sabato, 19 Settembre, 2020
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Un’altra domenica

GIANLUCA IOVINE |

Va già tutto bene così, un hashtag al futuro non serve, mentre sogno volti, parole, abbracci.

Da sveglio, fingo sia tutto uguale a prima, in un gioco fragile.

Il silenzio di questa domenica di maggio stride proprio come le rondini, rese vivaci dal respiro caldo del sole.

4 Verticali

Un guanto azzurro è spinto dal vento tra le erbacce della vecchia stazione.

La prigionia continua anche fuori.

La mutazione si rivela quando esco. Non mi chiedo neanche più se serve, se potrò fare le cose di prima: esco e basta, che è già una fortuna non dover spiegare più su un foglio chi sono, dove vado, quando torno.

Ma devo bardarmi. Incrocio uno sguardo meno schivo, con un sorriso invisibile lascio il popolo delle maschere.

In febbraio sognavo una notte allo Zoo di Berlino. Ora persino Siderno sembra troppo lontana.

Continuo come tanti a vivere sospeso. E ci sto male.

Così il cielo è un fondale mal dipinto, e il pavimento un sentiero di briciole e giochi abbandonati.

Affacciàti sul cielo

Le sedie con i cuscini slegati da sempre, i divani consegnati agli artigli dei gatti di casa nascondono male la loro stanchezza.

I muri hanno più colori di me, per ripicca mi accanisco su ogni scalfittura che rivedo all’eccesso. C’è un libro su una mensola, sdraiato come me.

Già da molto tempo il balcone è una stazione di posta per gatti. Vite difficili, le loro, ma libere.

Nel piccolo giardino gigli e crochi nascono in una notte.

La vita è testarda
La vita è davvero testarda.

Immobile come me, solo il ciarpame della cantina, e le carte del trasloco infinito in garage.

Neppure quando sono via sono solo.

Mi seguono tante memorie, tante solitudini, tra le case di via Rimembranze e Viale Pertini.

Di domenica è così, i progetti camminano lenti come queste scarpe, si fanno tenere per mano sicuri ma in fondo spauriti, come la figlia più piccola, tra i gladioli di Contrada San Lorenzo.

L’angoscia afferra alla gola, e non c’è litigata ne’ carezza che attenui questo tempo.

Un caffè ogni tanto, aroma e calore.

Luoghi, lavoro, sensazioni, vite. Resterà poco del prima.

Andrà tutto. Bene, Via il morbo, via un mondo.

E accadrà ancora, tra un sabato di speranza e un lunedì di fastidio, di ritrovarsi un’altra domenica davanti e non saper più cosa farsene.

Invece no. Perché è bella, la domenica.

Il paesaggio sa di estate.

Tutto è ancora fermo nel sonno, salvo il vento.

La vita sta ricominciando, anche qui, in queste stanze.

Gatti nati da poco in balcone, in giardino erbacce che non vogliono arrendersi ai fiori.

Prigionieri liberi

Giocattoli, biscotti, libri, da mettere a posto con calma, e poi i sorrisi del risveglio.

Per una volta il caffè si libera da una caffettiera ostile.

Sposto scatoloni, e dall’alto della scala il matrimoniale è Terra di Canossa.

Il bagno racconta viaggi, la cucina storie d’amore dimenticate in forno.

Sabato è ancora fresco, c’è una giornata da vivere in fattoria tra gli animali e la terra.

I bambini guardano oltre.

Lunedì è ancora distante. Il suo ufficio, il mio, la scuola della più grande, sempre tutto tra le pareti di casa.

In garage verso sera rivedrò anche il mio disordine.

Meno corse, più silenzi. I rottami in cantina fanno compagnia.

Oppure andremo a cercare lucertole nel sole, chiedendo a loro di domani.

Strangugli fatti a mano, e ragù di polpette. Dubbi e dissenso solo di contorno.

Senza riferimenti, tutti i giorni assomigliano alla domenica.

Inutile odiarla, lei non c’entra, è lo sguardo disincantato e il disordine dei ricordi a frenare l’abbraccio.

Andrà tutto bene, io ci credo, me lo dicono le auto che fendono la notte, e la fila fuori al bar del viale.

Ma ricordando. Perché dimenticare, non può davvero salvarci.

 

Ascoltare il suono delle stelle fra antichi scompartimenti: sulla giornata finale di Mirabilia

LAURA BEVIONE | Locomotive a vapore e vagoni ferroviari di epoche anche molto lontane – quelli con i sedili di legno lucidissimo e quelli aerodinamico dell’allora avveniristico Pendolino – Occupano un ampio spazio nella periferia di Savigliano, cittadina del cuneese dove ha sede la fabbrica che produce Frecce e treni ad alta velocità per le ferrovie di molti Stati, e, ogni giorno, vedono sfrecciare alle proprie spalle i treni che collegano Piemonte e Liguria.

Il Museo Ferroviario Piemontese è un luogo certo affascinante (nell’area espositiva interna ci sono cimeli e oggetti vari legati al mondo su rotaie e, soprattutto, sontuosi modelli di trenini elettrici che sono il sogno proibito di tanti appassionati, di ogni età) ma che cosa c’entra con il circo e le arti performative?

In verità, esso costituisce una scenografia naturale e stimolante che, se nelle edizioni passate del Festival Mirabilia ha incoraggiato originali performance site specific, e in questa edizione necessariamente adattata alle restrizioni anti-Covid e dunque orfana di residenze e periodi di studio e creazione, ha visto tuttavia gli artisti coinvolti flettere felicemente i propri lavori alle caratteristiche dello spazio e alle limitazioni, regalando al pubblico – composto principalmente da famiglie – un pomeriggio di gioia e condivisione. Il tutto sotto la sorveglianza sorridente ma rigorosa del direttore artistico Fabrizio Gavosto, attento che il distanziamento fra gli spettatori fosse sempre garantito e le mascherine indossate quando previsto.

Foto di Andrea Macchia

Un inconsueto, caldissimo sole settembrino ha accompagnato le quattro performance nel cartellone della giornata, inaugurata dall’ italo-argentino Duo Masawa, formato dai danzatori-acrobati Manuela Maria Gaona e Wanagi Valnei: di fronte a un antico ma scintillante vagone verde, gli occhi inizialmente bendati, la coppia si esibisce in un passo a due appassionato e acrobatico, in cui lo sperimentare le potenzialità di ciascuno dei cinque sensi diventa via per una più approfondita conoscenza della propria interiorità.

In V.O.G.O.T., il duo ricorre alla danza e all’acrobazia per esplorare la propria modalità di percepire il mondo esterno e di relazionarsi all’altro, abbandonandosi con fiducia alle proprie sensazioni ed emozioni e auspicando, così, un approccio più autentico, non viziato da preconcetti e immagini date, alla variegata realtà che ci circonda.

E di sicuro non sa cosa siano pregiudizi e stereotipi – o, meglio, lo sa benissimo e dunque lotta per smentirli – l’ex geometra Sergio Cherubin che, da vent’anni, è l’anima di Drum Theatre, compagnia di musicisti-performer “diversamente uguali”, capaci di far suonare vecchi bidoni dell’immondizia così come tubi di aspirapolvere, coperchi e sifoni, oltre che tradizionali batterie.

Foto di Andrea Macchia

Una compagnia eterogenea e affiatata, che genera musica e ritmo ma pure allegria ed empatia, insegnando ad ascoltare melodie astrali là dove non ci si aspetterebbe – l’aspirapolvere solitamente fastidioso – e a riconoscere la bellezza anche là dove gli altri vedono soltanto l’evidente scarto rispetto alla norma.

Al termine dell’entusiastica e partecipata performance di Drum Theatre, gli spettatori più piccoli hanno avuto la possibilità – dopo avere recuperato le forze con la merenda offerta dal Festival – di sperimentarsi come percussionisti insieme agli artisti della compagnia e anche di visitare in modo più approfondito il Museo Ferroviario, accompagnati dalle guide, tutte volontarie.

Foto di Andrea Macchia

E se queste attività non sono state ancora pienamente sufficienti a cementare il senso di comunità nel pubblico di questo pomeriggio circense/musicale, ecco che il terzo appuntamento in cartellone consente, pur rispettando il distanziamento sociale, di generare un sano spirito collaborativo. Steli è una performance/installazione ideata da Gabriele Boccacini  nell’ambito del progetto di ricerca Reaction realizzato in collaborazione con il dipartimento di Educazione del Museo di Arte Contemporanea del Castello di Rivoli (Torino). Quattro performer, la musica dal vivo e un certo numero di bastoni dei colori dell’arcobaleno, con i quali costruire una struttura ognora diversa, da attraversare e temporaneamente abitare. Invitati porgendo loro un’estremità di uno stelo, gli spettatori, dotati di scotch, contribuiscono alla creazione, aiutandosi e collaborando gli uni con gli altri.    Una performance/happening che non soltanto testimonia della inventività nascosta in ciascuno ma, con sorridente e incisiva naturalezza, ci ricorda quanto il fare insieme agli altri possa generare originale e consolante bellezza.

Incontrare e stare con gli altri: quale altra via ideale per farlo se non il viaggio? Un itinerario, liberamente ispirato al romanzo-mito On the road di Jack Kerouac, è quello tracciato nell’omonimo, ultimo spettacolo della giornata – e dell’edizione 2020 di Mirabilia.

Foto di Andrea Macchia

Scritto e diretto da Milo Scotton, anche in scena con altri quattro artisti circensi, il lavoro affianca sipari corali ad assoli e duetti, acrobatica e funi, trapezi e cerchi, per raccontare la gioia del viaggio e della scoperta dell’altro da sé. E quale luogo migliore per ritrarre la vitale energia dello spostamento – l’umanità non si è forse evoluta spostandosi costantemente ed esplorando? –  che un museo dedicato a quel magnifico mezzo di trasporto, romantico e avventuroso, sentimentale e temerario, che è il treno…


V.O.G.O.T
.

di e con Manuela Maria Gaona, Wanagi Valnei
produzione Duo Masawa

 

DRUM THEATRE

ideazione e coordinamento Sergio Cherubin
con Carlotta Putetto, Ilaria Stradiotto, Francesco Barberis, Davide Mariano, Elisa Mariano, Serena Carrino
produzione Drum Theatre

 

STELI

direzione Gabriele Boccacini
original score Stanislao Lesnoj e SmZ / Riccardo Ruggeri
light design Andrea Sancio Sangiorgi
musiche dal vivo Simone Bosco
performer Dario Prazzoli, Gigi Piana, Erika De Crescenzo, Jessica Donato
produzione Stalker Teatro

 

ON THE ROAD – La vita è come un viaggio

regia e drammaturgia Milo Scotton
tecnico audio/luci Corrado Gallo
artisti in scena Milo Scotton, Valeria Quatrale, Giorgia Giani, Raffaele Riggio, Valentina Padellini
produzione Artemakìa

Museo Ferroviario Piemontese, Savigliano (CN)
12 settembre 2020

PREMIO RETE CRITICA 2020: ecco chi passa al secondo turno

REDAZIONE | Consolidato ormai nel patrimonio e nella prassi dei premi per il teatro in Italia, il premio Premio Rete Critica 2020 ha scelto di dedicarsi a segnalare quei progetti che abbiano saputo rappresentare e incarnare il cambiamento che stiamo vivendo, guardando verso il futuro dopo una fase così difficile per il settore culturale.
Il complesso dialogo con le tecnologie durante il lockdown che ha visto sostenitori e contrari ha generato possibilità e dubbi: cosa ha prodotto e pensato il mondo del teatro italiano in questo 2020?

L’auspicio delle testate e dei magazine online che hanno aderito al progetto è quello di dare un contributo decisivo per non cadere nella tentazione del “tutto come prima”, nel raccontare un momento epocale e nel rilanciare verso il futuro.
Dal 4 al 6 dicembre 2020 a Padova, ospiti del Teatro Nazionale del Veneto, Rete Critica 9 e ¾ si riunirà in presenza per riflettere sul cambiamento. Verrà organizzato un convegno con artisti studiosi e critici e si illustreranno e discuteranno i progetti finalisti.

9 e 3/4 perché il 2020 ci ha privato di 4 mesi di teatro e perché il binario 9 e 3/4 porta in un’altra dimensione: quella dell’immaginazione.

Le fasi del premio

  • MAPPATURA: tutte le testate entro il 15 settembre indicano fino a 5 segnalazioni di progetti che abbiano rappresentato questo cambiamento (spedizione via mail a premioretecritica@gmail.com). La scelta può andare dalla telefonata allo spettacolo su zoom, dal monologo al progetto organizzativo, fino allo spettacolo vero e proprio. Non ci sono categorie ma solo un limite numerico.
  • FASE 1: dopo la mappatura, passano alla fase 1 tutti i progetti con almeno 2 segnalazioni. Tra questi, le testate sono chiamate a individuare i 5 lavori per loro più rappresentativi del concetto di “Cambiamento” (votazione entro il 22 settembre).
  • FASE 2: plenaria online aperta a tutti i membri di Rete Critica per discutere i 10 progetti con più voti, per determinare il programma dei giorni a Padova.

I promossi alla FASE 2

Radio India – 5 segnalazioni
http://www.teatrodiroma.net/doc/6852/radio-india

Diario dei giorni felici – Teatrino Giullare – 4 segnalazioni
https://teatrinogiullare.com/diario-dei-giorni-felici/
Le Favole al telefono… al telefono! – Campsirago Residenza – 4 segnalazioni
https://www.campsiragoresidenza.it/spettacoli/le-favole-al-telefono-al-telefono-2/
Decreto quotidiano – Michele Sinisi – 4 segnalazioni
https://www.youtube.com/watch?v=pR49qGGvhfQ
Lapsus Urbano. Il prumo giorno possibile – Kepler-452 – 3 segnalazioni
https://stagioneagora.it/produzione-liberty/lapsus-urbano-il-primo-giorno-possibile/
I punti home + Home Sweet Home – Compagnia Egribiancodanza – 2 segnalazioni
https://www.egridanza.com/ipuntihome/
CORPI ELETTRICI – live version – Collettivo MINE, Gender Bender e Conservatorio di Musica elettronica G. B. Martini di Bologna – 2 segnalazioni
http://www.consbo.it/home/corpi_elettrici
MAD – Museo Antropologico del Danzatore – Balletto Civile – 2 segnalazioni
http://www.ballettocivile.org/it/scheda/museoantropologicodeldanzatorem-a-d/
C.Re.S.Co – 2 segnalazioni
https://www.progettocresco.it/
Traces of Antigone – Elli Papakonstantinou/ODC Ensemble – 2 segnalazioni
https://elli.site/projects/traces-of-antigone/
Hortus Conclusus – 2 segnalazioni
http://www.comune.noviligure.al.it/servizi/notizie/notizie_fase02.aspx?ID=13899
IO SONO MECENATE – Css di Udine – 2 segnalazioni
https://www.cssudine.it/stagione-iosonomecenate
Indifferita – Frosini/Timpano – 2 segnalazioni
https://www.youtube.com/user/fondazionetimpano
Il campione e la zanzara – Faber Teater – 2 segnalazioni
https://faberteater.com/online/spettacoli/il-campione-e-la-zanzara/
Naturae. La vita mancata – 1° Quadro – Armando Punzo/Compagnia della Fortezza – 2 segnalazioni
Naturae. La vita mancata – 1° Qua
NOW/EVERYWHERE teatro, danza e musica possibili (adesso) – Associazione Marchigiana Attività Teatrali (Amat) – 2 segnalazioni
http://www.amatmarche.net/now-everywhere-teatro-musica-e-danza-possibili-adesso
Poesie al telefono – Menù della poesia – 2 segnalazioni
https://www.ilmenudellapoesia.com/
Progetto ELP – Paola Bianchi – 2 segnalazioni
http://paolabianchi-it.blogspot.com/p/elp.html
Santarcangelo Festival 2050 – 2 segnalazioni
https://www.santarcangelofestival.com/
Tiresias – Giorgina P. Bluemotion – 2 segnalazioni
https://www.bluemotiontheatre.com/spettacolo/tiresias/2020-07-12/

Nanaminagura: immaginazione e meditazione alla Biennale. Intervista ad Antonio Ianniello

ILENA AMBROSIO | Nanami Nagura è una performer giapponese, vincitrice per due anni (2014 e 2018) dell’Air Guitar World Championships. L’immaginaria chitarra elettrica che quasi esplode tra le sue mani è in grado di mandare letteralmente in visibilio gli appassionati del genere.
Nanaminagura è il titolo che Antonio Ianniello ha scelto per la sua performance – invero anche un’installazione – che debutterà domani, 19 settembre, alla Biennale Teatro di Venezia.

«Il titolo Nanaminagura è la chiave di lettura della performance stessa – ci racconta Ianniello. La pratica dell’air guitar fa riflettere sulla capacità dell’immaginazione di creare comunità pur tramite una finzione. Non c’è necessita di un’abilità specifica ma solo dell’accordo di una collettività che riconosce un performer. La chitarra elettrica immaginaria – continua – è come se fosse il manifesto di questo lavoro; è uno strange tool, secondo l’interpretazione che il filosofo americano Alva Noë dà del prodotto d’arte, ossia uno strumento particolare che non ha un utilizzo specifico ma riorganizza il modo di accedere al mondo e a sé stessi. Ciascuno può suonare quella chitarra come gli pare, intrattenersi con quell’oggetto, riflettere su esso creando un ragionamento, uno spazio di pensiero e meditazione.
Questo è evocato dal titolo ma non ce n’è alcun riferimento durante la performance. Nanaminagura è una sorta di manifesto che resta in trasparenza a quel poco che accade in scena».

Abbiamo visto questo “poco”, che il performer Gianmaria Borzillo fa accadere in scena, durante le prove in Sala Assoli a Napoli – la Casa del Contemporaneo produce il progetto insieme a Tradizione e Turismo srl – e ne abbiamo parlato con Antonio Ianniello.

Più che descrivere nel dettaglio cosa avviene in scena con Nanaminagura, credo potremmo offrire un panorama del background di questo lavoro, dei presupposti dai quali è scaturito. In particolare vorrei ci parlassi dello studio sulla percezione che stai portando avanti con il tuo Dottorato di ricerca presso La Sapienza di Roma.

La mia ricerca ruota in modo particolare intorno al concetto di percezione enattiva, legato all’ambito della filosofia analitica anglosassone e che io cerco di analizzare servendomi anche della mia esperienze nell’arte performativa.
In estrema sintesi, la tesi fondamentale di questo tipo di approccio alla percezione umana è che essa si costruisce e non si subisce. Contrariamente a quanto sostiene la grande tradizione di pensiero che affonda le radici in Platone, noi non subiamo la visione, essa non è semplicemente un’affezione dei nostri organi di senso che trasmettono poi un segnale a sua volta codificato da un apparato centrale che poi costruisce la percezione.
Soprattutto, e questo mi interessa molto, la percezione non è legata a un’esperienza del tutto privata e solitaria. Nella concezione dominante legata alle neuroscienze la percezione fa capo a un centro di comando che è il cervello, il quale la elabora come in un laboratorio privato. A me invece piace molto pensare – e credo ce ne siano anche i fondamenti scientifici – alla percezione come qualcosa che ha una sua dimensione pubblica, che facciamo lì fuori nel mondo con gli altri, utilizzando supporti tecnici condivisi, strumenti concettuali condivisi; per cui ciò che vediamo è anche una responsabilità, è ciò che siamo chiamati a vedere e costruire collettivamente, pur se a partire dal nostro punto di vista personale. Questo aspetto risulta molto interessante e stimolante per chi poi è chiamato a costruire gli strange tools: nel momento in cui vado a mettere a punto uno strumento che riorganizza il mio accesso alla realtà, devo sentire la responsabilità di creare un oggetto che può essere attraversato e può modificare la percezione e il modo di accedere al mondo di chi lo attiva.

Dunque, in virtù di un’idea di percezione collettiva – collettiva perché soggetta a influenze e condizionamenti impliciti e inconsapevoli dati da una collettività – questo strumento può essere attivato in condivisione; che è poi ciò che avviene in scena. Come confluiscono, quindi, queste tesi all’interno di un dispositivo performativo?

In primo luogo diciamo che ‘dispositivo performativo’ di per sé incarna la tesi, in quanto è esso stesso uno strange tool. In secondo luogo, confluiscono nel tentativo di accogliere un attraversamento piuttosto che indirizzarlo. Questa teoria si concretizza nella misura in cui io, consapevole che la percezione è agita, non la indirizzo, non la strutturo in modo aprioristico. Se sviluppo uno strumento nella convinzione che l’occhio dello spettatore è passivo e la percezione privata, produco una specie di contenuto da riversare interamente nelle menti e negli occhi di chi partecipa al gioco. Il mio tentativo è, invece, quello di sottrarmi a questo meccanismo di emissione di messaggio e lasciare campo per un’azione che nel caso di Nanaminagura è un invito a un assemblaggio visivo e concettuale, a un tatto visivo per cui, come descriveva Merlau-Ponty, l’occhio va a “brucare” degli oggetti. In scena non ci sono indizi che attirano l’attenzione su un luogo deputato per l’accadimento di qualcosa, ma il protrarsi di azioni che permettono allo spettatore di distaccarsi da ciò che sta accadendo per poggiarsi su un oggetto che non è stato minimamente messo in luce.
In questa modalità entra la mia ricerca.

Pur invitando lo spettatore a una percezione attiva, senza imporre una lettura aprioristica, immagino che a monte, nel tuo laboratorio privato, un senso che tiene unito il tutto ci sia. In cosa lo individui, considerando anche il tema della censura che fa da leit motiv ai lavori presentati in Biennale?

Ovviamente quel senso c’è. Io, però, distinguerei tra produzione di significati e messa a lavoro di un senso. In questo caso ho provato, a parte nell’unica parte parlata del lavoro, a sottrarmi a una produzione di significati facendo in modo, però, che tutto lo strumento in gioco ruoti intorno a un senso.
Il grumo di concetti che ha mosso il mio immaginario è ben preciso nella mia mente, ma non so se sia sorto prima o dopo l’immagine scenica.
Di preciso so che l’inizio è stato il titolo e poi un oggetto in scena. Il titolo in relazione a ciò che ho immaginato in scena ha poi animato a cascata tutto il resto.
Ciò che mi ha ispirato è l’idea di una censura esistenziale/ontologica più che politica e sociologica. Una censura che ha a che fare con le forme di linguaggio che utilizziamo e dalla quale scaturisce un comune deficit dell’immaginazione. Così ho messo al centro il tentativo di indagare i limiti della nostra immaginazione, la nostra capacità di agire, la nostra illusione di poter essere completamente al comando delle nostre azoni; mi sono chiesto dove agiamo e dove, invece, siamo agiti, dal linguaggio, dai discorsi e dalle forme di vita che incarniamo.
Accanto a questo il grumo comprende la questione, che mi sembrata fondamentale, dell’impossibilità, nella forma di vita imperante, di cadere, perché (piccolo spoiler, nda) «tutto ciò che cade resta a terra». Nel nostro modello di vita l’unica necessità è il capitale, mettere a profitto la propria esistenza, per cui ciò che cade, che non è utile, che non può essere messo a profitto, resta a terra. Non c’è misericordia per ciò che non serve.

Questa contrapposizione quasi sadica tra la caduta – caduta come pericolo ma anche, a volte come necessità di riposo, di rannicchiarsi – e il dover stare in piedi per scamparla ed essere messi a profitto è espressa in modo eloquente dalla costruzione coreografica.
Così come si percepisce molto distintamente un corto circuito tra una simbologia ancestrale e uno slancio futuristico. Cosa lega questi due immaginari? Il retaggio di antichi miti e il nostro essere in una modernità che è comunque sempre proiettata al futuro?

Hai colto proprio la questione, perché uno dei miei desideri era di rappresentare la nascita di un mito. La costruzione della performance segue quella che Nick Land chiama iperstizione: un futuro che proietta nel presente i germi perché esso accada, un futuro che si autoavvera. Come nei racconti distopici che si spingono in un futuro immaginabile a cui poi piano piano il presente si accorda.
Così è la storia che ho voluto raccontare e che mi sembra verosimile, quella della nascita di Mr. Balut: un essere che perpetua per l’eternità la sua immagine pur consapevole che è un’immagine decapitata, monca della sua forma di vita; ci sono altre modalità, altre forme di vita che lui tenta di accudire, che cadono e che lui tenta di seppellire, eppure lui resta in questo ciclo infinito incastrandosi in un loop.
E la domanda che mi hai fatto trova risposta in questo: volevo creare un mito contemporaneo, per cui le connotazioni mitiche stridono con l’assenza di una tradizione.

Tutto questo, però, non è esplicito o, quanto meno, non si compone di una lettura imposta al pubblico. Scegliendo questa strada non senti il rischio che il senso resti bloccato nel tuo “laboratorio”?

Assolutamente sì. Vivere nell’idiosincrasia, nell’incomunicabilità: lo sento come rischio ma credo valga la pena correrlo anche per rispetto al pubblico, in onore di un pubblico che mi auguro produttore di senso. È un rischio altissimo quello della solitudine, ma mi piace giocarci.

Per concludere, ti senti di dare, più che delle indicazioni, un consiglio di approccio a questo lavoro?

È una bella domanda. Non sono bravo a dare consigli ma potrei invitare a non aspettarsi nulla, nel senso di non aspettarsi un capitale immaginativo, di significato, da mettere a frutto. Non c’è nulla da capitalizzare, non c’è una teoria illuminate, un’epifania, nessun climax da aspettarsi. C’è uno spazio di meditazione.
Se ripeti Nanaminagura crei uno spazio di meditazione. Non tutti abbiamo la pazienza o l’attitudine allo stare.
Sembra contraddittorio, all’inizio parlavo di un agire della percezione e ora parlo di stare, ma agire non vuol dire solo entrare nella realtà con il piccone; agire significa anche accogliere la realtà per quella che è, stare in essa, come in un campo da gioco per sperimentare movimenti insoliti, nuove attitudini, a seconda del terreno a disposizione. Ecco, il mio consiglio, guardando Nanaminagura, è quello di stare.


NANAMINAGURA

ideazione, regia, scenografia, costumi: Antonio Ianniello
suono James Ferraro
performer Gianmaria Borzillo
sculture in scena Plastikart Studio, Istvan Zimmermann & Giovanna Amoroso
luci Giulia Pastore
grafica Superness.info
Produzione Casa del Contemporaneo – Tradizione e Turismo

Biennale Teatro Venezia
19 settembre 2020
prima assoluta

Come fai, perdi? Mica sempre! La confessione veneziana di Pablo Solari

RENZO FRANCABANDERA | Come fai, perdi. Ma mica è detto. Dipende.
Sicuramente non ha perso in questi anni Pablo Solari, regista teatrale italiano (eviteremmo l’orpello anagrafico del giovane/meno giovane, “perchè in fatto d’arte non rileva”, come ebbe a dirci Giorgio Albertazzi ultra novantenne in una intervista): porterà in scena il prossimo weekend il suo nuovo spettacolo Elia Kazan. Confessione americana a Venezia per Biennale Teatro.
Non ha perso, Solari, perchè finora ha giocato bene, con passione totale, le sue carte.
Diplomato in Regia teatrale presso la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano, nel 2016 è drammaturgo di Oreste all’interno del progetto Santa Estasi. Atridi: otto ritratti di famiglia con la regia di Antonio Latella; e con Latella resta in qualche modo legato da un filo rosso.
È fra i finalisti del bando direction under 30 all’interno dalla Biennale Teatro 2018. E poi questo debutto a due anni di distanza. Nel mezzo diverse regie, come L’indifferenza, che abbiamo anche seguito per PAC.

Adesso sembra davvero in un momento di grazia, fra creazioni scenico-musicali, lirica, prosa. Alla vigilia del debutto siamo riusciti a rubargli un’intervista.
Andrà in scena uno spettacolo dedicato ad un personaggio controverso come fu Elia Kazan, uno dei più acclamati registi di Hollywood, che, come si ricorderà, dopo una prima fase di film di impegno sociale nell’immediato secondo dopoguerra, ad inizio degli anni Cinquanta barattò la gloria con il collaborazionismo al comitato McCarthy, consegnando i nomi di amici e colleghi alla Commissione per le attività antiamericane, e denunciandoli come comunisti.
Brillante la carriera che seguì di lì a pochissimo, con grande fama (già nel 1952 ebbe la  Nomination agli Oscar come miglior regista per Un tram che si chiama Desiderio, premio che vinse nel 1955 con Fronte del porto); e poi soldi e sesso, ma per sempre perseguitato dal marchio nero dell’infamia di essere sceso a compromesso. Di aver fatto un patto col diavolo, alle spalle di persone innocenti.
E di vita, arte, compromessi e scelte abbiamo parlato con il regista di questo spettacolo che vede in scena un gruppo di interpreti assai interessante: Woody Neri, Valeria Perdonò, Luca Mammoli, Irene Maiorino, Carlo Amleto Giammusso. Lo spettacolo avrà poi una tournée che inizierà a dicembre: 11-13 al Piccolo Orologio Reggio Emilia e 16-18 al Teatro Fontana, Milano le prime date.

Pablo, la Biennale di preciso che effetto ti fa in questo momento della tua vita artistica?

È sicuramente un grande privilegio e onore prenderne parte. Un palcoscenico importante come quello della Biennale è una bellissima occasione per mettersi alla prova. Sicuramente sarà un momento di grande maturazione. Aggiungo che in questo momento, post lockdown, l’idea di poter incontrare degli amici / colleghi cercando di creare qualcosa, di persona, è ossigeno puro. Qualcosa che trascende l’esigenza artistica e diventa sopravvivenza.

Dopo la pandemia, credi che il teatro sia stato un po’ spiazzato dalla Storia? Che ci sia una piccola crisi di questo linguaggio come se la realtà lo avesse superato? E se non lo credi, cosa pensi che possa dire il teatro oggi?

Il Teatro è fragile, questa è la sua grande dote e anche la sua debolezza, è fatto per esistere per poche ore, la durata di una messa in scena, poi muore. Questa è una grande lezione. Un atto di fede verso la meravigliosa limitatezza dell’essere umano. Con un tale presupposto non credo che il Teatro possa mai subire una reale “crisi”.

L’ecosistema teatrale invece sì, quello è rimasto spiazzato, ma come tutta la società, è un male? Sicuramente sì, per le tante conseguenze economiche concrete e realissime che purtroppo la quotidianità ci sbatte in faccia ogni giorno. È un bene? Sicuramente sì, artisticamente siamo in un prezioso momento di riflessione e in quanto tale non possiamo evitarlo.

Aggiungo che questa Biennale tutta italiana proposta dalla direzione artistica di Antonio Latella mi entusiasma, leggendo il cartellone vedo tanti nomi di amici e colleghi che stimo profondamente, e in un momento delicato come quello che stiamo vivendo in cui la la conflittualità e la divisione sembrano prevalere nelle relazioni interpersonali, l’idea di una scena teatrale così coesa e differente allo stesso tempo può lanciare un bellissimo segnale al pubblico prima e alle istituzioni poi.

E questo lavoro nuovo tuo, nello specifico, in che rapporto si pone con la società, che è composta dagli spettatori, dagli sguardi, che avrai dall’altra parte?

Parla di uomini, donne e ideali. Attraverso politica, teatro, cinema, famiglia e sesso. È una storia che parla di quel compromesso che una volta nella vita tutti siamo costretti ad affrontare: quella scelta per cui non c’è salvezza. Come fai, perdi.

Tu sei un predestinato, un raccomandato, un fortunato, un operaio della scena? Campi di teatro?

Un pò tutte le cose che hai elencato, la mia storia racconta che sono figlio di teatranti, quindi inevitabilmente predestinato / raccomandato. Che ho vissuto e conosco i mestieri del teatro approfonditamente, con una passione quasi nerd, e questo mi rende un operaio della scena. Nella fortuna ci credo poco, ma tengo sempre un quadrifoglio regalato da mia madre nel portafogli.

Campo prima di tutto di affetti. L’anno passato mi ha insegnato che se dovessi basare le mie giornate sulle progettualità economiche non camperei più.

ph Nicolò Degl’Incerti Tocci

Come pensi si formi ed evolva una poetica registica? Che vorresti dire al regista che sei stato e cosa al regista che sarai?

Attraverso l’esperienza e soprattutto il privilegio dell’errore, non dando mai per scontato il futuro. Nessuno può sapere “chi è” e “chi sarà”, oggi sono questo, domani sarò quell’altro. Non puoi deciderlo, devi semplicemente fare succedere le cose. È importante credo vivere in questo stato di incoscienza, in cui l’unica necessità è non prendersi troppo sul serio.

Al regista che sono stato gli direi: “Non prenderti troppo sul serio.”

Speri di fare questo mestiere ancora a lungo o ogni tanto ti annoi? Sei più animale o intellettuale?

Collegandomi alle cose già dette, il teatro non è una cosa che voglio dare per scontata. La vocazione in questo mestiere è fondamentale: “perché sei qui in questo momento della tua storia a fare questa regia / a scrivere questo testo?” Sono domande che mi faccio costantemente.

La cosa che pensi quando al buio iniziano le prove e quegli esserini chiamati attori iniziano a muoversi sul palco e tu sei solo, lì in platea…?

Non sono mai solo. Senza i miei collaboratori non avrei il coraggio di affrontare la cabina di regia. Non sarò mai abbastanza riconoscente ad Alessandro, Maddalena, Matteo, Lorenzo e Fabio, amici più che tecnici. E poi gli attori Woody, Valeria, Irene, Luca e Carlo che in questo spettacolo si sono fidati di me con un’incoscienza davvero rara.

 

 

Elia Kazan. Confessione americana

Liberamente ispirato alla vita di: Elia Kazan
Regia: Pablo Solari
Drammaturgia: Matteo Luoni
Con: Woody Neri, Valeria Perdonò, Luca Mammoli, Irene Maiorino, Carlo Amleto Giammusso
Scene e costumi: Maddalena Oriani
Design luci: Fabio Bozzetta
Design sonoro: Alessandro Levrero
Produzione: Centro Teatrale MaMiMò
Con il sostegno di: Centro di Residenza della Toscana (Armunia Castiglioncello – CapoTrave / Kilowatt Sansepolcro)

19 Settembre 2020 Ore 21:30
Teatro Piccolo Arsenale
Ingresso con biglietto

Prima assoluta: 2020, 100’

Poesia inespressa in un mondo inospitale. Intervista preventiva a Davide Pascarella

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GIORGIO FRANCHI | “Conosci Recensioni preventive di Beppe?” Questo è Davide Pascarella. Non uno che ti chiede se conosci dei libri, nella fattispecie, quanto più un eterno bambino immerso in un flusso di pensieri spesso completamente avulsi dalla realtà che lo circonda, tanto che alle domande risponde così: con divagazioni che cancellano la domanda stessa. L’archetipo umano di Donny del Grande Lebowski o Todd di Bojack Horseman, dai quali però si distacca perché dotato di una straordinaria e quasi contraddittoria lucidità. E, soprattutto, di un intuito formidabile: quell’intuito che lo fa debuttare a ventitré anni come autore e regista al festival Tramedautore al Piccolo con Questa lettera sul pagliaccio morto quando ancora manca una rotazione terrestre al suo diploma, come attore, alla scuola dello Stabile di Torino. Lo stesso intuito e la stessa natura caotica dei suoi personaggi: Zebbo Brkyglash, protagonista indiretto del monologo che vede in scena Paola Senatore, è «il peggior pagliaccio e il peggiore zingaro» che chi lo ha conosciuto abbia mai visto, che tuttavia sembra sempre farcela ad arrancare nel suo mondo ai margini e a conquistarsi qualche fetta di libertà. E se il testo va nella direzione opposta della spensieratezza, cantando i segni che lascia un mondo crudele sulla carne degli emarginati, il personaggio finisce per darci l’effetto Mandela di un vincitore, qualcuno che, a scapito di un epilogo tragico, ha comunque vissuto una vita degna di essere narrata.

Ma torniamo a noi. Recensioni preventive è un libro di Cesare Ciasullo e Giuseppe Varaldo, Beppe per i suoi colleghi de La Sibilla, rivista di enigmistica alla quale collaboriamo anche io e Davide da circa cinque anni. Si tratta di un esperimento di ludolinguistica: Varaldo scrive una recensione a una poesia non ancora nata, dopodiché Ciasullo legge la recensione e compone le strofe di modo che la rispecchino. Abbiamo deciso di organizzarci così per questa intervista. Per tre giorni sono stato in compagnia dell’autore, ho ascoltato le sue opinioni sullo spettacolo a ruota libera senza chiedergli quasi nulla, riproponendomi di inventare le domande una volta cominciato a stendere l’articolo. Avevo la certezza che non avrebbe lasciato quesiti irrisolti: chi conosce Davide Pascarella sa che quando comincia a parlare di teatro può andare avanti delle ore senza fermarsi.

Guardando Questa lettera sul pagliaccio morto si è subito colpiti da come tutto sia in scena: Paola Senatore si illumina con torce e candele senza l’ausilio di fari su americana, le musiche sono suonate dal vivo da Chiara Dello Iacovo, al posto di un potenziale video da proiettore ci sono le ombre in movimento dei modellini di Gabriella Armini. Cosa ti ha portato a questa scelta?

Ho notato che il pubblico disperde una gran parte delle sue energie a svelare i trucchetti del teatro. Non voglio che questo distragga dal significato dello spettacolo: in questo forse mi avvicino a Brecht, del quale per il resto non trovo tracce nei miei testi. Penso che quello che scrivo sia poetico e politico allo stesso tempo, e come tale ha un messaggio che deve arrivare: per il personaggio del macchinista, protagonista e narratore, mi sono ispirato a Lulù Massa in La classe operaia va in paradiso di Elio Petri, che fonde bene le due nature. La poesia è uno strumento eccezionale: per me è qualcosa di concreto, materiale, e come tale fa male e arriva in profondità. Le parti di Zebbo sono scritte in versi sciolti, ai quali intervallo contributi e/o piccoli furti da Emilio Piccolo, Svjatlana Aleksievič, Dino Campana e altri. Penso che questo sia tutto quello che serve. Nel mio teatro – anche se preferisco dire “nei miei teatri”, non ho ancora una linea stilistica definita – non trovo spazio per altri trucchetti magici.

La magia è tuttavia presente nei tuoi testi: in questo, ma anche in Appunti, semifinalista alla Biennale di Venezia e attualmente presente sui comodini di metà dell’ambiente teatrale italiano.

Appunti è nato dopo la prima versione della Lettera. In Appunti non ci sono elementi magici nel senso stretto del termine, ma situazioni quasi ordinarie che si caricano di significati struggenti e incontrollati se rapportati al mondo dei personaggi e degli spettatori. Nell’universo di Appunti nascono solo coppie di gemelli perché è una realtà in cui è troppo difficile essere soli. Un piccolo miracolo poetico della natura per andare avanti. In Questa lettera sul pagliaccio morto, invece, la magia è innanzitutto linguistica. Il macchinista non parla la lingua romana del clown nomade che ha appena investito quando si ferma a prestargli soccorso, ma in qualche modo capisce tutto. Nello spettacolo si parla di Černobyl’ senza mai menzionarla; i personaggi, i luoghi e le situazioni non hanno nomi e spesso non vengono approfonditi, rimangono sospesi nell’immaginario di Zebbo che possiede la testa del macchinista. Il secondo elemento è, di nuovo, un piccolo miracolo: ciò che vediamo in scena accade negli ultimi tre quarti d’ora di vita del pagliaccio, un tempo decisamente irrealistico per qualcuno che è stato investito da un treno e abbastanza generoso da concedergli di raccontare la sua storia senza fretta, per farsi chiudere le palpebre al giungere del suo epilogo. Il tempo che gli rimane non è un secondo di più, né un secondo di meno di quello che gli serve per raccontare la sua storia.

Come Mercuzio in Romeo e Giulietta.

Come Severus Piton in Harry Potter e i Doni della Morte.

Foto di Guido Mencari

Questa lettera sul pagliaccio morto nasce nel 2019 per Odiolestate, residenza indetta da Carrozzerie_n.o.t che ha co-prodotto lo spettacolo con il Nuovo Teatro Sanità. La prima versione durava mezz’ora e vedeva protagonista Matilde Vigna, mentre per Tramedautore è raddoppiato di volume. Cos’è cambiato?

In effetti è stato come creare un Frankenstein. La versione breve era costellata di richiami poetici embrionali, che tali dovevano restare. Torno un attimo sulla poesia: per me la poesia è fare di una cosa piccola un elemento centrale, non a caso cito Gozzano nel testo. (NDA: in un altro dei nostri colloqui, dopo aver visto Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni di Deflorian/Tagliarini, Davide mi raccontò del suo amore per i finali aperti, o meglio, “quelli in cui non torna tutto”. Ecco, i finali di Pascarella sono sempre molto chiari, a essere aperto è tutto il resto).
Per andare avanti un’ora ho sentito il bisogno, come i neonati di Appunti, di qualcuno che mi facesse compagnia: ho dovuto far evolvere un personaggio citato da Zebbo, Mike, per trasformarlo nel suo interlocutore, a cui do voce io fuori scena. Inizialmente volevo che il pubblico rimanesse affascinato da questa figura amica appena accennata, che uscisse dalla sala con il desiderio insoddisfatto di saperne di più. Ho dovuto tradire questa scelta, ma questo mi ha permesso di trovare e sviluppare altri spunti. Tante cose sono cambiate anche con il passaggio del testimone da Matilde Vigna (che è rimasta nei crediti come co-creatrice dello spettacolo e che ha improvvisato battute che ora fanno parte del copione) a Paola Senatore: il macchinista è diventato più tenero, scanzonato, meno grezzo rispetto alla versione di Matilde. La versione di Paola riesce anche a strappare delle risate per i primi cinque minuti, prima di tuffarci nel nero della vicenda.

Pensi che questo sia positivo? Il testo in lettura ricorda molto Antonio Tarantino e a tratti Sgorbani, c’è un’ironia continua di fondo ma non sembra mai andare a cercare la risata.

No, infatti. Penso che il pubblico spesso cerchi un pretesto per ridere, è uno degli approcci più facili. Per me la sola risata onesta è quella che arriva in controtempo. Il testo la raggiunge con momenti di ingenua tenerezza che commuovono spiazzando lo spettatore. Questo genera la risata, che non è quasi mai espressa ad alta voce. Ho provato lo spettacolo più volte per un pubblico di amici, che alla fine mi hanno sempre detto di essere rimasti toccati, ma di aver anche riso. Io però non li ho mai sentiti ridere. Penso che faccia ridere dentro, che lasci la sensazione della risata senza mai imporla al pubblico. Rimane comunque un testo leggero, grave nei contenuti, ma non nella forma. Poetico e politico, appunto.

QUESTA LETTERA SUL PAGLIACCIO MORTO

testo, regia, spazio, luci Davide Pascarella
con Paola Senatore
progetto sonoro dal vivo Chiara Dello Iacovo
scenografia e creazioni materiali Gabriella Armini
creato con Matilde Vigna
assistente alla regia Eva Meskhi
aiuti Gabriele Matté, Erica Nava, Letizia A. Russo
foto di scena Guido Mencari
un progetto di Davide Pascarella/tEATROMEMORIA
residenza produttiva Carrozzerie_n.o.t.
in collaborazione con Nuovo Teatro Sanità
con il sostegno di Teatro Italia Acerra
progetto vincitore “odiolestate 2019”

Foto di copertina di Guido Mencari

Viziosismi nr. 103: A e O

ANTONIO CRETELLA | Quello LGBTQ+ è un universo linguistico totalmente inesplorato dalla maggioranza dell’opinione pubblica, un universo linguistico nel quale la lotta per una vocale o per un articolo condensa gli immani sforzi per la costruzione di una visione inclusiva e rispettosa delle diverse identità, misconosciute o, se riconosciute, costrette a essere definite da una nomenclatura eteronormativa elaborata sulla base di una rigida visione della sessualità umana coincidente con quella del maschio cisgender eterosessuale, che aveva creato a sua volta un universo linguistico per definire ogni difformità rispetto al paradigma attraverso espressioni offensive o grossolane. Non serve qui riportare l’infinito elenco di insulti utilizzati per definire omosessuali, lesbiche, transessuali, tutte declinazioni di una mancata virilità o di una mancata femminilità. La questione nominale e pronominale ha rappresentato e rappresenta la sfida per l’emersione e il riconoscimento di esistenze che il passato relegava all’oblio, e si intreccia a doppia mandata con la riflessione su un linguaggio non discriminatorio, ma tuttora viene marginalizzata, vista con sufficienza come un capriccio. Il risultato è una grassa ignoranza anche degli addetti alla comunicazione che banalizzano nella cronaca il percorso di una persona transgender, che costa dolore fisico e psichico, sbagliandone il genere o confondendo orientamento e identità. Al dolore, come nella tremenda tragedia di Maria Paola e Ciro, si aggiunge se non il disprezzo, l’indelicatezza di certo giornalismo che, pur lavorando con le parole, non ne conosce il peso, senza nemmeno immaginare che per una -A o per una -O si combatte duramente per tutta una vita.

Festival Opera Prima: lo straniero che abbiamo dentro

RENZO FRANCABANDERA | Un festival vivo e partecipato, Opera Prima, che abbiamo iniziato a testimoniare e dove abbiamo vissuto l’incontro quotidiano con la pratica dell’arte e il dialogo fra gli artisti e chi fruisce.

Il weekend nella giornata di sabato ha visto in scena Caligola la nuova produzione del Teatro del Carretto, firmata per la prima volta da Jonathan Bertolai, già assistente alla regia di Maria Grazia Cipriani, artista della Compagnia fin dal 2006 e dal 2018 anche suo presidente. Un atto di coraggio della compagnia che offre la possibilità di un altro codice interno, nato evidentemente nella pratica artistica del gruppo di lavoro ma capace di sviluppare una autonomia di linguaggio che comunque prospetta la possibilità per il gruppo di lavoro di una auspicabile coesistenza fra un sentimento registico di lungo corso e una pratica nuova, altra, che porta altra linfa.

Foto Loris Slaviero

Il progetto, liberamente ispirato a Caligola di Albert Camus, è nato nella primavera 2019, da alcuni appunti di lavoro di Ian Gualdani, che ne è interprete sotto la guida di Bertolai e dentro una macchina scenica assai composita, di rimandi a codici dell’arte contemporanea leggibili nei riferimenti ai grandi artisti della visual art, come Bill Viola, e che si avvale della pregevole collaborazione al suono di Hubert Westkemper e alle luci di Orlando Bolognesi.
Nell’allestimento, invero, il testo di Camus quasi scompare, per lasciare spazio a una azione molto fisica e affidata all’esuberanza di Gualdani, attore che rimanda alla fisicità performativa della nuova teatralità: un cyber-espressionismo quasi ginnico, costretto dentro una bardatura fisica che, pur preservando la corporeità quasi nuda, staturaria, da San Sebastiano, vive una narrazione del personaggio di spasmi e psicosi agite nel fisico.

Foto Loris Slaviero

Si tratta sicuramente di una composizione scenica elaborata, in cui confluiscono, come detto, stimoli e suggestioni diverse, ma che l’amalgama dello spazio teatrale prova a rendere coerenti.
Nello spazio piccolo e buio delimitato da un recinto di luci neon verticali e da monitor a fondo scena e in proscenio, l’impatto sovrastante del suono, delle immagini, dell’azione corporea sul fatto drammaturgico, se da un lato spiazza completamente rispetto all’ipotetica aspettativa sulla messa in scena del testo di Camus, dall’altro propone una lettura di physical theater sfidante e a suo modo originale. Si crea un riverbero fra l’azione dell’attore e il video che ne rappresenta, sul fondo, una proiezione psicologica, ora muta, ora parlante. Lo vediamo prima cercare di mettersi al mondo, di riportare in vita la statua del personaggio che fu, per poi cercare di addomesticare la sua malattia, la sua luna, per poi soccombervi. Lo spettatore viene travolto dalla dimensione angosciata e violenta di un soggetto fragile, dal sembiante efebico, ma capace di scatenare forze nere e psicotiche, in un delirio di solitudine ben sostenuto sia dalla pregevole e mai banale composizione sonora, che dai toni luminosi. Ci mette a confronto con un duale che non riconosciamo solo in scena ma che sentiamo essere specchio delle nostre inquietudini.
Seppure con qualche segno perfettibile nella componente video e nel rapporto fra gesto e ritmo assoluto della creazione, l’opera prima di Bertolai ha i connotati non solo dell’operazione coraggiosa ma anche del prodotto creativo tutt’altro che banale; è giusto attendersi nuove prossime manifestazioni che fortifichino, con la pratica, un’intenzione artistica che è molto bello che il Teatro del Carretto abbia deciso di sostenere.

Ci spostiamo per la seconda parte della serata al Chiostro degli Olivetani per Stay hungry, di e con Angelo Campolo, attore e formatore siciliano di scuola Piccolo Teatro di Milano e finalista al premio Ubu 2016 come miglior attore under 35. Fondatore e direttore artistico della compagnia DAF, negli anni ha ideato e diretto numerosi progetti teatrali. DAF è attiva su diversi fronti come quello dell’integrazione dei migranti e la loro formazione, oltre che nel teatro che incontra la società.

Foto Loris Slaviero

La compilazione di un ennesimo bando a tema sociale diventa il pretesto per il racconto dell‘avventura di Angelo, impegnato in un percorso di ricerca teatrale nei centri di accoglienza in riva allo stretto e che richiama nel titolo il monito di Steve Jobs, “Stay Hungry“, che suona però beffardo e grottesto per queste vite schiacciate fra destino, povertà e burocrazia.

Come noto il contesto delle azioni artistico/sociali legate all’integrazione dei migranti è sovente regolamentato da bandi che mirano a raggiungere, anche attraverso l’arte, obiettivi di miglioramento sociale. Sono bandi che spesso trasformano l’iniziativa artistica in vera e propria via crucis, costringendo gli artisti a peripezie tanto artistiche quanto amministrative.
Dopo anni di laboratori con i migranti nei centri di accoglienza fra Sicilia e Calabria, Campolo trae spunto dalla sua vicenda personale per un lavoro che, sotto forma di monologo, mette in scena tutte le vicende legate alla partecipazione al bando, dall’incontro con i ragazzi, al loro coinvolgimento, alla condivisione delle questioni profonde delle loro vite; cose che si scontrano con la sorda burocrazia, oltre che con una realtà sociale composita e disgregata incapace di profonda accoglienza.
Il monologo, intervallato da inserti video, affida a Campolo un dialogo ora con presenze immaginarie ora con il pubblico in sala, in una azione ben ritmata e in un incedere narrativo che si sviluppa quasi secondo le linee guida del bando, spulciando gli argomenti alla ricerca del paradosso. Ne risulta uno spettacolo interessante che ha già riscosso numerosi riscontri e che merita di girare. Il testo è bello e, anche se talvolta affiora un’enfasi gestuale eccessiva, l’interpretazione è coerente con il proposito artistico, che infatti viene raggiunto, interessando profondamente la platea senza cadere mai nella retorica pelosa.
Che strano anche questo straniero in patria, che attraverso le vite di altri strianieri, ci strania e ci fa capire come facilmente ci si possa sentire estranei dappertutto, disgiunti da qualsiasi cosa, quando quello che hai alle spalle è passato  e il futuro non arriva a dar fiato.

CALIGOLA

regia e drammaturgia Jonathan Bertolai
suono Hubert Westkemper
luci Orlando Bolognesi
con Ian Gualdani
fonico Luca Contini
elementi scenici Rosanna Monti
scenotecnica Giacomo Pecchia
realizzazione video Diego Granzetti, Giovanni Adorni
produzione TEATRO DEL CARRETTO Lucca

prima nazionale
durata 60‘

STAY HUNGRY
indagine di un affamato

di e con Angelo Campolo
ideazione scenica Giulia Drogo
produzione DAF Teatro dell’esatta fantasia
Premio In-Box 2020, spettacolo vincitore del Nolo Fringe Festival Milano 2019

durata 60’
Bando opera prima

Questo matrimonio non s’ha da fare: Babilonia incontra Romeo Pagliai e Giulietta Gassman, coppia di fatto

RENZO FRANCABANDERA | Ci hanno provato a convincerli. Ma senza riuscirci. I due celebri amanti di Verona shakespeariani non vedevano l’ora di sposarsi; questi loro interpreti, senior quanto basta da aver attraversato gli ultimi cinquanta anni del teatro italiano, un po’ meno.
Il paradosso è che Ugo Pagliai e Paola Gassman, storica coppia della scena nazionale conosciutasi nell’allestimento dell’Orlando Furioso di Ronconi, non ha mai interpretato in cinquanta anni gli storici personaggi di Romeo e Giulietta.
«Ero troppo alta», dice la Gassman, in uno degli intermezzi dello spettacolo-intervista affidato alla regia di Babilonia Teatri, ovvero l’altra coppia formata da Enrico Castellani e Valeria Raimondi.

Due coppie nella vita e sulla scena, un salto generazionale importante quello che separa gli interpreti e i registi (invero anche loro presenti nel meccanismo spettacolare) per un allestimento fra i più curiosi di questa edizione dell’Estate Teatrale Veronese sotto la nuova direzione artistica affidata a Carlo Mangolini.
Nata nel 1948 per volontà del Comune di Verona per rendere omaggio a William Shakespeare e sottolinearne il legame con la città scaligera, la rassegna si conferma appuntamento imprescindibile nel panorama culturale nazionale.
«Dal momento che quest’anno le norme del distanziamento sociale non ci consentono di mettere in scena i grandi allestimenti shakespeariani – precisa il direttore artistico – abbiamo chiesto agli artisti invitati al festival di rivisitare alcuni testi, offrendo inedite chiavi di lettura a titoli simbolo del teatro di tutti di tempi. Romeo e Giulietta, Re Lear, Amleto e Macbeth tornano pertanto sul palco del Teatro Romano sotto una nuova luce grazie alle riscritture di Babilonia Teatri, Melania Mazzucco, Steven Berkoff con Fanny & Alexander. Ma anche grazie alle inaspettate interpretazioni di Ugo Pagliai con Paola Gassman, Vanessa Scalera, Chiara Francini con Andrea Argentieri e Sergio Rubini».

Il festival come noto propone da sempre un dialogo con i classici, quelli shakespeariani in primo luogo, e questa edizione affidata alla cura di Mangolini punta ancor più a mettere in relazione il classico con il contemporaneo e l’incontro fra i quattro protagonisti della scena italiana di cui stiamo dicendo, conferma l’intenzione di creare corto circuiti, di mettere a confronto, di favorire giustapposizioni. Nell’edizione del 1948 lo stesso spettacolo andò in scena il 30 luglio con la regia di Renato Simoni e Giorgio Strehler con Romeo interpretato da Giorgio De Lullo, e Giulietta da Edda Albertini.
La regia sceglie di abbattere i fondali del palco del teatro romano di Verona in modo da permettere alla città stessa, naturale ambientazione del dramma shakespeariano di fare da sfondo.

Certo non è più la Verona silenziosa e senza traffico dei tempi del grande drammaturgo, e così un po’ la fruizione, soprattutto di chi è posizionato in alto nelle gradinate, viene un po’ contaminata dal passare di autobus, motorini e qualche ambulanza.
Ciò nonostante il racconto inizia con la giusta palpitazione per i destini della coppia. Non di quella letteraria, le cui tristi vicende sono note, ma di quella degli interpreti, cui il duo registico chiede un impegno emotivo non banale sottoponendoli ad inizio spettacolo ad una prova al cardiopalmo.
«È la cosa più rischiosa che ho fatto in vita mia» dice poco dopo Pagliai, quasi quanto portare in giro i giganteschi cavalli del famoso spettacolo ronconiano.
Al di là del rimando ai cavalli mobili dell’Orlando Furioso, che diventano in questo allestimento cavallucci da giostra portati in giro per la scena da intepreti e comparse, lo spettacolo consiste in un’alternanza fra momenti in cui la maggiore delle due coppie viene intervistata da quella anagraficamente più giovane, e momenti in cui i due interpreti anziani danno vita, con una tenerezza tutta loro, che ovviamente attribuisce altre caratteristiche di senso al testo, i più celebri duetti fra i due amanti di Verona. La costruzione drammaturgica, come anche nelle tragedie di Shakespeare, viene intervallata da una presenza giullaresca, un lanciatore di coltelli, prestigiatore e altro, che di tanto in tanto interviene, talvolta in forma onestamente assai accessoria, nell’incedere della creazione.

Povera è la scenografia, con una balconata che diventa impalcatura ferrea, un muro di legno a fare da fondale mobile, le sedie e i cavallucci da giostra.
La giostra della vita avanza inesorabile fra memorie, avventure, vita di coppia. Come resistere tanti anni fra palcoscenico e vita?
Ma, a proposito, Ugo e Paola: Siete sposati?
Il duo Castellani Raimondi cerca in tutti modi di convincere i due attori esperti a contrarre matrimonio vero, ma la loro opposizione è ferrea. Se s’ha da fare, si farà solo nella finzione scenica.
E così alla presenza di un vero assessore (ma senza fascia) viene celebrato un finto matrimonio.

In fondo è il gioco a cui si gioca per tutta la creazione, il bordo fra vita vissuta e finzione della scena, fra concretezza dell’esistere e dimensione fantastica che il teatro è capace di regalare ai suoi interpreti, la cui presenza resta quasi come fantasmatica anche dopo la morte, dicono i due grandi frequentatori di camerini, ricordando una frase di Eduardo e raccontando delle tante volte in cui queste presenze spiritiche sono diventate per loro quasi sensibili nella solitudine dei teatri.
Il post mortem d’altronde è proprio il modo in cui lo spettacolo inizia, con l’invenzione di un ipotetico atto aggiuntivo, creato ad hoc riutilizzando le parole del Bardo, e che racconta dell’incontro delle due anime degli amanti veronesi che si ritrovano nell’aldilà una volta morti: uno struggimento che ambienta e intona il lavoro in questa consapevolezza di maturità anagrafica, vita, amore e passione, morte, sogno e unione.
Cosa c’è dopo? Chi lo sà.
I due tornano a fine lavoro nell’ipotetico al di là in cui li avevamo trovati, come anime dantesche, correndo dietro a lucciole intermittenti che sembrano raccogliere con le mani, inseguendole nel buio.

ROMEO E GIULIETTA

regia Babilonia Teatri
con Paola Gassman e Ugo Pagliai
e con Enrico Castellani, Valeria Raimondi, Francesco Scimemi, Luca Scotton
produzione Teatro Stabile di Bolzano/Teatro Stabile del Veneto

Opera Prima 2020: a Rovigo torna il Festival e il dialogo fra giovani e maestri

 RENZO FRANCABANDERA | Era finita l’anno scorso con Mariangela Gualtieri che declamava le sue poesie sotto la torre dei giardini di Rovigo, in un silenzio di attenzione palpitante. Nella scorsa edizione, lAssociazione Festival Opera Prima era riuscita a portare a Rovigo 19 compagnie, di cui 6 internazionali, per un totale di84 artisti ospitati. Il Festival aveva visto la programmazione di40 eventi totali, di cui 16 gratuiti, in12 differenti spazi della città (Teatro Sociale, Teatro Studio, ex Chiesa San Michele, Accademia dei Concordi, una casa privata, Gran Guardia, Sotterranei due Torri, Museo dei Grandi Fiumi, Piazza Vittorio Emanuele II, Corso del Popolo, Piazzetta Annonaria, Giardini due Torri).
Quest’anno sembrava impossibile riuscire a far vibrare la città.
Sembrava impossibile anche farlo il Festival.
Certo non con
i 1700 spettatori paganti e le oltre 8000 presenzeagli eventi gratuiti dell’anno scorso.
Eppure…

Il Festival del Teatro del Lemming, storica istituzione fondata e diretta da Massimo Munaro, è un evento tenace, coraggioso. Un’araba fenice che risorge proprio quando sembra bruciare. Era già successo negli anni dal 2002 ai 2006 quando tutto sembrava finito e comunque dal 1994, quando c’era stata la prima edizione, il percorso non era mai stato facile. Ma ieri, vedere alle ore 20,15 il Teatro Studio pieno anche se con i distanziamenti, e il Chiostro degli Olivetani a suo modo gremito per lo spettacolo seguente delle 22. Vuol dire che questo gruppo di artisti ha creato un legame col territorio, che il Festival è una necessità per chi lo abita.

A conclusione del triennio dedicato al tema “Generazioni, anche questanno il Festival, partito con alcuni eventi nei giorni passati e che vive il clou in questa seconda metà della settimana, ospita 4 gruppi storici della ricerca teatrale italiana, che hanno segnalato ciascuno un giovane gruppo o artista per un festival dedicato al teatro contemporaneo  e alla ricerca nuovi linguaggi ma anche dedicato alle nuove creatività giovanili.  Accanto a questi otto eventi, lAssociazione Festival Opera Prima ha selezionato altri spettacoli tra le proposte pervenute attraverso il bando promosso a marzo. E anche qui, a testimoniare della forza viva di questo festival non solo in Italia, si segnalano le oltre 500 le proposte ricevute, di cui più di un centinaio provenienti dall’estero. Proprio nei mesi della pandemia!

Dopo l’incontro della città con Giuliano Scabia, le repliche di Metamorfosi, la creazione del Teatro del Lemming che abbiamo di recente raccontato, la serata del 10 ha visto come protagonisti i maestri Abbondanza/Bertoni con Hyenas.
È il racconto di un ballo  in  maschera a cinque.
Dal fondo della sala entrano in scena gli individui protagonisti uno per volta. Hanno delle maschere da animali da gregge, ovini, bovini.

Foto © Loris Slaviero

La struttura della creazione è circolare. Per tre volte viene compiuta, con alcune variazioni sul tema, un ciclo di gesti e situazioni. I cinque si dispongono in una sorta di schiera, si guardano, si scrutano, scrutano noi, poi un’esplosione di gesti e percussioni sul loro corpo, tipo Haka dei Māori, per poi spostarsi prima a destra in una composizione coreografica di errori e intermezzi, e poi a sinistra, in un annusarsi singolo e di gruppo. A quel punto irrompe un vortice di deep house che li travolge in una danza sfrenata e streboscopica con leggeri toni di fumogeno. Agiscono i cinque ciclicamente una presentazione, una preparazione, un ballo. Dal secondo giro inizia una sorta di variazione sul tema, esercizi di stile alla Queneau fra smascheramenti e trasformazioni identitarie, le iene nascoste sotto le pecore, in quadri generazionali che vorrebbero contrapporre all’uniformità “global” del gregge con il suo bisogno di tribalità archetipica e rituale, ripetitiva, il violento e solitario ghigno della iena sotteso alle individualità sotto la maschera.
Michele Abbondanza e Antonella Bertoni fanno un salto dalle rarefazioni de La morte e la fanciulla (2017) verso il tentativo di un complicato affresco generazionale che, pur aiutato nella drammaturgia dal sostegno di Danio Manfredini pare in qualche modo mancare di un tassello proprio in questa parte, che al di là della struttura ciclica si avvita un po’ su se stessa senza una sosta poetica e ristoratice se non nel bel finale, in cui la visione ravvicinata si perde in un immaginario di savana di notte, di metropoli animale e buia abitata da  belve indecifrabili. Un’atmosfera e una nota concettuale intervallare e discontinua che forse anche in altri momenti dello spettacolo avrebbe giovato alla composizione.

Dal Teatro Studio ci spostiamo per il secondo spettacolo serale nel bel Chiostro degli Olivetani, Sarajevo, mon amour di Farmacia Zoo:è, interpretato da Gianmarco Busetto, Carola Minincleri Colussi: lavorano assieme anche alla drammaturgia e alla regia.
Si tratta di uno spettacolo selezionato attraverso il Bando Opera Prima. La compagnia nata nel dicembre 2006 a Mestre dall‘incontro tra i due artisti si occupa di teatro, poesia e performance con un’attenzione al rapporto fra individui e comunità.

Sarajevo, mon amour, nello specifico, porta in scena una storia tragica, fra le migliaia occorse negli anni dell’assedio di Sarajevo fra il 1992 e il 1996, i 1.425 giorni durante la Guerra dei Balcani.
La domanda che origina lo spettacolo è: “Chi vince quando trionfa l’odio?”. Per rispondere veniamo fatti partecipi della vicenda di Boško Brkic e Admira  Ismic, conosciuti  come  “Giulietta  e  Romeo  dei  Balcani“, fidanzati di etnie e origini differenti, uccisi da un cecchino e morti abbracciati sul ponte di Vrbanja,  mentre cercavano di fuggire insieme da Sarajevo, per poter continuare ad amarsi e a vivere la loro vita lontani dalla città che amavano ma che era ormai sotto assedio e dove ogni giorno la vita diventava sempre più complessa per una coppia di ragazzi di etnie contrapposte nel conflitto.

Per chi non conoscesse la vicenda, un ampio documentario della PBS del 1994 diponibile online racconta della ragazza bosniaca e del giovane serbo bosniaco uccisi il 19 maggio 1993 dopo un anno dall’inizio dell’assedio e dentro uno scenario in cui già la disumanità si era manifestata in tutte le sue forme, con la complicità anche dei soldati delle Nazioni Unite, il cui ruolo in quel conflitto è stato più volte oggetto di critiche e con chiare accuse di responsabilità diretta per non aver evitato diversi massacri.

Foto © Loris Slaviero

Sarajevo, mon amour, è l’intreccio di una serie di storie, da quella di chi racconta a quella dei due ragazzi, a quella di una terra diventata suo malgrado teatro di un massacro. La creazione si sostiene su un dispositivo scenico semplice ma non banale, composto da una serie di pochi oggetti sul palco, una decina di pneumatici, coriandoli e una video proiezione gestita dall’interno dai due attraverso una telecamera mobile che riprende ora l’uno, ora l’altro, ora dei dettagli dell’azione scenica, in una mescolanza di segni che nel complesso funziona, al netto di qualche piccolo miglioramento possibile nella pulizia del movimento, specie nell’interazione con la tecnologia.

La parte narrativa è più efficace degli intermezzi che dovrebbero intervallare la vicenda con delle piccole riflessioni di natura più lirica, ma che a volte sembrano introdurre qui e lì inserti un po’ didascalici, in una vicenda che invece per tutto lo spettacolo avvince, con ritmo, belle trovate di scena, un recitato composto e funzionale che porta il pubblico in un grandissimo silenzio attento.
Belle le musiche. Alcune immagini mantengono una grande potenza e restano nella memoria, insieme alla vicenda stessa, nel complesso ben narrata.

 

 

HYENAS forme di minotauri contemporanei

di Michele Abbondanza, Antonella Bertoni
coreografie in collaborazione con i danzatori Marco Bissoli, Sara Cavalieri, Cristian Cucco, Ludovica Messina, Francesco Pacelli, Eleonaora Chiocchini
disegno luci e direzione tecnica Andrea Gentili
collaborazione alla drammaturgia Danio Manfredini
realizzazione maschere Nadezhda Simeonova
produzione COMPAGNIA ABBONDANZA / BERTONI Rovereto con il sostegno di MiBACT, Provincia autonoma di Trento, Comune di Rovereto, Fondazione cassa di risparmio di Trento e Rovereto

durata 60’

 

SARAJEVO, MON AMOUR

con Gianmarco Busetto, Carola Minincleri Colussi
ricerca drammaturgica e regia Gianmarco Busetto, Carola Minincleri Colussi
regia tecnica Marco Duse, Pietro Zotti

Produzione FARMACIA ZOO:E’ Venezia/Mestre con il sostegno di Teatro del Lemming – In Metamorfosi. Residenze per la ricerca teatrale 2019 – 2020, Estro Teatro – Fantasio Festival Internazionale di Regia teatrale 2019

prima nazionale
durata 60’

Bando opera prima

 

Incontro e creatività: gli ultimi tre appuntamenti di Cross Festival raccontati dai loro protagonisti

LAURA BEVIONE | Sono ricominciati gli appuntamenti “spettacolari” del Cross Festival di Verbania, che quest’anno ha ideato una Walk Edition. Giovedì 10 settembre, al teatro Il Maggiore è stata la volta del collettivo lombardo Qui e Ora, con la restituzione pubblica del lavoro della residenza creativa intitolata TRE_quanto vale un essere umano?.

La settimana prossima, sabato 19 e domenica 20, in collaborazione con Fondazione Piemonte dal Vivo e Editoria & Giardini, il festival si sposta negli splendidi spazi di Villa Taranto, a Pallanza, dove la compagnia torinese Tecnologia Filosofica presenta la performance itinerante di danza contemporanea Sinfonia H20, selezionata dal Bando residenze coreografiche alla Lavanderia a Vapore di Collegno.

Si termina poi sabato 26 quando, in collaborazione con Letteraltura, i milanesi di Animanera presentano a Villa Giulia la performance, per soli quindici spettatori alla volta, Love Suite.

Abbiamo incontrato le compagnie protagoniste di questi ultimi appuntamenti, per capire meglio il loro progetto e sondarne gli umori in questi mesi incerti

Qui e Ora, ossia Francesca Albanese, Silvia Baldini, Laura Valli, dirette da Silvia Gribaudi e Matteo Maffesanti. Ci potete raccontare come è nato e come si è sviluppato (avete potuto fare residenze?) lo spettacolo che portate al Cross Festival?

Lo spettacolo ha avuto una prima residenza proprio a Verbania, a Casa Ceretti, un momento di produzione che si è nutrito del dialogo fra il lavoro di regia, coreografia e ideazione di Silvia Gribaudi, il nostro lavoro di scena e di improvvisazione e gli stimoli visivi offerti da Matteo Maffesanti. Questa prima fase di residenza si è arricchita anche di un momento laboratoriale, svolto con persone del territorio, durante i giorni di residenza a Casa Ceretti. Una seconda fase di studio si è svolta presso Teatri di Vetro, con un doppio appuntamento presso il Teatro del Lido di Ostia e presso il Teatro India. In questa fase vi è stato un ulteriore sviluppo della drammaturgia e dei materiali scenici e un ulteriore momento laboratoriale con le persone del territorio. Inoltre, questa seconda fase di lavoro ha visto un proficuo scambio con alcune figure di critici che hanno accompagnato il percorso dello spettacolo e lo svolgersi del Festival Teatri di Vetro (Maddalena Giovannelli e Giulio Sonno). Una terza fase di lavoro si è svolta durante il lockdown e ha visto un primo scambio di materiali e scritture con Marta Dalla Via, che ha realizzato una supervisione drammaturgica. Quando la pandemia lo ha permesso sono riprese le prove in presenza: in quest’ultima fase di lavoro è stata perfezionata la drammaturgia con Marta Dalla Via, è stata rielaborata la drammaturgia visiva e sono stati svolti degli incontri con il pubblico per raccogliere impressioni, feedback e sperimentare il lavoro. Dall’inizio a oggi le prove ci hanno portato a riflettere sempre più sul senso del nostro lavoro, su come guardiamo a noi e agli altri, su quali siano i meccanismi di scelta e giudizio, ma anche sulla forza che l’atto performativo e l’incontro con il pubblico porta con sé.

É la prima volta che partecipate al festival? Se sì, come è nata la relazione con il Cross? Se non è la prima volta, quale tipo di relazione avete instaurato con il festival?

Abbiamo partecipato al Festival con altre due produzioni: My Place, altro spettacolo con la regia di Silvia Gribaudi, e Saga Salsa, uno spettacolo site specific che si svolge durante la cena, con il pubblico seduto a tavola e molto vicino alle attrici. La relazione con Cross nasce da una visione comune sull’arte, la dimensione performativa e il lavoro culturale sul territorio. Vi è, inoltre, un’amicizia ventennale e una stima reciproca con la direttrice del Festival, Antonella Cirigliano, che a lungo ha lavorato e tuttora lavora in ambito milanese.

Come avete vissuto questi mesi di emergenza Covid e quale scenario immaginate per i prossimi mesi, in particolare per quanto riguarda il mondo delle arti performative?

Foto di Margherita Masè

Abbiamo intensamente lavorato in scrittura e in progettazione. Abbiamo, inoltre, realizzato un progetto con il pubblico, Cosa bolle in pentola, che prevedeva l’incontro/ intervista in Zoom fra un artista e una persona del pubblico, una chiacchierata teatrale condotta da un’attrice della compagnia, partendo dallo spunto del cibo per raccontarsi emozioni e vissuti di questo tempo difficile. Per i prossimi mesi contiamo di riprendere la circuitazione dei nostri spettacoli e di dare vita a progetti capaci di raccontare questo nostro presente ed essere linfa vitale per superare il momento. Crediamo che il mondo delle arti performative abbia espresso grande creatività, capacità di inventare modalità per rimanere in contatto con il pubblico, resilienza rispetto allo spaesamento che ha colto tutti noi. Le zone d’ombra a livello istituzionale ci preoccupano, pensiamo si debba dare nuova linfa al sistema culturale, la pandemia ne ha dimostrato l’assoluta vitalità e necessità da una parte, così come la fragilità. Al presente, con amarezza, ci pare che la cultura sia considerata a volte dalle istituzioni la sorella minore, la figlia brutta a cui dare i vestiti di seconda mano.

Tecnologia Filosofica – ovvero Francesca Cinalli e Paolo De Santis – ci potete raccontare come è nato e come si è sviluppato (avete potuto fare residenze?) lo spettacolo che portate al Cross Festival?

Nel 2018, su commissione di Cross Project, gli artisti Francesca Cinalli e Paolo De Santis sono stati invitati a immaginare un progetto legato all’elemento acqua. In sinergia con Cross e B.R.A.C.T. – brevi residenze artistiche di comunità e territorio –  gli artisti sono stati invitati in residenza ad Arona, sul Lago Maggiore, presso il Circolo Wood/Casa del Popolo, a stretto contatto con il lago e con le comunità del territorio riflettendo insieme su due frasi e una domanda: «quando si guarda l’acqua, si guarda l’umanità intera», «quando l’acqua si muove, il cosmo partecipa», «da dove provengono le lacrime?».

Al Museo del Paesaggio di Verbania, nell’ambito del Festival Cross 2018, gli artisti hanno presentato al pubblico, nel cortile del museo, le prime tracce di Sinfonia H2O.

Nel mese di agosto 2019 il progetto è stato selezionato per il bando di mobilità in Asia – Crossing The Sea – ideato da Marche Teatro insieme a diversi partner italiani, quali Cross Project, per una residenza di due settimane in Cina, dove gli artisti hanno lavorato con un gruppo di giovanissimi danzatori dando così seguito alla ricerca: i bambini si sono espressi con libertà e gioia in un turbinio di segni ispirati all’ideogramma cinese acqua (Shuǐ -水) . Ne è nata una performance presentata nell’ambito della Youth Dance Competition e della Cerimonia di apertura della China Contemporary Dance Biennale a Shanghai.

Nel 2019 il progetto è stato selezionato per il bando Residenze Coreografiche Lavanderia a Vapore: in questa importante e determinante fase di lavoro gli artisti hanno collaborato con la dramaturg Ornella D’Agostino insieme a due giovani performer, Mirko Ingrao e Giuseppe Saccotelli, indagando la relazione: acqua-cosmo, acqua-memoria, corpo-paesaggio.

La creazione Sinfonia H2O approda a settembre in diversi contesti paesaggistici con un concetto site-specific per un numero limitato di testimoni: dal 1 al 4 settembre in residenza a Mirabilia Festival Europeo – date 5-6 a Cuneo lungo il greto del fiume all’alba; il 13 settembre nei Giardini della Reggia di Venaria per la Rassegna Natura in Movimento con il sostegno di Piemonte dal Vivo; dal 16 al 18 in residenza a Verbania – date 19-20 nella splendida cornice con vista Lago dei Giardini botanici di Villa Taranto – nell’ambito degli appuntamenti di Cross Project_Walk Edition 2020.

É la prima volta che partecipate al festival? Se sì, come è nata la relazione con il Cross? Se non è la prima volta, quale tipo di relazione avete instaurato con il festival?

Da anni la Compagnia Tecnologia Filosofica collabora con Cross Project attraverso residenze, percorsi di formazione e ospitalità al Festival. La relazione è basata sulla fiducia, sulla capacità e sulle idee: negli anni gli artisti e l’equipe del festival hanno instaurato una complicità creando valore e bellezza attraverso linguaggi e poetiche affini, cross disciplinari, immergendosi con sguardo attento al patrimonio culturale e paesaggistico, e contribuendo al dialogo con le comunità.

Come avete vissuto questi mesi di emergenza Covid e quale scenario immaginate per i prossimi mesi, in particolare per quanto riguarda il mondo delle arti performative?

Durante l’esperienza della quarantena, grazie al tempo sospeso e alla dimensione rurale a pochi passi dal bosco e dalle borgate della Valsusa in Piemonte, Francesca Cinalli e Paolo De Santis si sono rifugiati per riflettere sulla loro traiettoria artistica e pedagogica Il Corpo Rituale, coltivata in questi anni di ricerca ai confini tra corpo, teatro, suono, fra rito e tradizione, oriente e occidente, artificio e natura.

In questi mesi di confinamento hanno lavorato per mantenere un equilibrio emotivo e fisico, per risvegliare e coltivare flessibilità, resistenza e adattamento, immaginazione, concentrazione, orientamento.

Alla domanda: quali possono essere le strategie e le modalità di lavoro se pensano agli scenari futuri del post emergenza, risposte non ne hanno, ma pensano che ciò possa diventare oggetto della loro stessa ricerca artistica: integrare pienamente l’aspetto della fruizione del pubblico dentro l’atto artistico.

Se pensano alla loro traiettoria di questi anni e alle caratteristiche del loro lavoro certamente un ruolo importante lo gioca la relazione con i paesaggi e le comunità.

E dunque il site specific può essere senz’altro una chiave. La performance Sinfonia H2O è spesso accompagnata da questa riflessione: «Quando si guarda l’acqua, si guarda l’umanità intera».

Foto di Mirko Ingrao

Per il Cross Festival_Walk Edition 2020 gli artisti hanno immaginato per il pubblico un percorso itinerante lungo i giardini della Villa Taranto di Verbania. Un site specific per un numero limitato di testimoni che attraverseranno gli spazi tra azioni artistiche dove la danza, il suono, il video d’arte e l’installazione saranno riunite sotto un unico comune denominatore: una goccia d’acqua. Per meditare sull’inaridimento del nostro tempo nel mare del cambiamento globale e, alla luce dell’emergenza Covid, per riflettere insieme – testimoni, festival, artisti – sulla relazione tra l’acqua e l’immaginario: l’acqua è profondamente legata all’immaginario, si ha bisogno dell’acqua così come si ha bisogno di immaginare, l’immaginazione senza l’acqua inaridisce.

Animanera – Aldo Cassano, Natascia Curci, Antonio Spitaleri – ci potete raccontare come è nato e come si è sviluppato (avete potuto fare residenze?) lo spettacolo che portate al Cross Festival?

Lo spettacolo ha debuttato per la mostra Vade Retro, promossa dall’assessore Vittorio Sgarbi a Palazzo Reale a Milano.

Lo spettacolo nasce dall’urgenza della compagnia di sperimentare strade alternative di comunicazione, differenti visioni e percorsi interattivi che creano storie, vite, luoghi, dove il pubblico è coprotagonista. In particolare, nella performance che presentiamo a Cross, si è sperimentato sul concetto di distanza attore-spettatore fino al limite di un’intimità quasi totale.

Lo spettacolo assume varie vesti a secondo del luogo di rappresentazione e del contesto che lo ospita. Per Festival Cross presenteremo una delle sue evoluzioni: Love Suite“adattata alle misure anti Covid. Lo spettacolo ha fruito di una residenza molto proficua presso Factory Compagnia Transadriatica diretta da Tonio de Nitto a Novoli (LE).

É la prima volta che partecipate al festival? Se sì, come è nata la relazione con il Cross? Se non è la prima volta, quale tipo di relazione avete instaurato con il festival?

Non è la prima volta che partecipiamo al Festival che, infatti, ci ha ospitato l’anno scorso con After Party, una performance sonora dove i sensi vengono stimolati per poter condurre sensorialmente lo spettatore in un mondo altro attraverso l’ascolto di una voce, di una storia mixata a suoni e musiche evocative. Il testo, scritto da Simone Bisantino e recitato da Angelo Di Genio, racconta di una Milano notturna e allucinata che fa da cornice a un incontro tra due sconosciuti, un pezzo di città pulsante e dai risvolti acidi.

Da anni collaboriamo con la direttrice del Festival Antonella Cirigliano, sin dai tempi dei Giardini di Xpò, uno storico festival alternativo a Milano.

Come avete vissuto questi mesi di emergenza Covid e quale scenario immaginate per i prossimi mesi, in particolare per quanto riguarda il mondo delle arti performative?

Abbiamo cercato di utilizzare la fantasia per superare le barriere Covid con tutti i mezzi virtuali possibili a disposizione.  Animanera, in questo periodo, ha gestito una piattaforma online, dove ha continuato e promosso diverse e nuove attività culturali. Abbiamo continuato il Laboratorio di Formazione online, senza farci intimorire dalla situazione, siamo riusciti a trovare uno spazio virtuale per le prove teatrali, sperimentato nuove forme di dialogo. Abbiamo anche lanciato una storia virtuale interattiva a catena su come è stato vissuto il lockdown, con il nostro supporto video e audio ai prodotti che ci arrivano dal pubblico online. Sperimentata un’opportunità di crescita e di conoscenza di altri modi di fare teatro e cultura.

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