione si avvale, oltre che della parola, delle scelte registiche di Francesco Errico e del sound design stratificato e denso di Gianluca Agostini. Il palcoscenico è illuminato di luce fredda. Nello spazio, l’interprete porge al pubblico un testo che oscilla fra il flusso di coscienza e una sorta di proiezione onirica, fin da subito evocata, in cui si definisce un immaginario clinico che ben presto trova rappresentazione anche in scena attraverso un veloce cambio d’abito in cui l’attrice prende il sembiante del medico e si trova proiettata in un consesso plurale di cui il pubblico rappresenta il gruppo degli avventori.
A fare da paravento a queste trasmutazioni e a tutte le altre azioni attorali, un tavolo di ferro la cui superficie lascia il posto a un telo di stoffa teso fra i bordi e che diventa séparé, superficie di proiezione, e poi persino tela per un veloce painting gestuale che alimenta il finale dello spettacolo.
Fra ambizioni personali, ricerca del proprio reale daimon identitario, partizione delle passioni divise tra arte e lavoro, nodo del vissuto dell’attrice da cui lo spettacolo prende le mosse, Butterfly si gioca in un’atmosfera di sottile e continua angoscia.

ph. Piero TauroLa sfida a trovare se stessi, letta in una prospettiva quasi clinica, operatoria, porta il testo verso le scritture post punk: viene raccontata quindi quella parte disumanizzante del vivere concreto dove eros e thanatos vogliono abbracciarsi in un cupio dissolvi che serpeggia nel vissuto personale, in cui l’attrice arriva a essere spettatrice di una proiezione di sé non voluta, ma che emerge come rigurgito dell’inconscio.
Pur privo di elementi scenografici particolari, se non il tavolo sul fondo, una sedia a sinistra e un microfono a destra, lo spettacolo consta di una serie di segni drammaturgici e registici che saturano, in un continuum di parole e azioni, lo spazio dell’immaginario. Vanno cercati e trovati spazi vuoti, in cui lo spettatore possa utilmente entrare per completare con il suo pensiero l’atto artistico.
Questo bisogno di desemantizzazione si rende poi particolarmente utile con riferimento alla faticosa nascita della propria identità, azione che va lasciata distinta e distante da quasivoglia riferimento all’atto generativo (pure evocato nel testo con la metafora del feto), che porta le istanze rappresentate dal corpo femminile un po’ distanti dal focus originario. Una riflessione in questo senso, come pure sull’accessibilità del linguaggio specialistico che qui e lì si fa più ermetico, può aiutare a rimettere a fuoco il cuore dell’istanza artistica.

Attorno a quello che all’inizio dello spettacolo viene scoperto come il sarcofago della nonna defunta, si ambienta Rusina, spettacolo scritto, diretto e interpretato da Rossella Pugliese. Una struttura lignea centrale, un parallelepipedo che è scatola nella scatola scenica e che viene variamente utilizzato nel corso dello spettacolo, è il centro dello sguardo del palcoscenico, adornato di un teatralissimo drappo rosso. Girato sulle ruote diventerà poi casa con le persiane, terrazzo, armadio e finanche culla. Sul palco, quasi in proscenio, a sinistra una sedia con una cesta di vimini d’altri tempi, a destra un ciocco con un’ascia per fare a pezzi la legna.

La vicenda autobiografica è l’occasione per la nipote di far reincarnare e riportare in vita la nonna scomparsa dieci anni fa, ormai ottuagenaria.
La nonna è appena morta ma torna scenicamente in vita per essere rievocata da questo atto artistico, di natura autobiografica, come dicevamo, e dunque resta prima di tutto e fortemente un atto di devozione, un atto d’amore prima ancora che di urgenza artistica. Anzi, l’arte qui pare essere un espediente per rinnovare la presenza, per ridare vita e conseguenza a un legame durato una vita.
Ed è un atto che trova una sua particolare dolcezza proprio nel tentativo di portare in scena un mondo che non c’è più, fra nostalgia e ruvidezze dell’educazione di campagna nel sud Italia di alcuni decenni fa, che forse sopravvive nelle periferie ma certamente non più con questa modalità naif, almeno nella metropoli che ospita questa replica, se non forse in piccole comunità etniche, chiuse e impermeabili al mondo esterno.
Il tutto viene porto senza mediazione in calabrese stretto, lo stesso con cui per tutto lo spettacolo la nonna si rivolge alla nipotina, che un po’ nel nome la ricorda (Rossella).
È un insieme di memorie, gesti, consigli, movenze, per favorire quel naturale passaggio di saperi e conoscenze che nella tradizione orale di paese avveniva più per simbiosi mimetica che per conoscenze scientifiche consolidate.
Il sapere orale e artigianale si tramanda in gesti: vestirsi, portare i pesi sulla testa con il grembiule acciambellato, la sera della festa, il ballo, tutto viene rievocato, cercando di insegnare ma auspicabilmente risparmiare la giovane dai dolori della vita che hanno segnato le vicende dell’anziana donna, fra amori voluti, amori costretti, ritmi familiari, ritmi del lavoro.
Il lavoro ha evidentemente un tono amorevole, che forse rende difficile dall’interno la naturale e necessaria cesura delle memorie per arrivare all’essenziale. Quindi qualcosa si spinge oltre il necessario artistico del messaggio per restare nell’affettivo, sempre più barocco e abbondante. Uno sguardo esterno in questi casi è sempre utile, per evitare la didascalia sia nei gesti che nelle parole.
Bene l’interpretazione, di una donna abituata alla scena. E si vede. Diverse le sue presenze, in particolare modo nella macro-geografia partenopea, fra le quali l’Edipo a Colono per la regia di Rimas Tuminas nel 2019.

Passiamo all’ultimo degli spettacoli della serata del 25 settembre, spostato per la pioggia negli spazi della Fabbrica del Vapore, una delle venues del Fringe. Parliamo di Frichigno! un bel testo di Enrico Cibelli portato in scena da Pierluigi Bevilacqua, un tuffo nella nostalgia dell’adolescenza sognante, al retrogusto di denuncia sociale.
Enrico Cibelli è uno sceneggiatore e creatore di percorsi testuali. Sua la celebre frase: “Quando atterri in alcune città, tanto è l’entusiasmo e lungo l’applauso al pilota che temi che prima o poi qualcuno faccia scoppiare un petardo”. Dubitiamo stesse parlando di Foggia.
O almeno quella di oggi, spesso in fondo alle classifiche per la qualità della vita in Italia. Ma una ventina di anni fa, questa città pugliese diventò emblematica, grazie al calcio e a una figura carismatica, l’allenatore Zdenek Zeman, icona per la generazione dei quarantenni meridionali italiani, espressione e profeta di un calcio emozionale, senza compromessi e mezze misure, impostate sul mantra che “Il risultato è casuale. La prestazione no”. 

Ed è il mantra che scorre anche dentro Frichigno!, spettacolo ben interpretato da Bevilacqua, foggiano e all’epoca invasato dal sogno zemaniano, da quel 4-3-3 costruito per vincere (o perdere) con molti gol e far divertire il pubblico. Erano i tempi di “Zemanlandia” e di Kurt Kobain.
Bevilacqua, giovane adolescente nella periferia del sud ma con il suo sogno alimentato dal sogno collettivo, vive una sorta di dimensione sospesa, parallela, intonata alle canzoni e ai testi dei Nirvana. Come nel testo della canzone di Lou Reed e John Cale, quando si cresce in una piccola città, la si odia e non si vede l’ora di scappare perchè non c’è nessun Michelangelo nato a Foggia. Ma in quegli anni il Michelangelo del calcio si trasferì a Foggia, trasformando in gioiello tutto quello che toccava. E nello stesso tempo le note di Kobain cambiavano il rock per sempre.
Quel tempo ritorna grazie al testo ben scritto di Cibelli e alle indubbie qualità da stand up comedian e improvvisatore dell’interprete, intrecciando le vicende personali, i tentativi, le lotte, le sconfitte, le speranze, con quelle della vita e delle vicende dei suoi due idoli di gioventù ma soprattutto della amata e odiata città.
A questi due filoni narrativi, nella seconda parte dello spettacolo si aggiunge un terzo filo, quello della città di oggi, non di rado ultima nelle graduatorie sui servizi e la vivibilità urbana, in cui la malavita governa il territorio. Questo filone di denuncia sociale, offerto con leggerezza ma incisività, si innerva, per contrasto, con degli anni della speranza, quando per la città figlia del sogno zemaniano tutto sembrava possibile.
La creazione che ha il canone dello spettacolo di narrazione, inizia con un tono da stand up comedy, con il protagonista che in modo maturo e misurato dialoga con il pubblico cogliendo gli spunti della sala, ma restando in un dire equilibrato e divertente, capace di avvicinare lo spettatore senza abbandonare la drammaturgia a nessuna deriva trash ma anzi restando in uno spazio della arguzia e della giocosa eleganza, pur negli ammiccamenti. Poi evolve per raccogliere quanto seminato nella prima parte, ma in realtà la semina si prolunga anche oltre per abbracciare diversi aspetti della vita cittadina.
Il testo è ben scritto e ben interpretato e lo spettacolo merita assolutamente di girare. Forse può essere funzionale una sintesi nella seconda parte, scegliendo su quali equilibri far atterrare il testo, se sulla narrazione civile o tenendo il fuoco sulle biografie e l’autobiografia. Come tutte le scelte, è implicito qualche doloroso sacrificio, ma lo spettacolo vale, e può stare in qualsiasi cartellone.

Il Festival continua nel prossimo weekend con una vera e propria full immersion, con focus, incontri, presentazioni e il programma dell’Off dell’Off, attività offerte gratuitamente alla città per condividere con il pubblico tematiche scelte con l’attenzione rivolta a ciò che è il sentire, il voler comprendere e apprendere. Tra le altre iniziative anche repliche di spettacoli “pet friendly” per gli spettatori a quattro zampe.

 

BUTTERFLY

di Livia Castiglioni e Margherita Lisciandrano
con Margherita Lisciandrano
regia Francesco Errico
sound designer Gianluca Agostini

RUSINA

di e con Rossella Pugliese
Aiuto Regia Alessia Francescangeli
Disegno luci Nadia Baldi
Tecnico luci Desideria Angeloni
Scenografia Santo Pugliese e Rossella Pugliese
Direttore di scena Errico Quagliozzi
Produzione di Teatro Segreto 

FRICHIGNO!

Autore Enrico Cibelli
Regia Pierluigi Bevilacqua
Interpreti Pierluigi Bevilacqua
Musiche Tracce audio
Produzione Piccola compagnia impertinente

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