martedì, 14 Luglio, 2020
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Zitta, donna! Ascolta e dimentica il tuo nome

RENZO FRANCABANDERA | Uno dei cartelli più originali vedeva i protagonisti del film “Ritorno al futuro” che spiegano di voler tornare al 1978, per «dire alle donne di conservare gli striscioni per le lotte sulla 194, per il 2020». Era infatti oltre 40 anni fa che in Italia veniva sancito il diritto della donna a poter interrompere la gravidanza, ma da alcuni giorni in Umbria questo si può fare solo ricoverandosi in ospedale per almeno 3 giorni, come ha decretato il nuovo governo a guida leghista, impedendo di fatto una possibilità di scelta operata nella tutela della privacy. La precedente giunta aveva invece permesso l’assunzione del farmaco in day hospital potendo tornare a casa. In Italia solo il 17,8% nel 2017  (il 20,8% nell’anno succesivo) degli aborti avviene con metodo farmacologico contro il 97% della Finlandia, il 75% della Svizzera e il 66% della Francia.
Ma questo non può sorprenderci in una nazione in cui è ancora in discussione se una violenza sessuale perpetrata ai danni di una bambina dodicenne in Africa sia diversa da una in Italia, o dove uno psichiatra di ampie frequentazioni mass mediali come Raffaele Morelli ritiene che le bambine debbano giocare con le bambole per conservare la loro «radice femminile» e che «Se una donna esce di casa e gli uomini non le mettono gli occhi addosso, deve preoccuparsi». Se poi una donna
(nella fattispecie la conduttrice Michela Murgia) incalza lo psichiatra, facile che possa essere apostrofata con un «Zitta e ascolta», passando dal lei al tu nel giro di un “giramento” maschile. Perchè come disse Bette Davis «Quando un uomo dà la sua opinione, è un uomo. Quando una donna dà la sua opinione, è una stronza».

Nel giro di una settimana alcuni casi eclatanti hanno scosso la comunità social, sul tema del riconoscimento dell’identità e dei diritti. Si è passati dall’abolizione in Umbria del diritto all’aborto senza ospedalizzazione al «…Ho pensato alla mia donna delle pulizie che si chiama Emilia. No, non è vero, non si chiama Emilia. Lei è moldava e io ho preteso in onore della mia terra di chiamarla Emilia. Non so qual è il nome ma ognuno dovrebbe chiamare le persone come meglio crede, soprattutto le persone che entrano in casa tua. Sono pagate e quindi possono far cambiare il loro nome». In questa simpatica performance di scoppiettante ironia si è prodotto Cesare Cremonini, ospite di E poi c’è Cattelan, il programma condotto da Alessandro Cattelan. Che rideva…

Su twitter l’hashtag #Cremonini resta primo fra i trend in Italia, la maggior parte dei tweet auspica un giro di punture di vespe special sul cantante bolognese.

In uno spazio di equivoci sui diritti su cui è fondata la Repubblica e sulla parità di genere, di lotte per i diritti, non possiamo non concludere la rassegna sulle circostanze inquietanti della settimana con il «La conosci la storia di Hitler? La gente come te deve andare nei forni crematori», pronunciata a telefono dal «consulente» ad Antonia Monopoli, attivista trans di Milano, da anni impegnata nel movimento lgbt, che aveva contattato una scuola per riprendere gli studi interrotti in gioventù. «Dopo un primo contatto la segreteria della scuola mi ha detto che mi avrebbe fatta richiamare da un consulente che poteva darmi tutte le informazioni di cui avevo bisogno.»
Di lì in poi telefonate e minacce telefoniche da parte del consulente stalker, che avendo appreso di essere a telefono con una persona transgender, era stato poi ossessionato dalla scelta di genere della Monopoli fino a chiamarla ripetutamente con offese e minacce.

Se la cultura femminista pare essere andata nel tempo in crisi di forma, il linguaggio stesso, nelle sue dinamiche di vulgata e nelle sue tentacolari forme social, rivela una crisi di sostanza sul piano dei diritti (sia effettivi che percepiti). Il serpeggiare di una cultura drammaticamente conservatrice, riflesso nella banalizzazione della lingua parlata, spinge verso una percezione dei diritti storici della donna nelle società occidentali molto preoccupanti.
Raccogliamo, ad una generazione precisa di distanza, il distillato di una proiezione iconica massmediale con modelli scolpiti nelle trasmissioni televisive degli anni 80, sommato ad una sessuofobia di derivazione religiosa molto ampia e trasversale alle aree conservatrici delle diverse religioni. La reclusione domestica degli ultimi mesi ha marcato ancora di più la differenza fra diritti e possibilità, schiacciando le donne su un ruolo familistico-patriarcale che lascia molto da pensare. In Germania le donne hanno chiesto forme di indennizzo per il lavoro domestico cui sono state costrette e che non era stato riconosciuto nelle forme di sostegno durante la reclusione fra le mura di casa.
Quali aggregazioni per il riconoscimento di quali diritti sono allora possibili alle donne oggi per non dover abdicare alla propria identità, per non dover accettare di esser chiamate “Emilia” dal padrone ricco, bianco, etero che tira fuori i soldi?

E soprattutto, perchè il riconoscimento dei diritti pare una noiosa lotta di parte? Quali equilibri profondi va a modificare una presa di coscienza globale su questi temi sensibili? Spesso si usa la rete e l’aggregazione social per battaglie ridicole. Ma se le lotte di piazza paiono troppo demodè, perchè non si ricorre ora ad efficaci campagne di boicottaggio nonviolento per reclamare i diritti? Forse anche su questi temi è il caso di tornare a respirare!

Didattica a distanza, diritto allo studio e nuove diseguaglianze. Intervista a Valentina Chinnici

 

RITA CIRRINCIONE | La chiusura delle scuole causata della pandemia e la sospensione delle attività didattiche “in presenza” che ha tenuto in casa l’intera popolazione infanto-giovanile, ha rappresentato un enorme esperimento sociale – impensabile fino a poco tempo fa – con conseguenze la cui portata dovrà ancora essere analizzata e valutata nei mesi a venire. Il fenomeno non ha riguardato solo i bambini e i ragazzi in età scolare, i docenti e il personale scolastico con le loro famiglie ma, andando a coinvolgere tutto l’indotto del “comparto scuola”, ad alterare ritmi e cicli determinati dalla vita scolastica, riti e liturgie ad essa legati, ha finito con l’interessare l’intera comunità.

L’anno scolastico che si appena concluso, così come tradizionalmente lo conosciamo, in realtà è finito il 5 marzo scorso: a partire da quella data, è proseguito (non per tutti, come vedremo) sotto forma di una pratica scolastica disincarnata e semisconosciuta chiamata “Didattica a Distanza”, una sorta di ossimoro che accosta due termini che non dovrebbero convivere e che esclude il “corpo reale”, la relazione pedagogica e la socialità.

Terminato il lockdown, mentre gradualmente riapriva quasi tutto (compresi i tabacchi e le sale-gioco) in Italia – unico paese in Europa – non è stata ipotizzata alcuna forma di riapertura delle scuole e, in previsione del nuovo anno scolastico, al momento gran parte del dibattito sembra incentrarsi su misure di sicurezza e riduzione dell’ora scolastica a 40 minuti.

Di Didattica a distanza e diritto allo studio, delle disuguaglianze e delle contraddizioni che la Dad ha fatto emergere e degli annosi problemi della scuola italiana parliamo con Valentina Chinnici.

Un cognome importante, un percorso professionale coerente e appassionato all’insegna dell’impegno civile e della partecipazione attiva nel campo della scuola, della cultura e delle politiche giovanili, Valentina Chinnici è docente di Lettere, componente della segreteria nazionale del C.I.D.I. – Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti e Presidente della sezione di Palermo, Consigliera comunale del Comune di Palermo e madre di due bambine di 8 e 11 anni.

Chi meglio di lei per fare il punto sulla scuola in tempi di pandemia in una città come Palermo paradigmatica di un Sud segnato dalla dispersione scolastica e da endemici problemi strutturali?

Valentina Chinnici – Sotto l’albero Falcone per l’anniversario della strage di Capaci

Dopo aver conseguito un Dottorato di Ricerca in Filologia greco-latina presso l’Università di Palermo, con una tesi sull’invidia nel mondo romano e pubblicato diversi articoli di filologia, antropologia classica e didattica, Valentina Chinnici dal 2001 si dedica all’insegnamento di Lettere alle scuola secondaria di I grado. Dal 2014 presiede il CIDI di Palermo storica associazione professionale impegnata nella formazione in servizio dei docenti che si ispira ai principi di democraticità e di laicità e che ha come faro l’articolo 3 comma 2 della Costituzione italiana, ossia la costruzione di una scuola che “rimuova gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

Con il CIDI di Palermo, in collaborazione con l’Associazione “Genitori e Figli”, ha organizzato varie edizioni di “Educare oggi”, cicli di conferenze e seminari di formazione rivolti a docenti e genitori. Gli incontri con Massimo Recalcati, Domenico De Masi, Marc Augé, Gad Lerner, Umberto Galimberti, per citarne solo alcuni, hanno riempito fino all’inverosimile il Teatro Biondo di Palermo.

Ha fondato insieme ad alcuni amici psicologi Jonas Palermo, sede territoriale di Jonas Italia, la Onlus creata da Massimo Recalcati nel 2003, che “nasce dal desiderio di realizzare un’istituzione di psicoanalisi applicata al sociale e alla clinica dei Nuovi Sintomi del disagio contemporaneo: anoressie-bulimie, obesità, depressioni, attacchi di panico, dipendenze patologiche, disagio familiare, infantile e adolescenziale”.

Come esperto di formazione, è membro del comitato di redazione della collana di Jonas “Aperture” presso Mimesis Edizioni.

Valentina, come hai vissuto la chiusura delle scuole come docente ma anche come mamma di due bimbe in età scolare con un padre matematico mago della didattica creativa?

L’aver vissuto questi mesi di chiusura delle scuole con due figlie di 8 e 11 anni e un marito “animatore digitale” in servizio in due licei di Palermo mi ha dato la possibilità di avere diversi punti di vista “privilegiati” su questo mondo, a cui ho potuto aggiungere lo sguardo del Cidi. L’animatore digitale nonché padre sempre presente e attento all’educazione delle figlie, è stato il primo a entrare in simbiosi con la protesi tecnologica: lo abbiamo visto occultarsi decine di ore nel suo studio, impegnato nella missione disperata di salvare il salvabile dell’anno scolastico. Da lui ho imparato che – laddove si è capito in tempo che la scuola non avrebbe più riaperto (e al MIUR ce l’hanno messa tutta per farcelo capire male e tardi) e laddove la scuola si è organizzata in maniera ferrea, con indicazioni chiare e scritte per tutte le componenti della comunità scolastica, genitori compresi – la relazione educativa ha retto limitando tensioni, stress e mantenendo una parvenza di efficacia.

Nelle prime settimane quasi tutte le scuole italiane, prese alla sprovvista, hanno cominciato ad arrangiarsi con quello che avevano e sapevano. Sono proliferate piattaforme e social media arrivando a far coesistere anche tre o quattro modalità diverse in una stessa classe (WeSchool, Zoom, Argo). Ogni consiglio di classe (a volte ogni singolo docente) ha proceduto come meglio poteva e voleva: in poche parole spesso il caos ha regnato sovrano, lasciando soprattutto noi madri a destreggiarci per intercettare lezioni, comunicazioni e compiti nei modi più disparati.

Com’è andata invece la tua attività “a distanza” in Consiglio Comunale?

Diversa e ben più positiva è stata la mia esperienza di consigliera comunale in modalità “agile”. Venuto meno il palcoscenico dell’aula consiliare, infatti, hanno parlato di più le carte, ossia le delibere, gli ordini del giorno, le mozioni. I documenti condivisi via schermo da approvare o emendare hanno sostituito il chiacchiericcio e la retorica, mettendo in difficoltà soprattutto i consiglieri comunali di lunga data, poco avvezzi al digitale e abituati a teatralizzare con i loro stessi corpi lunghi monologhi “in presenza”. Le loro voci, rese spesso metalliche dai problemi di collegamento internet, o zittite da microfoni silenziati a vicenda da noi stessi consiglieri per evitare che si sentissero rumori casalinghi, hanno smorzato intensità e durata, con giovamento dello snellimento delle procedure. Per quanto paradossale possa essere, insomma, in tre anni il Consiglio comunale non è mai stato così produttivo nell’approvare atti come in questi tre mesi di “distanza”. Per dirla con una battuta il CAD ha funzionato molto meglio della DAD!

La Dad ha evitato il vuoto formativo ma ha molto acuito le differenze sociali: se ha funzionato laddove poteva contare su contesti culturali “attrezzati”, ha leso gravemente il diritto allo studio delle fasce sociali più deboli. Com’è andata in una città come Palermo?

La Dad è stata un enorme esperimento antropologico, in cui – giova ricordarlo – la Scuola è stata chiusa: di didattica si è visto molto poco, soprattutto perché un milione e mezzo di alunni e alunne è rimasto fuori da questo esperimento. I dispositivi digitali sono arrivati a maggio inoltrato nelle scuole e nella maggior parte dei casi, i giga per le connessioni sono stati insufficienti per reggere le lunghe ore di video-lezioni frontali a cui tanti docenti hanno fatto ricorso. Nemmeno in una casa di due insegnanti come la mia, in cui ognuno dei quattro componenti era dotato di computer e/o tablet, connessione potente e stampante perfettamente funzionante sono mancati disagi, dimenticanze, abulia da parte soprattutto della figlia in terza elementare, che ha avvertito profondamente l’assurdità di questo surrogato scolastico, nonostante i suoi insegnanti siano stati attenti, vicini e presenti per quanto possibile.

È evidente che la chiusura delle scuole e il divario digitale hanno accentuato la povertà educativa nonostante tanti docenti, anche con l’aiuto di ottimi operatori del terzo settore, siano riusciti a inseguire, a contattare e a tenere aperto il dialogo educativo con gli alunni e le alunne più in difficoltà. Del resto le famiglie in condizioni socioeconomiche svantaggiate hanno dovuto fronteggiare innanzitutto la fame. Durante le prime settimane mi sono arrivate innumerevoli richieste d’aiuto provenienti da varie parti della città nelle more che si innescasse il complesso sistema di aiuti istituzionali. Bambini e bambine rimasti senza latte e biscotti, costretti a mangiare pane e patate per giorni, persone rimaste senza possibilità di acquistare medicinali, etc. Con quale serenità in queste case si poteva studiare? Con quali dispositivi, anche se dalle indagini compiute dalle scuole risultava che in casa esisteva almeno un cellulare? Se a Palermo nessuno ha patito la fame nel primo mese di lockdown si deve soprattutto all’immenso sforzo delle associazioni di terzo settore, alla catena di solidarietà spontanea e capillare che si è attivata in pochissime ore, al tessuto sociale che ha retto con prove di grande generosità di cui sono stata testimone e di cui conservo memorie commoventi.

Temo tuttavia che gli effetti di questa crisi saranno ancora durissimi nei prossimi mesi. Anche i cosiddetti centri estivi che riapriranno a breve lo faranno con un clima di sorveglianza e con difficoltà economiche tali da costringere tanti operatori del settore, nonché genitori, a rinunciare a questa “opportunità”.

Valentina Chinnici con il Prof. Pietro Boscolo

Come ti spieghi il fatto che in Italia si sia arrivati alla fine dell’anno scolastico senza tentare una qualche forma di riapertura con attività didattiche “in presenza”?

Constato con grande amarezza che la scuola, ancora una volta, sembra costituire un problema più che una risorsa per questo paese. Non consola affatto ricordare che insieme alle scuole sono rimasti chiusi i tribunali, le Università e tante altre Istituzioni: abbiamo contratto un debito enorme verso bambine/i e adolescenti del nostro Paese e mi fa ridere amaramente che qualche collega insegnante in questi giorni si stia affannando per trovare gli spiragli (ahimè lasciati colpevolmente ampi dal MIUR a dispetto dei proclami iniziali) per bocciare le alunne e alunni “latitanti” in periodo di Dad. Come se la dignità dei docenti e la “serietà” della scuola passasse dai voti e dalla valutazione vista come punizione. Un incoraggiante passo in avanti è stata l’eliminazione dei voti numerici nella scuola primaria, reintrodotti proditoriamente dall’allora ministra Gelmini. Speriamo che sia un primo passo per ripensare il valore formativo della valutazione, che dovrebbe sganciarsi una buona volta da mortificanti medie aritmetiche, in ogni ordine e grado di scuola.

La riapertura del nuovo anno scolastico, con le misure per il distanziamento da adottare, poteva rappresentare una buona occasione per ridurre il numero di alunni per classe e per attuare quelle riforme strutturali necessarie da tempo. Invece? Si parla di pareti divisorie in plexiglas o di riduzione del tempo-scuola Continua la logica dell’impoverimento del sistema scuola italiano?

Piuttosto che decurtare il tempo scolastico, già da marzo scorso, quando era molto probabile che la scuola non sarebbe stata più riaperta, occorreva pensare a massicce immissioni in ruolo che potessero garantire lo sdoppiamento delle classi o comunque una didattica modulare per gruppi ristretti di alunni, nonché un ripensamento dell’edilizia scolastica, con la messa in sicurezza del patrimonio edilizio, comprese palestre e cortili o campetti esterni che i Comuni e le città metropolitane non riescono in molti casi a rendere fruibili. Invece si è scelta la via più breve, troppo breve: ingenti investimenti nel digitale e riduzione del tempo scuola, laddove si dovrebbe invece aumentarlo dando tempo pieno e prolungato, soprattutto da Roma in giù, dove sono cronicamente carenti.

È anche vero che oltre che alla quantità bisognerebbe prestare attenzione alla qualità del tempo scuola: col digitale, come si è visto, spesso la lezione era ridotta a un monologo dell’insegnante che magari, intento a impratichirsi di piattaforme e social media, ha poco tempo, o forse voglia, di prendersi cura del proprio sé professionale. Passata l’emergenza, bisognerebbe ritornare a riflettere e studiare su COSA vale la pena insegnare e COME riuscire a far apprendere agli studenti quei saperi scelti e dotati di senso, che costituiranno il bagaglio di competenze culturali di cittadinanza che potranno rendere “sovrano” e libero il cittadino di domani, come ci ha insegnato Don Lorenzo Milani.

Don Lorenzo Milani

Il mio timore è che ci si lanci in una ingordigia formativa digitale, magari con la regia esperta dei grandi marchi internazionali che sono già entrati a scuola dalla porta principale stringendo alleanze educative con il MIUR stesso, oltre che con la Fondazione Agnelli e tante università italiane. Il Ministero dovrebbe provvedere in fretta a dotarsi di piattaforme libere e statali, come hanno già fatto altri paesi europei nonché atenei italiani illuminati come l’Università Federico II di Napoli, che ha creato il proprio “Centro per l’innovazione, la sperimentazione e la diffusione della didattica multimediale”, chiamato, con meritoria attenzione anche alla differenza di genere, “Federica”.

 

 

PACTA. dei Teatri: Venere e Adone a tempo di blues africano

GIORGIO FRANCHI | Dalla peste del 1592 – che costrinse Shakespeare a scrivere il poemetto Venere e Adone di stile alto per ottenere la licenza di poeta e poter esercitare l’attività teatrale – al coronavirus nel 2020: ciò che rimane è la traballante condizione dell’attore, la reputazione di ciarlatano o addirittura di criminale, la maestria nell’arte dell’arrangiarsi che getta il seme per il mito degli scarrozzanti testoriani.

L’adattamento di Riccardo Magherini, regista e interprete, ma anche cantante, scenografo e prestigiatore in Venere & Adone – Shakespeare e musica – in scena al Pacta. Salone Via Dini fino al 27 giugno – nella splendida traduzione di Roberto Sanesi, gioca tutto sulla lotta dell’artista per salvarsi nei tempi più bui: l’attore cambia maschera in continuazione, in scena e soprattutto fuori, per garantirsi l’appoggio dei re in epoca passata e del pubblico nell’età moderna. Con toni ora affabulatori e talvolta giullareschi, Magherini si getta corpo e anima nella declamazione dei versi del Bardo, come se li avesse scritti lui e li stesse proponendo, con sforzo tragicomico, a una platea di algidi mecenati.

Assieme a lui, in scena, Nicola Lanni e Gabriele Palimento: musicisti, ma in un certo senso anche attori in grado di trasformare il monologo di Magherini in un dialogo dal ritmo incessante. Le stupende composizioni di Lanni e la sensibilità con cui i due polistrumentisti le eseguono in scena dettano i tempi della pièce, rispondendo alle battute dell’attore come in un’antifona dalle tinte africane. Sì, perché musiche, costumi e scenografia sono ispirate all’Eritrea, luogo natale del regista che ne conosce usi e tradizioni e che ha realizzato, forte di un passato da mascheraio, le due maschere per i fantocci di Venere e Adone che muove sul palco.

Foto di Elena Savino

Più che nella storia, decisamente meno universale e attuale dei grandi classici di Shakespeare, la forza dello spettacolo risiede nel suo essere in sintonia con il qui e ora, senza però spingere sulla retorica del parlare sempre e solo di ciò che ci circonda. La captatio benevolentiae viene sostituita con quella dell’Enrico V, che sprona il pubblico a immaginare tutto ciò che in scena manca: una scelta che si pone con sincerità di fronte al palco quasi improvvisato in mezzo al cortile del Pacta Salone Via Dini, alle sue sedie di plastica e alle lucine colorate da festa come unica decorazione, destinate a diventare il simbolo della rassegna Teatro a CieloAperto. Le cianfrusaglie da bancarella e i trucchi di magia da quattro soldi che mostra l’attore (uno su tutti, il sole che sorge e tramonta reso con quello che sembra un fanalino da bicicletta) diventano i tentativi del teatro di continuare a stupire, divertire, far commuovere con quel poco che resta, aggrappato all’applauso del pubblico che, finita la pandemia, deve ancora superare la paura del virus per tornare in platea.
(Un appunto di questi tempi doveroso: le distanze tra gli spettatori e fra gli attori vengono rispettate e la temperatura è regolarmente misurata all’ingresso).

Oltre al cambio di prologo, l’adattamento del testo vede l’aggiunta di brani da Le Metamorfosi di Ovidio, di un editto emanato dalla regina Elisabetta I che decretava la parziale chiusura dei teatri durante la peste, di partiture testuali per le voci registrate di Maria Eugenia D’Aquino, Vladimir Todisco Grande, Francesca Lolli e Suso Colorni. Tuttavia, il contributo alla drammaturgia più interessante è senza dubbio dato dalle composizioni di Nicola Lanni con le parole del Bardo in lingua originale, tanto curate e originali che non sfigurerebbero anche prese a sé stanti in un concerto – senza nulla togliere al lavoro del regista.

(Foto: Elena Savino)

Il risultato è uno spettacolo coinvolgente, efficace nel risvegliare il pubblico dal letargo lontano dai teatri, in una cornice di festa in cui la messa in scena diventa davvero di tutti, senza abbassarsi o tradire la sua natura, ma anzi restituendo quel carattere giocoso e popolare di Shakespeare che viene spesso ingiustamente dimenticato. Forse potrebbe ancora migliorare facendo un ulteriore passo verso il pubblico, senza la paura di esagerare, e pensare a una modalità di interazione che avvicini ancora di più gli spettatori. Insomma, accentuare una strada già percorsa e che sta dando i suoi frutti: restituire il senso di comunità dello spettacolo dal vivo, anche con il distanziamento sociale, dopo mesi di isolamento tra le mura delle nostre case.
Difficile pensare che sia servita una pandemia a farci capire quanto è importante.


VENERE & ADONE – Shakespeare e musica

di William Shakespeare
traduzione Roberto Sanesi
adattamento e regia Riccardo Magherini
con Riccardo Magherini, Nicola Lanni, Gabriele Palimento
musiche dal vivo Nicola Lanni
disegno luci Fulvio Michelazzi
voci registrate Maria Eugenia D’Aquino, Vladimir Todisco Grande, Francesca Lolli, Suso Colorni
produzione PACTA. dei Teatri

PACTA. Salone Via Dini, Milano
dal 23 al 27 giugno 2020

Parole come angeli, padri e madri, maestri. Intervista a Vasco Mirandola

GIAMBATTISTA MARCHETTO | La poesia salverà il mondo? Probabilmente no. Eppure secondo Vasco Mirandola le parole aiutano a vivere meglio.
Dal cabaret di strada a Mediterraneo di Gabriele Salvatores, Premio Oscar nel 1992, dal teatro-danza con Sosta Palmizi al “teatro del silenzio” con interpreti sordi, passando per il teatro comico con Roberto Citran e il teatro musicale con la Piccola Bottega Baltazar, Mirandola è uno di quegli artisti che non puoi definire, perché il suo curriculum è così bizzarro da sfuggire a ogni definizione. E oggi è la poesia il suo focus.

Vasco, dopo il tempo del lockdown si cerca di tornare alla normalità. Come vedi questa possibile normalità?

No, non si torna alla normalità. Ci si avvia verso qualcos’altro che ancora non sappiamo. Niente è come prima, certi disagi si sono acuiti, forse ci sentiamo più fragili, impreparati. Tocchiamo la vita, ma non sappiamo più come reagisce, ci togliamo la mascherina e non sappiamo se la nostra faccia è rimasta uguale. A me sembra veramente che il tempo si sia fermato, non ce lo aspettavamo. Io sono pieno di domande.

Dopo la salute, ora il grande interrogativo è sul ritorno alla vita. Sarà dura? Quanto sarà dura?

Non vorrei passare per pessimista, perché non lo sono mai stato. Resto con il naso a fiutare, cerco di interpretare i segni, sento che se abbraccio ora qualcuno è come se fosse stato via per anni e devo riconquistare tutto quello che ho perso di lui, cercare di decifrare dai suoi occhi cosa ha visto. Perché abbiamo viaggiato tutti in un lungo silenzio, e soli.

Quali possono essere gli impatti della crisi sulle comunità?

Penso che lo vedremo nei mesi a venire. Io sono preoccupato dell’anima, dell’umano, di questo stordimento che ci ha fatto sentire così piccoli, è un dolore che ci porteremo dietro per tanto tempo. Ci unirà o ci allontanerà ancora di più?

#iorestoacasa ha cambiato abitudini e paradigmi. Come rischia di influire sul modello sociale? C’è una poetica dell’isolamento?

C’è chi si è trovato a proprio agio perché ha avuto tempo, tempo per ricostruire, per fermare, per guardarsi dentro, per reinventare, aggiustare. Ma io vivo in un mondo piccolo e anche forse un po’ privilegiato, sento chi è vicino a me.


Ne usciremo migliori? Ne usciremo peggiori? Ne usciremo poetici?

Mi piacerebbe tanto dire migliori, certo diversi ma pensando di essere uguali a prima. La poesia in questo periodo mi ha aiutato molto. Avevo bisogno di parole non da politici, da scienziati, da esperti di ogni cosa; avevo il desiderio di affondare nella delicatezza, nella carezza delle parole, sentirmi coccolato, non impaurito, non allertato, non minacciato.

Quali codici si ripropongono rispetto alle crisi del passato? Cosa è cambiato definitivamente?

Non è mai successa una cosa simile nella storia dell’umanità: il mondo fermo per tre mesi, tutto il mondo! È incredibile, è stato un trauma dell’umanità. Siamo ritornati all’improvviso a dover imparare di nuovo a camminare, a muoverci nel mondo, a prendere un aereo, a salutare un amico, a viaggiare…

Quale peso può avere la crisi sulla cultura e sulla produzione culturale in Italia?

Su questo avevo delle riserve anche prima, c’è da augurarsi di non nascere artisti in Italia, è così umiliante. Per fortuna io adoro il mio lavoro e ho trovato sempre un motivo per continuare questa professione meravigliosa, ecco ho detto la parola professione che qui da noi sembra così strana. Siamo la ruota di scorta del carro, neanche l’ultima. Lo si vede così chiaro anche nei comportamenti di certi nostri politici: la cultura non ci ha nutriti abbastanza. Penso alla scena di Salvini che mangia ciliegie mentre Zaia parla della delicata situazione dei decessi in questo periodo in Veneto, ma che roba è questa? Di che cosa si sono nutrite queste persone e quelli che li seguono? L’arte, la cultura, aggiungo anche l’istruzione, ci insegnano a conoscere, per capire, per rispettare, per unire, per partecipare, per condividere.

Credi che la poesia possa essere un balsamo per le ferite?

Per me lo è. La poesia ti dice: questa ferita è anche la mia, questa gioia è anche tua, il cielo  ti risponde, se ci parli, i fiori sono messi lì perché tu possa colorarti gli occhi, le persone sono te in un altro modo. La poesia ti dice che tutto è un dono e ti chiede non di dire ma di chiederti sempre.

Qualcuno suggerisce di investire oggi per un nuovo rinascimento. È possibile secondo te?

Ah, questo sarebbe meraviglioso!

Ricostruire una comunità è una questione culturale ma anche poetica?

C’è una poesia di Patrizia Cavalli che dice «qualcuno mi chiede se la poesia salverà il mondo, io gli rispondo che no, la poesia non salverà il mondo». La poesia, la musica, il teatro, la danza, la letteratura però ci aiutano, ci sostengono, stimolano il cuore e la mente, sono fondamentali per costruire un mondo migliore.
C’è un vecchio detto masai che dice: Un popolo senza cultura è come una zebra senza strisce.

Servono parole nuove, oggi?

Ne servono a sacchi, a montagne, a camionate. Quelle vecchie ci hanno portato a questo, con le parole giuste si dirige il mondo in un posto migliore, ma le parole arrivano dai pensieri, e sono quelli da rigenerare.

Le parole devono ritrovare densità? O leggerezza?

Devono avere la forza di un sasso lanciato contro un vetro per romperlo, e la delicatezza di una porta che si chiude dopo aver augurato buona notte. Devono essere come angeli, padri e madri, sorelle e fratelli, maestri.

@gbmarchetto

15 giugno 2020: tornare a teatro, al Carignano, a Torino…

LAURA BEVIONE | Il termoscanner segnala che la mia temperatura è 36,7: non ho febbre e posso affacciarmi al botteghino per ritirare il mio biglietto. Dopo più di tre mesi – l’ultima volta è stato il 23 febbraio scorso – rimetto piede in un luogo per me familiare e rassicurante e l’emozione è inevitabile.

Nel foyer del Teatro Carignano di Torino incontro amici e colleghi che, dal vivo, non vedevo da tempo: vorremmo abbracciarci ma quella regola che è oramai diventata razionale e auto-conservativo istinto di sopravvivenza repentinamente ci blocca e allora l’affetto passa attraverso un esplicito brillio degli occhi, accessi e vitali sopra la mascherina.
Nel foyer, però, non ci si può fermare troppo, si creano facilmente assembramenti e allora entro subito in sala.

Di solito non ho difficoltà a trovare il mio posto ma questa volta mi serve l’ausilio della maschera: i duecento posti della platea del teatro sono stati ridotti a sessanta, abbassando gli schienali delle poltrone “proibite” e garantendo così il distanziamento. Nei palchi, invece, affetti stabili, non necessariamente confermati dallo stato civile.
Mi sistemo nella mia poltrona che ora mi garantisce l’agio di un posto in business: certo non c’è più il rischio di vicini poco riservati e invadenti ma l’effetto è un po’ straniante…

Il teatro, comunque, è pieno e il calore della viva presenza umana e il basso continuo delle chiacchiere pre-spettacolo rincuorano e riportano a una situazione un tempo familiare.

Andare a teatro, vivere il foyer, riempire con la conversazione o la lettura del programma di sala l’attesa dell’alzata di sipario: azioni che ricominciamo a compiere, anche se indossiamo la mascherina e non ci tocchiamo; eppure la felicità di tornare alla mia routine è annebbiata da una fosca pensosità.

Foto di Luigi De Palma

Leggo il foglio che, all’entrata del Carignano, mi hanno consegnato i rappresentanti dei lavoratori dello spettacolo del Piemonte, impegnati in un pacifico presidio di fronte al teatro: gli spettatori vengono ringraziati per la “fiducia” con cui sono tornati in una sala teatrale ma viene loro ricordato che il 70% circa delle realtà artistiche medie e piccole non è attualmente in grado di ripartire. Il documento si conclude così: «in questa emergenza, la dignità va garantita anche a chi è impossibilitato a lavorare».
Ecco, dignità, sicurezza, salute. Le istanze di questi lavoratori sono le medesime di molte altre categorie: il minimo comune denominatore è l’appartenenza a quell’area grigia e fluttuante composta da coloro – molti in verità – che, per necessità ovvero per scelta, hanno un’occupazione non garantita – partita iva, co.co.co e tutta l’infinita galassia della precarietà…
Realtà magari innovative e creative ma inevitabilmente piccole e fragili, magari appena sbocciate e ora troppo repentinamente rinsecchite causa Covid-19. Realtà che, in molti casi, concorrono a modernizzare strutture, procedimenti, modalità sclerotizzati.
Un’energia innovativa che la pandemia rischia di esaurire, compromettendo così pure l’auspicata “ripartenza” e rinascita del Paese, legandolo ancora più strettamente a quegli arcaismi che in molti settori ne impediscono il salto in una contemporaneità efficiente e, soprattutto, fondata su merito e inventività.

I pensieri corrono lontano, a immaginare un’Italia che sia finalmente capace di riconoscere e valorizzare i suoi talenti….

Ma ecco che sul palco appare Valerio Binasco, consulente artistico del Teatro Stabile di Torino, visibilmente emozionato. Prima di calarsi nei panni del giornalista Marco protagonista de L’intervista, il testo di Natalia Ginzburg che lui stesso ha scelto per riaprire il Carignano, Binasco vuole guardare la sala, di nuovo “abitata”, e salutare noi spettatori, condividere con noi la sua gioia.

Lo spettacolo non soltanto torna a occupare il Carignano, ma apre pure Summer Plays, la rassegna estiva – si concluderà il 15 settembre – rapidamente organizzata da Teatro Stabile e Fondazione TPE per riattivare lo spettacolo dal vivo a Torino, offrendo opportunità di lavoro a molti artisti locali e riaccendendo il gusto per il teatro nel pubblico.
Un «rischio culturale», aveva detto nella conferenza stampa di presentazione Valter Malosti, direttore artistico di TPE, che ha ammesso di aver vinto le proprie iniziali perplessità perché convinto dalla propria «voglia di affrontare l’ignoto e di andare avanti», mentre il direttore dello Stabile di Torino aveva parlato di una «proposta di progetto e di processo», caratterizzata da «serietà e sobrietà».

E sobrietà è termine adatto a definire la messa in scena realizzata da Binasco per inaugurare queste pièce/giochi – plays – d’estate: uno spettacolo essenziale ma non dimesso, lontano da istrionismo o protagonismi a favore di un’entusiasta e generosa adesione a personaggi fragili e in certa misura “malati” coinvolti in tre atti che ripropongono, a distanza di un intervallo temporale ognora crescente, una situazione uguale eppure profondamente diversa.

Foto di Luigi De Palma

Binasco e le sue due compagne di palcoscenico –  Arianna Scommegna e Giordana Faggiano – sanno ben ricreare quel lucido e malinconico sguardo che Natalia Ginzburg seppe gettare su sentimenti timidi o irrazionali, moventi labili o egocentrici, timori paralizzanti e vite non vissute, bisogno di riconoscimento e di consolazione.
Un testo dolceamaro, che svela come alla consapevolezza della necessità di un cambiamento non sempre corrispondano la forza e il coraggio per compierlo realmente. Una verità che risuona come monito dolcemente severo in questi giorni in cui da ogni parte si auspica che nulla ritorni come prima.

Intanto, dopo la commozione degli applausi, prolungati e non di prammatica, e le lacrime non trattenute della giovane Giordana Faggiano, mi riavvio verso casa e la pensosità di due ore prima diventa meno fosca, non troppo illuminata ma ben scontornata: è necessario tornare a teatro, luogo privilegiato in cui la comunità può fisicamente incontrarsi e riconoscersi guardandosi negli occhi, ma è fondamentale farlo con la consapevolezza che questo spazio non è – come stava per diventare o forse era già diventato – sconsacrata cattedrale in cui si celebra uno stanco rito alto-borghese, bensì fertile arena di incontro, confronto e scontro.
Un luogo in cui la comunità sappia mettersi in discussione e ripensarsi, ridefinendo costantemente la propria umana dignità.

Ripartire deve significare ripensarsi e ridisegnarsi, per non tornare come prima…


L’INTERVISTA

di Natalia Ginzburg
regia Valerio Binasco
scene e luci Jacopo Valsania
costumi Sandra Cardini
con Arianna Scommegna, Valerio Binasco, Giordana Faggiano
produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

Teatro Carignano, Torino
15 giugno 2020

 

Viziosismi nr. 94: Malleus vaccinorum

ANTONIO CRETELLA | La distinzione tra scienza e magia è una conquista relativamente recente in ambito storico, risalente per lo più alla Rivoluzione Scientifica e ai progressi via via ottenuti nel corso del Settecento. Prima di quella frattura storica, e per lungo tempo anche dopo per il persistere di credenze e superstizioni dure a morire, non vi era una netta demarcazione tra fenomeni fisici e miracoli, e l’essere anche solo in possesso di conoscenze erboristiche e fitoterapiche poteva bastare per essere classificato agli occhi del popolo come mago, taumaturgo o, nel peggiore dei casi, come una strega. La manualistica enciclopedica medievale è ricca di erbolari, lapidari e bestiari che mischiano le proprietà oggettive di erbe, minerali e ricavati animali con presunte facoltà magiche, né mancano formulari di pozioni medicamentose dagli ingredienti più improbabili che talora fanno sorridere; ma non mancano nemmeno nella nostra epoca, sotto certi aspetti marcata da un forte medievalismo nel senso più spregiativo del termine, ricette di fantasiosi intrugli attribuiti a malefici medici alchimisti, novelli stregoni dal paiolo chimico. Al posto della pozione di mandragora per conciliare la gravidanza, ci si inventano fantomatiche preparazioni vaccinali contenenti ora mercurio, ora DNA di animali, addirittura la polvere di feti morti (per altro attingendo in chiave moderna a un’antica farmacopea popolare ampiamente diffusa in Europa) mentre parallelamente si rincorrono rimedi casalinghi non meno infondati, disgustosi e deleteri, quali il ricorso a pozioni di urina umana, opere spesso di medici radiati o semplici ciarlatani dal grande carisma, una delle tante facce che assume il complottismo di cui si nutre il populismo.

#PACVOTO DEI LETTORI: Prove Generali di Solitudine – 2o Modulo – COMPLOTTO

REDAZIONE | E anche per questo secondo turno adesso TOCCA A VOI LETTORI SCEGLIERE!
Si è chiusa la seconda fase del Concorso di scrittura teatrale Prove generali di solitudine, ideato e promosso da Carrozzeria Orfeo, di cui PAC-Paneacquaculture.net pubblica i testi vincitori per tutte le quattro fasi del concorso.

La Giuria ha proclamato i suoi tre vincitori scelti tra gli oltre 400 lavori pervenuti da tutta Italia e scritti da professionisti e non professionisti di tutte le età. Ma d’intesa con Carrozzeria Orfeo, abbiamo deciso di attivare anche un voto social per decretare il testo più gradito dai lettori.

CHIEDIAMO QUINDI ORA A VOI DI ESPRIMERE LA VOSTRA OPINIONE E VOTARE, PARTECIPANDO AL SONDAGGIO!!

Con Carrozzeria Orfeo a breve renderemo noto il piccolo ma significativo riconoscimento riservato al vincitore del sondaggio finale che faremo fra i 4 testi scelti dai nostri lettori.

VOTATE VOTATE VOTATE!!! – il voto si chiude VENERDI 26 giugno h 14

– Potete esprimere un solo voto, accedendo con un account Google.

Viziosismi nr. 93: Sincronicità

ANTONIO CRETELLA | La giunta leghista della regione Umbria smantella il protocollo di interruzione volontaria di gravidanza che consentiva il ricorso alla terapia farmacologica in day hospital, costringendo le donne che vi ricorrono a un ricovero di tre giorni. Il provvedimento, teso in modo evidente a rendere più difficile il ricorso alla IVG farmacologica e a dissuadere dall’aborto, si concilia perfettamente con le posizioni antiabortiste dure e pure di svariate associazioni ultracattoliche “a difesa della vita” che rappresentano uno dei più appetibili bacini elettorali delle destre. Quasi negli stessi istanti, tuttavia, in un’altra regione leghista, il capo del movimento viene ritratto nell’atto di trangugiare con lascivia un cestino di ciliegie sputando i nocciuoli in mano. Una bucolica e rustica immagine che susciterebbe anche simpatia per la spontaneità come le tante altre dipinzioni di questo leader politico che ama farsi ritrarre nell’atto della manducazione, parte integrante del suo successo; se non fosse che, nel mentre, di fianco a lui, il collega governatore snocciolava i numeri dei decessi neonatali nelle terapie intensive della regione. A dare senso alla quasi contemporaneità dei due fatti viene in nostro soccorso la teoria della sincronicità di Jung: due eventi, non collegati da nessi causali, che avvengono nello stesso tempo, possono tuttavia essere legati da un nesso simbolico di natura psichica e culturale che li fa dialogare tra loro attribuendogli un senso. In questo caso, disvelare quanto a questi figuri importi realmente della difesa della vita.

Compagnia Oltremura: esercizi di libertà in carcere e… in camera – Intervista a Claudia Calcagnile

RITA CIRRINCIONE | Avanzavo di asse in asse /un lento e cauto cammino / le stelle intorno al capo percepivo / intorno ai piedi il mare. Emily Dickinson

Non c’è cancello, serratura, catenaccio che potete apporre sulla libertà della mia mente. Virginia Woolf

Questi i due riferimenti letterari femminili che mi sono venuti in mente accostandomi all’attività della Compagnia Oltremura e alla sua ricerca drammaturgica: Emily Dickinson, che fece del confinamento tra le mura della sua camera una scelta e dell’isolamento il grande alleato della sua libertà creativa; Virginia Woolf che, nel breve saggio del 1929 Una stanza tutta per sé, ribaltando il significato di casa come luogo di emarginazione femminile, rivendica il possesso di uno spazio esclusivo per la donna che vuole dedicarsi alla scrittura.

Misurarsi con il limite, superare quel susseguirsi di barriere – fisiche e burocratiche – che si attraversano quando si varca la soglia di un carcere, farne un esercizio di libertà e di creatività; trasformare lo spazio domestico attraverso un lavoro di immaginazione per ri-creare un’identità femminile: quasi un destino per Oltremura, la Compagnia fondata da Claudia Calcagnile che dal 2016 ha realizzato progetti teatrali rivolti alle donne recluse all’interno della sezione femminile dell’Istituto Penitenziario “Pagliarelli-Antonio Lorusso” di Palermo. E che, quando la pandemia ha confinato tutti a casa – quasi una sorta di beffardo contrappasso – per dare continuità al progetto ha lanciato sui canali social #Libereincamera, una call sul tema della trasformazione creativa di sé all’interno delle mura domestiche.

Claudia Calcagnile

Regista, performer e docente di teatro sociale presso Artedo, di origini pugliesi, Claudia Calcagnile si diploma presso la Scuola di Teatro Sociale e Performing Arts Isole Comprese di Firenze diretta da Alessandro Fantechi ed Elena Turchi, e approfondisce la propria formazione con, tra gli altri, Enzo Toma, Ewa Benesz, Andrea Meloni e presso l’Atelier Teatro Fisico di Philip Radice di Torino.

Nel 2012 fonda l’Associazione Mosaico con la quale realizza laboratori e spettacoli teatrali volti alla costruzione di azioni di comunità in contesti di marginalità. Negli anni realizza progetti con minori a rischio di dispersione scolastica (quartiere Borgo Vecchio di Palermo), con utenti psichiatrici (presso il servizio di psichiatria del Policlinico di Palermo), con minori stranieri non accompagnati (con il sostegno dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Milazzo). Ha collaborato con la regista Paola Leone nel progetto/performance Radiografie Invisibili sull’universo femminile e sul tema della salute delle donne.

Claudia, come nasce l’esperienza con le detenute all’interno delle mura del Pagliarelli?

Il lavoro della Compagnia Oltremura all’interno dell’Istituto Penitenziario “Pagliarelli” nasce nel 2015 da un incontro fortuito al termine di un mio spettacolo con la dott.ssa Maria Grazia Farruggia, un funzionario giuridico-pedagogico dell’Istituto che crede nel carcere come luogo di produzione artistica e culturale. Durante la mia formazione a Firenze con Alessandro Fantechi ed Elena Turchi avevo conosciuto il teatro con i non attori e avevo vissuto l’esperienza di uno spettacolo con i detenuti portato in scena nella casa circondariale di Prato. Sapevo dentro di me che prima o poi avrei intrapreso questo percorso e quell’incontro mi convinse che era arrivato il momento.

Ho cominciato giovanissima, inizialmente da sola, sorretta soltanto dal desiderio di sperimentare e di mettermi in gioco, partendo dall’idea di un teatro d’arte al servizio della persona e della comunità.
Muovendomi tra mille difficoltà – con poche donne, in spazi molto angusti e con il timore di non trovare la giusta strada – ho iniziato i primi incontri mettendomi in ascolto dei racconti delle detenute, cercando di far emergere emozioni, vissuti ed esperienze su cui incominciare a lavorare. È stata un’esperienza potentissima.
Con il tempo ho imparato cosa significa condurre un laboratorio teatrale all’interno di un carcere a partire dalla capacità di adattamento e di flessibilità in un situazione dove tutto può cambiare inaspettatamente (può esserci un trasferimento, una scarcerazione) e bisogna essere pronti a rimodulare o a ricreare il lavoro in pochissimo tempo.

Intanto il progetto cresceva: il numero delle detenute-attrici era in continuo aumento (in questi anni ha visto il coinvolgimento di circa duecento detenute di diverse nazionalità dai 18 ai 65 anni) e tanti artisti (siciliani e non) hanno iniziato a collaborare con il progetto: Marcella Vaccarino, in qualità di attrice e di assistente nella conduzione del laboratorio; il fotografo Francesco Paolo Catalano, come assistente di regia, e un gruppo di attori, scenografi, musicisti tra cui Gabriella D’Anci, Gaia Quirini, Giuseppe Accardo.
Dal 2016 abbiamo realizzato spettacoli rappresentati all’interno del carcere e presso il Teatro Stabile Biondo di Palermo che da quest’anno è partner di progetto insieme alla Fondazione Peppino Vismara di Milano.

Quando avete deciso che era arrivato il momento di portare in scena i vostri spettacoli?

Nel 2016, dopo quasi due anni di lavoro, il primo spettacolo Di quel poco e del niente, ha raggiunto la sua maturità e così abbiamo deciso di portarlo in scena al Teatro Biondo. Ispirato a Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estès, lo spettacolo racconta storie di rinascita, di ricerca d’identità e di riscoperta della femminilità, fondendo realtà e finzione scenica.

Di quel poco e del niente – Foto di Francesco Paolo Catalano

Nel 2018 nasce In stato di grazia, la seconda produzione della Compagnia, liberamente ispirato a La lunga via di Marianna Ucrìa di Dacia Maraini.
Marianna, madre che piange la morte del figlio, moglie che cerca la via di fuga dalla costrizione, rincorre il tentativo di andare oltre se stessa, di sentirsi altrove per poi trovarsi nuovamente «immutata e replicabile come carta ricalcabile».

In una intervista che ha rilasciato per Oltremura, Dacia Maraini (che ha incoraggiato e sostenuto il nostro lavoro) dice: “Marianna è una sordomuta in un mondo repressivo che considera i sordomuti incapaci di intendere e di volere e li rinchiude in manicomio. Da lì nasce la sua voglia di libertà: lei non sente, però vede, non ha la capacità di dialogare con gli altri, ma arriva quasi a un dialogo muto. Marianna cerca la libertà nonostante i legami, intesi come chiusura, censura e tabù. Non solo il cancello o la porta chiusa, ma le porte chiuse che sono dentro di noi”.
Anche in questo caso lo spettacolo diventa momento di verità e di riflessione sulla condizione delle attrice-detenute: difficile dire dove finisce la vita di Marianna e comincia la loro autobiografia.

In stato di grazia – Foto Salvo Veneziano

In stato di grazia non ha potuto partecipare alla Rassegna Nazionale di Teatro in Carcere “Destini incrociati” per la quale era stato selezionato. Ancora una volta la vostra Compagnia ha dovuto confrontarsi con limiti e divieti. Ci racconti come è andata?

A dicembre scorso In stato di grazia, subito dopo essere andato in scena al Teatro Biondo, è stato selezionato per partecipare alla sesta edizione del festival Destini incrociati – promosso dal Coordinamento nazionale Teatro in Carcere e dalla Compagnia Voci Erranti – unica rassegna di teatro in carcere sul territorio nazionale. La partecipazione a Destini Incrociati per noi era molto importante in quanto ci consentiva di uscire fuori dalla Sicilia e di avere la possibilità di mostrare a un pubblico diverso il nostro lavoro, come una vera compagnia: gli spettacoli prodotti in carcere, per ovvie ragioni, spesso muoiono dopo poche repliche.

Appresa la notizia, abbiamo deciso di sospendere le prove della nuova produzione e di rimetterci a lavorare su In stato di grazia. Dopo due mesi di duro lavoro, con sole due delle attrici della prima produzione che già lo conoscevano (nel frattempo quasi tutta la compagnia era cambiata), abbiamo rimesso in piedi lo spettacolo. Ma a soli cinque giorni dalla partenza è arrivato il no della Magistratura. La delusione per tutta la Compagnia è stata fortissima! Il 13 dicembre, il giorno previsto per lo spettacolo, è stato proiettato il video integrale di In stato di grazia alla presenza mia e di alcuni collaboratori. Ovviamente non è stata la stessa cosa, ma è stato sorprendente vedere il teatro (il bellissimo Teatro Milanollo di Savigliano) pienissimo e il pubblico ugualmente coinvolto. Abbiamo sentito forte la vicinanza di organizzatori e partecipanti e soprattutto del presidente di Teatro in Carcere, Vito Minoia. Le nostre attrici hanno ricevuto una lettera di sostegno della compagnia di attrici-detenute della Casa Circondariale Sollicciano di Firenze.

A maggio la Compagnia avrebbe dovuto debuttare (il condizionale è usatissimo ultimamente) al Teatro Biondo con un nuovo spettacolo ma la chiusura per la pandemia ha fermato tutto. In quale fase di lavoro vi ha colto?

Eravamo in piena fase di creazione e di elaborazione drammaturgica che, come al solito, avviene in itinere grazie al contributo di tutti. Dopo la fine di In stato di grazia ci siamo chiesti dove fosse diretta Marianna Ucrìa con la sua valigia e con la sua ombra al seguito. Abbiamo immaginato che Marianna iniziasse un viaggio all’interno di se stessa per scoprire le tante anime che l’abitano. Ci interessava riflettere sul cambiamento della realtà a seconda del punto di vista dal quale la si osserva e su come essa si modifica in seguito all’apprendimento di nuove conoscenze. Avevamo letto il Mito della Caverna da La Repubblica di Platone e Flatlandia di Edwin Abbott Abbott, il racconto fantastico di un ipotetico universo bidimensionale che entra in contatto con un universo a più dimensioni. Così Marianna è diventata una donna spillo in un mondo bidimensionale, costretta, come tutte le donne di Flatlandia, a un moto perpetuo e all’osservanza di regole di un mondo preconfezionato, gerarchico, rigido che non lascia spazio all’espressione dell’individuo. Cosa la porta a rompere questa bidimensionalità e a scoprire la terza dimensione? Forse il ricordo o forse la curiosità. Nella nuova dimensione – spaventosa e tutta da scoprire – incontrerà le tante parti di sé sconosciute e ogni nuova scoperta modificherà la sua prospettiva.
Stavamo iniziando a lavorare sui corpi, sui suoni, a costruire immagini in una narrazione che non si chiude nella linearità di una sola storia ma aperta a infinite interpretazioni, quando a metà febbraio tutto si è fermato.

Che cosa ha significato per la vostra Compagnia questo stop forzato? Personalmente tu come l’hai vissuto?

Eravamo completamente immersi nel nuovo lavoro che avrebbe dovuto debuttare a maggio quando il lockdown ha prodotto una brusca interruzione dei contatti e dei rapporti. Ritrovarmi di colpo lontana da quello spazio e da quel tempo che riempiva le mie giornate, è stato per me un colpo durissimo: trovarmi nell’impossibilità di sentire le mie attrici ha amplificato moltissimo il senso di isolamento e di distanza. Quello che ha significato per loro questa interruzione ho potuto solo immaginarlo. Ho dovuto riorganizzare del tutto la mia quotidianità ma a poco a poco il vuoto che si era generato dentro di me ha creato uno spazio per nuovi progetti.

All’inizio della quarantena avete deciso di reagire e vi siete mossi nel segno della progettualità con un’iniziativa che in qualche modo ha rappresentato una prosecuzione dell’attività di Oltremura. Ce la vuoi raccontare?

L’iniziativa è nata dall’idea che l’arte non potesse ignorare quello che stava succedendo e la situazione estremamente dolorosa che stavamo vivendo. In continuità con il progetto, insieme a Francesco Paolo Catalano, abbiamo lanciato la call #Libereincamera-Esercizi di creazione collettiva coinvolgendo le donne che ci seguono sui canali social (Facebook e Instagram) utilizzando la stessa modalità di intervento di Oltremura che parte sempre dall’ascolto dei luoghi in cui si opera e dalla loro ri-significazione, mettendo al centro la persona, non il personaggio.

Il tema di Libere in camera-Esercizi di creazione collettiva riguardava la trasformazione di sé e dello spazio domestico durante la quarantena: una ricerca poetica attraverso la produzione di fotografie e/o testi con l’obiettivo di creare una galleria multimediale di donne che trasformano il loro ambiente quotidiano in un luogo di immaginazione, immerse in una realtà “altra” di cui sono le protagoniste.
Ho presentato #Libereincamera su #foyerinsalotto, la rubrica digitale del Teatro Biondo Palermo, con la partecipazione della direttrice Pamela Villoresi che ha dato il suo contributo alla call. Rimasta aperta dal 29 marzo al 4 maggio, l’iniziativa ha ricevuto quasi 60 risposte da diverse città (Palermo, Catania, Marsala, Roma, Bologna, Lecce, Milano, Buenos Aires, Madrid) ed è stata molto seguita sui social (i post su fb hanno ottenuto 12.500 visualizzazioni).

Libere in camera – “Aspettando nuova primavera” Foto di Francesca Fiorella

Come si evolverà questo progetto? Qual è l’uso che farete di questo materiale?

Oggi lavoriamo al Secondo esercizio di creazione collettiva: un laboratorio relazionale a distanza che mette in comunicazione le donne che da diversi Paesi hanno risposto alla call. Abbiamo spedito ad ogni partecipante una delle foto ricevute in formato cartolina chiedendo di scrivere una lettera (rigorosamente a mano) alla propria “ombra” e di spedirla a un’altra delle partecipanti che risponderà con un video di 15 secondi basato sulle suggestioni derivate dalla lettera ricevuta. Questo “esercizio” è teso a creare una relazione fra le storie di tre donne che non si conoscono e che, durante un periodo di chiusura dei confini e di ridefinizione dei rapporti, danno vita a una narrazione corale e autobiografica che privilegia un tono intimistico, quasi confessionale.
La destinazione finale di questa seconda fase di Libere in camera è una galleria di testi, foto e video che troveranno una collocazione sia in un libro multimediale collettivo sia in una mostra aperta alla comunità.

Che futuro intravedi per la tua Compagnia? Oltremura tornerà tra le mura del Pagliarelli?

Oltremura tornerà al Pagliarelli appena sarà possibile. È lì il nostro lavoro, è nato lì e abbiamo ancora tantissime cose da realizzare. Stiamo lavorando affinché si creino le condizioni per far girare i nostri spettacoli. Ma Oltremura vuole andare fuori: vogliamo metterci in ascolto di altri spazi, per ridefinirli e per creare nuovi visioni e per tirare fuori il potenziale di bellezza che è in ciascuno di loro e nell’umanità che li abita.

 

PGdS 2: Aureliano Delisi “Un po’ di verità”

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UN PO’ DI VERITÀ
di Aureliano Delisi
Copertina di Aureliano Delisi

Al mondo ci sono solo tre mestieri che non vanno mai in crisi: il becchino, la puttana e il contaballe. Ho provato con il primo ma mi fanno schifo i morti. Poi ho provato col secondo ma facevo io schifo ai clienti.
A fare il contaballe invece mi trovo davver
o bene. È incredibile quante cazzate si beve la gente. Vi rendete conto che il 37% della popolazione italiana… il 37% ok? Più di uno su tre. Il 37% degli italiani crede che l’uomo in realtà non è mai stato sulla Luna? Ma vi rendete conto? Ma soprattutto vi rendete conto che vi ho appena detto una cazzata? Vi rendete conto che 37% l’ho appena inventato? Perché quando dico: “È incredibile quante cazzate si beve la gente” sto parlando anche di voi, eh! Pensiamo di essere immuni alla maggior parte delle balle, ma quante ne mandiamo giù! Basta che ci dicano qualche numero con convinzione: “Ho letto su un giornale accreditato che DICIASSETTE studi dimostrano l’importanza di strofinarsi un pomodoro sui denti appena ci si sveglia”. E tu stai lì, con la cassetta di pomodori di fianco al letto che ogni mattina ne prendi uno e te lo spiaccichi sulle gengive con un sorriso di profonda soddisfazione e magari hai convinto anche tua moglie, i tuoi figli a fare lo stesso fino a quando non andate tutti in comitiva dal dentista, lui ti dice di smetterla con i pomodori sui denti che non è salutare e tu ritorni a casa pensando “quel dentista non deve aver letto quei diciassette studi, altrimenti non la penserebbe così!” E poi “forza bambini che si passa al mercato che abbiamo quasi finito le casse di pomodori”.

Il contaballe professionista ti racconta la sua balla dandoti l’impressione di possedere la verità perché sa quanto tu desideri possedere la tua verità, quella che ti conviene, quella che ti fa andare a dormire tranquillo la sera anche se dovresti avere la coscienza sporca.

Un giorno, al liceo, ho detto a una della classe a fianco: Io, se ti tocco il naso, posso leggerti il futuro”. Quella ride. “Sì, sì, ridi. Ma è la verità”. E me ne vado. Due giorni dopo torna con una sua amica e mi chiede se è vero. “Eh, come no?” “Allora fallo alla mia amica”. “Non qui, mi serve un posto tranquillo dove concentrarmi”.
Dite sempre le vostre balle in un ambiente protetto, mi raccomando. In questi casi serve solo la persona a cui dire la balla e un testimone che possa confermarla. Quindi ci ritiriamo in un’aula vuota e io mi siedo di fronte a lei. Per tre minuti resto fermo immobile a fingere di concentrarmi. Poi premo la punta dell’indice sul suo naso e aggiungo anche a mezza bocca un… “Potipoti”. Come se fosse il naso di un clown.
Un “Potipoti” chiaro e inconfondibile, ma tremendamente serio.
“Il tuo naso è morbido. Cede un po’ a sinistra quando lo spingo”. “Questa è una cosa buona?”. “Ah, dipende. Mi sa che stai vivendo una situazione amorosa poco chiara”
E lei si volta verso l’amica, con lo sguardo del manzo colpito in testa dal bastone, così.

Una situazione amorosa poco chiara. Voi ce l’avete mai avuta una situazione amorosa chiara alle superiori? Ma io gliel’avevo venduta come una rivelazione e quella aveva abboccato. Mi ha raccontato tutto del tipo che le piaceva. Non mi restava che tirare il pesce in barca. “Devi essere audace. Devi prendertelo prima che se lo prenda qualcun’altra. Mi capisci? Tu sei qui che ti fai tanti problemi, ma qual è la verità? La verità è che lo ami!”. Faccia da manzo tramortito. L’amica le fa cenno con la testa solennemente di sì. “E se mi rifiuta?”. “Come si chiama?”. “Mirco”. “Ecco. È tipico dei Mirco fare i ritrosi, credimi. Tutti i Mirco sono ritrosi. Ma se un Mirco ti dice no in realtà vuol dire sì”. “Allora vado”. “Vai. Ah, un’ultima cosa. I Mirco adorano il sesso orale. Quindi appena puoi… hai capito”. Io credo che tutti i Mirco in sala, adesso, dovrebbero ringraziarmi.

Foto di Sara Paternicò

E voi mi direte: vabbè, hai beccato un paio di fesse, è stata quella volta sola. PER DUE ANNI! Per due anni c’avevo persone che alle feste venivano a cercarmi per farsi prendere letteralmente per il naso. Perché loro in realtà non stavano attenti alla mia mano che li toccava. Stavano attenti a quest’altra. La mano sinistra infatti io la stringevo a pugno e la appoggiavo sulla fronte. Dentro al pugno, per loro, io stringevo un pezzetto di verità. Era per quel pezzetto di verità che si mettevano in fila a farsi umiliare.

Quindi aprite bene le orecchie perché adesso vi spiego come si fa uno dei business più proficui in circolazione. Prendete un po’ di presunta verità e mettetela dentro un contenitore. Qui c’è il contenitore del terrapiattismo. Qui c’è il contenitore dei negri che sono inferiori. Qui c’è il contenitore della supremazia degli uomini sulle donne. Qui c’è il contenitore della supremazia delle donne sugli uomini. Qui c’è il contenitore della mamma che è sempre la mamma. Qui c’è il contenitore che studiare non serve a niente. Qui il contenitore dell’università prima di tutto. Quello dell’amore romantico, quello della non violenza, quello che è meglio starsene buoni, quello che tutti i politici sono corrotti, quella che c’è Dio che ci manovra come burattini, le multinazionali che ci manovrano come burattini, la scatola dell’ideologia! La scatola della famiglia! La scatola dell’importanza dell’individuo! La sicurezza prima di tutto! La scienza dice! Il sud è meglio! Il nord è meglio! L’importanza di sognare! Il contatto con la natura! L’importanza assoluta dell’arte! Stronzate! Stronzate! Stronzate! Prendete tutte queste stronzate e ficcatele dentro le loro scatole! Fate un bel pacchetto regalo per ognuna, mettetele sugli scaffali ed aprite il vostro negozio con il cartellone “SI VENDONO VERITÀ”! Avete capito bene? Verità. Perché se scrivete “SI VENDONO STRONZATE” non viene nessuno. Ma se scrivete “SI VENDONO VERITÀ” e poi gli vendete stronzate ben incartate verranno da ogni angolo del globo per prenderne un po’ e come i pomodori se le spalmeranno sui denti e andranno in giro soddisfatti a giudicare gli altri perché non riescono a concepire che la loro verità possa esistere assieme a quella di qualcun’altro!

I pigri sono i clienti migliori. Accetterebbero qualsiasi verità pur di giustificare la loro pigrizia. “Devo fare la raccolta differenziata… mmm… no. Tanto si sa che alla fine buttano tutto assieme in discarica”.
“Devo mettermi la mascherina… mmm… no. Tanto il contagio non esiste.”
“Dovrei informarmi prima di votare… mmm… notanto nessuno mi rappresenta comunque”.

Come faremmo senza la certezza di poter incolpare qualcuno per le nostre mancanze di voglia, di talento, di identità? Noi vogliamo che sia colpa del grande complotto giudaico! Magari le multinazionali farmaceutiche tramassero la nostra distruzione! O al contrario! Magari fosse tutta colpa nostra, nostra, solo nostra! Ma il mondo è sempre più complesso delle verità a cui vogliamo ridurlo, quindi l’ultima scatola del negozio scusate, ma la tengo per me. È questa qui. Sopra c’è scritto: l’unica verità è che non esiste alcuna verità.

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