lunedì, 6 Aprile, 2020
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Viziosismi nr. 80: La bomba inesplosa

ANTONIO CRETELLA | In Pomi d’ottone e manici di scopa, il Professore Emelius Brown, truffaldino scansafatiche con frustrate aspirazioni di illusionista, prende possesso di una splendida villa vittoriana evacuata dai legittimi proprietari perché in prossimità di una bomba inesplosa. Alla domanda di Miss Eglantine Price su come mai non fosse terrorizzato dalla bomba, egli risponde che, pur non essendo coraggioso per indole, nella perversa natura delle cose quell’ordigno si era rivelato il suo migliore amico poiché gli aveva consentito di vivere come non avrebbe mai potuto. Il rapporto che l’Italia ha con l’universo dell’economia sommersa, del lavoro nero e della criminalità organizzata può essere visto negli stessi illuminanti termini: una bomba inesplosa la cui presenza è stata tollerata negli anni per i vantaggi in termini di controllo sociale e di contributo economico che assicurava (rappresenta una voce plurimiliardaria del PIL anche a fronte del danno erariale da esso provocato) a scapito di tutela della salute e di diritti del lavoratore. L’emergenza Coronavirus ha messo in luce, per continuare la metafora medica, il complesso delle malattie croniche del sistema tenute a freno da un precarissimo equilibrio di connivenze, chiusure d’occhio, appalto occulto a poteri concorrenti dello Stato pronti a travolgerlo in un momento di crisi

Labile Linguista #16 – Eroi, battaglie, soldati e virus

GIORGIO FRANCHI | 2006. Fabio Grosso, all’Olympiastadion di Berlino, compie la sua rincorsa verso il dischetto sferrando il sinistro che spiazzerà Barthes, laureando l’Italia campione del mondo. La rete si gonfia, la curva azzurra esplode, Caressa e Bergomi fondono i microfoni della Rai. I telegiornali mostrano i festeggiamenti “dall’Alpe a Sicilia”, gli oceani di bandiere che ricoprono un Paese che sembra aver sorpassato, in una sola notte, particolarismi, campanilismi, divisionismi e -ismi vari. Si erano fatti gli italiani, avrebbe detto D’Azeglio.

L’ondata di patriottismo, invece, è sparita in poche ore. Per anni non abbiamo visto alcun tricolore sventolare all’orizzonte, nonostante qualche timido tentativo di propaganda dei sovranisti e complice qualche fallimento calcistico di cui preferiamo scordarci. Questo, almeno, fino al coronavirus. Da quando abbiamo scoperto la pandemia, i balconi e i giornali si sono riempiti nuovamente di bandiere italiane e i discorsi politici di un rinnovato senso di appartenenza nazionale.

Festeggiamenti dopo la vittoria ai mondiali nel 2006.

Victor Klemperer, linguista e filologo ebreo vissuto in Germania negli anni del nazismo, ha impiegato ampia parte della sua vita a raccontare la mutazione linguistica del Terzo Reich. Il professore individuava nell’occupazione della lingua una delle più efficaci forme di crescita del nazismo. Nel suo libro LTI – la lingua del Terzo Reich, Klemperer paragona le parole a goccioline di arsenico: assumendole a poco a poco si muore senza rendersene conto. A distanza di anni, è interessante notare come la strategia hitleriana costituisca ancora un modello di imitazione, consapevole o meno, per il linguaggio politico in tempi di pace.

LTI è di per sé un termine nazista, per quanto non coniato dalla propaganda nazista; lo è in quanto la sigla di Lingua Tertii Imperii, come sigle erano le varie SS o SA. Secondo Klemperer le sigle, oltre a rifarsi all’ideale di velocità e immediatezza del pensiero del Mein Kampf, permettono l’occultamento del significato di un termine. Forse è per questo che negli ultimi tempi si è assistiti a una migrazione giornalistica dal quasi sensazionalistico coronavirus a Covid: una parola più gentile, che ricorda un detersivo o tutt’al più una tassa.

Accanto alle sigle, che per la verità non sono mai mancate nel nostro lessico politico, sono tornate in auge le parole del risorgimento, come eroe o battaglia; addirittura stiamo assistendo a un ritorno di patria, che è suonato anacronistico persino alle orecchie di Klemperer quando l’ha sentito per la prima volta da Mussolini. In Germania, racconta in LTI, si affermò Kämpferisch, parola desueta presa in prestito dagli esteti neoromantici a indicare l’eroismo. L’autore non manca di ricordare quanto l’eroismo venisse ostentato nei discorsi ufficiali e nella stampa; la strumentalizzazione dell’eroismo, secondo Klemperer, svuota il gesto eroico della sua nobiltà.

Klemperer racconta inoltre della presentazione del governo come forza salvifica. I discorsi del capo di Stato vengono annunciati a più riprese, trasformati in una liturgia alla quale è dovere civico prendere parte e dove si freme nell’attesa di un intervento che curi la nazione (si riferisce, qui, al primo periodo del nazismo, ancora permeato dall’ottimismo popolare). Si potrebbero tessere molti parallelismi con gli appuntamenti sia televisivi del Presidente, sia quelli in diretta Facebook dell’opposizione, puntuali e con cadenza regolare.

Assieme alla mutazione linguistica stiamo assistendo a quella dell’immagine. I telegiornali ormai si chiudono sempre più spesso con immagini di repertorio di imprese sportive o dei voli delle Frecce Tricolori, con tanto di inno di Mameli o Va’ pensiero in sottofondo. Klemperer ricorda come l’automobile e successivamente il panzer siano stati il feticcio della propaganda fotografica della Germania nazista, mentre per l’uso propagandistico dello sport rimanda al primo capitolo del Mein Kampf, in cui il Führer tesse l’elogio dell’educazione fisica della razza ariana.

Il lessico nazista, tuttavia, non è stato ripescato dal dimenticatoio dagli studiosi del linguaggio politico moderno; la prova tangibile di come la LTI sia pervenuta intatta fino a oggi l’abbiamo avuta nelle scorse settimane in Italia (non dimentichiamo che la lingua nazista è per certi versi un dialetto di quella fascista). Gli eserciti di delatori appostati alle finestre che fotografano chiunque si trovi in strada sembrano corrispondere al termine centrale applicato dalle pagine del Mein Kampf alla lingua quotidiana: fanatico. Il cittadino modello, costantemente in odore di promozione a eroe, che agisce prima di pensare, guidato dalla fede al suo leader e agli ordini ricevuti. E pensare che è passato quasi un secolo dall’inizio del Ventennio.

Se questi sono i tempi, il vaccino per la lingua della pandemia arriverà molto dopo quello per il Covid.

Essere gettati nell’aperto di un tempo sospeso: intervista a Gianni Barbacetto

ELENA SCOLARI | Queste settimane di clausura stanno mettendo alla prova tutti noi, quale che sia il lavoro che svolgiamo quando siamo a piede libero.
Ci si industria, si cerca di scartare dai binari sui quali quotidianamente scorrono le nostre giornate, chissà: forse si riflette un poco di più.
Oltre alla folta schiera di lavoratori dello spettacolo forzatamente fermi dal 23 febbraio 2020, ci sono altre figure professionali che dell’incontro e dello sguardo diretto sul mondo fanno il loro pilastro, tra queste ci sono i giornalisti. Dalla finestra ora non si scorgono movimenti, non si può correre in alcun luogo per fare la cronaca di quello che sta accadendo, impossibile essere davvero “in medias res”. E come si sente un giornalista in questa chiusa circostanza?
PAC ha “incontrato” a distanza Gianni Barbacetto, firma del Fatto Quotidiano. Ha lavorato al Mondo, all’Europeo, a Diario, ad Annozero. Collabora a Micromega e dirige Omicron (l’Osservatorio Milanese sulla Criminalità Organizzata al Nord). Ha lavorato per radio, tv, cinema, teatro. Il suo ultimo libro è Piazza Fontana: Il primo atto dell’ultima guerra italiana (ed. Garzanti).

Professionista sempre attento a ciò che deve essere raccontato ai cittadini, secondo la massima “conoscere per deliberare” di Luigi Einaudi, anche in questo dialogo suggerisce che cosa potrebbe essere oggetto delle prossime inchieste giornalistiche, legate alla pandemia in corso

Cosa sta cambiando in queste settimane nella pratica del suo lavoro?

Si dice che il bravo giornalista lavori soprattutto con le scarpe, cioè andando di persona sui posti che deve raccontare. In questo periodo niente di tutto questo: si sta fermi a casa, non si va neppure in redazione ma si lavora con telefono e computer.

Come pensa che i media dovrebbero affrontare questo fenomeno? 

È difficile lavorare in questo periodo, perché l’informazione è quasi tutta centrata sul contagio e per affrontare questo argomento bisognerebbe avere competenze scientifiche e conoscenze che non abbiamo. Non hanno certezze neppure gli scienziati, del resto…
Però dovremo prima o poi raccontare e cercare di spiegare perché la zona più ricca del Paese è stata contagiata e perché il contagio non è stato affrontato subito con la mappatura dei contatti e con la protezione dei medici e degli ospedali, diventati essi stessi fonti d’infezione…
E perché qualche politico fa campagna elettorale parlando ogni giorno di quel poco che la Regione fa, tacendo quel tanto che non ha fatto e non fa.

La condivisione di informazioni – ma anche di condizioni personali e stati d’animo – a distanza è condivisione reale?

Dobbiamo imparare a condividere a distanza. E questo è il momento per farlo. In fondo siamo fortunati: abbiamo computer, telefoni, social. Impariamo a usarli bene.

Quale pensa possa essere il ruolo di chi si occupa di cultura in Italia, in questa circostanza? 

L’emergenza ci obbliga a cambiare paradigmi e stili di vita e di pensiero. Solo la cultura potrà dirci quali saranno i nuovi modelli e le nuove forme di pensiero e potrà svelarci il senso profondo del cambiamento che sta avvenendo nelle nostre teste e nella società.

Non ci potrà essere un giorno dal quale si potrà dire fuori tutti e le attività ripartiranno, in una “ricostruzione” graduale cosa pensa che avremo perso quando usciremo dalla contingenza?

Viviamo nell’incertezza. Sappiamo poco del virus, delle sue caratteristiche di diffusione, di quale pericolo ci sovrasta.
Siamo “gettati nell’aperto, nel mondo”, come diceva Heidegger, per citare il suo concetto di Essere (da Essere e tempo): il pericolo più profondo per l’essere umano è la sua finitezza. Perciò l’autenticità dell’esser-ci non sta nell’uscire fuori dal pericolo, ma nell’assumerlo in tutta la sua angosciante pienezza.
Non sappiamo “né il giorno né l’ora”, ma un “dopo” ci sarà. Su questo “dopo” dovranno lavorare – ognuno nel suo campo – gli scienziati, gli economisti, gli uomini di cultura.

In molti riflettono su questa strana dilatazione/contrazione del tempo, che altalena in una successione di fatti che è stata vorticosa e che ha mutato le nostre vite, lei come definirebbe il tempo di queste giornate?

Il tempo è sospeso. Non ci sono più scadenze, non ci sono più appuntamenti. Non c’è più né anticipo né ritardo (io sono un ritardatario compulsivo). Il tempo è dilatato, anzi diluito. I ritmi sono quelli antichi e primari del giorno e della notte, della spesa e dei pasti.
Per fortuna ci sono i giornali, con i loro riti di confezionamento e i loro tempi di “chiusura”.

Sentire gli altri come con-temporanei. Telegrammi di sociologia con Paolo Jedlowski

ELENA ZETA GRIMALDI| In questi giorni, una percezione condivisa è che le regole del tempo così come ne abbiamo sempre avuto esperienza siano scomparse: ognuno di noi si aggira in uno strano ambiente psichico in cui tutti siamo costretti. Uno dei principali strumenti con cui ci rapportiamo al mondo ci appare inutilizzabile, dandoci la sensazione che il nostro rapporto con la vita sociale sia in stand by. Sembra che l’unico modo per continuare a misurare sia raccontare – e qua mi viene in mente l’ultimo libro di Lutz Bassmann/Antoine Volodine, i cui protagonisti, immersi in un buio senza spaziotempo, usano proprio il racconto per provare a darsi un ordine delle cose, ma questa è un’altra storia.

Ho riflettuto a lungo su questi concetti e sui loro possibili rapporti, decidendo poi di parlarne con qualcuno che di tempi (ma anche di spazi) ha un’ottima esperienza: Paolo Jedlowski, autore (tra gli altri) di Il sapere dell’esperienza (Il Saggiatore, 1994), Storie comuni. La narrazione nella vita quotidiana (Mondadori, 2000), Il racconto come dimora. «Heimat» e le memorie d’Europa (Bollati Boringhieri, 2009), Memorie del futuro. Un percorso tra sociologia e studi culturali (Carocci, 2017), Intanto (Mesogea, 2020). Milanese di nascita, vive tra Milano, Roma e Cosenza dove è professore ordinario di Sociologia all’Università della Calabria. I suoi studi si concentrano su memoria, esperienza, narrazione e vita quotidiana, quindi, come ha detto lui stesso, ha sempre «pensato sul tempo, ma il tempo vissuto».

Come sta vivendo questo tempo?

Beh, come ciascuno. Ciascuno un po’ a suo modo ma tutti nello stesso tempo. Sul lavoro le università si sono organizzate con corsi a distanza più o meno complicati: le riunioni le facciamo, le lauree anche – col rischio che i parenti però si arrabbiano perché non possono essere alla seduta. Poi, essendo un insegnate di Sociologia, mi viene voglia anche di pensarci sopra, a quello che sta accadendo. Però con dei limiti: mi sono accorto che ho più voglia di viverlo questo momento, che non di teorizzarlo. Come dire? Ho voglia di ascoltare. Ascoltare anche me stesso, le reazioni che vengono. D’altra parte viene curiosità di sentire gli altri, come stanno vivendo.

Foto di Martha Micali

Perché sentiamo l’esigenza di raccontare, in particolare di raccontarci?

È una domanda la cui risposta sarebbe molto lunga. Viene in mente a tutti Boccaccio, no? Questi ragazzi che nel tempo della peste cosa fanno? Raccontano. Raccontare è una grande fonte di benessere, di condivisione, di creazione di altri mondi… è una cosa che fa bene. Ma lei diceva raccontarsi… e anche qui la faccenda è lunga. La cultura moderna ha praticamente inventato l’autobiografia, dapprima letteraria e poi che si è diffusa di ceto in ceto, di gruppo in gruppo. La cultura moderna ha enfatizzato il senso di essere individui: ciascuno è un po’ diverso. Non è chiamato a raccontare di sé solo chi è eccezionale, ma tutti, perché ciascuno è un esponente della vita e ha diritto di dirsi. Da fine Ottocento in poi c’è una crescita di autobiografie di figure marginali, o appartenenti a movimenti di emancipazione (donne, poi neri, e così via). E poi, specie in Italia, l’educazione per gli adulti (che è cominciata negli anni Sessanta) quanto ha enfatizzato il “raccontatevi”? Raccontatevi perché così imparate a raccontare, a parlare, ma così anche diventate capaci di prendere voce. Dall’educazione per gli adulti sono nate esperienze come la Libera Università dell’Autobiografia in Italia. È un lungo filone che ci porta al diritto attuale di raccontarci.

È cambiato qualcosa con l’avvento dei social?

Negli ultimi dieci-quindici anni c’è stata un’esplosione di auto-racconti nel web (piattaforme come facebook hanno esasperato la faccenda), e lì al diritto di raccontarsi si è aggiunta una esasperata voglia di visibilità: mi racconto dunque esisto, e più gente mi ha visto più io esisto. Devo dire che l’insieme non è poi sempre interessante, perché si tratta di presentazioni di sé. Testimonianze ritoccate, niente di simile a una ricerca di sé, o a un ragionare sulla propria esperienza, metterla in campo e riflettere. La presentazione di sé può essere un po’ stucchevole. Invece raccontare di sé – diciamo – sul serio, come fai a volte a un amico caro, a chi ami, a volte a uno che non conosci ma c’è stato un click che ha aperto la porta… ecco, quello è interessante. Ma in questi giorni io sento una cosa diversa: non solo la voglia di raccontarsi, ma la voglia di sentirsi raccontare cosa stanno vivendo gli altri. Ci si telefona, ci si manda mail tra persone che si conoscono ma in fondo non si frequentavano più di tanto… Ci si dice ma, ripeto, ci si chiede l’un l’altro. Io a un amico ho chiesto «Che cosa ti manca in questi giorni?» e lui è partito a raccontare, ma poi l’ha chiesto anche a me. Perché è un’esperienza così nuova che – ammesso che la salute vada bene a te e ai tuoi cari – è veramente interessante. Per reazione, ti fa capire di più com’è fatta la tua vita normalmente, no?

Quindi, anche se sembra che tutti stiamo vivendo la stessa identica esperienza, stiamo continuando ad avere delle esperienze assolutamente personali, individuali?

Guardi, si e no. Perché, in un certo senso, siamo veramente in una specie di “intanto collettivo”, in un altro senso siamo diversi. Provo a spiegarmi. Dico prima dove siamo diversi: va beh, lo siamo tutti, comunque, ma in effetti ci sono anche differenze sociali, che in questo momento sono molto marcate. Io lavoro in università quindi lavoro on line: ho delle difficoltà, ma non cambia tantissimo. Il commerciante, l’artigiano, il loro negozio l’hanno chiuso: è diversa la situazione, non possono lavorare. Penso poi a quelli che lavorano in ospedale: è tutta un’altra esperienza. E dico “quelli”, al plurale, cioè è un gruppo, una cosa sociale. I trasportatori: sono costretti a lavorare, e non è che vorrebbero tanto, magari. Però è importante che ci siano i trasporti. E poi li senti − mi è capitato alla radio − dire: «Si, io continuo a trasportare. Però, accidenti, non trovo un bar aperto neanche per far la pipì!». Eh, già… perché i bar son chiusi. Potrei andare molto avanti nell’elenco. Questa stessa cosa sta colpendo necessariamente in modo differenziato le persone a seconda dei mestieri.

Vengo all’aspetto, invece, per cui è la stessa esperienza. Proprio la stessa non è, però… Noi viviamo sempre intanto che vive un sacco di altra gente, no? Però non è che di solito ci sentiamo dentro a un corpo unico, non ci badiamo. Gli altri… si, in certi momenti li senti come “simultanei”, quando guardi la televisione, specialmente. Però “simultaneità” è ancora poco, è astratto. Veramente, sentire gli altri come con-temporanei, cioè dentro lo stesso tuo tempo, non è frequente, lo facciamo per poche persone. Secondo me questa esperienza ci sta dando una sensazione inusuale, forte, di essere nello stesso tempo. A tanti. Cioè, lo sento che intanto che io son qui, c’è quello là dietro la sua finestra, c’è l’impiegato alla posta, quelli in ospedale… Divento più consapevole delle “altre vite intanto”, ecco. E in questo senso è collettiva questa esperienza, pur con le sue differenze singolari.

Lei si è occupato di memoria collettiva. Come funziona? Cosa ci resterà di questi momenti, collettivamente?

La memoria è una selezione (per forza, non ti ricordi tutto) ma è anche una selezione che si fa non del tutto individualmente. Da un po’ più di mezzo secolo i media (e la televisione con più forza) hanno dato i riferimenti per la memoria “storica” di ciascuno. Il crollo delle Torri Gemelle: tu non ci sei stato, ma ti ricordi di averlo visto in tv. Forse ci ha colpito così tanto che ciascuno quasi ricorda dov’era nel momento in cui ha visto quelle immagini. Questo vale un po’ per tutto. Cioè, i mezzi di comunicazione di massa “segnalano” cosa è rilevante per tutti, e poi lo confermano. Con i ripassi, con i richiami: con l’anniversario, la trasmissione che riprende dov’eravamo, come eravamo, com’era, eccetera. L’effetto finale è che tu puoi finire per non sapere più esattamente che cosa stai ricordando di tuo e che cosa stai ricordando di collettivo. Un’assoluta confusione, un impasto. Pensavo l’altro giorno alla canzone di Mia Martini La nevicata del ’56: io nel ’56 avevo quattro anni, non stavo neanche a Roma, non è un mio ricordo. Ma la canzone così bella, ripetuta tante volte (in televisione, su youtube), la voce di Mia Martini… fanno sì che io quella nevicata l’ho vista. Così funziona la memoria: ce la si passa, la si impasta insieme. E avverrà anche questa volta.

Molti stanno utilizzando la definizione “tempo sospeso”, come se vivessimo in un presente che in questo momento non ha né un passato né ha un futuro…

…rispetto a questi giorni qui o, in generale, in questa fase della modernità?

Il punto è esattamente questo.

Allora, il presentismo della condizione moderna è una diagnosi che dice qualcosa di vero. Perché siccome le cose cambiano spesso, velocemente e frequentemente, il peso del passato si alleggerisce forzatamente, perché non ti serve più di tanto per muoverti nel presente. E, d’altra parte, siccome il futuro è costantemente incerto, produce un ventaglio di possibilità continuamente cangianti, è difficile lanciarsi in progetti o in previsioni a lunga durata. Questo è vero in generale, purché non lo si prenda alla lettera: perché il presente, come ha scritto una mia cara amica, «non si basta». Non esiste un presente sganciato dal passato e dal futuro, dalla memoria e dall’anticipazione, proprio non c’è. Quello che è successo è che la modernità ha un po’ – e neanche in tutti gli ambiti – contratto gli orizzonti della memoria e dell’anticipazione. Ma “un po’ contratto”, non “annullato”. Questo, sul generale.

Sull’oggi… beh, intanto vale ancora che «il presente non si basta»: io continuo a ricordare cose, e anche lei, e tutti; io continuo a proiettarmi nel futuro perché è fatta così la vita, abbiamo un’attenzione verso l’attimo prossimo, la giornata prossima e così via. Quello che succede è, sì, qualcosa come una “sospensione”, ma intendiamoci: lo è innanzitutto perché siamo spiazzati. Tutti i programmi che avevamo e che ci strutturavano le giornate sono effettivamente incerti, in un modo radicale, molto inedito. Questo spiazza, e allora siamo in un tempo sospeso perché è difficile prendere decisioni, appuntamenti, fare programmi.
Ma mi interessa e mi convince questa parola sospensione”. Sarà stato un po’ questo fatto di essere in casa, con libertà limitate… mi è venuto in mente quando ero soldato: era un tempo di limiti, pazzesco per me giovanotto, poi nei primi anni ’70 era una cosa terribile. Era un tempo “sospeso”: sganciato dal prima e dal dopo perché quella esperienza lì non somigliava a nessuna precedente e a nessuna dopo. Poi ricordo addirittura i due giorni che finii nel carcere della caserma… eh, là ancora di più: quando sei dentro, quando sei detenuto, la vita è sospesa, però non è vero che il tempo è sospeso, è che devi darti dei ritmi, delle scansioni, che prima non avevi minimamente in mente. Ecco, forse la difficoltà di darsi dei ritmi (e quindi un ordine del tempo) la stiamo sperimentando. Mancano quasi tutti i rituali (anche quelli collettivi). Poi penso che ciascuno un po’ se la cava, si costruisce i suoi ritmi quotidiani. Però è una fatica, perché… la situazione è così cambiata!

Uno dei suoi libri parla di memorie del futuro, un concetto molto interessante. Come potremmo utilizzarlo in questo momento?

“Memorie del futuro” vuol dire ricordarsi dei futuri che immaginavo in passato. Che io ricordi, non avevo mai immaginato un futuro con una pandemia. Avevo letto un sacco di cose di fantascienza che lo comprendevano, che però non avevano avuto un particolare impatto su di me. Ora così posso “ricordare” futuri immaginati in passato ma allora marginali. E adesso dico “Ma cacchio! C’avevano un po’ azzeccato. Ma come mai? A cosa badavano quegli autori per proiettare questa possibilità in un futuro immaginario?”. Questo è un esercizio che posso fare. Posso anche tornare indietro sull’immaginazione dei futuri di progresso che ci hanno caratterizzato per decenni e chiedermi “Che ne è? Che ne sarà?”. Magari poi posso dirmi − sarebbe un’elaborazione interessante − “Ma forse l’idea di progresso che avevamo aveva qualcosa di ingenuo, oppure di sbagliato, avevamo inteso come progresso una certa cosa (dominio tecnico sulla natura, benessere fisico, ricchezza…), magari il progresso può essere anche qualcos’altro (crescita della capacità di vivere la vita, magari di comprenderla…)”. Ecco, si può tornare sui disegni di una volta del futuro e, istruiti dall’oggi, usarli per ri-lanciarsi verso il futuro: “E dopo, allora, che faremo?”. Per esempio, potremmo attrezzarci perché se c’è un’altra epidemia ora sappiamo come fare. Ma potremmo anche dirci “Beh, però abbiamo scoperto che forse lavoravamo troppo in certe dimensioni, e magari troppo velocemente”… potremmo riconoscere che vivevamo con una certa bulimia del possibile: facevamo tuttotuttotutto quello che si poteva. E abbiamo scoperto che si può vivere anche facendo mica tutto. Può essere interessante, no? Magari impariamo qualche cosa per i prossimi futuri.

La riflessione che sostituisce per un po’ il riflettore: intervista a La Rappresentante di Lista

ANDREA ZANGARI | La prima volta che ho ascoltato La Rappresentante di Lista era estate, ero a Sud. Ma se cerco di focalizzare la circostanza, mi accorgo che forse sbaglio: forse non era estate, non era Sud. Forse il ricordo è costruito dalla qualità corporea e irrefrenabile di quella musica, che chiama a uscire da sé, a spogliarsi, a mescolarsi, a dilungarsi fino all’alba sullo stipite di casa. A cercare qualcosa negli altri, avvicinati da un immaginario comune che Veronica Lucchesi e Dario Mangiaricina evocano e ricostruiscono con sensibilità sempre originalissima.

Un’esuberante gestualità implicita nella musica su cui questo confinamento, il social distancing, le pratiche di (auto)controllo, gettano una luce contrastata.

Così, con un po’ nostalgia per quella corporeità pervasiva, accalorata, performativa, mi sono chiesto cosa pensano Dario e Veronica, cosa attraversa il loro immaginario. Abbiamo costellato questo scambio con qualche link musicale, per chi non conoscesse La Rappresentante di Lista, o per chi ne ricordasse giusto la presenza sul palco dell’Ariston qualche settimana fa. E con la confidenza di qualche scatto dalle loro mura domestiche.

Un leitmotiv: dare senso a questo tempo. Qualche giorno fa, in una delle ormai proverbiali conferenze stampa, persino il Presidente del Consiglio suggeriva di vivere queste giornate come un’opportunità per ritrovare (lui ha detto persino: migliorare) se stessi…che tempi incredibili! E voi, come lo state vivendo questo tempo?

V: Forse l’unica cosa che si muove davvero dentro la mia casa è il mio umore, un umore altalenante. All’inizio mi ripetevo che avrei dovuto rendere piene quelle 24 ore, che il tempo non me l’avrebbe ridato nessuno e che sarebbe stato tempo perso se vuoto. Anche questa è vita, pensavo. Oggi ascolto quello stesso vuoto o meglio quel sottofondo costante che risuona mentre leggo, mentre mangio, mentre scrivo queste risposte e lo lascio libero di cambiarmi il morale, di scombinare i miei piani, insomma lo accolgo.

Questo vuoto produrrà sicuramente qualcosa dentro di me e si manifesterà fuori da me in svariate forme.

D: Penso che sia importante coltivare la solitudine in questi giorni e provare a immaginare cosa manterremo di questo periodo. Non so se hai presente il gioco “Cosa porteresti con te se dovessi andare su un’isola deserta?” Bene, il gioco adesso è al contrario: siamo in un’isola deserta e ci dobbiamo chiedere cosa porteremo con noi quando torneremo sulla terra ferma.

Avete trovato delle strategie, dei riti per attraversare le giornate?

V: Scrivo, leggo molto, ripasso i movimenti del mio amato Kung Fu con la mia sciabola, cerco di migliorare il tedesco orale e scritto attraverso un sito e sto imparando a giocare a scacchi.

D: Ho attraversato, anzi direi meglio, sto attraversando diverse fasi. All’inizio ho provato a essere programmatico. Ho scritto su una lavagnetta un piano per i giorni a seguire. Programma che ho puntualmente disatteso. Nonostante questo sono riuscito a leggere un bel libro (anzi te lo consiglio per quando potrai andare in libreria a prenderlo: La Nazione delle Piante di Stefano Mancuso) e ho ripreso a scrivere un vecchio racconto, un quasi-romanzo che, chi lo sa, magari un giorno pubblicherò. Penso che vista la natura straordinaria del tempo che stiamo passando sia giusto ragionare secondo schemi straordinari. Per esempio mettere da parte la produzione e pensare allo studio. Da qualche giorno ho iniziato degli scambi telefonici con un mio amico compositore (Francesco Leineri). Gli mando delle cose che scrivo (degli studi per pianoforte) e lui mi dà dei consigli. Non credo che queste composizioni andranno mai a finire in un disco, ma mi stanno aiutando a capire delle cose.

In questi giorni ascolto molto la vostra musica, e mi rendo conto di come nasca da un corpo in movimento costante e frenetico. Ora che siamo fermi, o costretti a ripetere traiettorie minime, cosa vi dicono i vostri corpi?

V: Questo corpo che mi vuole bene, oggi per esempio mi ha detto che non ha bisogno di nutrirsi più di tanto se l’energia che riceve dal cibo non la può effettivamente sfruttare. Mi ci ha fatto pensare l’animale in letargo che non si nutre. Lo sento affaticato questo corpo seppur immobile, lui è fatto per stare nel mondo, stare seduto gli fa male eppure si abitua anche facilmente, ma con sofferenza. Mi serve il movimento, il contatto e vedere occhi e bocche che si muovono e si parlano, toccare ed essere toccata, avvinghiare i miei cari.

D: È una sorta di letargo. Anche se ho ricominciato ad allenarmi e a fare attività fisica. Un pensiero che ho fatto durante una di queste sessioni di allenamento è: com’è strano allenare il corpo senza che ci sia uno scopo di sopravvivenza. Il nostro corpo non ci serve per scappare, per inseguire, per cacciare, per arrampicarci sugli alberi; lo alleniamo per evitare che le articolazioni si irrigidiscano, che i muscoli si sfibrino, o addirittura per distendere i nervi. Un paio di giorni fa abbiamo fatto una passeggiata, perché stavamo patendo più di altre volte la clausura. I corpi a camminare senza una direzione sembrava tremassero. Al solo pensiero di riabbracciare un amico (mi è capitato di incontrarne e di rimanere a debita distanza) mi corre un brivido lungo la schiena. Forse i corpi ci saranno utili per quando tutto sarà finito. Ci guideranno nella ripresa.

Memorie sanremesi

Però in questi spazi minimi possiamo trovare delle sorprese. Un angolo della casa dove sentire una pace inaspettata, una finestra che diventa sguardo sul fuori…

D: A casa c’è un terrazzo, molto ampio, dove la mattina batte il sole. Al di là del terrazzo, oltre un sottile cancellino, c’è il giardino del vicino. Uno di questi giorni di nascosto andremo lì a fare una passeggiata e accarezzeremo gli alberi.

V: C’è un terrazzo grande che si affaccia sul giardino del vicino, ma è separato da una ringhiera che non ci è permesso attraversare. Allora respiriamo l’aria buona delle piante, sogniamo di mettere le mani nella terra, di toccare i fiori, di salire sugli alberi e nuotare nel mare verde erba.
Molti altri palazzi affacciano sul giardino segreto, lo osservano, un prete fa messa dal balcone la domenica mattina e tutti i fedeli stanno affacciati e ripetono in coro; sembra che le suppliche siano rivolte al giardino, come un giardino che raccoglie speranze.

Ma se poteste passeggiare in un luogo qualunque, quale sarebbe?

Come sempre sulla luna!

Il giardino

Poi c’è lo spazio virtuale. Molti artisti stanno vivendo i social come un palcoscenico in cui continuare a performare, magari già nel tentativo di raccontare il tempo presente; altri propendono per un silenzio che permetta di riflettere con maggior distacco. Voi cosa ne pensate?

Al momento abbiamo un po’ messo da parte le attività on line, visto che il tour è sospeso e non vediamo all’orizzonte la possibilità di recuperarlo. Ci stiamo concentrando sulla scrittura. Siamo entrati (un po’ forzatamente a dire il vero) nella fase che spesso precede la stesura di un nuovo disco. Stiamo chiusi in casa per mettere ordine alle idee. In generale crediamo tantissimo nella possibilità di comunicare attraverso i social, ma proprio per questo non vogliamo abusarne. Ci piace pensare di far confluire la nostra poetica dentro tutti gli strumenti a nostra disposizione, dai video ai post su Facebook, e quindi di utilizzare questi canali con un criterio etico ed estetico. Non ci spaventa il silenzio, la riflessione che sostituisce per un po’ il riflettore. Non ci piace il mero intrattenimento, ma l’arte sensibile e responsabile. Del resto, non ci va nemmeno di giudicare questa presenza massiccia degli artisti su Instagram. Immaginiamo che c’è chi ha paura di essere dimenticato, chi sente il dovere di aiutare gli altri ad elaborare questo vuoto, chi si sente solo o chi vuole stare vicino al proprio pubblico in un momento così difficile. Chissà cosa succederebbe se nei prossimi giorni tutti gli artisti decidessero di restare in silenzio. Magari un silenzio che sia di protesta verso l’esclusione dalle misure di sostegno dell’ultimo decreto ministeriale. Speriamo che l’arte, forse anche in modo più potente, continui a essere la guida per trovare un altrove. Personalmente, la diretta Instagram non ci fa “evadere”, ma ci ricorda questa condizione di cattività. L’arte dovrebbe far crescere la voglia utopica di un altrove, di un mondo altro, di un miglioramento del proprio mondo, così che poi le persone vogliano ricercarlo nella vita vera. Speriamo bene!

Pensando al dopo, qual è la vostra più grande paura e quale pensate possa essere la più grande possibilità di cambiamento?

Di getto avremmo risposto: paura che siano per sempre compromesse le relazioni tra le persone, paura che lo stato ci prenda gusto con questi decreti che riguardano direttamente la libertà dei cittadini di muoversi, di circolare, di agire; paura del disastro economico a cui assisteremo. Ma in realtà il timore più grande è che questa possibilità di cambiare rotta non venga assecondata. Per la prima volta in quasi 80 anni di storia un problema di portata mondiale sta investendo l’umanità. Il caso (si fa per dire) vuole che in questi 80 anni l’umanità abbia rovinato il pianeta Terra più di quanto abbia fatto negli ultimi millenni. Speriamo ci sarà spazio per affrontare con piglio diverso questo problema. L’ecologia dovrebbe essere il macrotema da cui ripartire. Dopo penseremmo a una distribuzione diversa delle ricchezze. Poi tutto il resto.

Per finire, vi va di regalarci una playlist, una partitura immaginaria per i tempi della giornata?

eccola!

Sarà

Se il teatro è “imbavagliato”, riflettiamo sulla sua complessità: un’intervista a Marco Isidori

LAURA BEVIONE | Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa è una delle compagnie più significative e longeve della scena sperimentale italiana, nata a Torino nel 1984 e, dal primo spettacolo di due anni dopo – uno Studio tratto dalle Serve di Genet -, impegnata in una ricerca testarda e puntuale sulla lingua e sul suo dialogo con l’immagine – quest’ultimo aspetto curato dalla pittrice-scenografa Daniela Dal Cin.

Abbiamo chiesto a Marco Isidori – autore, regista, attore, cofondatore della compagnia insieme a Maria Luisa e Sabina Abate, Daniela e Lauretta Dal Cin – come lui e gli altri Marcido stanno trascorrendo questi giorni di forzata assenza dal palcoscenico.

Come state vivendo questo periodo di isolamento? State proseguendo ll lavoro che stavate preparando prima della chiusura dell’Italia?

I Marcido hanno sospeso le prove nel loro teatro Marcidofilm! tre settimane fa. Eravamo in quella fase che noi teatranti siamo soliti definire “tavolino”, la parte “vocale” cioè, del nostro prossimo (speriamo!) David Copperfield Sketch Comedy, un carosello dickensiano. Come tutti ci siamo ritirati in casa, da dove, con i mezzi della telematica cerchiamo, non di proseguire il lavoro, questo è impossibile, ma almeno di conservare ciò che è stato finora costruito. Dovevamo anche debuttare qui allo Stabile torinese con una rinnovata edizione di Happy Days in Marcido’s Field (i beckettiani Giorni Felici), spettacolo che era anch’esso contemporaneamente in prova, ma…
Gli umori, è ovvio, sono altalenanti, però la coesione del gruppo ci sorregge, l’unità di intenti in questo momento è veramente un valore importante, lo direi anzi decisivo per non soccombere all’angoscia dell’impotenza e programmare, seppure con prudenza, il futuro.

Rosa Dartle: disegno di Daniela Dal Cin per lo spettacolo David Copperfield Sketch Comedy, un carosello dickensiano

Come si modificano le relazioni umane in questo tempo sospeso? Quello che stiamo vivendo è un periodo di reclusione, forzata e improduttiva, oppure di solitudine costruttiva?

Certo il momento presente esige quasi una riscrittura della rapportualità umana, le scimmie vivono di “toccamenti” e noi siamo pur sempre, ricordiamocelo, scimmie! Quanto alla relazione con il nostro io produttore, devo dire che è, oggi, una relazione pericolosa; da una parte ci vorrebbe, diciamo, portare avanti, ma poi il dato depressivo, che non manca, malgrado ogni sforzo per contrastarlo, prende un po’ piede, e le buone intenzioni tendono ad arenarsi. Adesso penso che la solitudine creativa sia da perseguire soltanto come una tecnica” la quale però vive e si “impollina” (dunque fruttificherà!) soltanto se la si mette al servizio di un futuro rinnovato bagno d’umanità vivente; cosa che il teatro sopra tutte le altre arti obbliga e permette. La solitudine si può così sopportare, e se ne possono anzi sfruttare persino le caratteristiche meno positive, quali l’isolamento; e quelle più positive per la produzione, come, ad esempio, la maggior potenzialità di concentrazione, nella prospettiva di un nuova futura “carica” delle arti della Presenza.

Paolo Oricco in Dialoghi con Leucò

In queste condizioni di coprifuoco qual è il ruolo del teatro, arte della presenza per eccellenza?

Lo dico chiaramente, il teatro, proprio e appunto perché arte della presenza (o meglio della compresenza di attori e pubblico), in questo frangente non può far sentire alcuna sua voce diretta; è imbavagliato, inoperante, qualunque giro di valzer ideologico si voglia imbastire per dimostrare il contrario. Può, e forse deve, interrogarsi su se stesso, sviluppando qualche critica specialmente sul contrastato e ambiguo terreno dell’utilizzo drammaturgico dei super mezzi tecnologici che, in tutta evidenza, poco c’entrano con quell’artigianalità a noi cara, anzi preziosa. Ci sentiamo obbligati a una riflessione importante sulla complessità del fenomeno scenico che, potendo, per sua natura, prescindere dalla supertecnologia, in un qualche modo – certo oscuro, certo indicidibile allo stato attuale della ricerca – ne è forse, nemico non dichiarato. Forse, ma è solo questione di tempo: poi credo che apparirà evidente che appoggiarsi troppo alla disponibilità dei tanti “media” è controproducente per l’arte dell’immediato.

Scena tratta dallo spettacolo Ma bisogna che il discorso si faccia

Quali autori stai frequentando in questi giorni e quali riflessioni/pensieri/immagini ti suggeriscono?

Di solito, una volta scelto un autore – e noi Marcido ci chiniamo volentieri sui classici: Molière, Shakespeare, Beckett, anche se poi amiamo rivederli e “correggerli” secondo la nostra sensibilità –, andiamo rapidamente al sodo inventando scenari, costumi, decidendo linee interpretative ecc… Ma adesso, adesso che il Generale Tempo ci ha sotto il tallone, (speriamo non per molto ancora) e la sua battaglia ci inchioda in biblioteca, i volumi della stessa cominciano a vociferare, si sentono, giuro! implorare: “Leggimi! Rileggimi! Mettimi in scena! Considerami!”. Noi ascoltiamo, prendiamo uno sgabello, guadagniamo le scaffalature più alte e perigliose, quelle preda di polveri antiche, e scartabelliamo… leggiucchiamo… valutiamo… Ecco ecco che sbuca da un anfratto quasi irraggiungibile e di fatto mai raggiunto, nientepopodimeno che Il concilio d’amore del diabolico, scostumato, drammaturgo tedesco Oskar Panizza, no no troppo blasfemia… troppa verità… non andrà! Tornatene nel tuo scaffale, Inopportuno!
Guarda guarda chi ti ritrovo! Soffocato da alcune riviste di floricultura fa capolino il Tutto il teatro di Eliot; questo è un amore antico, e quando aprimmo il nostro spazio Marcidofilm! il suo Impiegato di fiducia era in lizza per una messa in scena… però… grande dramma… dramma fino… pubblico pochino! Via verso testi meno impegnativi! Allora diamo un’occhiata alla pila di libri sempre in bella evidenza, quelli a portata di mano; tre edizioni del Pinocchio, mannaggia! I Marcido hanno già inscenato la favola di Collodi tanto tempo fa (1992), e la voglia di rimisurarsi col Burattino di legno è ancora forte, chissà che da questa forzata inattività non nasca un Pinocchio, il ritorno. Quanta letteratura! Quanto pensiero umano! Che cumulo di parole… noi siamo stregati dalla parola… ci sembra che “invocandola”, mettendola in qualche modo a “suonare” la si “ingrassi”, le si dia ulteriore reale significato…
Dunque il pensiero dominante è il seguente: mi si dia in mano qualunque testualità, riuscirò a farne dramma. Comprendo l’estremismo di questo enunciato pazzerello, ma il momento presente concede questo scarto intellettuale, tornati alla normalità, normalizzeremo nuovamente i nostri propositi nonché i nostri pensieri. Ma adesso, come diceva Palazzeschi (altra attuale lettura) “Lasciatemi divertire!”.

 

 

Viziosismi nr. 79: La Papessa e il culto del trash

ANTONIO CRETELLA | Dopo l’inverecondo spettacolo del rosario in diretta dai salotti trash di Canale 5, molti commentatori hanno giudicato l’atto come un superamento del “trash“, attribuendo a questa parola un significato di intrattenimento leggero privo di conseguenze. Non concordo per nulla. Lo spettacolo offerto è stato semmai la piena realizzazione di un’estetica propriamente trash. Ciò che spesso si dimentica del trash e del concetto affine – ma non identico – di kitsch, è che essi offrono una visione etica e politica del mondo: non sono forme vuote di intrattenimento, ma forme totalizzanti di interpretazione della realtà. Il contenuto volgare, la pornografia dei sentimenti, la forma grottesca, pretendono di rappresentare il comune sentire, si pongono come modello etico che raccoglie le istanze dal basso, come megafono della vox populi, ma ne sono nei fatti dei plasmatori: il trash non è recettore passivo di istanze dal basso, ma il demiurgo che modella e guida quelle istanze verso un fine etico, politico, commerciale. Quaranta anni di berlusconismo – e dico quaranta perché vi includo gli anni Ottanta e la sua fabbrica culturale del trash che prepararono la strada alla sua ascesa –dovrebbero aver reso chiaro il perverso meccanismo del populismo trash che non ha nulla di leggero. Il cannibalismo del sentimento religioso con tanto di rito in diretta è solo l’ultima apoteosi della sottocultura indotta delle starlette e dei padrepii.

Solo gli dèi possono rinascere: dialogo con Massimo Cacciari

ELENA SCOLARI | Sono passate solo poche settimane dall’inizio di questa brutta storia, e già ci sono espressioni diventate fruste, parole scomodate a sproposito, aggettivi che ricorrono.
Chi scrive per mestiere è (o dovrebbe esserlo) attento alle parole, le ama, cerca di non usarne troppe e di trovare quelle giuste, che disegnino precisamente il proprio pensiero e che descrivano la realtà in modo puntuale ma originale, se possibile.
E scrivendo posso provare a ragionare, ragionare, ragionare, grazie a quell’abitudine (preziosissima) che aver studiato filosofia mi ha insegnato. Ragiono pensando che ora sembrerebbe sensato trovare un metodo per convivere con questo “accidente” che stenta a volersene andare piuttosto che cercare solo di annientarlo, cosa che per altro non sembra – al momento – possibile.
Probabilmente è retorico pensare che le nostre vite siano cambiate: ha un che di eroico credere di offrire un grande sacrificio, no? Quel pizzico di epica che ti fa sentire coraggioso, mentre non stiamo facendo niente di leggendario, al massimo ci stiamo annoiando.
Forse si stanno solo rendendo evidenti processi che erano già in corso, fatti che tentavamo di celare hanno squarciato qualunque velo, non possiamo più cacciare la polvere sotto il tappeto né la testa sotto la sabbia.
L’interrogativo Cosa cambierà? ce lo stiamo ponendo in tanti, e forse pigliamo granchi.

ph. Maurizio Anderlini

Mentre cerco di mettere ordine in questi pensieri, mi accorgo che è ora dell’incontro lampo con Massimo Cacciari, il filosofo più allergico alla retorica che il mondo conosca. Abbiamo un appuntamento on line e allora mi collego, con un po’ di agitazione, chissà se giustificata. (Non è stato troppo condiscendente nemmeno con Lilli Gruber, l’altra sera).

Professore, come sta vivendo queste settimane di “domiciliari” forzati?

Eh, sto vivendo questo periodo leggendo e lavorando come al solito e non vedendo l’ora che finisca.

(È impaziente anche lui, questo mi conforta. Tutta una balla quella dei filosofi placidi)

Quindi non crede che la situazione stia mutando le nostre vite?

Mutare le nostre vite?! Magari lo potesse!

Pensa che questa pandemia possa invece cambiare alcuni temi della ricerca filosofica?

Ma no, non credo che muterà nulla nella ricerca scientifica e filosofica. La ricerca continuerà a ruotare intorno ai grandi temi degli ultimi decenni, importanti anche proprio in ragione di ciò che sta succedendo ora: il rapporto scienza e “scienze” umane; la ricerca corpo-mente-coscienza; i dilemmi etici nei confronti dello sviluppo dell’intelligenza artificiale, etcetera.

Sant’Agostino individuava la natura divina dell’uomo nella relazione, se le relazioni si interrompono che ne è di noi?

Ah, Sant’Agostino! Dipende da cosa si intende per relazione: le relazioni in quanto fondate sulle informazioni continuano con i mezzi di cui disponiamo anche ora, anche in questo momento in cui le rispondo. Mentre la relazione intersoggettiva in quanto comunicazione era già in crisi prima e lo sarà dopo.

Le relazioni sono fatte anche di spostamenti e ora si discute se controllarli. Intravede in questo un pericolo per la libertà personale?

Beh, gli spazi di libertà personale, intesi come privacy, sono andati riducendosi già da decenni: nel web non esiste privacy, questa è la pura e semplice verità-realtà.
Non cambierà perciò granché con qualche controllo in più sui nostri movimenti, dettato dall’emergenza attuale. Uno stato di cose che non è poi, in realtà, emergenza, essendo stata ampiamente prevista da numerosi scienziati, rimasti inascoltati.

Non ci sarà un D-day dopo il quale si potrà dire Fuori tutti, è più realistica una “rinascita” graduale?

Guardi, non sopporto le metafore belliche su questa crisi: non ci sarà alcun D-Day poiché non vi è alcuna guerra in corso. I medici non sono soldati al fronte, sono professionisti seri e responsabili, che non devono obbedire a nessun Capo.

(Ecco, questa l’ho proprio ciccata, accidenti)

Quanto al rinascere, solo un dio può farlo. E il nostro cervello non cambia sostanzialmente da centomila anni.

Quale pensa dovrebbe essere il ruolo degli intellettuali dopo questo fermo forzato?

Io penso che il ruolo dell’intellettuale sia comprendere, senza piangere né ridere né detestare. E continuerà a essere quello.
Altra cosa poi è chiedersi se esistano intellettuali.

ph. Maurizio Anderlini

ES: E se l’intellettuale esiste deve essere critico.
In queste giornate parole ne sentiamo, ne leggiamo, ne vediamo scritte in forma di ingenui hashtag dal valore niente più che apotropaico, alcune contrastano tra loro, tante si appesantiscono di retorica, di molte si fa strame.
Queste parole si confondono nelle nostre teste sollecitate a governare la paura, a inventarsi rifugi interiori, giardini dello spirito da coltivare quando un giardino vero non è a portata di mano. Ma i balconi, sì, ahinoi.
Balconi dai quali (per poco, a dire il vero) si è cantato dall’inno di Mameli a Bella ciao ad Azzurro, pure il sopravvalutato Rino Gaetano, che comunque in Italia se si parla di cielo va sempre bene, salvo scorgervi un drone che spia i nostri movimenti. Balconi da cui cittadini zelanti ne hanno apostrofati altri colpevoli di aver fatto 100 passi fuori di casa.
E pensare che Aristotele e i peripatetici filosofavano camminando.

Viziosismi nr. 78: Paura in corpo 30

ANTONIO CRETELLA | Tra le usanze che spero vengano portate via da quel briciolo di consapevolezza collettiva che fiduciosamente suppongo stia maturando come pupa nella crisalide della quarantena, c’è quella disturbante grammatica della paura che ci infetta con il suo lessico ridondante e forzoso, la sintassi dell’urlo e la formattazione dello scandalo perbenista. Sempre uguale a se stessa tanto da divenire oggetto abusato di satira, la sua efficacia non sembra risentire dei continui debunking e delle numerose smentite: è un linguaggio segnaletico, veicolo di un allarme espresso dalle forme e dai colori che aggirano la comprensione e puntano ai gangli del cervello ancestrale. Come quegli insetti innocui che imitano i colori e le forme dei loro consimili velenosi o il crotalo che annuncia la sua presenza con lo scampanio dei sonagli, l’osceno capslock, le siepi di punti esclamativi, i colori rosso e giallo indici di allarme titillano la reazione primitiva riflessa e in-mediata, nutrono il non-pensiero adrenalinico, manovrano lo stato neurovegetativo del suddito-elettore. Poco importa il contenuto: tutto può diventare incommensurabilmente minaccioso in un pauroso maiuscolo in corpo 30.

Presi alla sprovvista #1: Chi troverà il vaccino

RENZO FRANCABANDERA | Siamo tutti in uno stato di prostrazione e incertezza.
Una bolla mentale che a volte ci impedisce le più comuni attività ordinarie.
E si iniziano a fare cose senza senso interrotte dal dubbio di averne in mente altre che non si ricorda quali fossero
Poi dall’esterno arriva un suono, una sirena, una campana, che ci riporta a un concreto vissuto.
E così arriva sera, magari guardando ogni tanto dalla finestra se il mondo muove qualche passo, e impauriti dal pensiero di domani.
Nessuno deve smettere di vivere essendo ancora in vita, altrimenti la morte ci coglierebbe già morti, ove fosse…

È anche un momento in cui progressivamente alcuni egoismi vengono sconfitti, in cui per fortuna un po’ di tuttologi della minchia smettono di pontificare e la scienza e la conoscenza riprendono il loro posto autorevole.
In cui nelle guerre si dichiara il cessate il fuoco.
In cui gli stipendi dei super ricchi per la prima volta appaiono immorali.
È un momento in cui favorire questo ripensamento sul consesso umano.
Questo mi dico.

Senza smettere di tagliare carote e finocchi a rotta di collo, ma facendosi ognuno per sua parte artefice.
Di cosa?
Del domani di tutti.
Per dare coraggio a chi è ancora più impaurito e solo di noi. Di chi sta vivendo gli ultimi momenti.
Per dare una pista di atterraggio a tutta quella poesia di cui ci siamo nutriti per anni e che deve pur servire a qualcosa.
L’arte non è utile di per sé, ma se è davvero farmaco, è il momento adesso che lo dimostri in qualche modo.
E noi siamo nel laboratorio per creare le medicine del mondo di domani.
A ognuno il suo laboratorio.
A ognuno il suo fare.
Oltre le carote.
Oltre i finocchi.
Se riusciamo…

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