martedì, 14 Luglio, 2020
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Quel rifugio tranquillo per lettori e scrittori: riflessioni a margine del Premio Strega

FABIO MASSIMO FRANCESCHELLI | Negli ultimi anni ho letto 2 romanzi vincitori del massimo premio letterario italiano, La Ferocia di Nicola Lagioia, 2015, e Il Colibrì di Sandro Veronesi, 2020. Sarà un caso, ma mi sono sembrati fratelli nei loro pregi e difetti. Mediamente ben scritti (meglio Veronesi però), con qualche ottimo capitolo (ma giusto qualcuno, eh), una lingua da mestieranti navigati, più asciutta quella del Colibrì e più barocca e vanitosa quella della Ferocia. Questi i pregi. I difetti li ho trovati in storie inverosimili, personaggi stereotipati e superficiali, situazioni e caratteri infarciti di luoghi comuni. E infine, in entrambi i casi, la narrazione di ambienti e dimensioni altoborghesi, come se non solo il privilegio di narrare e vincere premi, ma addirittura quello di essere narrati, essere oggetto degno di narrazione, debba essere un’esclusiva dei ricchi. Si espelle la povertà (o anche la “normalità” piccolo borghese) dagli immaginari narrativi. Perché? Per pregiudizi classisti? Perché la gran parte dei narratori non l’hanno mai conosciuta e quindi non saprebbero raccontarla? Perché si ritiene poco interessante? Perché si pensa che chi è impegnato tutti i giorni a “sbarcare il lunario”, o anche a timbrare il cartellino, non viva una vita abbastanza ricca, né pratica né interiore? Perché si tratta di esistenze troppo poco luccicanti e patinate?
Spero di no, spero di sbagliarmi, spero non sia così soprattutto oggi in quest’Italia post covid dove la marea dell’indigenza sale inesorabilmente ovunque. Insistere su questa strada significherebbe fuggire dalla realtà e rinunciare a raccontare quel che i media chiamano “paese reale”.
Ma poi, a rifletterci meglio, mi chiedo se il pregiudizio classista in realtà non nasconda un peccato ben più grave, non (appunto) classista ma letterario. Mi chiedo se non sia altro che il rifugio scelto dalla coppia autore-lettore per celare l’incapacità ad affrontare la verità dei personaggi, la loro contorta e labirintica profondità, la loro noia, banalità, inettitudine, l’inesauribile e inafferrabile concetto di “umanità”. Ci si rifugia nei tópoi, meglio se eccezionali e patinati, ricchi di “effetti speciali”, perché ci fa paura conoscere la fatica e il dolore e la lentezza dell’introspezione.
Forse andrebbe ridefinita la forma romanzo e in particolare le aspettative che questo prodotto industrial-creativo muove. Forse è una questione di educazione letteraria. Qualche esempio a parte i soliti toni di Proust, Musil e Dostoevskij? Mah, così “su due piedi” mi viene in mente questo piccolo immenso libricino letto tanti anni fa, eppure indimenticabile, Chesil Beach di Ian McEwan. Se questa “non-storia” (storia di stasi e incapacità), con due perdenti come protagonisti fosse stata scritta da un italiano avrebbe mai vinto lo Strega?
LA PROFEZIA
dalla pagina Facebook di Fabio Massimo Franceschelli
Chiudo il mio 2019 da lettore con questo romanzo di Veronesi che molti già pronosticano vincitore del prossimo Strega e che più di qualcuno ha definito capolavoro. Che finisca per vincere lo Strega mi sembra probabile, che sia un capolavoro no, assolutamente no, né nell’accezione di seminalità, né in quella di apicalità. È un romanzo con almeno tre o quattro capitoli scritti molto bene ma che per il resto sostituisce troppo spesso il narrato col raccontato, un raccontato cronachistico che tratteggia sbrigativamente superfici rinunciando ai dettagli della profondità e al necessario respiro che ogni buon romanzo deve avere. Infine – limite che da molto tempo e da più parti viene riferito all’intera narrativa contemporanea italiana – si tratta di una storia classista ed elitaria, dell’ennesima vicenda alto-borghese che (purtroppo o per fortuna) non mi riguarda, non mi rappresenta, non narra il mio mondo né quello della stragrande maggioranza degli italiani.

Il teatro per bambini torna dal vivo: alla scoperta del Vimercate Ragazzi Festival

ROBERTA RESMINI| La città di Vimercate sta per essere animata dal Vimercate Ragazzi Festival – Festival nazionale di teatro per le nuove generazioni: una serie di eventi dedicata in modo particolare ai bambini e ai ragazzi dalla prima infanzia all’adolescenza, senza trascurare spettacoli rivolti a tutto pubblico, che animeranno gli spazi simbolo di Vimercate.
Giunta quest’anno alla quarta edizione, la kermesse guarda al futuro e al rinnovamento del teatro ragazzi: VRF è il primo festival vetrina del 2020 a svolgersi dal vivo dopo il “lungo inverno” della chiusura dei teatri, mantenendo fede all’impegno preso dal Comune di Vimercate nel 2019 che ha affidato la manifestazione per il triennio fino al 2021 alla direzione artistica, tecnica e organizzativa di Campsirago Residenza, delleAli Teatro e Teatro Invito.
Durante le tre giornate del Festival (10-11-12 luglio 2020), dalla mattina alle 9.30 fino alla sera (ultimo spettacolo con inizio alle 22.45), saranno proposti i 12 spettacoli che compongono il programma di questa edizione ma anche alcuni incontri professionali rivolti agli operatori che lavorano nel mondo del teatro, dell’arte e dell’educazione per le nuove generazioni.

Abbiamo incontrato i direttori artistici Giada Balestrini (delleAli Teatro), Michele Losi (Campsirago Residenza), Giusi Vassena (Teatro Invito) per porre loro alcune domande sulle caratteristiche specifiche del VRF e per avere alcune anticipazioni sui must della kermesse.

Qual è la caratteristica distintiva del VRF?

Il Teatro Ragazzi si caratterizza per la varietà di linguaggi e generi e per la sua sempre rinnovata capacità di creare visioni artistiche. Originalità che ben si esprime anche nella concezione dell’uso degli spazi: proprio per questo il Vimercate Ragazzi Festival si svolge anche quest’anno in luoghi non prettamente teatrali per continuare a dare risalto a quegli spettacoli che valorizzano e dialogano con spazi non convenzionali, quali parchi, cortili e splendide ville storiche, valorizzando l’idea di un teatro diffuso volto a raggiungere il pubblico in maniera capillare.
Inoltre, il festival rappresenta la possibilità di assistere a spettacoli che vengono rappresentati per la prima volta, e dunque un’opportunità importante, per gli operatori, di entrare in reale contatto con il proprio pubblico di bambini e ragazzi.

L’ammaliafuoco – Fossick Project

Finalmente si riparte dopo tutto questo tempo con i teatri chiusi! Come avete vissuto questo periodo?

Non abbiamo mai smesso di crederci in questi mesi e ora, con un po’ di ritardo giustificato, siamo particolarmente felici di poter nuovamente portare bellezza, leggerezza e gioia ai bambini e alle bambine di Vimercate e alle loro famiglie. Felici di vedersi riempire le piazze, i parchi, i cortili, le strade, con storie, colori, suoni e risate. Mai il teatro è stato più necessario, suo è il compito ora di ricreare comunità attraverso piccole, concrete azioni di cura per il nostro pubblico e la nostra città.

Ci aiutate a capire quale linea artistica vi identifica e come avete scelto gli spettacoli da inserire nel cartellone?

La scelta è stata operata sulla base di un Bando di selezione cui hanno partecipato più di cento compagnie dall’Italia e dall’estero. Dodici di esse hanno superato la selezione, differenziandosi principalmente per i linguaggi adottati – dal teatro d’attore e narrazione, alla clownerie, al teatro di figura – e per le fasce d’età a cui si rivolgono. Una selezione non facile, vista la qualità della gran parte dei lavori che ci sono pervenuti. Dodici spettacoli per ventuno repliche, a cui si aggiungono due incontri per operatori.

L’usignolo o dell’amicizia – Teatro Pan

Si parte venerdì 10 luglio al parco di Villa Sottocasa con Alberi maestri kids della compagnia Pleiadi, uno spettacolo itinerante ed esperienziale alla scoperta dell’incredibile mondo degli alberi. Si prosegue poi al Parco Trotti con la prima nazionale di Pollicino pop di Teatro Invito: nuova tappa della compagnia nell’approccio originale ai classici per l’infanzia, questo Pollicino si muove sul filo delle emozioni, le paure suscitate dalla fiaba vengono bilanciate da una messinscena all’insegna dell’ironia, del gioco teatrale, della musicalità. A Palazzo Trotti la compagnia svizzera Teatro Pan presenta L’usignolo o dell’amicizia, un incontro inaspettato tra una strana signora e una ragazza distratta e frenetica, due mondi a confronto, un inno all’ascolto e all’attenzione per l’altro. A chiudere la prima giornata la compagnia Fossick Project con L’ammaliafuoco: la storia di un gatto pescatore addomesticato che si ritrova senza casa per un incendio ed è costretto ad adattarsi a uno stile di vista selvatico. Una storia che ci fa riflettere sul fallimento dell’uomo nel tentativo di controllare i fenomeni naturali (mai come in questo periodo lo abbiamo potuto constatare!)
Ad aprire la giornata di sabato 11 luglio Naturalis – 4 elementi come casa della compagnia Melarancio, un viaggio sensoriale alla scoperta della vita attraverso i quattro elementi che la generano: aria, fuoco, terra, acqua. Nel pomeriggio il gruppo Cieocifa propone Tre piccioni con una favola: in un mondo dove la normalità si è presa una pausa, riuscirà la favola a trovare il suo lieto fine? Intrecci teatrali propone La fabbrica di baci: uno spettacolo tra musica e parola che punta l’attenzione sulle emozioni semplici ma a volte difficili da esternare. Si prosegue poi con lo spettacolo Tre di Scenamadre, che racconta, con ironia e disincanto, gli alti e bassi di una famiglia dei giorni nostri.

Il campione e la zanzara – Faber Teater

Domenica 12 luglio si apre con Pesce pesciolino del delleAli Teatro, che vede protagonisti dei personaggi costruiti con la tecnica degli origami nell’intento di aprire un baule che rivela le profondità marine con i suoi meravigliosi abitanti. Si prosegue poi con Corpi al vento, in cui la compagnia Gelmi/Ruggero narra una storia antica legata al mito del Minotauro. La famiglia Mirabella di Il Teatro viaggiante è invece uno spettacolo comico-satirico-familiare di genere saltimbanco, visuale, acrobatico, adatto al pubblico di ogni età. Chiude la rassegna Il campione e la zanzara di Faber Teater, uno spettacolo itinerante in cui si racconta la vita di Fausto Coppi.

Un cartellone fitto per permettere a grandi e piccini di poter tornare a sognare con la magia del teatro.
Il Vimercate Ragazzi Festival è promosso dal Comune di Vimercate con il patrocinio di Assistej, la collaborazione di numerose associazioni del territorio e del museo Must di Vimercate.

Qui il programma completo.

Per informazioni e prenotazioni:
vimercateragazzifestival.it
info@vimercateragazzifestival.it | tel. 377. 1304141

Prove generali di solitudine: i testi vincitori della terza fase – SOLITUDINE

RENZO FRANCABANDERA | Abbiamo scavallato. Siamo oltre la metà del concorso, alla terza fase delle quattro previste. Ma l’attenzione del pubblico e soprattutto dei partecipanti non arriva a diminuire intorno a Prove generali di solitudine, il concorso di scrittura teatrale ideato e promosso da Carrozzeria Orfeo, con il patrocinio di Fondazione Cariplo, Marche Teatro, Teatro dell’Elfo, Teatro Bellini di Napoli, Teatro Nazionale di Genova e in collaborazione con noi di PAC Paneacquaculture.net.
Ne sono prova le migliaia di letture dei post, dei testi, non solo di quelli dei vincitori di ciascuna fase, ma anche degli altri testi segnalati. Per non parlare del televoto dei lettori!
Davvero un piccolo fenomeno che siamo contenti di aiutare a diffondere ulteriormente, per la parte che abbiamo scelto di sostenere, quella di diffusione dei testi.

Ogni concorso ha i suoi testimonial. Ed è stata Paola Minaccioni, nel ruolo di Presidente di Giuria, a proclamare i tre vincitori della terza fase. La Giuria, composta da Angela Ciaburri, Gabriele Di Luca, Raffaella Ilari, Massimiliano Setti, Luisa Supino, Francesca Turrini, ha proclamato sui social di Carrozzeria Orfeo i tre vincitori su 381 testi pervenuti da tutta Italia, da professionisti e non professionisti di tutte le età, chiamati a scrivere un testo a partire dalla parola chiave Solitudine e ispirato alla forma della stand up comedy.

Ed eccoli i tre testi vincitori, più un ulteriore testo segnalato dalla giuria e che concorrerà nei prossimi giorni insieme ai primi tre, per la segnalazione da parte dei lettori di PAC e la mitica votazione online che fra tattiche e strategie sta definendo il quartetto che andrà a combattere nell’ultima e decisiva sfida per l’assegnazione del SuperPremioSimbolico.

Primo classificato: 21.000 FOLLOWERS DI SOLITUDINE di Sofia Gottardi

Il primo Premio va a “21.ooo followers di solitudine” di Sofia Gottardi, 24 anni, disoccupata, di Arzignano, «per la profondità di pensiero e del disagio, massima condizione della solitudine ma anche una specie di podio da cui gli autori possono raccontare la vita e il genere umano; per aver avuto il coraggio di elaborare, con un punto di vista personale, la solitudine nel mondo dei social, con battute fulminanti e un linguaggio moderno. Un monologo organico, teatrale, mai gratuito».

Secondo classificato: SOLETICO di Lorenzo Avola

Secondo classificato: “S0letico” di Lorenzo Avola, 32 anni, di Palermo, autore tv, «per il pensiero, per il gusto del gioco attraverso l’uso della parola, per far riflettere giocando con l’abilità del linguaggio. Sono usciti l’intelligenza, il punto di vista, l’originalità. Un monologo particolare nella struttura, per aver affrontato, oltre al tema della solitudine, quello della pedofilia e del machismo in modo intelligente e senza moralismi».

Terzo classificato: LA FESTA DELLE LISCHE di Lucio Pol

Terzo classificato: “La festa delle lische” di Lucio Pol, contadino di 63 anni, nato a Montebelluna, «per la natura fortemente poetica, per aver saputo raccontare la solitudine attraverso la storia di un pesce rosso; una struttura teatrale che ha dato spazio ad una comicità più all’italiana, e che, oltre alla battuta, ha rimandi esistenziali. Un premio per il coraggio di aver raccontato il tema della solitudine attraverso un racconto personale facendo ridere».

Testi segnalati:

È TUTTA UNA QUESTIONE DI IMMAGINE (E DI PIPI’) di Lia Dalu

MEGLIO SOLI CHE A BUSSALA di Matteo Cirillo

Al vincitore è assegnato un Premio di 500 Euro, al secondo classificato di 300 Euro, al terzo di 200 Euro. Al termine, compatibilmente con i prossimi decreti ministeriali, sarà chiesto di sviluppare ulteriormente i propri testi in vista di una futura messa in scena.

Nuova parola chiave della quarta e ultima fase del Concorso – nato per contribuire attivamente all’emergenza che il mondo della cultura si trova oggi ad affrontare – è #andratuttobene: gli autori avranno una settimana di tempo – entro le 23,59 del 6 luglio –  per inviare un monologo di massimo quattro pagine, ispirato alla forma della stand-up comedy, che durante la settimana successiva sarà valutato da una Giuria interna formata dagli attori e dai collaboratori di Carrozzeria Orfeo (Angela Ciaburri, Beatrice Schiros, Aleph Viola, Paolo Li Volsi, Alessandro Federico, Francesca Turrini, Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti, Raffaella Ilari, Natascia Sollecito Mascetti).

Dopo Luca Zingaretti, Vinicio Marchioni e Paola Minaccioni, per l’ultima fase la Giuria sarà presieduta da Lino Guanciale che il 14 luglio premierà i 3 monologhi vincitori sul Canale IGTV Instagram di Carrozzeria Orfeo.

Illustrazione in copertina di Federico Bassi.

PGdS 3 – 3^ classificato: Lucio Pol “La festa delle lische”

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LA FESTA DELLE LISCHE
di Lucio Pol
Foto di Lucio Pol

Altro che quarantena e state a casa. L’ultima volta che mi son sentito solo è stato nel 2013. 

Era estate, pieno pomeriggio e anche se dall’aspetto sembro un tipo tosto, ho anche io le mie zone, come si dice, soffici.
Dopo 25 anni, senza tanti avvisi, è morto il pesce rosso. Era di mio padre all’inizio, prima che anche lui… sì insomma ci siamo capiti. Io lo volevo tenere vivo questo pesce come simbolo, avevo certi ricordi, capite? Anche perché a chi lo davo sennò ‘sto pesce? Dovevo tenermelo. Dove vai in giro con la bozza a vendere queste cose, non c’è business, capite? E son passati 25 anni. Mi hanno detto che di solito questi pesci qua non vivono così tanto, e io questo l’avevo capito che era un segnale di mio padre che voleva dirmi qualcosa.
Oh, 25 anni son un mutuo, un matrimonio, son tanti. In una boccia a girare e girare…

Mio padre lo aveva comprato fresco al mercato, dopo una trattativa, così mi aveva detto. La signora bionda, che vendeva gli animali all’angolo della piazza, gli aveva detto “Cinque euro di puro amore” e lui aveva provato a chiederle lo sconto, ma poi si era fatto incastrare non si sa come, e così è stato. E dopo qualche settimana anche mio papà se ne è andato e, barabin baraban, mi son trovato con questo impegno in più. Sì, perché io non ho mai avuto una bestia in casa, quindi ho dovuto imparare a far tutto. All’inizio mi scordavo pure di averlo, eh quante volte! E l’acqua va cambiata sennò non lo vedi più perché si inscurisce tutta la bozza. Sono carini, per carità, però c’è un impegno dietro. Mangiano le loro cose e io mi son informato su tutto. 

Quando ho capito che era morto, l’ho tolto dalla bozza e sono andato giù al bar. Oh, un uomo come me della mia età, che si fa prendere da queste cose.
Eh, sì, ve lo dico: ci son rimasto male. Mi è piombata una certa amarezza. Forse perché non l’ho visto invecchiare.
In tutti questi anni il pesce non l’ho mai visto diverso, imbruttirsi o perdere pelle. Sapevo che sarebbe schiattato, ovvio. Ma non è la stessa cosa. Da quando l’ho portato a casa è stato sempre uguale.
Ma uno del bar che non conoscevo mi ha detto che si vede dalle lische che stanno cambiando. Più ce ne hanno e più sono vecchi. Io con lui ci ho litigato perché la cosa non ha senso. Gli ho detto chiaramente che quello non è il pesce, ma gli alberi e che si è confuso. Sono gli alberi che contando gli anelli che hanno nella corteccia, capisci quanto son vecchi. È una cosa che si sa, tra gente come noi. Ma lui mi ha detto che non si è confuso e così io non ci ho più visto. Allora io gli ho chiesto di spiegarmi meglio. E lui mi ha detto che da giovani i pesci rossi hanno tante lische, ma molto piccole e crescendo diventano più grandi e son di meno e che se le conti ti fai un’idea. “Un’idea?” gli ho detto. “Me la sta menando!” mi son detto. “Ma che significa farsi una idea? Come fai a contargliele mentre lui si muove!” E lui mi ha detto che ci era riuscito con il suo e che si era stufato con me, a spiegarmi queste cose. E ha alzato la voce e l’oste si è avvicinato per capire. Io gli ho detto subito che non stava succedendo niente e che si parlava di pesci, ma lui chissà cosa si credeva. Sempre in malafede questi oste quando son tanto giovani. E allora io mi son alzato in piedi e lui quasi si è spaventato, ma non è successo niente. Mica potevamo metterci a far rissa su un pesce, morto, alla mia età. No, no, in questo abbiamo avuto tutti e due il controllo per farla finire là. E l’oste ha continuato a pulire i bicchieri senza guardarci, io ho fatto il signore e me ne sono andato.
Ma io non volevo andare a casa, ma non potevo stare al bar dopo ‘sta cosa del pesce, capite? In paese devi pensarci alle figure che fai con la gente e allora mi son convinto che andava bene così.
E allora quando son tornato a casa ho provato, non so perché. Forse la solitudine o la sorpresa, non so. L’avevo tirato fuori dall’acqua e messo sdraiato su un tovagliolo ad asciugare. E allora mi son avvicinato e gli ho contato tutte le lische.
Io vi dico, non sono vegano, vegitano e cose così, io mangio carne e pesce, ok? Però ero là con la forchetta a contargli le lische e a girarlo su è giù e mi son detto “Mi fa impressione!”. E continuavo a contare “27, 28, 30 lische” E mi son perso! Non è stato facile, ci ho messo tre volte a contargliele tutte senza sbagliarmi. Era impossibile che quel tipo lo avesse fatto con il suo pesce vivo. Racconta balle.
Alla fine, il pesce aveva 69 lische e come numero mi ha fatto pensare. Mi son sentito un poco uno stupido, ma ci ho pensato. Mio papà è morto a 69 anni proprio come il pesce che mi aveva lasciato. Non poteva essere vero e allora ho riprovato di nuovo e 69 veniva fuori. Mi son seduto. 69. Ma dai, ma son scemo. Che numero e quanti ricordi tutto ad un tratto!

69. Quanto era passato dalla mia ultima notte di fuoco con Antonietta, 69 che numero! Ah, che bei tempi quelli di sesso e spensieratezza. 69! 69 il numero del diavolo e gli anni di mio papà e delle lische. Come era cambiata la mia vita. Dal sesso alle lische. Solitudine.

Neanche un nome aveva quel pesce.
Un fottuto pesce rosso con le sue 69 lische, non era mio padre, era solo di mio padre.
Era solo un simbolo, un sentirsi ancora con lui, che ora mi diceva di camminare con le mie sole gambe.

E così ho fatto e sono ritornato al bar. E mi sono riseduto. Non c’è posto migliore del bar per chi non vuole stare in compagnia con se stesso o con un morto in casa. Vai al bar per incontrare altra gente, ma anche no. Vai al bar e paghi quella birra per non avere a che fare con i tuoi casini. Sono quattro euro per chiedere alla tua ombra di andare a farsi un giro da qualche altra parte. Otto euro per chiederle se può andare a far pisciare il tuo cane per il vicinato, e a 20 euro le stai letteralmente chiedendo di non tornare a dormire a casa quella sera, ma ti scusi per non averla avvisata prima.
Io quella sera ero troppo ubriaco che non sono neanche riuscito a dirle nulla, lei ha capito e non ci siam detti niente per giorni.

Ma so che alcuni di voi non capiscono e so anche chi siete: siete quelli che non vanno al bar e che la solitudine invece la cercano, perché “vi permette di trovare la pace con voi stessi”. Sì, voi, lo so che mi state giudicando. Siete gli stessi che non riescono a cagare se c’è qualcuno nei paraggi. Vi serve il silenzio. Volete il silenzio di tomba quando la merda vi esce dal vostro culo, autentico e autocosciente. Solo al pensiero di sapere che c’è qualcuno che potrebbe sentirvi, vi blocca tutto il ciclo biologico della merda.

Lo so che voi vi sentite superiori, diversi da me, perché voi parlate, dialogate con voi stessi. E io invece me ne fotto e vado al bar e per giorni non son riuscito ad avvicinarmi al pesce, che ora cominciava a puzzare. Non volevo buttarlo, ma non sapevo cosa farci.
E allora l’ho messo in un vasetto, come se fosse un carciofino sott’olio e ho preso tempo. Ho preso tempo per pensare, mi direte voi? No. Sono stato al bar a parlare di cazzate con gli altri e non ci ho pensato.
Siete ossessionati voi con questo pensare, dialogare, un fottuto silenzio lo sapete reggere? Ignorare voci che ti urlano in faccia tutto il giorno, io questo lo so fare.
E anche cagare lo so fare, anche se ho un cane che mi fissa negli occhi e il padrone pure. Non mi faccio problemi io, perché io so cagare. Lo faccio in modo libero e sereno. Io sono come cago. Non come voi, amanti dello yoga e dello star bene che riuscite a cagare solo se il rotolo della carta igienica è in perfetta armonia con il vostro buco del culo. 

Alla fine, dopo tre giorni che facevo colazione fissando il vasetto ho deciso che dovevo fare qualcosa e allora l’ho portato al bar con me.
Quando son entrato l’ho appoggiato subito al bancone e tutti mi hanno guardato.
“Cazzo hai portato?” mi fa Gigi. E cosi gli ho spiegato tutta la storia e delle 69 lische. Ma ancora non capiva. “Perché hai portato il pesce qua?”.
Gli ho detto che non sapevo cosa farci. Non volevo buttarlo nella spazzatura. E senza accorgermene il mio pesce aveva attirato l’attenzione e tutti mi guardavano e proponevano cose. E si beveva e mi son divertito a sentir le loro cazzate.
Un tipo, che vedo sempre alla sera e che beve sempre vicino all’uscita, mi ha detto che poteva sotterrarlo vicino alla sua stalla se volevo. Aveva già sotterrato due pulcini per i suoi nipoti.
“Cosa ti sei fatto fuori casa? Un cimitero self-service?” gli ho detto.
La sua, era un’ottima idea e ci siamo presentati. Ivano, uno della famiglia Brosa, si chiamava e faceva l’allevatore di conigli. Mi ha spiegato dove viveva e così la mattina dopo prima di pranzo potevo andare da lui. Problema risolto. E tutto il bar ha fatto un giro di rosso, per festeggiare la decisione.
E adesso ogni 12 luglio il bar Aldamidas festeggia la festa delle lische e io quella di mio padre. E tanta gente nuova entra e beve, senza sapere la storia e quelli sono i migliori. 

Tutti soli in compagnia.

PGdS 3 – 1^ classificato: Sofia Gottardi “21.000 followers di solitudine”

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21.000 FOLLOWERS DI SOLITUDINE
di Sofia Gottardi
Foto di Sofia Gottardi

Passo l’epoca Coronavirus in casa, sola e annoiata.
I miei amici non posso vederli perché io sono veneta e loro sono lombardi e ho pure il fidanzato bresciano.
A me non interessa quello che dicono le frasi romantiche di Facebook sulle relazioni a distanza: se per trovare la persona che ami devi spendere soldi e prendere due treni non è amore, è turismo sessuale. Non ci vediamo da troppo.

Sono sola in casa, sento di colpo un rumore e penso “Oddio è lui che è venuto a trovarmi” e invece no: è il mio imene che si sta ricostruendo.
Sono così sola che mi sono pure scaricata TikTok.
È un’applicazione in cui i minorenni caricano video in cui ballano e fanno playback di canzoni con una convinzione che si vede solo negli ospedali psichiatrici.
Infatti tutti me l’hanno sconsigliato: i ragazzi son così soli e annoiati che su TikTok si esaltano per le peggio cose. Ci sono diciottenni TikToker che hanno un milione di fan undicenni adoranti, e tutto quello che fanno è fare playback delle canzoni senza maglietta e lanciare sguardi sexy alla telecamera. E basta.

Prima della quarantena anche io li prendevo in giro, ma quando mi son ritrovata in casa senza stimoli ho cominciato a rivalutarli. I TikToker fighi sono come i cantanti delle boy band, ma più furbi. Perché le boy band tipo One Direction non sono dei mostri musicali, ma almeno sanno suonare e cantare, quindi c’è chi li insulta: “Qui il cantante ha stonato”, “Questa canzone è un plagio” e feriscono le fan, perché criticano i loro idoli in quanto artisti.
Ma i Tiktoker sono invincibili perché a parte essere fighi non sanno fare un cazzo. Non ce n’è bisogno per esser famosi su TikTok. Non puoi neanche dire alle fan: “È playback, non sta davvero cantando” perché lo sanno già.

Come fai a criticare qualcuno se non sa fare un cazzo ma i suoi fan lo amano comunque? Cosa critichi?
Se tu ti impegni per far qualcosa di buono ci sarà sempre qualcuno che dirà che non va bene, ma se sai che stai facendo una stronzata poi le persone diranno “è una stronzata” e non è un insulto: è quello che volevi fare! Ce l’hai fatta!

Questi mini adoni sono dei geni perché nell’era della solitudine hanno inventato un nuovo sex symbol: la troia emotiva.
Guardano in camera e dicono che sei bella come sei, non devi piangere, e tu sei minorenne e insicura, ci caschi, li segui. Ovviamente è tutto finto, ma anche le pornostar su cui i ragazzi suonano gli accordi di Do col cazzo sono finte, quindi che differenza fa?

Prima prendevo in giro le star del web, ora le adoro, voglio essere la loro manager. Sarei bravissima. Anzi comincio subito facendo un appello ai TikToker fighi:
Ciao splendori.
So che a volte pensate: “La mia bellezza non durerà per sempre, voglio diventare bravo in qualcosa” e credete sia un pensiero maturo.
Non lo è. È stupido.
È un pensiero che va bene per i brutti.
Se tu sei bello e vuoi acquisire altre qualità vuol dire che sei così stupido da non saper sfruttare la tua bellezza. Eccerto.
Se erediti una pizzeria e perdi energie per aprire una libreria cosa pensiamo? Che hai fatto fallire la pizzeria. Tutti amano la pizza, nessuno legge.
Ma non devi fare solo il modello o lo spogliarellista, quello lo fanno tutti. Inventa. Sii spietato.
Spacciati per psicologo e fatti pagare dalle ragazze per dire che hanno sempre ragione loro e che sono bellissime. In realtà nessuno vuole migliorare se stesso. Avresti più successo tu di qualsiasi psicologo.
Sei figo e vuoi scrivere un saggio che affronta in modo innovativo il collegamento tra politica, filosofia e salute mentale? Sei una minchia! Ti piace scrivere?
Scrivi per ogni tredicenne che ti paga una fanfiction dove i protagonisti siete tu. E lei.
Nel futuro non sono le fan che si avvicinano alla fanfiction. È la fanfiction che si avvicina alle fan.
Quando avrai abbastanza fan pubblica un’opera d’arte di rottura: un libro dal titolo “La storia dell’orrore più sconvolgente di tutti i tempi”. Ha solo una pagina.
E in quella pagina c’è scritto: “Vivere senza di te”.
Genio. Tutti i tuoi amici ti odieranno e avrai così tante donne e banconote da dimenticare la differenza tra le due.

Visto quanto sono brava?

Ma dato che i TikToker non mi assumeranno mai come manager mi sono posta un obbiettivo: diventare io stessa un’influencer e sfruttare TikTok per ottenere visibilità.
Ovvio. Come fai a essere sola e deprimerti se sei visibile?
Il problema è che l’unico modo per sfruttare i social è essere sfruttati dai social. Per capire come funzionano ci devi passare un sacco di tempo, capire gli algoritmi, le tendenze, fino a diventarne dipendente.

Io dopo settimane che cerco di creare contenuti brevi non riesco a concentrarmi su qualcosa per più di venti minuti. Ho mal di testa, guardo ossessivamente le notifiche, anche quando sono in videochiamata col mio ragazzo.
Scusa amore ma tu mi ami già, milioni di italiani ancora no.
Dopo qualche mese raggiungo 21.000 followers. Finalmente.

Vengo invasa da quindicenni che mi scrivono “Voglio essere tuo amico”, “Posami” ma sono ancora sola come un cane. Perché io non li conosco ‘sti qui. Magari sono razzisti, complottisti, cannibali.
Non so cosa sia peggio. I razzisti dicono che i neri sono inferiori, i complottisti che siamo tutti inferiori rispetto agli alieni che ci invaderanno, i cannibali che siamo tutti superlativi con un po’ di olio purissimo extravergine marchigiano che non guasta mai.
E gli alieni concordano.

“Vuoi essere mia amica?” non mi conosci, ovvio che me lo chiedi.
“Vuoi sposarmi?” Hai quindici anni, sei troppo giovane per legarti per sempre a qualcuno, e io sono troppo giovane per andare in prigione.

Una cosa che mi ha colpita è il messaggio che mi ha mandato Jessy, sedici anni: “Ti giuro vorrei essere come te, non so come fai a mettere così tanti video simpatici su TikTok, li guardo con i miei amici e ridiamo tantissimo”.

Lì mi son resa conto che non ho amici con cui guardare i video di TikTok.
Jessy. Io vorrei essere come te.
Non sai come faccio? Passo le giornate da sola, quindi ho molto tempo per inventare cose nuove.

Esatto: se siete tristi e annoiati potete sentirvi meglio grazie a chi sta peggio di voi.
Perché devi essere solo per usare i social. Ma devi essere ancora più solo per produrre costantemente video in camera tua.

Quindi se siete tristi e di colpo ridete guardando il video di un diciottenne che imita Topolino non scrivetegli “Genio”. Scrivetegli “Va’ tutto bene? Ho visto il tuo profilo e condividi video ogni giorno. Ti pagano o non riesci più a smettere?”.
E ringraziatelo. Perché gli influencer non sono divinità.
Sono Gesù: si sacrificano per noi.
E come Gesù li odiano quasi tutti.

PGdS 3 – Matteo Cirillo “Meglio soli che a Busalla”

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0MEGLIO SOLI CHE A BUSALLA
di Matteo Cirillo
Foto di Matteo Cirillo

Quante volte nella vita vi siete detti cose tipo “Ma chi me l’ha fatto fare?” oppure “Io neanche ci volevo venire qui”. Ecco, per quasi tre mesi mentre la gente pensava a come fare la pizza, l’amatriciana o il pane, io pensavo unicamente a una cosa, volevo solo farmi una scopata!. 

Doveva essere una classica botta e via, invece si è trasformata nell’esperienza più difficile e più solitaria della mia vita.
Ma andiamo per gradi: io sono nato solo, sono cresciuto solo e morirò solo.
Mi piace stare da solo perché mi sento libero di fare quello che voglio senza rendere conto a nessuno, senza giustificarmi e senza rotture di coglioni.
I maschi “soli” si dividono sostanzialmente in tre categorie e siete pregati di alzare la mano per indicare l’appartenenza: quelli delusi da un amore passato che aspettano anni prima di fidanzarsi di nuovo; quelli che sono gay ma non l’hanno ancora capito e passano tutto il tempo a dire “io sono troppo strano per avere una relazione”; infine quelli che stanno da soli perché così se le possono scopare tutte.
Ecco, io appartengo a quest’ultima categoria e per una scopata arrivo pure a Villadossola, oppure a Gualdo Tadino oppure dite voi una città? Si arrivo pure là, io per una trombata arrivo ovunque.
Ho tutte le applicazioni del mondo per trovare donne da una botta e via: il classico Tinder, Badoo, Meeting, Lovoo e per un periodo ho avuto anche Happn, un’applicazione che ti fa ritrovare le persone che incontri o che ti passano accanto per strada, praticamente l’app Immuni del sesso; solo che per fare quest’ultima app, si sono riuniti i migliori scienziati del mondo. Ma vaffanculo, va e vaffanculo pure a quelli che dicono “No io l’app Immuni non la scarico, non mi fido” e poi hanno queste app d’incontri che sono praticamente uguali.

Comunque per chi non le conosce o fa finta di non conoscerle, in queste app donne e uomini mettono le loro foto con una piccola descrizione tipo “Non cerco il principe azzurro ma…” oppure “Ho questa app perché me l’ha scaricata una mia amica ubriaca” e tutti tranne rarissimi casi, hanno solo voglia di fare sesso.

In queste app sì che c’è la parità dei sessi ed è proprio qui che s’incontrano tutte le solitudini d’Italia e del mondo. Scorri le foto, metti mi piace e se anche l’altra persona ha messo like, hai la compatibilità e puoi iniziare a chattare. A metà febbraio, quando ancora si poteva fare tutto ed eravamo persone felici, ho una compatibilità con una ragazza che per rispetto della privacy chiamerò Questa. Sì potrei dire un nome qualsiasi ma Questa indica bene l’odio che ho poi sviluppato per questa donna. Dalle foto sembra bona e le chiedo subito dove abita:

– Abito al nord.
– Quanto nord?
– Troppo nord per te che sei di Roma.
– Io sono arrivato in Germania per una scopata.
– Io sono di Busalla.
– E dove cazzo si trova Busalla?
– Vicino Ponte di Savignone.
– Provincia di cosa?
– Genova.
– Perfetto, mi organizzo e arrivo.

Per organizzarmi ci metto una decina di giorni, giusto il tempo di trovare qualche altra scopata in giro per l’Italia, così prima di arrivare a Busalla, faccio tappa a La Spezia da Una che come descrizione aveva “Non sono qui in cerca di sesso”, cosa che ha continuato a ripetermi sulla lavatrice mentre era in posizione rana rovesciata.
Nel frattempo leggo cose su Internet del tipo che forse bloccheranno i treni, ma penso “Ma ti pare che bloccano i treni? Siamo al nord, testina”.

Mi fermo da Un’altra a Rapallo, salto ahimè Chiavari, in quanto non trovo nessuna compatibilità, ma sarebbe stato molto bello poter dire “Ho chiavato a Chiavari” ed infine arrivo a Busalla. Per quanto io ami la solitudine, mi chiedo come si possa sentire il barista della stazione di Busalla dove non c’è nulla, non ci sono passeggeri, non ci sono capotreni, non c’è neanche la voce che dice “Il treno è in arrivo”; non c’è nulla a Busalla, se non io, il barista e Questa che mi è venuta a raccattare.

È bona, perché le foto molto spesso mentono ma Questa mantiene le aspettative.
Andiamo da lei e dopo aver testato con cura la stabilità del letto, del tavolo della cucina e della mensola del camino, mi metto a dormire pronto per ripartire il giorno dopo. Ora, quella cosa che avevo letto su internet sul fatto che forse avrebbero bloccato i treni, come tutti noi adesso sappiamo diventa realtà. Così, il giorno dopo, i treni da Busalla non partono e io non posso raggiungere Genova, l’unica città da dove posso in qualche modo tornare a Roma e Questa mi dice:

– Il mio ragazzo lavora in Lombardia, non lo fanno andare al lavoro e sta tornando qui a casa da me.
– Ma perché sei fidanzata?
– È una storia complicata….
– Complicata un par di palle!! Che cazzo faccio adesso io?
– Non lo so ma qui non puoi restare!

E così, mentre tutta l’Italia si chiude in casa, io non posso tornarci, mentre tutte le case di Airbnb sono sfitte, io sotto casa di Questa cerco una stanza a Busalla.
L’unica persona in Italia a cercare una casa in affitto nel periodo di lockdown ero io.
Mi sono sentito come Michael Collins, uno dei tre astronauti che partecipò alla missione Apollo11, ma mentre Neil Armostrong e Buzz Aldrin camminavano sul suolo lunare, lui rimase sulla navicella che orbitava intorno alla Luna. In un’intervista ha dichiarato che in quel momento si è sentito l’uomo più solo del mondo. Ecco, io mi sentivo esattamente come lui, solo che invece di orbitare intorno alla Luna, orbitavo in quel di Busalla.

Trovo un monolocale a venti euro, il proprietario è un messicano che canta canzoni neomelodiche napoletane e in casa ha tutti i cd di Massimo Ranieri e Gigi D’Alessio. Gli dico che starò solo una notte, giusto il tempo di capire come tornare a casa, ma sappiamo tutti com’è andata a finire. Da un giorno, sono diventati due mesi e mezzo e io sono stato sempre a casa da solo. Tutti gli italiani cantavano dai balconi, io mi affacciavo dalla finestra e vedevo Busalla. I miei genitori preoccupati mi chiedevano perché mi trovassi lassù, io rispondevo che ero rimasto bloccato per lavoro. Ai miei amici invece dicevo la verità “Sono rimasto bloccato qui perché volevo farmi una scopata” e tutti aggiungevano “Caro ti è costata”.

Sì, mi è costata moltissimo e stare da solo con me stesso in una casa dove niente è tuo, è la cosa che mi è costata di più e per non pensarci ho fatto di tutto: ho nascosto i cd di Massimo Ranieri per poi passare tutto il pomeriggio a cercarli, mi sono insultato per giorni, ho fatto lezioni online di meditazione trascendentale ed il mio mantra era “Mi volevo solo fare una scopata, mi volevo solo fare una scopata” ed infine ho cercato altre compatibilità, ma quando ho letto la descrizione di una ragazza “Cerco affetto stabile per questa quarantena” mi è presa a malissimo e ho capito che queste app per incontri servono ad uccidere la solitudine, ma in quarantena la solitudine non puoi ucciderla e devi per forza cavartela da solo.

Per stare da soli ci vuole molto coraggio e se io quel pomeriggio di febbraio avessi accettato di rimanere solo, non avrei passato due mesi e mezzo a Busalla e quindi dico “Meglio soli che a Busalla”.

PGdS 3 – 2^ classificato: Lorenzo Avola “Soletico”

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SOLETICO
di Lorenzo Avola
Foto di Fabiana Fulvia Romano

Buonasera a tutti, mi chiamo Lorenzo, sono un siciliano bianco, di discendenza normanna, e vorrei esprimere la mia solidarietà a tutti i neri d’Avola. Fosse dipeso da me, giuro che avrei optato per qualcosa tipo il-colore-non-conta d’Avola, anche perché in realtà si tratta di vini rossi.
Certi rossi senza idee dovrebbero smetterla di farsi belli con le etichette dei poveri neri!
Amo lanciare frecciatine alla gente paragonandola a dei vini…

Dunque, tavernelle e tavernelli, sarete le prime cavie del mio illuminante esperimento sociale: il SOLETICO. Sol-staccato-etico, neologismo partorito dalla mia mente arguta, dove sol sta per “solo” ed etico per “eticamente corretto”. Immaginatelo scritto con WordArt. C’è anche questo originalissimo gioco di parole con “solletico”, perché mi toccherà farvi ridere ogni tanto, ma l’obiettivo primario è dimostrarvi come la solitudine sia l’unica condizione umana eticamente accettabile. 

Allora, alzi la mano chi s’è fatto la quarantena in compagnia. Quanto ci hanno triturato i coglioni coppie e conviventi, soprattutto quelli con figli! Sempre a fare i martiri, ed erano gli unici che potevano scopare. Addirittura con dei minorenni, gratis. C’è gente che pagherebbe. Mi ha detto don Carlo.

Chi è stato invece in isolamento? Quante dita alzate! Una spruzzatina di luminol e potrei contare i vostri giorni esatti di clausura, tipo cerchi degli alberi. 

Chi è rimasto solo per scelta… del resto del genere umano? Signora, non mi stupisce.

Chi per scelta propria? Ammettetelo: la segregazione per voi è stata una benedizione. Vi ha risparmiato quel quotidiano confronto con il mondo che dà sempre lo stesso risultato: inadeguatezza, nonostante i 10 euro di tessera Arci. Inadeguati ma coerenti, non come i misantropi ipocriti dei social, tutti strisce di Mafalda e Mi sono rotto il cazzo de Lo Stato Sociale. Non le mandano proprio a dire! E poi? E poi ci hanno fracassato le palle col quiz dei congiunti: “E i ragazzi della parrocchia sono congiunti? E gli scout?”. No, don Carlo, gli scopamici non sono congiunti. Basta.

Amici eremiti, il Soletico vi mostrerà la retta via, quella dell’asocialità senza rimorsi. Quella senza tessera Arci. A me l’ha rivelata la massima esperta di solitudine e frustrazione: mia madre. 

Tutto è cominciato alle elementari. Un mio compagno mi aveva preso di mira e ogni mattina mi dava il buongiorno urlandomi frocio! E soltanto perché avevo lo zaino delle Polly Pocket. Provai a spiegargli che non era omosessualità, ma solo povertà e assenza di fratelli maggiori con Invicta dismessi. Nulla. I bulli hanno ‘sta fissa del machismo che preclude ogni forma di dialogo. Così, lo raccontai a mia madre e lei, da fervente cattolica quale è, se ne uscì con un sensibilissimo “Sii superiore!”. Una porgi l’altra guancia più fascio, più Nietzsche. Sarebbe bastato dirmi che frocio non è un’offesa, ma i cattolici hanno ‘sta fissa del machismo che preclude ogni forma di dialogo.
Così sii superiore una volta, sii superiore un’altra e alla fine me ne sono convinto. Giustamente. Mi sono convinto di essere una… altro neologismo geniale in arrivo… una superioranza: una minoranza in quanto essere superiore. È un sovranismo unico, nel senso che coinvolge me soltanto. Non cerco branchi e seguaci, ci siamo soltanto io e un certo culto della mia persona. Attenzione: niente odio per gli altri, è più un machivvesencula lungo 32 anni. Il mio non è neppure ascetismo. Nulla di spirituale, solo spirito di supponenza.

Mi definirei un ebrehikikomori, una creatura a metà tra un ebreo e un hikikomori. Quanto cazzo sono forte coi neologismi autoriferiti?
Vi spiego, anche se non capirete. Gli hikikomori sono dei sociopatici che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale, con livelli estremi di confinamento domestico. Prima solo in Giappone, ora in tutto il mondo. Questa è gente che, per intenderci, si ama guardando video di POV masturbation! Non vedono nessuno, mai. E c’hanno capito tutto. Non a caso, in giapponese, “ho capito” si dice “suka”. 

E gli ebrei? Concentriamoci un attimo sugli ebrei, concentriamoci noi per una volta. Gli ebrei sono i loser più vincenti della storia. Hanno ribaltato i concetti di discriminazione ed emarginazione, rendendoli punti di forza. È gente che ha trasformato i ghetti in posti exclusive, mettendoli al centro di tutto. Voi l’avete visto mai un ghetto ebraico in periferia? Sempre in centro. E tutto ZTL. Così, ad aspettare i pass dal Comune, vedi come passa quel languorino di rastrellamenti la prossima volta! 

Io, che sono un ebrehikikomori, sono centrato nel mio ghetto monolocale e ci sto alla grande. All’inizio mi stavo sulle palle, ma, a forza di stare con me stesso, mi sono convertito. Come una cooperante qualunque. Così oggi conduco la mia jihad per la pura solitudine. A distanza.

In giro c’è una confusione vergognosa: quando eravate tutti separati, ai domiciliari, vi sentivate uniti. Com’era? #DistantiMaUniti. Tutti distanziati, tutti salvi, tutti in pace. Vi hanno sguinzagliato e…? Ci sono scappati subito i morti. Morti ammazzati, e non dal virus. Così vi siete riversati nelle piazze e vi siete ritrovati “soli e abbandonati“, cito.
E Black Lives Matter, e il Pride, e i cassaintegrati meno integrati di me. Tutti coesi, assembrati, ma vi sentivate soli. Lo capite che c’è un cortocircuito? Vi è chiaro che “soli”, al plurale, già non funziona? Voi fortunati reietti, tornatevene nelle baraccopoli di Rosarno, nei campi rom, sull’instagram der Faina. Chi non ha un ghetto, se ne trovi uno, preferibilmente da una persona e basta: il sogno è il bunker mononucleare, ché esistono pure bunker familiari con certe scale che lasciano certi lividi… 

Un ghetto è necessario. Una robetta laica, nulla di impegnativo. Non chiedete pari opportunità, non chiedete diritti: hanno a che fare con la società. Ed è proprio la società che vi ha messo in ginocchio. Metaforicamente e pure fisicamente, quando fino a un mese fa il massimo dello sforzo era il saluto al sole sul tappetino Decathlon!

Siate soli per scelta, non per disinteresse altrui. Smettetela co’ ‘sto integralismo dell’inclusione. Siete tornati addirittura col ponte sullo Stretto! Per voi nessun uomo è un’isola, ok, ma almeno le isole possiamo lasciarle isole o dovete cacare il cazzo pure a loro? 

È questione di amor proprio, provate a sentirvi superiori. Proprio come me, ma meno. E fatevene una ragione: non siamo fatti per vivere insieme, Aristotele era un palazzinaro. Pure Belén e Stefano si sono lasciati, per la seconda volta. Serve altro? 

Perché, allora, sono qui, fuori dal mio monolocale, a menarla così tanto col Soletico? Innanzitutto, perché penso sia giusto, a volte, uscire dalla mia sinagoga e vedere quello che tengo fuori. Serve a ribadire a me stesso che la scelta che ho preso è quella giusta. E dopo aver visto voi, ve lo assicuro, camperò di rendita a vita. 

Infine non potevo lasciarmi sfuggire un’occasione del genere: predicare solitudine, da solo su un palco rialzato, sorseggiando calici di il-colore-non-conta d’Avola offerti. Aaah! Se qualcuno m’ha fatto un video, me lo passerebbe? Ché la mia metà hikikomori è arrapatissima e ho finito tutti i POV masturbation su PornHub. 

PGdS 3 – Lia Dalu “È tutta questione di immagine (e di pipì)”

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È TUTTA QUESTIONE DI IMMAGINE (E DI PIPÌ)
di Lia Dalu
Foto Lia Dalu

   Caro diario,
è ufficiale, è iniziato il lockdown, da domani la scuola sarà chiusa e non ci dovrò andare per un bel po’di tempo. Non sono dispiaciuta e non capisco perché mia madre l’abbia presa così male. Ho cercato di spiegarle che questa cosa non mi turba affatto e che sarò in grado di studiare da casa in piena autonomia, ma lei sembrava non ascoltarmi, continuava a piangere e guardare me e Giovannino che intanto faceva pipì nella lettiera del gatto. Anche il gatto mi è sembrato piuttosto preoccupato. Giovannino invece no. Era felice.

Io sono contenta di non andare a scuola perché non sarò costretta a vedere la Lorena e la Veronica, le mie consulenti di immagine, delle vere professioniste dello stile, solo un po’ rigide. Non permettono che io vesta male (cosa che capita tutti i giorni) o che mangi troppo, altrimenti sono botte. Ecco, se c’è una cosa che fa uscire dai gangheri la Lorena, a parte il Total Look, è quando porto per merenda il panino con la nutella. Se vuoi dar noia alla Lorena devi tirare fuori dallo zaino un panino con la nutella e addentarlo. Allora lei diventa tipo idrofoba, il panino te lo strappa di mano e lo ingurgita senza masticare, come un serpente. Fa un po’ paura. 

Papà ci ha riuniti tutti in salotto e ha detto che dovremo trasformare questo momento di crisi in un’occasione di crescita e confronto familiare.
Impareremo a fare la pasta, il pane, la pizza, i ravioli e le lasagne, avremo modo di stare più insieme e goderci il calore del focolare domestico, ma lo faremo in silenzio, mentre lui lavorerà da casa.
Ho provato a intervenire durante la riunione per parlare delle mie video lezioni ma non erano state inserite all’ordine del giorno.
Papà ha proseguito spiegandoci che questo si chiama Smart Working.
Ho chiesto alla mamma cosa significa ma lei ha ripreso a piangere come una fontana, mentre Giovannino continuava a gridare “Ravioli ravioli” e faceva pipì sul divano.
A Giovannino piacciono parecchio i ravioli. Anche a papà.

Ho cercato su internet Smart Working, significa “Lavoro Agile”, ma detto in inglese fa tutto un altro effetto. Ora parlano tutti in inglese: Lockdown, Smart Working, Task Force, solo papà continua a bestemmiare agilmente in italiano.

L’ufficio di papà è in realtà la nostra cameretta, non ci possiamo giocare e nemmeno dormire, perché lui sta rinchiuso lì dentro per ventiquattro ore. Ogni tanto tira fuori la testa e dice “Gente di merda, gente di merda”. Esce solo per andare a fare la pipì e buttare la spazzatura e a volte fa le due cose insieme, per non perdere tempo.

La cucina è occupata da mamma e dai barattoli di lievito madre, perché mamma ha preso molto a cuore la questione del pane, della pizza e via dicendo. Anche il frigorifero è occupato dai barattoli. Io non lo sapevo che il lievito madre è un essere vivente. Che mangia, cresce, mangia, cresce e più cresce più devi fare barattoli per conservarlo. E poi lo devi tenere in frigorifero altrimenti muore. Mia mamma piange e nutre il lievito madre, a volte lo accarezza e lo chiama per nome, ma solo quando pensa che non la vediamo.

La camera dei miei, invece, è occupata da Giovannino e dai suoi lavoretti, che poi, sono fatti da me e dalla mamma perché Giovannino ha un leggero disturbo dell’attenzione oltre che della vescica. 

Io studio sul terrazzino. Dopo che ho fatto i lavoretti e tenuto occupato Giovannino. Studio dalle 16.30 alle 17.50, poi alle 18.00 devo sloggiare perché c’è l’inno d’Italia e il brindisi sui balconi con i vicini.

   Caro diario,
stiamo chiusi dentro casa da diverse settimane e l’umore di papà sta via via degenerando. Le poche volte che si disconnette è irritato e nervoso.
Ieri se l’è presa addirittura con Errison, il lievito madre di mamma. Lo ha minacciato verbalmente e fisicamente, pare per una questione di gelosia. La mamma, intanto, ha finalmente smesso di piangere, da qualche tempo ha iniziato a coltivare una strana pianta che sembra le dia molte soddisfazioni, infatti in certi momenti arriva quasi ad essere euforica. È più felice anche quando si tratta di fare i lavoretti di Giovannino ed è diventata bravissima. Ieri è riuscita addirittura a costruire un sistema di irrigazione semiautomatico utilizzando delle cannucce, l’interno dei rotoli di carta igienica e la colla a caldo. Era molto compiaciuta. Però ha smesso di impastare perché si è troppo affezionata al lievito.  

   Oggi la vedo dura, qualcuno ha lasciato un barattolo di Errison fuori dal frigorifero, Giovannino lo ha trovato completamente afflosciato e ha lanciato immediatamente un grido dall’allarme. La mamma se l’è presa con papà e lui si è difeso dicendo che stava solo cercando di raggiungere una fetta di bresaola che nelle profondità del frigo tentava il suicidio per scarsa autostima, perché di qualcosa si dovrà pur nutrire.
Ma mamma non lo ascoltava, era troppo occupata a rianimare il lievito.
Intanto, il gatto, emotivamente instabile, perché da settimane sta portando avanti uno sciopero dell’igiene per via della condivisione della lettiera, ha approfittato della confusione per lanciarsi in un agguato contro il cavo ethernet di papà riducendolo a brandelli. A quel punto papà ha iniziato a piangere, mentre mamma cercava di consolarlo offrendogli una strana sigaretta e Giovannino saltava e si dimenava girando loro intorno e urlando “Gente di merda gente di merda”. 

   Caro diario,
non ce la faccio più. Ho sonno e sono preoccupata per il mio esame di terza media. È da giorni che cucino, impasto, pulisco e cerco di scrivere la mia tesina di notte sulle scale, perché il bagno, l’unica stanza che era rimasta libera, è stato occupato dal gatto in un gesto estremo di protesta e quindi ora scendiamo a turno a buttare la spazzatura (tranne Giovannino). Sospetto che la Veronica e la Lorena abbiano ragione, il mio deve essere un problema di immagine dato che nessuno mi vede.

Perciò oggi ho indetto una riunione con i seguenti punti all’ordine del giorno:
1- Non avete generato un ologramma
2- La questione della lettiera, perché mi sembra una cosa importante. 

Ma papà ha subito preso la parola e mi ha liquidata dicendo di aver letto un interessante articolo in cui si parlava dell’impatto fortissimo che il lockdown ha avuto sui bambini. Un’indagine scientifica condotta da una qualche università ha dimostrato come durante questo periodo di quarantena almeno sette bambini su dieci sono regrediti. Sono aumentati disturbi del sonno, attacchi d’ansia, irritabilità ed episodi di pipì a letto. A lui sembra evidente che il mio stato corrisponda perfettamente a questo quadro clinico, compresa la pipì a letto, o lettiera, fa lo stesso, ma non c’è da preoccuparsi, mi riprenderò. 

   Caro diario,
provo come una strana sensazione di solitudine, iniziano a mancarmi anche la Lorena, la Veronica e le botte che mi davano per un calzino troppo sgargiante.
Il gatto intanto è diventato nichilista, si aggira per la casa e distrugge qualsiasi cosa gli capiti a tiro, lettiera compresa.
Speriamo di tornare presto a scuola. 

Vinciamo insieme nel nome dei Santi e dei poveri Cristi. Intervista a Gli Omini

MATTEO BRIGHENTI | L’umanità vera, quella che resiste alla propria disperazione, Gli Omini ce l’hanno scritta nel nome. Ora che il Coronavirus ha fatto saltare il banco delle nostre contraddizioni e dei nostri limiti, la premiata compagnia toscana si è riscoperta più solida che mai. «È stato bello rivederci, ci si mancava, anche se ci siamo costantemente aggiornati l’uno con l’altro – dicono Francesco Rotelli, Luca Zacchini, Giulia Zacchini – dopo che si è scozzato il mazzo delle priorità nella vita, le nostre personali e come gruppo, ci siamo riscoperti compatti di fronte alle scelte da prendere per affrontare questo periodo instabile».
La più importante di tutte: adattarsi alle linee guida sulla riapertura dei teatri restando loro stessi, senza stravolgere ciò che sanno e possono fare. Ovvero, usare l’ironia per stanare l’assurdo che viviamo ogni giorno. «Ci siamo resi conto che le nuove regole da rispettare avrebbero snaturato la maggior parte dei nostri spettacoli – spiegano in esclusiva a Pac – e alcuni sarebbero stati proprio impossibili da replicare».
La risposta alla crisi, allora, non potevano che trovarla nella loro storia. Quasi dieci anni fa con L’asta del Santo. Un mercante in fiera sulle vite dei Santi, divenuto nel frattempo un vero cult, avevano dimostrato che i momenti che prendono direzioni inaspettate (all’epoca si trattava di affrontare l’uscita di Riccardo Goretti) sono proprio quelli in cui si può trovare un nuovo modo di camminare uniti. Così, l’Asta rinasce ora come la Coppa del Santo. L’agonismo al tempo del distanziamento sociale, un campionato in cui a sfidarsi saranno Martiri e Vergini, Santi di Strada e Santi d’Aria, Crocifissi e Madonne, per una vittoria finale tutta del pubblico. Il debutto nazionale il 1° e 2 luglio in Lombardia, a Olgiate Molgora, per Il giardino delle Esperidi Festival, poi in Toscana, il 30 luglio a Piombino, il 1° agosto a Massa e il 6 agosto a Prato, il 7 agosto in Emilia-Romagna, a Bologna, il 3 e 4 settembre in Puglia, ad Andria.
Ma l’estate degli Omini non finisce qui. Oltre a salire sul palcoscenico, scenderanno in strada per stanare il quotidiano come piccoli esploratori folli, continuando a fare del presente memoria esilarante attraverso conversazioni con la gente comune. Sono le loro celebri “indagini etnografiche” che, una volta riportate sulla scena, restituiscono un campionario di esistenze assurdamente reali. Il 13 luglio in Toscana, a Buti, con Butade. Indagine lampo sui butesi in memoria del tempo presente, e il 25 luglio in Veneto, a Colceresa, con Posto di sblocco. Teatro d’indagine al tempo del distanziamento sociale per Operaestate Festival.
«Non sappiamo se è un nuovo inizio – riflettono – è un ritrovarci, questo sì». Intanto, nella loro casa dal 2018, da dove ci parlano in viva voce. È La Segheria, la sala teatrale in miniatura ricavata negli uffici dismessi della falegnameria Fagioli, nella zona industriale di Pistoia. «Stiamo cercando di ripristinare questioni di ufficio in ufficio – sospirano – le abbiamo abbandonate per un paio di mesi abbondanti. È tutto coperto di polvere, nella migliore delle ipotesi. Comunque va bene, ci siamo».

Circolo Popolare Artico

Cominciamo con una domanda che mi porto dietro dall’inizio della “Fase 1” e che, secondo me, continuerò a fare finché non sarà trovato il vaccino. In tanti hanno definito questo tempo come “sospeso”. Che cosa significa per voi?

Sicuramente la sensazione di essere andati in pausa ce l’abbiamo avuta, per ovvi motivi. In generale, nei momenti in cui non ci potevamo vedere la percezione era che fossimo sotto lo stesso flusso, che attraversassimo fasi simili: la speranza oppure la rabbia, a ondate, prendevano tutti. La cosa buffa è che sembrava che l’umanità intera fosse più unita allora che adesso. La questione di chiedersi “come va?”, del dimostrare vicinanza, era esponenzialmente aumentata nel momento in cui eravamo distanti. Da parte nostra, abbiamo cercato di non crogiolarci nella sospensione e di continuare a progettare, a mantenere vivo il nostro lavoro.

In pieno confinamento, avete condiviso un breve video da Circolo Popolare Artico, il vostro ultimo progetto pre-crisi. È una sorta di “tutorial” su come lavarsi accuratamente le mani. Siete stati dei preveggenti, come i veri artisti: avete anticipato il futuro.

Quando siamo entrati in lockdown è come se avessimo vissuto un flashback rispetto ai tre episodi di Circolo Popolare Artico e ai nostri studi di un anno e mezzo sui racconti di Jørn Riel, antropologo, viaggiatore e narratore danese nel Nord Est della Groenlandia. Si parlava della predominanza della natura e del fatto che gli uomini devono sottostare a un sacco di regole che sono molto più forti di loro: ci eravamo fiondati lì dentro perché qualcosa di vero ce lo ritrovavamo e ora ancora più di prima. Riel scrive una serie di skrøner, aneddoti, cronache buffe, racconti di minuta leggendarietà quotidiana, storielle popolate da cacciatori solitari e isolati. Quelli sì che vivono un tempo perennemente “sospeso”. E nella solitudine, rimangono sempre uniti in una specie di spontaneo mutuo soccorso. Molte scene dello spettacolo le abbiamo poi rivissute nel reale. Pensa che il terzo episodio lo iniziavamo panificando. Ci pareva di fare una cosa fuori dal mondo, il pubblico ci guardava con occhi stupiti. Poi c’è stato l’assalto al lievito nei supermercati. Pensavamo di aver trovato qualcosa di molto vicino in qualcosa che proveniva da molto lontano. Questa distanza è uscita dalla metafora ed è diventata realtà.

Volevate «contagiare con il virus delle terre vergini» e poi è arrivato il Coronavirus.

Ce l’abbiamo fatta per un pelo a debuttare al Teatro Manzoni di Pistoia con il terzo episodio, abbiamo finito il 29 febbraio scorso. In scena con noi c’era Paola Tintinelli che da casa sua, a Milano, riceveva notizie di chiusure, mentre noi portavamo in scena un manipolo di omaccioni soli nelle loro baracche ai margini del mondo. Avevamo portato il pubblico con noi sul palco per offrirgli una visione sulla sala del teatro completamente vuota. Dovevamo debuttare questa estate con la fine di tutto il ciclo e, invece, abbiamo scelto di fermarlo. Ci dispiace molto, ma non ci interessa farlo adattandolo alle condizioni di questo momento. Abbiamo cercato di capire cosa aveva senso fare in questa fase, senza svilire, né cambiare i connotati ai nostri spettacoli.

L’asta del Santo

Non vi è rimasto che votarvi ai Santi?

Durante la quarantena, in maniera molto spontanea, siamo ritornati ad affrontare la questione dei Santi. Era un momento dove avere un Santo a cui aggrapparsi, perlomeno nel modo in cui lo facciamo noi, ci sembrava una cosa molto sincera, molto sentita. Siamo ripartiti da lì, da una ricerca agiografica e dal disegnare nuove icone (ne avevamo in precedenza 52, ma ci eravamo accorti da tempo che non bastavano più). Con questo nuovo mazzo di Santi poi, ci siamo rimessi a giocare. Siamo rimasti convinti, infatti, nonostante alcuni tentativi di farci intendere il contrario, che il teatro continui ad avere un senso e a essere utile anche in questo periodo di regole che sfiorano l’assurdo. Così abbiamo affrontato i limiti, abbiamo raccolto la sfida e ne lanceremo un’altra.

Per questo L’asta del Santo è diventata la Coppa del Santo, per via della competizione anti Covid-19? Oppure volete prendere il posto degli Europei di calcio?

La competizione c’è venuta nei confronti dei preti. Hanno iniziato prima di noi a fare spettacolo, a ricreare il loro rito, a incontrare il loro pubblico, confessando i fedeli ai finestrini delle macchine, officiando le messe nei drive-in, benedicendo le case dalle Apecar. Eravamo profondamente invidiosi della loro prontezza di riflessi e non volevamo arrivare ultimi in questa gara. Perciò, abbiamo deciso di metterci nei loro panni. Abbiamo dovuto sospendere L’asta del Santo perchè, nonostante fosse il nostro spettacolo più da battaglia, era anche il più “batterico”. L’Asta dove la mettevi stava, l’abbiamo fatta in spiaggia come in bocciofila, ma il dispositivo che la costituisce è una forte “arma batteriologica”. È stato proprio concepito come un grande momento di contagio, dal momento che distribuivamo soldi finti, accettavamo le offerte degli spettatori, davamo loro in cambio una carta che si tenevano stretta tra le mani sudate, Francesco passava spesso tra una fila di poltrone strusciandosi al pubblico in mutande, insomma tutte azioni che in questo momento di igenizzazione di ogni cosa non si possono fare. Con la Coppa del Santo non sarà più il singolo a scegliere il suo Santo, ma cercheremo di stabilire il Santo Patrono di quel pubblico, di quel luogo, di quella serata, di noi.

L’agonismo al tempo del distanziamento sociale, ricordato nel sottotitolo, significa essere più forti delle nostre insicurezze e paure, anche verso l’altro? È una riaffermazione di vitalità?

Sì, l’agonismo in questo caso è per unire, più che per divedere. Già tornare a essere parte di un pubblico sarà una vittoria per il singolo che uscirà di casa e verrà a teatro: sarà già una gara vinta quella di trovarsi lì quella sera. Andiamo a vittoria tutti, nessuno escluso.

Disegno di Luca Zacchini

Quali sono i Santi che avete aggiunto e che possiamo pregare oggi come oggi?

Ci siamo resi conto che nei 52 Santi precedenti non ce n’era uno pronto a proteggerci in caso di pandemia. Pensavamo fosse una problematica ormai debellata, è colpa nostra, quindi, se le cose sono andate nella maniera che conosciamo. Abbiamo cercato di porre rimedio ed ecco Sant’Erasmo da Formia da pregarsi in occasioni come la nostra. Essendo stato eviscerato da vivo, è un Santo che può essere pregato anche in caso di semplici problemi intestinali. Perciò, anche una volta che ci saremo lasciati alle spalle il Covid-19 avremo sempre modo di tornare a rivolgerci con grazia a Sant’Erasmo. Inoltre, abbiamo dedicato una carta ai medici con i Santi Cosma e Damiano, che sono anche i protettori dei lavoratori senza reddito. Non potevamo davvero lasciarci sfuggire l’opportunità di inserirli. Mentre molti eremiti ci hanno aiutato parecchio nell’isolamento.

Santi dalla cronaca non ce ne sono?

No, i nostri sono tutti Santi veri, mica ci inventiamo niente. Abbiamo fatto uno sforzo di attualizzazione, in qualche modo, con figure un pochino più controverse, Santi che non riconosciamo in tutto e per tutto come nostri protettori. C’è Padre Pio, per farti capire fino a dove ci siamo spinti. Si tratta di storie ben documentate, che non dipendono dalla nostra fantasia, né dal nostro guizzo umoristico. Noi ci atteniamo scrupolosamente alle sacre scritture, alla Bibbia, ai Vangeli. Non c’è bisogno di aggiungere molto altro.

L’interazione in scena tra Luca e Francesco come sarà?

Purtroppo a distanza fisica, non sociale, perché distanziamento sociale è un’espressione veramente orribile. Ognuno toccherà le proprie cose, in tutti i sensi, ci adegueremo alle regole che ci sono state imposte, senza subirle, anzi, cercando il modo di continuare a divertirci lo stesso. Luca rimane il “maestro d’opera”, il “super prete”, diciamo, e Francesco l’“allievo prete”, per certi versi.

La distanza tra di voi va colmata dalla fede? Rappresenta un cammino di fede che anche il pubblico deve fare?

Ti ringraziamo davvero per questa domanda, non avremmo saputo dirlo meglio. Riacquistare fiducia è una questione fondante, crediamo che rincontrarsi, riparlarsi, riavvicinarsi, sia fondamentale. Il nostro lavoro non esiste se non nella compresenza, nell’esserci. Per questo motivo ci siamo tirati ben indietro da tutto ciò che è stato lo streaming e simili. Non lo consideriamo teatro. Se mai ci dedicheremo a qualche cosa in quella direzione, saranno delle creazioni fatte non con un linguaggio teatrale, ne adotteremo altri. Su questo ci prendiamo ancora del tempo, sperando tuttavia di poter continuare a incontrare il pubblico.

Disegno di Luca Zacchini

Il vostro teatro vive sul palcoscenico, ma anche nelle vie, nelle piazze, nei bar, nei circoli. Come vi state preparando a questo altro vostro ritorno?

Siamo mossi da una curiosità rinnovata rispetto a quello che può succedere in giro per strada. Le indagini ci serviranno per comprendere qualcosa in più su di noi e sui tempi che stiamo vivendo. L’approccio sicuramente cambierà, perché sarà difficile “fare comunella” e incuriosire le persone avvicinandole per un caffè o un bicchiere di vino. Chissà se la distanza da mantenere comporterà freddezza, distacco nel racconto, nella confessione, nello sfogo. Stiamo valutando se preparare qualche domanda sull’emergenza odierna e in che modo, al tempo stesso, affrontare questioni che non siano soltanto quelle legate al Coronavirus.

L’ironia è uno strumento ancora utilizzabile?

È abbastanza istintivo per noi affrontare la realtà con ironia, utilizzata più come arma per fare breccia che come scudo per difendersi. I nostri schemi, i nostri canovacci, non si preoccupano mai di essere, in sé e per sé, comici o ironici. Siamo convinti che nel montaggio delle riflessioni raccolte, delle testimonianze prese, il nostro sguardo andrà in quella direzione. Ciò che ci interessa è cercare di trovare la frattura, lo spiraglio che inviti e coinvolga le persone a poter ridere insieme, di se stessi o del proprio vicino di sedia. Quindi, andremo avanti con il bagaglio che ci siamo costruiti fino a qui. E troveremo sempre del materiale su cui lavorare, perché la nostra ironia deriva dallo stanare e far convivere le contraddizioni: quelle non finiranno mai.

Infine, come vedete il futuro della vostra Segheria culturale?

Stava andando molto bene, era bello il meccanismo che si era innescato per il nostro spazio periferico per 40 persone, un «buco spazio culturale», come lo chiamiamo, che in due anni si era riempito di pubblico e di artisti, in continuo scambio tra loro. Un luogo aperto alla città, un ambiente altro dove incontrarsi. Primo vanto del posto: l’annullamento delle distanze. Veramente anacronistico. Ora, se le condizioni per far entrare il pubblico rimangono invariate, noi questo inverno ci scordiamo di farci qualsiasi cosa. Già da prima le normative erano faticose da rispettare, ora sono veramente paradossali. L’idea è quella di vedere se a settembre riusciremo a fare qualcosa all’esterno, magari un evento o semplicemente una serata conviviale. Per tenere in vita la Segheria. L’importante è che in questo momento ci trovi qui. Siamo tornati a vederci da vicino, vis à vis, a ragionare degli spettacoli e di quello che ci accade. Questo è il nostro luogo, l’abbiamo scelto, ce lo siamo sudati. Speriamo di riuscire a renderlo vivo, come lo è stato, il prima possibile.

Una serata in Segheria. Foto Stefano Di Cecio

Prove Generali di Solitudine: 2a fase – i lettori di PAC hanno votato per…

REDAZIONE | È stata combattuta. Strategie dei fan per dare la stoccata finale, dopo quello che fino alle ultime ore sembrava un testa a testa.
Venerdì si è chiuso come da rituale anche il secondo voto dei lettori relativo al Concorso di scrittura teatrale Prove generali di solitudine, ideato e promosso da Carrozzeria Orfeo e di cui PAC-Paneacquaculture.net pubblica i testi vincitori per tutte le quattro fasi del concorso.

Per la prima fase, dedicata ai lavori ispirati alla parola chiave CONTAGIO, il testo più gradito dai lettori era stato CON-DILEMMA di Francesco Petruzzelli con il 35% dei voti con un testa a testa fino all’ultimo con il duo Bonome Marcucci.

Illustrazione di Arianna Festa

Per la seconda fase – COMPLOTTO – invece l’ha spuntata con quasi il 50% dei voti Maurizio Capuano, con E affanculo pure Microsoft!
Che dire di lui? Un uomo tutto d’un pezzo, che quando la pugna si è fatta selvaggia nelle ultime concitate ore di #PACvoto ha lanciato un ultimo disperato appello alle sue truppe su Facebook, al grido di: «Se v’è piaciuto, votate il mio testo. Se vi piacciono gli altri, votate gli altri, ma poi cancellatemi dai contatti».
Però nei commenti sotto il post, ad un suo fedelissimo maresciallo di campo che gli ha scritto: «Ho votato senza leggerlo, va bene lo stesso?»
il nostro concorrente ha ribattuto: «Voglio solo dire che io non mi sono nemmeno votato».
Un campione di coraggio? Un adorabile masochista?
I suoi amici comunque questa volta lo hanno voluto aiutare, permettendogli nell’ultimo giorno di voto di raggiungere e sorpassare il secondo classificato (che aveva comunque vinto il round ufficiale, ovvero il buon Emanuele Tumolo), che, forse sazio della vittoria “ufficiale”, si era un po’ adagiato sugli allori e non ha motivato i suoi nell’assalto finale.
Saranno presenti i capuanvotanti, fra un tuffo e una frittura di pesce, anche nella sfida delle sfide, che decreterà l’highlander dei #PAClettori, il vincitore dei vincitori, proprio mentre saremo sotto gli ombrelloni?

Intanto facciamo gli auguri a Maurizio Capuano, che come Francesco Petruzzelli entrerà appunto in ballo per la #PACFINALISSIMA quando i 4 #PACVincitori gareggeranno nell’ultimo sondaggio per il mitico SuperPremioSimbolico, che stiamo pensando con Carrozzeria Orfeo.

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