sabato, 19 Settembre, 2020
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Cross Award, il contemporaneo invade il Lago Maggiore: colloquio con Tommaso Sacchi

LAURA BEVIONE | C’è tempo fino al 15 settembre per presentare le proprie candidature al Cross Award, il premio internazionale di arti performative ideato da Tommaso Sacchi e giunto alla sua sesta edizione. Il bando si rivolge a opere prime nell’ambito delle arti dello spettacolo dal vivo – danza, teatro, musica – con la finalità di «stimolare l’indagine e l’espressione artistica relative all’unione di stili e generi differenti, valutando come fattori premianti le pratiche multi-linguaggio e la commistione di tecniche e codici».

La giuria di esperti, presieduta quest’anno dall’architetto Italo Rota, individuerà cinque progetti che, a partire da gennaio 2021, potranno essere sviluppati in un periodo di residenza a Verbania – in spazi quali Casa Ceretti, Villa Giulia, il teatro Il Maggiore – durante il quale gli artisti avranno l’opportunità di confrontarsi con tutor selezionati dall’organizzazione del Cross Award.  A termine della residenza, è prevista una restituzione da mostrare ovviamente al tutor ma anche alla giuria territoriale – composta da curiosi e appassionati che hanno seguito un percorso di formazione e avvicinamento ai linguaggi della performance – ed eventualmente a un pubblico ristretto.

Il lavoro completo, invece, sarà inserito nel cartellone del Cross Festival 2021 così come nel piano di attività della Fondazione Piemonte dal Vivo e della Lavanderia a Vapore di Collegno (TO).

Foto di Paolo Sacchi

Abbiamo avuto l’opportunità di dialogare con il fondatore del Cross Award, Tommaso Sacchi che, oltre che ideatore e curatore del CROSS International Performance Award, è assessore alla cultura, la moda e il design del comune di Firenze, presidente della Fondazione Teatro della Toscana / Teatro della Pergola e del museo Stibbert.

Su quali presupposti e quali aspettative si è sviluppata la sua idea di fondare il Cross Award?

Circa sette anni fa insieme ad Antonella Cirigliano ci trovammo per ragionare sul rapporto paradossalmente inesistente tra il territorio del lago Maggiore e le pratiche del contemporaneo. Il lago, con le sue tante architetture, con i tanti spazi civici e con il suo magnifico paesaggio è territorio ideale per la generazione di nuovi progetti nel campo delle arti contemporanee ma, purtroppo, per troppi anni non si è investito (in termini economici e di idee) in questa direzione. Così lanciai l’idea di colmare un pezzetto di questo vuoto attraverso la creazione di spazi per residenze d’artista proprio all’interno di questa rete di ville e luoghi di fascino sottoutilizzati. Un’idea raccolta da Sindaca e Assessore alla Cultura, che hanno deciso allora di aprire le porte al premio e agli artisti in residenza e, così, è nato Cross.

Nelle varie edizioni del bando, ha potuto individuare fili rossi, umori, sensibilità ricorrenti?

C’è una propensione ricorrente a occuparsi di temi come ambiente e rapporto con il digitale. Un trend comprensibile e condivisibile visto il momento difficile che stiamo attraversando. Non parlo solo di Coronavirus ma anche di un necessario nuovo patto tra uomo e ambiente che lo circonda: la pandemia ha fortemente marcato questa necessità. Gli artisti possono essere i soggetti che più di tanti altri evidenziano le urgenze del nostro vivere quotidiano, ne sottolineano i paradossi.

E poi il digitale: croce e delizia delle arti, del nostro vivere il momento culturale, oggi. Mi piacerebbe molto leggere e sostenere un progetto artistico convincente che possa evidenziare questo scarto tra fisicità e virtualità senza scadere semplicemente nel giudizio negativo verso i media digitali. Oramai fanno parte della nostra vita e per tanto vanno usati, interpretati, conoscendone i limiti.

Come giudica il panorama contemporaneo delle arti performative in Italia?

Per chi, come me, è cresciuto inseguendo sempre una cultura “dal vivo” questo momento è drammatico. Sono sei mesi che non vivo uno spettacolo, che non partecipo a una performance come mi piacerebbe. Le giuste limitazioni per il contenimento del rischio sanitario hanno necessariamente sottratto un pezzetto della magia dell’azione sulla scena. Questa menomazione dettata dal nostro tempo è sensibile a tutti i livelli artistici.

Foto di Paolo Sacchi

In questi mesi non ho mai smesso però di frequentare – digitalmente e de visu – gli artisti con i quali sono in contatto maggiore e devo dire che sento una fortissima voglia di rilanciare, di generare nuovi progetti, di scrivere e progettare. Questo mi fa ben sperare per il futuro, anche quello più prossimo.

L’emergenza Covid-19, in effetti. ha avuto conseguenze esiziali sulle arti performative: secondo lei, quali azioni, da parte degli enti pubblici come da parte di privati, potrebbero aiutarne la ripresa?

É stato ed è un momento difficilissimo. Come amministratore pubblico, in questi mesi, ho parlato con centinaia di operatori culturali, di artisti e di rappresentanti delle istituzioni e ho sentito spesso voci comprensibilmente disperate. Ho deciso di non stare a guardare e di non rassegnarmi a nessuna forma di fatalismo. Con Ministero, Regione e colleghi degli altri Comuni capoluogo abbiamo creato un tavolo permanente che ha dato frutti importanti. A Firenze abbiamo istituito un fondo di emergenza per i nostri operatori. Tra aziende partecipate, fondazione di origine bancaria ed enti pubblici abbiamo costituito una cordata che ha messo a disposizione due milioni e seicentomila euro per la cultura. Sono convinto che, tutti insieme, ne usciremo.

 

 

 

 

 

Majakovskij, primo dei giovani artisti suicidi del Novecento: su I sentimenti del maiale di Licia Lanera

LAURA BEVIONE | «A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare». Un brivido percorre la schiena della vostra cronista teatrale e probabilmente non solo la sua. Quelle parole, pronunciate sul palco del Teatro Carignano di Torino, a meno di un chilometro di distanza dall’hotel Roma e due giorni prima del 27 agosto, riecheggiano un altro messaggio di addio, rievocano un altro spirito inquieto che scelse di non diventare vecchio. Certo fra Vladimir Majakovskij – sua la lettera d’addio succitata – e Cesare Pavese le differenze sono più che le affinità, eppure il suicido – il primo il 14 aprile 1930, a trentasei anni; il secondo il 27 agosto 1950 a quarantadue – li affratella, anime inquiete e irrimediabilmente infelici.

Un filo di insoddisfazione e irrequietezza che lega esistenze di artisti di epoche e latitudini diverse e che Licia Lanera sceglie di seguire nel terzo capitolo della sua trilogia Guarda come nevica, dedicata all’immaginario letterario-teatrale russo: Cuore di cane di Bulgakov, poi Il gabbiano di Cechov e, ora, I sentimenti del maiale, a partire appunto dall’opera di Vladimir Majakovskij.

Foto di Manuela Giusto

La regista-attrice barese costruisce il proprio spettacolo – che ha inaugurato anche la 25esima edizione “diffusa” del Festival delle Colline Torinesi – quale una sorta di riflessione/brain storming citazionale sul tema “suicidio di un giovane artista”, riscontrando indiscutibili analogie fra la condotta esistenziale di Majakovskij – in certa misura un maudit, geniale e infantile, insofferente alle norme sociali e ipersensibile –, quella di due rockstar analogamente “maledette”, Kurt Cobain e, soprattutto, Ian Curtis, frontman dei Joy Division, ma pure la propria e quella del suo compagno di palcoscenico, Danilo Giuva.

Rinchiusi in un salotto – in scena ci sono un divano bianco, una lastra di neve ghiacciata che la primavera incipiente sta iniziando a sciogliere, ma anche un maiale di gommapiuma insanguinato appeso a testa in giù – Licia e Danilo discutono della propria vita e del proprio mestiere. Il tenore di vita superiore ai modesti compensi garantiti dalla professione; l’invidia per la soda freschezza delle ventenni e la parallela ansia causata dalla consapevolezza dello scivolare via della giovinezza; il suicidio quale unico atto efficace per tramutarsi da artista a “leggenda”…

Scambi di battute in libertà che rivelano autoironia e una certa saggezza conquistata dall’impetuosa attrice barese e che, nondimeno, funzionano essenzialmente quale cornice del vero nucleo, contenutistico ed emozionale, dello spettacolo, ossia l’indagine – sentimentale e non tanto freddamente scientifica – sulla genesi e sulla natura dell’impulso all’auto-annientamento.

Foto di Manuela Giusto

I tre musicisti sul fondo del palcoscenico suonano una canzone dei Joy Division, introducendo così la vicenda di Ian Curtis: si racconta che, prima di suicidarsi, il cantante inglese avesse visto La ballata di Stroszeck di Werner Herzog, film incentrato sulla figura di Bruno, un emarginato, uomo buono e timido, ed ecco che Danilo e Licia reinventano sul palco una scena del film.

E, ancora, gli scritti e le poesie di Majakovskij: Licia indossa una camicia gialla, lo stesso colore di quella che il russo indossava al momento del suicidio; Danilo declama con struggente amarezza la ricetta per cucinare un delizioso cuore di maiale,  tenendone in mano uno sanguinante – «io e il mio cuore nemmeno una volta / fino a maggio siamo vissuti, / e nella vita passata / c’è soltanto il centesimo aprile».

Nella parte finale dello spettacolo, in un felice e vigoroso crescendo, Licia è al centro del palco e, assecondata dalla musica rock della band, recita o, meglio, incarna e riempie di sostanza furiosamente dolorosa i versi di Majakovskij che acquistano così potente e contemporanea necessità.

L’attrice rievoca sul palco un autore che si definiva «magnificamente malato», riuscendo tanto a restituirne la grandezza poetica quanto a interpretarlo criticamente, additando implicitamente quel melodrammatico infantilismo che è sovente l’altra faccia della genialità.

 

GUARDA COME NEVICA
3. I SENTIMENTI DEL MAIALE

ideazione e regia Licia Lanera
luci Cristian Allegrini
fonica Francesco Curci
scene Riccardo Mastrapasqua
aiuto scenografo Silvia Giancane
costumi Angela Tomasicchio
interpreti Danilo Giuva, Licia Lanera
chitarra e voce Dario Bissanti
batteria Giorgio Cardone
basso Nico Morde Crumor
produzione Compagnia Licia Lanera, TPE-Teatro Piemonte Europa, Festival delle Colline Torinesi

Teatro Carignano, Torino
25 agosto 2020

Viziosismi nr. 102: Il ciclo del biasimo

ANTONIO CRETELLA | Sin dall’esordio della pandemia si sono susseguite varie misure funzionanti secondo un processo ciclico che potremmo riassumere nello schema: misura cautelativa su base volontaria che fa leva su un senso di responsabilità individuale -> fallimento della misura -> linciaggio morale di chi si è avvalso legalmente della possibilità di non aderire alla misura. È stato così per l’app Immuni, fino a poche settimane fa presentata come uno degli elementi cardine della strategia di contenimento del virus, eppure miseramente caduta nel dimenticatoio, mancando un qualunque obbligo di utilizzo in ossequio a pericolose derive liberticide. Ora che si avvicina il fatidico momento della riapertura delle scuole, a cui il governo si trova impreparato nonostante i sei mesi di stop, gli strali del moralismo a orologeria si concentrano sui docenti, per i quali il governo ha messo a disposizione la possibilità di eseguire esami diagnostici gratuitamente presso i medici di base. Un’ottima opportunità, che si è trasformata in accusa quando molte testate hanno riportato con biasimo che ben un insegnante su due non ha prenotato tali esami: ahi! Quale scempio! Dagli all’untore, dagli all’untore! Questi scellerati vogliono infettare tutti! Dunque, a parte il fatto che non si comprende perché su 10 milioni di popolazione scolastica, siano solo i docenti a infettare gli studenti e non il contrario, penso sia ormai abbastanza chiaro, a partire dai runner giù giù fini alle discoteche passando per i migranti, che permettere per poi biasimare perché la colpa sia sempre di qualcun altro non sia una strategia sostenibile a lungo termine né dal punto di vista elettorale, né, cosa più importante, per l’eradicazione del virus, che a differenza dell’opinione pubblica non si lascia confondere dagli specchietti per le allodole.

Ripensare la città e lo spazio. Intervista a Xenia Mastoraki, architetto fra Grecia e Svezia

GILDA TENTORIO |  Xenia Mastoraki è greca di origini, ma cittadina del mondo: ha studiato architettura a Firenze, Londra, Nicosia (Cipro) e ora vive a Stoccolma. Ha fondato LandmArch, un ufficio dinamico e creativo con sede ad Atene che si occupa di pianificazione urbana e architettura del paesaggio, con un’attenzione particolare ai concetti di economia circolare, tutela ambientale, in un’ottica ecosostenibile e accessibile per tutti. Sa coniugare arte e tecnologia, crede nell’interazione creativa fra uomo e ambiente, nel rispetto del genius loci. Una voce interessante per capire se e come cambierà il nostro rapporto con l’ambiente e in generale con lo spazio.

Il governo svedese è stato aspramente criticato in Europa per la decisione, presa durante la pandemia, di raggiungere l’immunità di gregge senza chiusure o divieti. Come hai vissuto il periodo di pandemia a Stoccolma? 

Da parte del governo non ci sono stati divieti, né rigidi controlli, ma tiepide indicazioni (distanziamento sociale, evitare spostamenti non necessari, potenziamento del telelavoro). Scuole, negozi, confini: tutto aperto, con il consiglio di evitare assembramenti. L’uso della mascherina non è mai stato obbligatorio. In un Paese dove il numero dei suicidi continua a restare alto, non c’è stato quindi il panico che avete sperimentato voi. L’ho riscontrato anche nell’approccio dei media: i telegiornali svedesi ad esempio, a differenza di quelli italiani e greci, danno l’informazione in modo chiaro e diretto, senza eccessi o sentimentalismi. Anche questo forse ha aiutato nella presa di coscienza della pericolosità della situazione, senza però piombare nel panico. C’è da dire anche che gli Svedesi sono un popolo che rispetta le istituzioni e non si è forse sentito il bisogno di misure obbligatorie o punitive, e per sua natura non è particolarmente estroverso e socievole, cosa che ha aiutato nell’evitare il generale lockdown. Penso però che in una situazione di emergenza come quella attuale non basta la responsabilità personale. Forse una via mediana sarebbe stata più efficace per limitare i contagi e i decessi, che si sono concentrati a Stoccolma, una delle città europee più densamente popolate d’Europa (4800 abitanti per Kmq). Circa la metà delle vittime sono anziani nelle case di riposo e su questo fronte il governo è stato fortemente criticato. Durante questo periodo ho cercato di restare a casa il più possibile, evitando i mezzi di trasporto e i contatti con gli amici. Come per tutti, il telelavoro è diventato parte fondamentale della quotidianità. È stato anche un modo per conoscere la bellezza della natura svedese: ho fatto molte passeggiate nel bosco vicino casa e bagni nella laguna di Mälaren.

Anche la vita culturale è proseguita regolarmente o sono state prese misure a riguardo?

Cinema e teatri hanno continuato a funzionare regolarmente (restrizione sul numero degli spettatori, distanze di sicurezza) e per altri eventi c’era il divieto di assembramenti superiori a 50 persone in spazi chiusi. Una tranche di aiuti economici (500 milioni di corone) è stata prevista per cultura e sport.

Cosa abbiamo imparato dalla tragedia del Covid?

Abbiamo dovuto venire a patti con i nostri limiti personali e i nostri valori morali, riscoprendo il valore della solidarietà e dell’amicizia (anche se a distanza). Non possiamo più ignorare che globalizzazione, sfruttamento selvaggio dell’ambiente e sovrappopolazione, sono un problema etico che riguarda tutti. Infatti durante la quarantena il pianeta ha respirato di nuovo. Però si dimentica in fretta e la vita torna ai soliti ritmi frenetici di prima. Dovremmo imparare invece a fare maggiore esercizio di memoria…

Nelle tue parole sembra di sentire un’eco del personaggio svedese più noto in Italia: Greta Thunberg. Cosa pensano di lei gli svedesi?

Gli svedesi sono molto fieri di lei e hanno seguito in moltissimi un programma alla radio in cui ha raccontato la sua storia: come è iniziato tutto, la popolarità inattesa, i VIP della politica mondiale incontrati… Le è stato assegnato il prestigioso Gulbenkian Prize for Humanity, un premio del valore di un milione di euro che ha deciso di devolvere a organizzazioni impegnate nella difesa ambientale; è del 30 luglio la sua dichiarazione che donerà 100mila euro ai profughi climatici. Ha appena ripreso la sua attività e ha criticato la decisione da parte dell’Europa di stanziare per l’ambiente solo il 30% dei 750 miliardi di euro del Recovery Fund. Insomma, una ragazzina in gamba!

Durante la pandemia in Italia i dibattiti si sono concentrati sul ruolo del digitale. Nel tuo ambito di lavoro, l’architettura, quanto è importante la realtà digitale?

Per l’architettura la tecnologia è un elemento imprescindibile. In questo periodo nel mio settore si è riflettuto sulla teorizzazione di una nuova e rivoluzionaria architettura dell’emergenza, che ha per scopo la flessibilità dell’uomo come individuo nel suo spazio personale e come parte di una comunità più ampia nel tessuto urbano. Sono stati pubblicati molti nuovi studi che mirano a progettare un nuovo spazio urbano pensato per una migliore convivenza sociale in periodi di pandemia o sulla casa del futuro in caso di lockdown forzato. Usiamo molto software GIS (mappature digitali) per la riformulazione degli spazi urbani, che potranno dare un importante contributo ad affrontare quello che è uno dei grandi problemi del futuro, cioè l’eccessiva densità abitativa.

Nell’epoca del dopo-Covid dovremo ripensare il concetto di spazio. Qualcosa già sta cambiando nei volti delle nostre città: bar e ristoranti con i tavolini fuori, spettacoli teatrali in parchi e spazi pubblici. Per ora si tratta di improvvisazioni. Pensi che la landscape architecture potrà aiutarci a pensare e a vivere meglio le nostre città?

Per decenni l’architettura è stata monopolizzata dall’idea della costruzione del tessuto urbano. Negli ultimi decenni l’architettura del paesaggio e della progettazione urbana si sta risvegliando. Ed era inevitabile. Siamo arrivati a una situazione invivibile: oggi il 55% della popolazione mondiale vive in città e gli studi dicono che entro il 2050 si arriverà al 68%, con tutta la scia di problemi e costi economici (condizioni igieniche precarie, aumento della criminalità, depressione, focolai per la diffusione di malattie…). A tutto questo si aggiunge il fatto che per anni sono mancati veri piani regolatori e progettazione del verde urbano: è ormai risaputo che i “polmoni” verdi di una città, oltre che costituire oasi di biodiversità, contribuiscono alla diminuzione del surriscaldamento urbano, dell’effetto-serra, è possibile sfruttare le acque piovane, con ricadute positive anche sulla falda acquifera…

Una spinta positiva potrebbe derivare proprio dall’attuale situazione. Ad esempio in passato Central Park a New York è nato da un’idea di Frederick Law Olmsted per affrontare un’epidemia di colera, così pure è stato per i grandi parchi di Londra e Parigi. Allora come oggi urbanisti e architetti del paesaggio studiano come risolvere il problema della densità abitativa e della mobilità urbana. Ecco alcune linee: tutela dell’ecosistema per evitare migrazioni di specie animali e dunque la comparsa di nuovi virus; sviluppare la “permacultura” (agricoltura ecosostenibile); nelle città: aumentare le piste ciclabili, i pocket parks; curare il sistema idrico e fognario nelle aree degradate; creare città friendly verso i pedoni. Durante il lockdown in molte zone è stato vietato l’uso di automobili. Ciò ha favorito lo spostamento a piedi: molti per la prima volta hanno esplorato la città camminando. E mentre apprezzavano l’ampiezza delle piazze o la posizione del parco, hanno capito il ruolo degli architetti del paesaggio, che progettano e lavorano per il benessere del vivere cittadino. Mi auguro che tutto questo porti a un clima favorevole per il dialogo e nuovi progetti.

Hammarby-Sjöstad – quartiere ecologico di Stoccolma

Sul rapporto fra architettura e cultura, mi ha colpito questa frase di Renzo Piano: Come architetto, alle 10 del mattino devi essere un poeta, di sicuro. Ma alle 11 devi diventare un umanista, altrimenti perdi la tua direzione. E a mezzogiorno, devi assolutamente essere un costruttore. Devi essere in grado di costruire un edificio, perché l’architettura, alla fine, è l’arte di costruire edifici. L’architettura è l’arte di creare un rifugio per gli esseri umani. Punto. E questo non è affatto facile. È fantastico”. Che cosa ne pensi?

Renzo Piano è un architetto geniale, di particolare sensibilità. Ha conservato la sua umiltà proprio perché pensa: nelle sue opere filtra il pensiero, la cultura, il rigore ingegneristico e la responsabilità morale di creare un prodotto che aiuti l’uomo ad affrancarsi dai vincoli. A mio parere la forza dell’architettura è proprio questa: creare condizioni che porteranno a risultati – meravigliosi o catastrofici, dipende da noi – nella nostra vita quotidiana, ma anche nel comportamento sociale, nella salute mentale e nel rapporto con l’ambiente e il suo ecosistema, promuovendo una comunità più democratica dal punto di vista sociale ed economico.

Negli ultimi anni si registra il fenomeno degli archi-star, che progettano edifici sempre più scintillanti e colossali. Che cosa ne pensi? La via invece che hai scelto tu nei tuoi lavori è di coniugare la tradizione con il contemporaneo. Perché?

Gli architetti fin dall’antichità sono stati gli ispiratori e i creatori di opere che avrebbero influenzato anche visibilmente la formazione della cultura e dell’identità sociale. Oggi è vero, molti inseguono il mito della popolarità: più colossale è l’opera e maggiori sono le possibilità di sperimentalismo, tanto maggiore sarà la fama. E nel XXI secolo alcune opere di architettura sono diventate punto di riferimento, sono visitate come monumenti o musei, hanno trasformato il volto delle città: in gergo si parla di Bilbao-effect.

Il mio approccio all’architettura è diverso: ho sempre pensato infatti che un’opera di qualità non sia per le élites, ma per la comunità. Si tratta di impostare un dialogo-scambio con le persone, che verranno a contatto con il “bello”, come fonte di ispirazione e di formazione. Fra i miei lavori, sono particolarmente fiera di Rebranding Nemea, un mix di architettura contemporanea e tradizionale per creare e promuovere l’immagine turistica della città di Nemea (Peloponneso) come meta di turismo enologico. Il mio team ha proposto l’uso di materiali locali, manovalanza del posto, la flora, la paletta cromatica  locale, insieme a rivoluzionarie tecnologie di calcestruzzo poroso per sfruttare le piogge, suolo antisdrucciolo per un’accessibilità sicura in periodi di gelate, LED e fotovoltaico, rain gardens con biofiltri per purificare le acque piovane prima di riportarle nella falda e metodi tecnici per sviluppare il sistema di radici capace di evitare la decomposizione del terreno in punti in pendio. Il nostro studio è stato premiato in Grecia e ha partecipato a convegni internazionali: fra l’altro lo abbiamo portato anche in Italia all’Expo di Milano 2015 (“Agritecture & Landscape Awards”). Sono molto legata anche alla riconversione in alloggio turistico di “Zen Minimal Luxury Housing” a Tyrò in Arcadia, premiato come opera di turismo consapevole (Big See Tourism Awards 2019), nell’ottica di un equilibrio fra architettura, natura, mente e spirito.

Rebranding Nemea

La Svezia è il tuo osservatorio privilegiato. Lo sguardo degli architetti svedesi è particolare?

L’anima del popolo svedese, per quello che vedo, è caratterizzata da una triplice forma di rispetto: per il prossimo, le istituzioni e l’ambiente. Gli architetti seguono due strade: il rispetto di tutte le regole di igiene, sicurezza e accessibilità; la seconda via, forse conseguenza di questa “ossessione” per l’osservanza delle regole alla lettera, significa: ripetizione di forme e poco spirito audace per la sperimentazione, al contrario della vicina Danimarca. Osservo un fondo di conservatorismo che, unito alla sensibilità culturale dello svedese, porta a risultati architettonici dignitosi e utili per la vita della comunità, all’insegna del “lagom”, cioè tutto con misura.

Sei greca e hai deciso di lasciare il tuo Paese, anche se molte tue opere sono in Grecia. Che cosa ti manca/non ti manca della Grecia e dove vedi il tuo futuro?

È vero, sono greca ma sento di non appartenere solo alla Grecia. Fin da quando ero molto giovane, ho deciso di esplorare nuove “patrie”, prima fra tutte l’Italia e la mia amata Firenze. Per inciso, uso la parola “patria” nel senso di legame sentimentale per il luogo, la cultura e gli abitanti. Da questi miei soggiorni ho imparato che dal punto di vista culturale e sentimentale, non ha senso parlare di “confini” geografici.

Ho deciso di lasciare il mio Paese per la curiosità di scoprire cose che un solo Paese non potrebbe offrirmi. Ma il mio legame con la Grecia resta forte, torno spesso nella mia “Itaca” e questo legame si accresce di anno in anno. Rispetto agli svedesi, noi greci non abbiamo rispetto per le istituzioni e il sistema, che d’altra parte non fornisce le condizioni adatte per sviluppare questo attaccamento. Siamo estroversi ma anche diffidenti. E questo si riscontra anche nel panorama dell’architettura: forte monopolio, scarsa collaborazione, purtroppo funziona ancora il metodo delle raccomandazioni e la corruzione. Però negli ultimi anni sono emersi architetti di talento, riconosciuti a livello internazionale: quindi forse c’è la speranza che l’architettura greca torni a valorizzare la tradizione alla luce delle nuove tecnologie.

Che cosa mi manca della Grecia? I miei cari, i sapori, la luce, le cicale, il cielo blu e l’estate. Del mio Paese non mi piace l’arroganza e l’individualismo, lo sfruttamento, i giochi di potere, la convinzione che le scappatoie nell’illegalità siano una “sana abitudine” che resta impunita. Ciò che mi piace è invece la nostra capacità inventiva e la disponibilità a superare il nostro ego in situazioni di emergenza. Abbiamo superato il decennio della crisi economica e sembra visibile una prima risalita, ma non siamo riusciti ancora a sviluppare una coscienza responsabile, la consapevolezza di essere cittadini della polis. Forse a causa della fuga all’estero di moltissimi giovani, fra cui anch’io: spero che potremo anche da lontano offrire nuove possibilità alle nuove generazioni, in Grecia e all’estero. Il mio futuro lo vedo ovunque possa trovare le occasioni per esprimermi e migliorare.

[Intervista originale in greco. Traduzione di Gilda Tentorio]

Un museo vivo che richiede attenzione e ascolto: Balletto Civile a Fisiko

LAURA BEVIONE | E se il protrarsi dell’emergenza COVID impedisse il ritorno alla normale attività dello spettacolo dal vivo e gli artisti fossero dunque costretti a rinunciare a esercitare la propria professione, che non consiste semplicemente nell’esibire doti e talenti non ordinari quanto nell’instaurare relazioni creative e sensibili con l’altro – compagno di palcoscenico e spettatore?
Un’ipotesi purtroppo non peregrina in questi mesi di costante incertezza e, nondimeno, innesco di una propositiva reazione creativa da parte di Balletto Civile, la compagnia di danza-performance fondata da Michela Lucenti.

La danzatrice-attrice-coreografa ha immaginato di collocare se stessa e i suoi performer-complici ciascuno in una casetta di plastica trasparente, quelle mini-serre in cui conserviamo dal gelo le nostre piante nei mesi invernali e che qui si tramutano in teche museali. I danzatori diventano così statue in movimento, installazioni vive e pulsanti che ricercano lo sguardo e l’incontro con il visitatore/spettatore, l’unico che può garantirne la sopravvivenza. Cosa resta, infatti, di un performer se gli è impedito di confrontarsi con un pubblico? La clausura in una serra, la crio-conservazione in attesa di tempi migliori?
Lucenti ha chiesto a ciascuno dei suoi artisti, differenti per personalità, talento, fisico, età, di elaborare una riflessione danzata/performata partendo dal proprio immaginario e dalla propria sensibilità e ha poi limato, ordinato, cucito le singole proposte in una drammaturgia policroma e tuttavia stringente, attraversata da un disegno sonoro discreto eppure determinante.

Le dodici teche/casette – dotata ciascuna di un microfono e specificatamente illuminata – sono disposte in maniera solo apparentemente casuale nello spazio aperto, il cortile dell’Ex Ceramica Vaccari, l’area ex industriale dell’entroterra spezzino dove si è svolta un’edizione necessariamente “speciale” del Festival Fisiko, organizzato dall’Associazione Scarti e, appunto, da Balletto Civile.

Al pubblico, accolto da un anfitrione in divisa rossa con bordi dorati, non sono volutamente date indicazioni sulle “modalità di fruizione” della performance-installazione, offrendogli così una libertà cui, forse, non è abituato e che, almeno inizialmente, pare disorientare alcuni.
Per quanto, come accennavamo, la disposizione delle casette sia tutt’altro che casuale ma ricalchi una sorta di itinerario contenutistico-emozionale, con minimi ma significativi rimandi da una teca all’altra, da un performer all’altro, agli spettatori è offerta la possibilità di muoversi liberamente nello spazio e di crearsi la propria, personalissima, versione dello spettacolo.
È legittimo partire dalla prima casetta così come dall’ultima, quella in fondo al cortile; è legittimo sostare per tutta la serata di fronte a un’unica casetta per sorprendere le minime variazioni nella performance, della durata di circa cinque minuti, ripetuta in loop dal performer, salvo alcuni momenti di quasi onirica sospensione, contraddistinti dal prevalere della musica e dal radicale variare delle luci.
Lo spettatore può trascurare alcune teche ovvero tornare più volte di fronte ad altre; può diligentemente seguire la disposizione nello spazio ovvero saltare da una casetta all’altra assecondando umori e predilezioni affatto personali.
Qualunque sia la modalità scelta per seguire la performance, quella che davvero viene richiesta allo spettatore è una piccola ma significativa assunzione di responsabilità: voyeur certo, ma attivamente consapevole.
Al pubblico è implicitamente domandato di compiere delle scelte, a controbilanciare almeno in parte la parallela, significativa, assunzione di responsabilità compiuta dai danzatori di Balletto Civile che, mettendosi ancora e comunque in scena, evidenziano e rivendicano la necessità dell’arte nella società degli uomini.

Ecco, allora, che ciò che i performer creano in ciascuna teca non è pura esibizione di tecnica né distaccata rappresentazione, bensì dolorosa e catartica restituzione di un’esplorazione della propria anima. Un mettersi a nudo, sincero ed estroverso, di fronte allo spettatore, cui è tuttavia richiesta un’analoga schietta disponibilità a farsi attraversare almeno per un attimo da quelle storie, da quei sentimenti…

L’impossibile angelo nero e la madre/fata/strega che tiene accanto a sé una volpe imbalsamata; il commediante con bianca gorgiera che è sinistro Arlecchino e il fanciullo/uomo che non riesce a restituire la libertà al mega-orsacchiotto Teddy; la donna in giallo che della vita ha conosciuto solo il lato oscuro e lo struggente ballerino in candido tutù incapace di abbandonare il palcoscenico; l’anziano in completo viola e il giovane esploratore in rosso…
Coreografie che i pochi metri quadrati delle teche rendono forzatamente minime e, tuttavia, esplicitamente simboliche; per alcuni performer qualche battuta accuratamente distillata; una melodia ripetuta ed estraniante.

Un “museo” all’aperto ancora vivo e palpitante, che proclama con poetica fermezza il proprio diritto a esistere, ricordando agli spettatori come la propria sopravvivenza dipenda da loro: siamo proprio sicuri che soltanto la chimica farmaceutica possa guarire il nostro mondo malato e che, trovato il vaccino, riconquisteremo intatta la nostra umanità? Non è vero, invece, che questa debba essere costantemente coltivata, accarezzata dalle mani sapienti dell’arte?

I performer di Balletto Civile, sudando e imparando a gestire il proprio respiro che, inevitabilmente, appanna le pareti della casetta, ci chiedono di guardarli e di ascoltarli, così da impedire il loro – e il nostro – lento ma inesorabile soffocamento…


M.A.D. – Museo Antropologico del danzatore

ideazione Michela Lucenti
collaborazione creativa Maurizio Camilli, Emanuela Serra, Alessandro Pallecchi
disegno sonoro Guido Affini, Tiziano Scali
interpreti Faustino Blanchut, Maurizio Camilli, Loris De Luna, Asiz El Youssoufi, Francesco Gabrielli, Maurizio Lucenti, Michela Lucenti, Alessandro Pallecchi, Matteo Principi, Emanuela Serra, Giulia Spattini, Natalia Vallebona
produzione Balletto Civile; in coproduzione con Festival Oriente Occidente, Festival Fisiko, Associazione Ultimo Punto/festival Artisti in Piazza Festival Pennabilli

 

Cortile Ex Ceramica Vaccari, Santo Stefano Magra (SP)
22 agosto 2020

Metamorfosi del Lemming: l’effetto della pandemia sul rito

RENZO FRANCABANDERA | Siamo il mito che il nostro tempo ci fa vivere. Ora Antigone, ora Edipo, ora Medea.
Il Teatro del Lemming di Rovigo, sotto la direzione artistica di Massimo Munaro, lavora da sempre su questo. Il dialogo fra ere del pensiero umano, alla base di questa ricerca, si riflette anche nel Festival Opera Prima, che si svolgerà anche quest’anno a Rovigo dal 6 al 13 Settembre e che come gli altri anni metterà a confronto i linguaggi dei maestri della scena con le nuove sensibilità emergenti: le letture diverse, le differenti sensibilità nel passaggio delle generazioni, le metamorfosi del linguaggio, pur restando nella caverna platonica del teatro.
E non a caso menzioniamo questo tema della caverna perchè da sempre la dinamica spettacolare scelta dal Teatro del Lemming prevede una immersione nell’abisso dell’identità, nell’oscurità del rituale, cercando tracce e reminiscenze ancora attuali, spravvisute a millenni di storia umana, avendo cura di lasciare fuori dal percorso tracce di connessione tecnologica al mondo.
Ci si sveste dei panni di uomo sociale, si indossa una tunica neutra, uguale per tutti, con cui si azzerano le distanze fra i partecipanti, che diventano una micro comunità di individui spesso ignoti gli uni agli altri ma di fatto compartecipi di un momento collettivo.

A compimento di un lavoro durato tre anni Metamorfosi – nel labirinto della memoria avrebbe dovuto debuttare nel giugno di quest’anno. Dopo diversi Studi preparatori lo spettacolo aveva trovato la sua forma definitiva in un percorso labirintico dedicato a un piccolo gruppo di spettatori, sette a replica. Ma l’esplodere dell’emergenza sanitaria ha reso subito evidente che sarebbe stato impossibile realizzare lo spettacolo per come era stato concepito. Ritornano alla mente gli altri allestimenti, quella dinamica tattile, di sussurri nel buio, di mani che portano, spingono, accarezzano, come nello storico Edipo. Hanno così deciso di rimandare il lavoro alla prossima stagione per preservare la relazione prossemica e sensoriale con lo spettatore che era stata immaginata, sperando davvero che sia possibile realizzarla.
Come noto, in scena gli attori, seppure senza mascherina, devono mantenere una distanza fra loro di un metro e dallo spettatore di due metri. E gli spettatori, fra loro, almeno di un metro. Di fatto una scure su quella relazione ravvicinata e sensoriale con lo spettatore che da sempre Munaro e il suo gruppo di ricerca pongono al centro del dialogo fra partecipazione e rappresentazione, avendo cura di evitare derive digitali che non appartengono alla storia di questa pratica, per quella che finora è stata. Un atto di coerenza, forte quanto la rinuncia, per ora, al progetto che avrebbe dovuto essere. Cosa è stato dunque Metamorfosi, che sarà possibile, dopo le repliche al Festival dei Tacchi in Sardegna, rivedere proprio a Rovigo, per il Festival Opera prima, il 9 Settembre.

Di forme mutate è la risposta alle limitazioni, un ripensamento della creazione originaria, una sorta di espunzione della parte possibile del rito, alla ricerca di un senso specifico dell’atto creativo, consapevoli che deve essere pensato, forse, come parte di un tutto inesprimibile. Liberamente ispirata alle Metamorfosi di Ovidio, la creazione propone come si diceva un’immersione intima e personale nello spazio del rito, cui si ha accesso in gruppi di soli cinque spettatori a replica che entrano in uno spazio oscuro, illuminato da fioche candele e in cui una serie di interpreti, a metà fra il ruolo di officianti e quello di performer, dialogano a distanza – e diversamente non potrebbe essere – con gli spettatori seduti molto distanziati fra loro attorno a una sorta di area magica. Vengono richiamati i gesti, i suoni, gli odori dell’ancestralità concettuale della metamorfosi, dall’acqua al fuoco alla terra, elementi parmenidei, fino allo specchio, spesso presente nelle azioni del Lemming.

L’obiettivo forse, consapevoli dell’intento circoscritto e parziale dell’esito, è quello di lasciare, pur distanza, la persistenza di una sensazione più che di un compiuto ragionamento d’arte. È come entrare in un rito a suo modo alchemico, in cui non tutto è intuitivo e comprensibile, ma in cui si avvertono gli elementi costitutivi della sensazione, il piccolo disagio, la sorpresa, il sotteso erotico e quasi psicanalitico, mai esplicito o didascalico ma avvertibile dove la sensibilità soggettiva lo permette. Nessuna parola se non quella che ci arriva attraverso altoparlanti. Frasi ripetute. Litanie scenico-liturgiche.

E d’altronde di una cosa occorre dare atto a questo gruppo di ricerca ovvero della unicità nel panorama italiano di una pratica così specifica e di confine, che per i praticanti del teatro sensoriale ha chiare forme espressive e codici, ma che vengono sempre pensate in modo molto archetipico, con una profondità coraggiosa, di cui gli attori si fanno interpreti. Perfettibile il corredo sonoro, a tratti leggermente in distorsione, ma al netto di questo piccolo particolare probabilmente occasionale durante la replica cui ho assistito, il resto lascia l’idea non di uno spettacolo, e questo è un bene. Non di un atto compiuto, e questo è onesto rispetto all’intento.
È una testimonianza di profondità, un tentativo di chiedersi: quanto cambia il rito teatrale se la sua forma è mutata, costretta, costipata in un taglio lacerante? È una metamorfosi dolorosa quella cui si assiste, come a chiedere se il momento eucaristico da solo può condensare l’intero rito liturgico per un cristiano, o se, pur considerata la dedizione sacrale, quell’atto da solo non può bastare.
Il rito sociale, di fatto fondamento rappresentativo del teatro, ha bisogno di alcuni ingredienti fondanti. Lemming crudamente cerca non di evitare la mancanza, ma di indagarla, lasciandoci il chiaro senso dell’incompiuto. Nulla può sostituire.

Senza alcune dinamiche, il rituale umano – e il teatro è questo – perde elementi di significazione. Di forme mutate ci mette davanti a questa considerazione, con il piccolo specchio tondo con cui veniamo chiamati a osservarci per capire cosa ci aspettiamo, cosa vediamo, di noi stessi, del mondo. E cosa ha cancellato questo momento della storia collettiva. Resta un senso nel cibarsi comunque del corpo cristologico dell’atto teatrale, anche quando la liturgia è monca?
Questa, secondo me, la domanda profonda di questa creazione.

Viziosismi nr. 101: Esercizi di stile

ANTONIO CRETELLA | Il Castello dei Destini Incrociati è un’opera meno conosciuta di Calvino il cui oggetto, come spesso accade nella ricerca dell’autore, sono gli elementi stessi della narrazione. Nel piccolo romanzo, che prende spunto dallo schema del Decamerone o dei Racconti di Canterbury, viene messa a nudo la genesi del racconto in sé attraverso l’espediente dell’uso delle carte dei tarocchi: un gruppo di viandanti si ritrova a banchettare insieme ma, avendo perso l’uso della parola, ognuno racconta la propria storia utilizzando un mazzo di tarocchi. Nonostante la finitezza dei simboli delle carte, è possibile sistemarle e interpretarle in modi infiniti che permettono di raccontare storie diverse pur partendo dagli stessi elementi di base. Ecco, l’universo negazionista io me lo immagino proprio così: una tavolata di gente che prende e ricombina a proprio piacimento un insieme finito di elementi ripetuti allo sfinimento, ma collegati sempre in maniera nuova. Dati i sempreverdi microchip, scie chimiche, mascherine, poteri forti, 5G, vaccini, immigrati, Soros e Bill Gates, viene fuori ora che il tampone rinofaringeo per il Covid viene effettuato ficcando l’asticella fin sotto la base del cranio per piazzare un microchip di controllo più vicino al cervello, in modo da renderci schiavi attraverso le onde del 5G, o che le scie chimiche appaiono in cielo per segnalare ai migranti la direzione da seguire per invadere l’Europa su comando dei satelliti 5G di Bill Gates.
Esercizi di stile che se rimanessero tali, sarebbero di tutto rispetto.

Padri epici: gli appunti di Andrea Pennacchi al Festival dei Tacchi

ELENA SCOLARI | Siamo uomini d’onore e abbiamo promesso che avremmo chiamato Andrea Pennacchi con il suo nome all’anagrafe, in questo articolo, omettendo il rapace d’arte. Che gli ha dato maggior notorietà ma forse non ha reso più noti gli studi teatrali iniziati nel 1993 e perfezionati con Eimuntas Nekrosius, César Brie, Carlos Alsina e infine con Gigi Dall’Aglio; scrive anche testi per ragazzi, lavora nel cinema e collabora con l’Università degli studi di Padova, con lo IUAV di Venezia e con la Fondazione Teatro Civico di Schio e con l’Accademia Teatrale Veneta. Per dire.

Il Festival dei Tacchi organizzato da Cada die teatro in Ogliastra (il 2020 è stata la XXI edizione, tenutasi tutta a Jerzu) con la direzione artistica di Giancarlo Biffi mette spesso in cartellone artisti divenuti noti al grande pubblico grazie a trasmissioni radio o tv (Max Paiella, per esempio) ma che nel programma festivaliero vestono i loro panni artistici più veri e spesso più interessanti.
Ho mantenuto la promessa sul nome non solo per sfuggire l’accusa di mentitrice ma anche perché in Mio padre – appunti sulla guerra civile, Pennacchi è proprio Andrea Pennacchi (no Propaganda), che racconta la storia di suo padre Valerio, partigiano, classe 1926, sopravvissuto al campo di concentramento di Ebensee, nell’alta Austria.
La veneticità rimane, certo, ma la molla che ha fatto nascere questo spettacolo è “Che quando muore tuo padre ti manca un po’ la terra sotto i piedi, sei frastornato e ti rendi conto che forse non sapevi davvero chi fosse, e se è così hai bisogno di capire, di conoscere. E allora indaghi”, ci dice Pennacchi.
Quel burbero rimbrotto baritonale ricorrente del padre al figlio: “Studia!” (e Pennacchi l’ha fatto, ha pure un dottorato), punteggia le loro conversazioni, non frequenti.

L’attore mette anche sé in questo racconto, pur senza dirlo troppo. Sì perché è chiaro che si riflette anche su se stessi scoprendo cosa ha vissuto il padre, e pare che papà Valerio non fosse ciarliero in famiglia su quegli anni, e così per questa indagine storico/familiare sono venuti in aiuto un faldone trovato negli archivi militari e il lavoro di un ricercatore francese impegnato in un dossier proprio sul lager di Ebensee. Pennacchi figlio ci è andato, ma ora rimane solo un luogo verde e un po’ alla Heidi, nessun segno se non un’insegna ricorda il campo e tutte le vite che ci passarono (o che ci rimasero per sempre).

Con il confortante sfondo dei grandi cilindri d’acciaio delle Cantine Antichi Poderi in cui ribolle il mosto che diverrà Cannonau, l’attore legge supportato dalla chitarra rotonda e sonora di Giorgio Gobbo, il suo non è un accompagnamento ma una trama musicale nelle cui maglie si dipana il racconto, una lunga canzone che ingloba il testo recitato, infatti alcuni brani tornano, per frammenti, come il refrain di un componimento più grande. (Grande godimento personale per la versione francese di Le partisan di Leonard Cohen, adattamento dal canto della resistenza francese La complainte du partisan).

Diciassettenne (a quell’età Andrea dice che ancora doveva scegliere se preferire l’Aperol o il Select nello spritz) Valerio Pennacchi forma con altri tre compari una banda partigiana. Buffissima la descrizione della scelta dei nomi di battaglia, non esattamente minacciosi o da “ribelli”: Tombola, Pippo, Vladimiro, Bepi.
La banda fa la gavetta, prima è impegnata in operazioni non proprio eroiche come requisire cibo da un hangar, dove – a dimostrazione di alcune ingenuità ancora da superare – uno dei quattro ingerisce una quantità inopinata di polvere di uovo ignaro della concentrazione del preparato, ricreando il volume di qualche dozzina di uova nel suo stomaco.
Poi arrivano alcune imprese di maggior rischio che cominciano a far parlare della banda. Tra l’altro Pippo è un buon fisarmonicista e viene chiamato a suonare alle feste di paese alle quali partecipano un po’ tutti, Pippo però esibisce non solo lo strumento ma – sciocca spavalderia giovanile – anche un’arma, qualcuno segnalerà la cosa, e il ragazzo sarà preso dalla polizia tedesca. Cederà, sotto tortura, rivelando chi sono i compagni che finiranno prigionieri al campo di Ebbensee. Dove Tombola morirà, dilaniato vivo dal cane Cerberus di uno dei gerarchi.

Il pregio di questo lavoro non è solo nell’indiscutibile importanza di dare ancora e sempre voce alla memoria di guerra, al non dimenticare la follia sterminatrice nazista che – ogni volta – suona incredibile tanto è stata efferata e insensata, inconcepibile – ma è nel modo asciutto e senza sconti in cui Pennacchi descrive i fatti, mescolando episodi di ridicola goffaggine ad azioni di coraggio epico e mirabilmente “giuste”. Ancor di più: Pennacchi riesce a spolverare un velo di tenerezza giocosa sopra a un periodo storico pazzesco, dove i ragazzini erano soldati gettati nella Storia, giovanissimi che rischiavano di morire, non di essere eliminati dall’Isola dei famosi, ecco.
Pennacchi ci fa conoscere il padre e gli altri del gruppo, un po’ cristallizzati in quegli anni, verrebbe infatti curiosità di sapere come (e se) si è espresso Valerio P. sugli avvenimenti storico/politici dei decenni successivi, da ex partigiano.

Il testo è ben scritto, scorre con sicurezza ed evita completamente il campo minato della retorica mantenendo però sempre una morbidezza lucida su tutti gli elementi,


da quelli buffi a quelli tragici, da quelli familiari a quelli patrimonio degli umani tutti. È costruito anche con testimonianze dirette, è punteggiato dall’ironia, cifra tipica dell’autore anche nei pezzi brevi, ma che qui non è mai cinica, anzi: aiuta lo spettatore a sopportare descrizioni dolorose di cattiverie tanto gratuite da risultare assurde.
Per questo è particolarmente apprezzabile la scelta di non aggiungere aggettivi, di non far cadere nemmeno una goccia in più. Non ce n’è bisogno.
E la consapevolezza della forza del racconto che si ha per le mani è merce non così frequente, in teatro, spesso vittima di un horror vacui per il quale si tende ad accumulare, depotenziando il nucleo. Più anelli ci metti intorno meno il nocciolo sarà incandescente.
Pennacchi è discreto, ci confida alcuni ricordi personali del rapporto con il padre, anche i giorni della sua dipartita, e lascia a lui la chiusura dello spettacolo: la voce di una delle sue lezioni nelle scuole, a raccontare la Storia: “Io queste cose le ho viste, credetemi. E studiate!”.

MIO PADRE – APPUNTI SULLA GUERRA CIVILE
di e con Andrea Pennacchi
musiche Giorgio Gobbo chitarra
Teatro Boxer/Pantakin

Contaminazioni Digitali: concerti e performance a Capriva in attesa di In\visible Cities

GIORGIO FRANCHI | Un viavai di camion e furgoncini anima Capriva del Friuli, cittadina a pochi minuti da Gorizia, nei giorni che precedono la terza puntata del festival Contaminazioni Digitali, festival targato Associazione Quarantasettezeroquattro, quest’anno dedicato al rapporto dell’umano con la natura e a quello fra arte e scienza. Sono i preparativi per la due giorni del 7-8 agosto, tappa più breve di Turriaco ma altrettanto variegata a livello di linguaggi scenici: sedie per gli spettatori, ma anche luci e decorazioni per trasformare il giardino del Centro Civico in una piccola oasi di magia. Per chi ha visto questo posto fino a un giorno prima, sembra di trovarsi in un altro luogo.

Le danze si aprono con il concerto della Topolovska Minimalna Orkestra, ensemble della vicina Topolò, frazione di Grimacco, che propone la pietra miliare del minimalismo In C di Terry Riley. La disposizione di artisti e pubblico è particolarissima: l’orchestra si posiziona circolarmente attorno a un albero, il pubblico attorno all’orchestra come lo strato più esterno di una cipolla. Quando il concerto inizia, l’albero viene illuminato di una luce tenue azzurrina da alcuni fari posti alla sua base; ora sembra davvero di assistere a un rito, con un rimando al mondo della musica orientale e soprattutto indiana che ha ispirato Riley nei suoi studi sulla ripetizione come perno della composizione. Il pubblico partecipa con attenzione e si lascia trasportare da un brano che, se non fosse supportato da una tecnica eccellente e da un ambiente che ne permetta una buona fruizione, sarebbe molto difficile da seguire. Sarebbe stato interessante, a questo proposito, sentire qualche parola in più sull’opera, sulle sue peculiarità e sull’importanza che ha rivestito nella storia della musica, da parte del direttore Antonio Della Marina, che ha invece deciso di limitare il suo intervento a ciò che era strettamente indispensabile da sapere.

Il concerto della Topolovska Minimalna Orkestra (foto: Arianna Ioan)

Dopo una pausa di quindici minuti, in cui il festival invita gli spettatori a rinfrancarsi alla degustazione di vini locali Calici di Stelle, è il momento di A Straw in the Wind, di Elisa Dal Bianco e Walter Ronzani. I due, giovanissimi, sono tra i vincitori del bando Richiedo Asilo Artistico, grazie al quale hanno avuto uno spazio in cui provare per una settimana il loro concerto prima della restituzione. Elisa Dal Bianco durante lo spettacolo suona e mixa dal vivo un violino elettrico e una sega musicale. Le composizioni si ispirano al vento, alla sua dolcezza e distruttività viste nel rapporto con l’umano, come in una versione 2.0 delle Quattro Stagioni in cui però è la cifra emotiva a prevalere sullo stile descrittivo caro a Vivaldi. Ma siccome si parla di contaminazioni, alla musica si mescola con grande coerenza la video-installazione di Walter Ronzani, composta principalmente da video girati da lui stesso nel nordest con lo stesso tema che ispira le musiche.
Il risultato è un prodotto di qualità altissima, che viene difficile considerare come il primo studio dopo una residenza; ma soprattutto un viaggio per il pubblico, che ricambia con un lungo e meritato applauso. I brani sono coinvolgenti, i video poetici e originali; unici punti dolenti una divisione in atti poco chiara e il legame tra video e musica talvolta un po’ evanescente. Superati questi nei, per il duo potrebbe aprirsi un percorso di ampliamento del progetto che, come entrambi sottolineano, può permettersi di non avere confini. Gli spunti sono infiniti, la bravura non manca.

A Straw in the Wind, di Elisa Dal Bianco e Walter Ronzani (foto: Arianna Ioan)

La sera dell’8 si apre invece con la danza. Marta Bevilacqua, già ospite a Turriaco con l’Estate a marchio Arearea, ritorna con un assolo a tema migrazioni dal nome HOMING_Prima esplorazione in natura. Lo spettacolo è ancora uno studio, in cui l’artista testa il contatto con il pubblico in condizioni completamente opposte a quelle “da laboratorio”: spazio aperto, luce crepuscolare, un prato come parquet, sul quale tuttavia la danzatrice e coreografa si trova perfettamente a suo agio. Non a caso, le Quattro Stagioni di Arearea nascono esattamente per quella dimensione lì, sull’erba. Nella sua esplorazione, Marta Bevilacqua attinge a un vasto repertorio di tecniche per costituire una partitura originale: si possono scorgere richiami che attingono a Pina Bausch, Martha Graham e alla maschera di Lecoq, fino alla clownerie di una danza accompagnata da una grande bambola di pezza. Una radiolina in scena alterna musiche, spezzoni di film e notizie in varie lingue, fornendo un contributo drammaturgico suggestivo e mai banale. Il lavoro colpisce e lascia in balia di emozioni contrastanti, un barlume di gioia che vibra nel mezzo di un’angoscia che stringe la bocca dello stomaco. I momenti più interessanti sono sicuramente quelli in cui la performer si concede una vera e profonda scoperta dello spazio che la circonda, uscendo dai confini della scena o relazionandosi con la natura senza fingere di essere altrove.
In attesa della prima integrale il progetto potrebbe guadagnare da uno sfoltimento dei momenti più ripetitivi, che a volte rischiano di coprire gli attimi più interessanti.

Marta Bevilacqua in Homing, progetto di Arearea (foto: Arianna Ioan)

Il passaggio a Capriva si conclude con uno spettacolo multimediale: All you can Hitler, dei Peso piuma, duo con base a Milano composto dal regista Andrea Piazza e dal drammaturgo BR Franchi. Anche questo progetto, già presentato a Turriaco in forma di studio, è vincitore del bando Richiedo Asilo Artistico. Il tris di attori under 30 Riccardo Vicardi, Simone Cammarata e Riccardo Bursi dà voce a una commedia nera e politicamente scorretta sul Kiribati, il primo Paese che rischia di venire interamente sommerso dall’innalzamento del livello del mare dovuto all’inquinamento.

Finisce così anche la terza puntata di Contaminazioni Digitali, che ora aspetta i suoi spettatori a Duino-Aurisina (TS) il 12-13 settembre per la tappa finale; questa concluderà anche il ciclo di appuntamenti di In\visible Cities, che completa il binomio con Contaminazioni Digitali. Il percorso di In\visible Cities partirà da Gorizia il 28-30 agosto, passerà da Gradisca d’Isonzo il 3-7 settembre e infine a Duino-Aurisina.

Ma intanto i camion ripartono e la città di Capriva del Friuli ritorna alla normalità, con il ricordo di due giorni in cui il parco si è animato di voci, suoni e colori diversi. E, si spera, la voglia che tutto questo torni appena possibile.

 

TOPOLOVSKA MINIMALNA ORCHESTRA PLAYS TERRY RILEY IN C (1964)

sax alto e direzione Antonio Della Marina
pulsazioni Andrea “Cian” Blasetig
sax tenore Margherita Crisetig
clarinetti Clarissa Durizzotto
flauto Marija Miorelli
oud Riccardo Pitacco
chitarra elettrica Marco Bianchi
theremin e percussioni Leo Virgili
sintetizzatore analogico Giorgio Pacorig
piano elettrico Marta Vigna
basso elettrico Aljaz Skrlep
batteria Ermes Ghirardini
idiofoni Denis Zupin
live electronics Alessandro Ruzzier
in collaborazione con Stazione di Topolò

 

A STRAW IN THE WIND

video di Walter Ronzani
musica di Elisa Dal Bianco
progetto vincitore Richiedo asilo artistico 2020 Festival In\Visible Cities-Contaminazioni Digitali

 

HOMING_PRIMA ESPLORAZIONE IN NATURA

coreografia e danza Marta Bevilacqua
manipolazione musicale Walter Sguazzin
supporto tecnico Stefano Bragagnolo
elementi di scena Ilaria Bomben
produzione Compagnia Arearea
coproduzione HangartFest 2020
con il sostegno di Mibact, Regione FVG

 

ALL YOU CAN HITLER

testo e interfaccia video BR Franchi
regia, scene e costumi Andrea Piazza
con Riccardo Bursi, Simone Cammarata, Riccardo Vicardi
produzione Peso piuma
progetto vincitore Richiedo asilo artistico 2020 Festival In\Visible Cities-Contaminazioni Digitali

Capitani coraggiosi navigano in Ogliastra: Ovadia e Cederna al Festival dei Tacchi

ELENA SCOLARI | Ci sono un ebreo, un greco e un americano. Sembra l’inizio di una barzelletta, perdipiù raccontata da Moni Ovadia che, negli anni, ce ne ha regalate di gustosissime dall’inesauribile forziere dell’umorismo ebraico. E invece no: siamo alla XXI edizione del Festival dei Tacchi organizzato da Cada die teatro con la direzione artistica di Giancarlo Biffi, e i tre protagonisti in scena sono Noè, Ulisse e il capitano Achab uniti da Sergio Maifredi nel progetto Capitani coraggiosi, una bella intuizione che inanella personaggi magnifici e immaginari insuperati. Maifredi ha cercato cantori moderni che offrissero storie grandiose tramite il rito della lettura pubblica. Bel modo di tornare a una vera, semplice condivisione di tempo, idee e arte, dopo la lunga dieta cui siamo stati costretti.

Ovadia porge le vite, accomunate dall’acqua, di tre uomini: Noè con l’arca e il diluvio (l’acqua di sopra e quella di sotto non più separate), Ulisse e le mille traversie della sua ventennale navigazione, Achab e la sua ossessione distruttrice per la grande balena bianca.
In piedi, al leggìo, vestito di lino, dietro di lui i bellissimi silos di acciaio delle Cantine Antichi Poderi di Jerzu, in Ogliastra, sono illuminati di blu, giganti siderali che custodiscono l’età giovanile di quello che diventerà il Cannonau, nettare terrestre che può avvicinare alla divinità.

Foto Viviana Kaiser

Il maestro cantore introduce ogni personaggio con note, cenni a margine, considerazioni personali, nozioni anche un poco professorali, non tanto per i contenuti quanto per un atteggiamento vagamente assertivo per poter diventare seme dialettico di discussione.
Non è poi tanto l’acqua a essere il collante di questi tre personaggi quanto il loro anelito verso la vita, la ricerca, il superamento dei confini e la conoscenza profonda di se stessi. E quindi del mondo. In realtà Noè vive una situazione un po’ diversa: il mondo è fresco di giornata, si tratta di portare in salvo tutto ciò che si può perché possa svilupparsi, errori compresi. Il suo punto è un compito, anzi IL compito, affidato niente meno che da Dio, e quindi il confronto, anche aspro, con il padre eterno. Mica male. Noè si definisce anche nel rapporto con l’altissimo e con l’atto che è chiamato a compiere, senza averlo scelto.
Odisseo e Achab invece scelgono, e se per il primo i «centomila perigli» saranno una fortuna perché grazie a quelle procelle di corpo e anima giungerà alle radici dell’uomo, per il secondo sarà un’unica caccia, durata tutta la vita, a farlo entrare negli abissi dello spirito fino al cupio dissolvi, la pulsione di morte che il capitano asseconda purché la fine colpisca anche Moby Dick. E avere un leviatano come alter ego vuol già dire molto.

L’operazione ha fascino, Moni Ovadia è disinvolto, padroneggia la materia, nuota con agio tra le ere letterarie; legge Il libro dei libri, Dante, Kavafis in greco, Melville (il quasi finale di Moby Dick, rovinando un po’ il piacere a chi ancora non ha letto questo romanzo imponente). La rotta è precisa e gli approdi sono magnetici, ogni tappa è ricca e si sale volentieri sull’imbarcazione guidata dal nocchiero Moni per ascoltarlo.

Fa parte del progetto che ogni cantore ci metta del suo, pertanto che lo stile di ognuno imprima una direzione alla lettura. Ovadia propende verso la lezione mentre Giuseppe Cederna, che ha scelto d’impulso e senza dubbio di “cantare” L’isola del tesoro, ci catapulta dentro il mondo di Stevenson con l’impeto di un compagno di giochi che vuole farci divertire, spaventare, innamorare.

Il piccolo Stevenson è un bambino gracile e spesso malaticcio, impedito a uscire d’inverno, sogna che il suo letto sia un veliero e una notte scappa dalla camera, compie una pericolosa fuga fino alla strada di fronte a casa, dove vede il lampionaio che sta accendendo le luci della via. Un’epifania: le storie accendono luci. Eureka! Le accendono dentro alle camere, dentro alle teste, dentro alle stive delle navi di pirati. E allora è impossibile non voler partire: siamo subito a bordo dell’Hispaniola, il vascello dove Jim conoscerà il pirata Long John Silver, il suo padre nero, una guida ma anche un nemico (Stevenson è autore anche di Dr. Jeckyll e Mr Hyde), l’uomo che lo farà diventare grande mettendolo in pericolo.

Cederna è seduto ma il movimento è nella sua voce, con la voce fa i rumori e con la voce disegna i personaggi, pochi gesti che raccontano più di una scenografia. Legge con passione, creando il teatro senza niente, solo con la bravura di saperci trascinare dentro a una meravigliosa avventura tra fendenti, tempeste, bottiglie di rum, casse da morto e isole misteriose, mappe consumate e accidentati approdi notturni. Giuseppe Cederna è il nostro compagno di avventura, è l’amico che tutti avremmo voluto avere (o abbiamo avuto) con cui leggere sotto le lenzuola alla luce di una torcia i romanzi di pirati crudeli e furbissimi.
La scrittura del testo e il suo montaggio (a cura di Cederna e Maifredi) sono intelligenti non solo per il riassunto fluido che del romanzo è stato fatto ma anche perché inserisce – solo nelle parti iniziale e finale ma non in quella centrale dove avrebbe interrotto il ritmo dell’azione – alcuni cenni su Robert Louis Stevenson, anch’essi resi storia e non biografia e che ci fanno amico lo scrittore. È romanzo la sua vita così come il suo amore travolgente: una donna americana atipica e coraggiosa per la quale attraverserà l’oceano e poi l’America. Ovviamente la conquisterà ed ella lo capirà come mai nessuno, andranno a vivere in Polinesia e Fanny esaudirà anche l’ultima volontà del marito: essere sepolto su una collina, nella terra dei samoani. Bellissimo è l’accostamento dei due aggettivi che descrivono lo stato d’animo dei duecento uomini che formeranno il suo corteo funebre: scortano il feretro con atteggiamento «furibondo e sereno».
È la sensazione lasciata in me e in tutti gli spettatori sensibili alla fantasia: una voglia furibonda di salpare, con la serenità di una luce accesa.

 

Progetto CAPITANI CORAGGIOSI | ULISSE ACHAB NOÈ 

con Moni Ovadia
di Moni Ovadia e Sergio Maifredi
da Omero, Melville, Il Libro dei Libri
progetto e regia Sergio Maifredi
produzione Teatro Pubblico Ligure

Progetto CAPITANI CORAGGIOSI | L’ISOLA DEL TESORO

da Robert Louis Stevenson
con Giuseppe Cederna
di Giuseppe Cederna e Sergio Maifredi
progetto e regia di Sergio Maifredi
produzione Teatro Pubblico Ligure

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