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martedì, 21 Settembre, 2021
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“Indolore” di César Brie: quando l’amore diventa violenza

brie_amore_violenzaVINCENZO SARDELLI | Amori romantici. Amori molesti, malati e violenti. César Brie mette in scena al Campo Teatrale di Milano il dramma “Indolore”, strana alchimia di un amore che fiorisce, degenera e si autodistrugge.

I protagonisti sono una coppia di giovani sposi, Gabriele Ciavarra e Adalgisa Valvassori, che rimangono per tutto il tempo sul palcoscenico con l’abito della cerimonia nuziale. Lei entra in casa tra le braccia di lui. L’ingresso è un arco trionfale di fiori e agrifoglio. Sembra la premessa di un avvenire radioso. Una tavola imbandita e due sedie, foderate di carta di giornali da scartare, sono la scenografia minimalista: gli amori nascono, crescono o sfioriscono a letto, ma anche a tavola.

L’illusione di un nuovo mondo da vivere, di un futuro da esplorare e costruire insieme, tramonta presto, senza preamboli e spiegazioni. Stoviglie d’alluminio qua e là richiamano una quotidianità tanto banale quanto impossibile da raggiungere. Ai lati della scena, buttati via, compaiono due paia di guantoni da box.

Quella casa che doveva essere un nido d’amore diventa un ring di pugilato. Lo spazio scenico è un quadrato delimitato da corde iridescenti multicolori. Tra queste luminarie-prigione si alternano conflitti e tregue, tracce di un sentimento che il tempo, l’abitudine e l’incapacità di comunicare trasformano in un luogo di violenza.

È proprio la violenza domestica l’oggetto di “Indolore”. È un fenomeno diffuso e poco denunciato. Le vittime, comunemente donne e bambini, vivono un forte senso d’impotenza.

César Brie riflette sui meccanismi perversi che legano in un sottile cerchio la vittima e il carnefice. La violenza in amore non è mai lineare, è sempre un intrico ambivalente. Le stesse mani accarezzano e colpiscono. La stessa voce blandisce e ferisce. Le promesse di non farlo “mai più” si avvicendano alle umiliazioni e alle minacce.

I due protagonisti, dalla recitazione acerba, lontana dalla solennità e da ogni eccesso virtuoso, si muovono leggeri sulla scena. Corrono, danzano, urlano. Non lasciano il palco spoglio neppure un secondo.

Il tavolo al centro della scena diventa luogo conviviale, piedistallo, alcova, rifugio, patibolo. L’acqua e il cibo sono strumenti di condivisione e di rigetto. L’acqua pulisce, gela, ferisce. L’amore diventa bulimia. I due sposi si attraggono e si respingono, si cercano e si dividono.

Non c’è mai violenza vera. Non ci sono mai veri spintoni: sempre violenza sugli oggetti, o solo dichiarata. Ma i segni della violenza quelli sì, si vedono.

La scenografia, il ring di pugilato, è metafora di un luogo chiuso: non se ne esce se non sconfitti, distrutti psicologicamente, feriti o morti.

Le musiche originali di Pietro Traldi, pianoforte, chitarra, fisarmonica, richiamano ora temi romantici alla Debussy, ora toni festosi da sagra paesana. Fanno da contrappunto allo sfaldamento della storia, la cui pecca sta nell’eccessiva sinteticità, nell’eludere con passaggi troppo repentini le sfumature dall’idillio al disfacimento.

Ma è proprio questa la cifra di César Brie: un teatro che non vuole diventare chiesa, un montaggio estetico più che narrativo, evocativo, mai didascalico. “Indolore” perché, anche nell’affrontare il delicato tema della violenza sulle donne, Brie si tiene lontano da eccessi patetici e inquietanti, persino da una visione manichea che definisca con troppo rigore il colpevole e l’innocente.

“In dolore” è in scena dal 31 gennaio al 3 febbraio e dal 7 al 10 febbraio.

Monica Lanfranco: "virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi"

lanfranco_2IVANO MALCOTTI | Monica Lanfranco, nell’introduzione al libro, scrive “tutto comincia con un viaggio in treno e un articolo di Internazionale”. Perché l’ha colpita tanto l’articolo della giornalista Laurie Penny, che racconta di aver fatto domande a uomini sulla loro sessualità ?

Perché non si trattava né di un sondaggio a carattere scientifico, ma nemmeno una delle ‘piccanti’ iniziative da rotocalco del tipo ‘come lo fanno gli uomini’. Mi aveva colpito il fatto che la collega avesse chiesto agli uomini quello che fin da piccola avrebbe voluto domandare agli altri bambini, poi ai ragazzi e infine agli adulti che via via ha incontrato nella sua vita: di parlare di sé, del come si sentissero nel loro corpo, del cosa pensassero degli uomini che violentano le donne, del quanto, e come, la pornografia influisse sulla loro vita e sulla loro sessualità.“ La prima regola sulla virilità è che non se ne deve parlare, né farsi delle domande. Mi piacerebbe sentire un uomo dire cosa significa essere uomo. E credo di non essere l’unica”, scrive. Laurie Penny ammette nell’articolo che si aspettava qualche decina di risposte, dopo aver lanciato la proposta, visto che lo stereotipo vuole che a parlare di sessualità in questo modo intimo e autocoscienziale siano solo le donne.  Invece, sorpresa: è stata travolta dalle risposte di eterosessuali, gay, padri, figli, mariti, fratelli. Tanti, desiderosi di parlare non banalmente di sessualità, corpo, violenza. Quello che da anni alcune femministe, tra le quali io stessa, in Italia andiamo dicendo, cioè che è tempo, è urgente, che la voce maschile si faccia sentire, è accaduto: alla chiamata di una giornalista femminista, in forma non organizzata e spontanea, c’è stata una reazione positiva. Di fronte a questa esperienza, pur consapevole che il mondo anglosassone non è l’Italia, ho pensato che poteva essere un buon inizio. E ho provato. Uomini che odiano amano le donne. Virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi  nasce da questa speranza e fiducia: che anche qui da noi alcuni uomini abbiano voglia di comunicazione, di dialogo, di mettersi in gioco su questo tema, che poi è, in parte, una richiesta di ragionare sul loro corpo.

Lei hai fatto le domande tramite il blog che tiene sul Fatto quotidiano, quante risposte ha ricevuto?

Oltre 200, che moltiplicate per 6 fanno 1200 risposte!

Su cosa vertono le domande ?

Eccole: Che cosa è per te la sessualità? Pensi che la violenza sia una componente della sessualità maschile più che di quella femminile? Cosa provi quando leggi di uomini che violentano le donne? Ti senti coinvolto, e come, quando si parla di calo del desiderio? Essere virile: che significa? La pornografia influisce, e come, sulla tua sessualità.

A suo avviso c’è più voglia di capire o voglia di comunicare?

Mi è parso che ci fossero entrambe le tensioni, quando ho letto per la prima volta il materiale: forse per alcuni rispondere alle domande ha avuto la funzione doppia di fermarsi a pensare in modo differente sugli argomenti proposti, volendo quindi capire meglio qualcosa di sé, e poi anche di mettersi in relazione, comunicando all’esterno, attraverso il mio ascolto.

Qual’ è il suo obiettivo  con questo testo ?

Parole e riflessioni maschili autentiche sono preziose e necessarie anche e soprattutto a fronte della drammatica escalation del fenomeno del femminicidio, ovvero della uccisione di donne non da parte di sconosciuti, ma per mano di uomini che conoscono le donne che poi diventano vittime della loro furia: spesso ex fidanzati, partner, amanti, mariti, talvolta fratelli e padri. Nel 2012 oltre 120 donne sono morte in questo modo in Italia, e non basta: una fetta ancora troppo ampia di opinione pubblica rifiuta di considerare questi omicidi come uno specifico segnale di un problema di relazione tra i generi, originato da una diffusa cultura misogina e maschilista. Dare conto, invece, della testimonianza di uomini che hanno scelto di confrontarsi con una sconosciuta, mettendosi in gioco e dedicando tempo a pensare a sé mi sembra restituire quello che ho ricevuto, e offrire uno strumento per discutere, incontrarsi, ragionare assieme.

Nel libro non interviene mai sulle risposte, non commenta: perché questa scelta, non sarebbe stata utile?

Non è stato facile decidere se intervenire con commenti da parte mia sulle risposte; alcune persone, leggendo il testo, mi hanno consigliato di farlo. Ho deciso invece di dare spazio alla voce maschile senza intervenire, a parte alcune minime correzioni puramente ortografiche o grammaticali, necessarie data l’immediatezza delle risposte e quindi alcuni inevitabili errori che esse avevano. La scelta di non trattare il materiale come di solito si fa nei saggi socio – politici, che prevedono letture e interpretazioni necessariamente volte a sostenere l’una o l’altra tesi, è frutto di una lunga meditazione, ma anche di un impulso emotivo: quando la mia amica Francesca Sutti si è commossa mentre le leggevo una delle testimonianze ho capito che di certo ci sarebbero stati lettori e lettrici che avrebbero trovato noiosa, forse ripetitiva, a tratti, la narrazione come flusso, pure se diversificata tra risposte breve e più lunghe. Pazienza, mi sono detta. Se l’obiettivo di Uomini che odiano amano le donne. Virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi è quello (anche) di suscitare emozioni, oltre che dibattito, allora mi sembra di avere assolto al mio compito: quello di restituire ciò che ho ricevuto, e soprattutto di rispondere alla necessità di dare voce ad un altra parte maschile, diversa rispetto a quella tragicamente presente nella cronaca nera o nella ordinaria violenta e ottusa rappresentazione televisiva dei maschi mediatici.

Cosa può offrire al lettore una raccolta di testimonianze ?

Mi consento solo una citazione, come corollario e chiosa personale: nel suo Maschio e femmina la grande antropologa Margaret Mead annotò: “Gli uomini preferirebbero essere maschi di razza inferiore piuttosto che femmine della propria.” Questa frase è calzante rispetto all’oggi, ma mi piace pensare che per il futuro che in molte e molti cerchiamo di costruire possa diventare un retaggio che non lasceremo in eredità alle giovani generazioni. Leggere parole di di uomini che riflettono, ammettono incertezze, dubbi e propongono visioni diverse da quelle patriarcali mi pare una offerta interessante per chi legge.

Crede che le riflessioni che ha ricevuto sia tutte completamente genuine o dettate da una buona dose di narcisismo ?

Ne rispondere a domande intime c’è sempre anche una componente di narcisismo, così come c’è nella scelta di relazionarsi: è un buon motore per costruire!

Pensa che sia ancora diffuso il sessismo o sia un pallido ricordo del passato ?

L’avvocata femminista premio Nobel Shirin Ebadi ha scritto, senza mezzi termini, che il sessismo è “una malattia mortale che viene trasmessa dalle donne con il latte materno”. La sua è una affermazione forte, ma lontana dall’essere un atto di accusa contro il suo stesso genere. Al contrario, se pensiamo che viene da una donna impegnata contro la discriminazione e la violenza sulle donne, in particolare nei regimi teocratici e in generale nei paesi extraeuropei, il suo monito suona piuttosto come un atto di responsabilità per le madri e in generale per chi ha responsabilità educative. Famiglia, scuola, agenzie educative sono gli ambiti dove è decisivo intervenire contro gli stereotipi sessisti, spesso radicati in modo occulto nelle culture tradizionali ma anche nei luoghi comuni che, anche a livello inconscio, continuiamo a trasmettere. Giusta è oggi l’attenzione verso il terribile rosario di vittime del femmi­nicidio: è importante però anche il lavoro, incessante e quotidiano che, a partire dal linguaggio, smantelli abitudini mentali e pratiche che di fatto alimentano una visione delle donne e del femminile come inferiore rispetto agli uomini e al maschile. Per questo, accanto alle lotte responsabili delle donne, è ormai imprescin­dibile che gli uomini alzino la testa e la voce: padri, amici, compagni, mariti, amanti e fratelli devono sentire che questa non è una lotta o una questione che riguarda le donne: riguarda, prima di tutto, gli uomini e i loro comportamenti. E non illudiamoci che ignorando il problema esso si estingua. Sarebbe un errore fatale pensare che l’educazione e il rispetto tra generi e generazioni si trasmettano per osmosi, e che la forza del patriarcato, nella sua banalità maligna, si spenga solo perché alcune di noi, forse, non ne sono più vittime. Faccio due esempi semplici rubati al quotidiano. Si sa che su facebook abbondano le stupidaggini, chiamiamole in questo modo: ci sono gruppi con adesioni altissime che nascono esclusivamente per raccogliere banalità di ogni tipo, spesso a sfondo sessista, velatamente o in modo palese. Ma il saperlo non rende questa valanga ingente di ciarpame, che rischia di invadere le nostre pagine, specialmente quelle di ragazzi e ragazze, meno irritante e talora offensiva. Nella giornata in questione mi cade l’occhio sul post di un poco più che adolescente (ora si dice ‘giovane’ anche di un/una trentenne, questo ne ha appena 18): intercetto questa perla di saggezza perché ho incautamente come ‘amici’ alcuni studenti e così ho la fortuna di leggere il seguente commento:. “La mia ex era così fredda che ci potevo pattinare sopra.” Da lì a poche ore, al supermercato, mentre mi aggiro tra gli scaffali, vedo un uomo sulla quarantina accucciato che fissa il reparto dei detersivi per il bucato. “Lei che è una donna, – mi fa – può indicarmi con che cosa lavare a mano?” Lei che è una donna: quindi, nella mente di quel signore, deputata a conoscere, per genere, i segreti del bucato. Sono necessari altri esempi presi dal banale quotidiano per affermare che forse esiste una questione maschile nel nostro paese?

Ha dedicato a qualche persona in particolare questo libro ?

Sì, ho dedicato il libro in modo specifico ai miei due figli, due maschi, Anteo di 23 anni e Cielo di 18; mentre Letteralmente femminista- perché è ancora necessario il movimento delle donne, che ho scritto nel 2009, era dedicato alle donne, questo mi è sembrato importante pensarlo soprattutto per loro. Non è sempre facile, in questo mondo così violento e ancora pesantemente sessista, educare due giovani uomini a non diventare pessimi uomini, e nemici delle donne.

Da scrittrice ma soprattutto da formatrice sui temi della differenza di genere , quali riflessioni le hanno suscitato le risposte che ha ricevuto?

Moltissime mi hanno emozionata, sono rimasta sorpresa e senza parole; in generale, rispetto ai commenti quasi sempre sgradevoli e offensivi che invece vengono postati sul blog da uomini senza identità protetti da nick name queste risposte sono state rispettose, intense, anche contraddittorie ma oneste e creativamente conflittuali. In Italia sono usciti alcuni libri sulla ‘questione maschile’, ma un testo che proponesse risposte dirette su domande dirette su sesso, virilità e violenza non c’era ancora!

Pensa che il libro sia più utile ad un uomo o una donna?

Bella domanda; come sostiene la scrittrice Ursula Le Guin ogni libro mentre viene letto viene anche riscritto da chi lo sta scorrendo; penso quindi che la lettura di Uomini che odiano amano le donne. Virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi possa essere utile alle donne perché apre una finestra su emozioni maschili altrimenti difficili da rintracciare, e agli uomini per riconoscersi, o trarre, ispirazione, dalle parole di questi loro simili.

Come ha deciso di strutturare il libro, ovvero come ha disposto le risposte ?

Mi sembra importante spiegare come ho pensato di proporre la lettura del materiale che compone Uomini che odiano amano le donne. Virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi. Ho scelto, per ogni risposta, di dividere il materiale in due parti: prima le risposte più brevi, di una o due righe, poi quelle lunghe. Le risposte brevi sono state proposte, anche per scelta visiva, una dietro l’altra, a formare quasi una sorta di poesia/mantra, ispirandomi alla scelta fatta da Eve Ensler nella versione italiana del libro che contiene i testi del suo I monologhi della vagina. Non ho omesso nessuna risposta: ho tolto i nomi, anche se in moltissimi mi hanno detto che non avrebbero avuto nulla in contrario ad essere identificati. Il capitolo che ho chiamato Note a margine è germogliato naturalmente quando mi sono accorta che le annotazioni apposte, prima o dopo le risposte, erano interessanti e istruttive come, e qualche volta più, delle risposte stesse: delle chiose, delle specifiche, delle critiche o dei ringraziamenti che davano il senso e la temperatura politica, e talvolta poetica, del mettersi in gioco degli interlocutori.

Ho letto che a corredo del libro ci saranno tre interventi di attivisti delle reti di uomini italiani, ovvero Francesco Pivetta, insegnante e terapeuta; Mario Fatibene del Cerchio degli uomini e Beppe Pavan, di Uomini in cammino. Perché questa scelta?

Perché mi sembrava importante che chi legge avesse degli esempi maschili di esegesi, di interpretazione delle risposte. Così come io non ho voluto commentare, mi è parso interessante che, prima di eventuali momenti collettivi di confronto durante le presentazioni del libro che spero ci saranno, ci fossero queste ‘anticipazioni’: tre sulle stesso materiale, così differenti e quindi così ricche. A Mario Fatibene e Beppe Pavan, da tempo impegnati in gruppi maschili, ho dato da leggere il testo e loro ne hanno ricavato riflessioni e pensieri che compongono il capitolo Letture a caldo. A Francesco Pivetta ho chiesto di scrivere un commento a partire dalle risposte, e dal suo contributo è nata la postfazione del testo. A voi che leggete questa intervista spero che, se leggerete il libro, tutto questo materiale faccia lo stesso effetto di forte empatia che ha avuto su di me.

Nati oggi

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13_1_23_logo-pac_51.jpgRENZO FRANCABANDERA | Ci vuole coraggio a nascere oggi. Ma a noi piaceva così. Nel nostro caso, poi, si tratta di un’ostinata rinascita. La redazione culturale di PaneAcqua, che per cinque anni ha testimoniato ed è stata parte attiva e viva del fare arte e cultura oggi, ha infatti deciso di migrare su questo portale, totalmente rinnovato non solo nella grafica, ma anche nei contenuti e nelle collaborazioni, e pronto a lanciare progetti e idee per farsi interprete del possibile.

PAC – PaneAcquaCulture testimonierà in modo critico il nostro tempo, svilupperà format di comunicazione, animerà eventi, occasioni di incontro e collaborazione per chi crea e innova.

Soprattutto cercheremo di essere un clic originale, una presenza vivace, che stimoli chi ci segue a trovare nuovi modi di fruire e pensare la cultura.

Quello che vedete oggi è frutto del lavoro forsennato di una settimana e poco più di alcuni di noi, ma nel prossimo futuro saranno in moltissimi a collaborare al progetto, in forma speriamo davvero non convenzionale e creativa.

Cercateci, online e non solo, veniteci a trovare, aggiungeteci ai preferiti.

Nel video, un’ulteriore riflessione su PAC-PaneAcquaCulture.net, ma declinata, spero, in forma vitale.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=Aqdts_OpsxA&w=560&h=315]

C'è sotto qualcosa

body worldsELENA SCOLARI | Vederci riflessi in uno specchio è già un fenomeno speciale, potremmo dire “a ben guardare”. Vedere delle lastre o un’ecografia sono un altro modo di scrutarci, ma ormai ci siamo abituati e non ci sorprende più. Vedere invece un corpo intero, privo soltanto della pelle, con muscoli e organi a vista, ci lascia ancora stupefatti, eccome!

Body Worlds è la mostra di fama mondiale approdata anche a Milano alla Fabbrica del vapore dopo altre 60 città nel mondo e 35 milioni di visitatori, a Roma e Napoli 200.000. I numeri sono effettivamente ragguardevoli, e l’esposizione lo è altrettanto. E’ difficile rendere con parole abbastanza soddisfacenti quello che si vede alla Fabbrica del vapore in queste settimane, le foto qui pubblicate daranno un’idea più vicina allo stupore che ci ha catturato. Premettiamo che noi amiamo particolarmente le cose un po’ raccapriccianti, personalmente si subisce un certo fascino per ciò che spaventa e attira insieme, il buon vecchio gusto dell’orrido, insomma. E qui ne abbiamo, letteralmente, fatta una pelle!

Abbiamo visitato la mostra in una serata speciale in cui 30 persone hanno potuto assistere anche ad una performance di danzatori della compagnia di Ariella Vidach che si aggiravano tra le teche, ognuno di noi è stato dotato di un auricolare attraverso il quale una guida/professore/commentatore ci ha accompagnato attreverso le sale con alcune riflessioni e alcune domande (le risposte erano udibili da tutti gli altri del gruppo). Le cuffie hanno reso il percorso più particolare perché durante i quadri di movimento dei performer solo noi (la mostra era piena di altri visitatori) sentivamo suoni, astratti, rarefatti, che hanno dato una dimensione diversa al nostro muoverci, i danzatori hanno anche interagito con noi, tramite azioni di contatto e mini improvvisazioni a due.

Ma cosa abbiamo visto, più precisamente? Corpi, trattati con la tecnica della plastinazione inventata dallo scienziato tedesco Gunther von Hagens’, corpi a cui è stata levata la pelle e sono poi stati “cristallizzati” in varie pose: tra i più spettacolari il giocatore di basket intento a correre con la palla appresso, il ginnasta agli anelli, il ballerino sulle punte e senz’altro l’allegramente macabro trio dei giocatori di poker, seduti al tavolo con le carte in mano, tutti nella forma mostriamo i muscoli.

Superata la sorpresa per ciò che colpisce gli occhi si passa poi ad un livello molto più profondo non solo fisicamente, ma perché i corpi in mostra sono corpi veri, di persone esistite e che in vita hanno acconsentito a che il Prof. Von Hagen facesse dei loro corpi quello che voleva. Vediamo quindi uomimi e donne che sono state nel mondo come noi, fissati in un’azione che rimarrà per sempre la loro ultima. Filosoficamente è una faccenda tremendamente interessante. Siamo di fronte ad interrogativi che vanno ben oltre l’osservazione di (indubbia) utilità scientifica, qui vediamo dentro di noi, vediamo il pacchetto completo di ciò che per tutta la vita ci portiamo appresso, è una sensazione di consapevolezza di sé che raramente si prova. Quanta vita c’è in questi nostri simili fermati in un unico photoframe per l’eternità?

Quanta arte in una ballerina immobile sulle punte da anni, quanta paura in un cavaliere in sella a un cavallo imbizzarrito (cavaliere e cavallo entrambi plastinati), e quanto amore in due amanti che resteranno abbracciati fino alla fine dei tempi? Impossibile non trovare dell’alta poesia pur guardando qualcosa (o qualcuno) di estremamente fisico.

Un’anatomia che raggiunge la mente, attraversando tutti gli strati intermedi. Sono esposti anche organi singoli, a volte a confronto: un organo sano e uno malato, ovviamente impressionano i polmoni di un fumatore (ma pensare che proprio questi polmoni erano nel corpo di qualcuno che è morto per la ragione che possiamo toccare che effetto fa?), ma anche altri casi di malattia “visibile” inducono pensieri che nessuna spiegazione verbale può ottenere.

Consiglio a tutti la visita di questa mostra unica, ognuno ne trarrà la sua personale esperienza e sicuramente ne serberà un ricordo vivido.

Qui il servizio di  Francesca Capovani per il Tg RAI 3 realizzato nel periodo in cui la mostra è stata a Roma
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=Jmbb-c4NUkM]

Se la coppia fugge nell’infanzia

Siamosolonoi-RiondinoLAURA NOVELLI | Per parlare dello spettacolo di cui dirò in seguito ho deciso di iniziare dalla fine. Ovvero, dai commenti captati nella toilette delle signore a fine rappresentazione, allorquando mi si para davanti una donna anziana, distinta e dallo sguardo intelligente, chiedendomi se avessi capito qualcosa di quanto andato in scena poco prima. “Sono cresciuta – mi dice – in questo teatro (alludendo all’Eliseo di Roma e, nello specifico, al Piccolo Eliseo), ci vengo da trentotto anni, ho visto tanti grandi artisti ma a volte rimango interdetta: o sono io che mi sono un po’ rimbambita o c’è qualcosa che non va in chi fa teatro”.
Ribatto gentilmente spiegando quel che già so del lavoro, essendomi documentata prima, e leggiamo insieme il comunicato stampa con le relative note di regia.
Dopodiché l’arguta signora conclude: “Scusi, ma se il teatro non arriva in modo diretto e chiaro al pubblico, a che serve?”.

La saluto pensierosa, radicata nella convinzione che il giudizio di questa spettatrice accorta abbia fatto centro. Perché molto del nuovo lavoro scritto da Marco Andreoli, “Siamosolonoi” il titolo, e interpretato da due bravi attori ben noti al grande pubblico quali Michele Riondino (“Il giovane Montalbano” è il suo ultimo successo) e Maria Sole Mansutti (divenuta popolare con “Distretto di polizia” ma già nel cast di film importanti come, ad esempio, “La ragazza del lago”) ha qualcosa che sfugge. O meglio, qualcosa di straniante, che a mio avviso non gli permette di sintonizzarsi su una frequenza che risulti coerente e coesa tanto a livello formale quanto contenutistico. “Siamosolonoi”, diretto da Circo Bordeaux (e dunque dagli stessi Riondino e Andreoli) si muove infatti tra infantilismo alla Gian Burrasca, surrealismo alla Copi, espressionismo alla Vacthangov, minimalismo intimista e accenti grotteschi infarciti di note naïf per raccontare la crisi di una coppia che, per buona parte del lavoro, aspira a mostrarsi altro.

Quasi fosse cioè il quadretto di un menage in cerca di vie di fuga stravaganti, destinate però a perdere vigore sul finale, quando il reale e la grigia routine del quotidiano rompono il “gioco” – perché di gioco si tratta, e persino avvalorato da colte teorie matematiche – per cadere in un cliché fin troppo scontato.
La storia si consuma nel chiuso di una cucina di gusto retrò arredata con mobili e utensili abnormi rispetto alle dimensioni dei protagonisti. Ada è una donna/bambola dall’ampio abito carnevalesco che salta dal frigorifero al tavolo con godibile agilità e rincorre il tenero Savino, marito/compagno di giochi dall’aria fragile e discola che snocciola fantastiche storie di battaglie epiche nel tentativo di sedurre l’energica “bambina” e di stemperarne gli aspetti più autoritari. Entrambi vivono dunque in una dimensione immaginaria e ludica che si sono costruiti per sopravvivere al dolore di non amarsi più o, più presumibilmente, per rimandare il tempo dell’abbandono. Corrono, saltano, si fanno i dispetti, si picchiano proprio come due monelli di strada, mentre la forza affabulatrice di cui si nutrono (ad entrambi gli interpreti bisogna riconoscere maestria ed estrema disinvoltura espressive) li trasporta – e ci trasporta – tra battaglie cruente, rievocazioni storiche, atmosfere favolistiche, virate oniriche. In questo mondo poetico e battagliero, non scevro da tinte noir e trash, c’è persino spazio per l’apparizione fugace di un cadavere: un altro luogo della mente, un’altra suggestione visionaria attraverso cui interpretare la complessa dinamiche che tiene insieme i due sposi. Lui usa il fantastico per togliere potere a lei; lei incute paura per tenere a sé l’uomo.

E’ una mappa di strategia bellica il terreno reale su cui agiscono (il testo stesso si rifà espressamente ai giochi del matematico John Forbes Nash, incentrati sul guadagno del consenso a spese dell’avversario) ma, purtroppo, non se ne capisce il senso. Qualcosa appunto sfugge. Non è chiaro a cosa miri questa parabola sospesa nel tempo fermo dell’illusione. Certamente l’epilogo, laddove i due diventano adulti e si misurano con il soffocante vuoto di un rapporto che langue, svela qualcosa di più, ma questo più sembra che arrivi tardivo o, forse, inopportuno o forse fin troppo semplificativo: Savino esce da quella cucina/mondo che rappresenta la prigione di ogni amore infelice (tanto più che lo spazio chiuso e unico è un topos ricorrente in gran parte della drammaturgia contemporanea) e molto probabilmente non tornerà a giocare ancora con Ada, impazzita come impazziscono le bambole meccaniche quando le si priva della loro ossessione.
Se tuttavia il testo suscita perplessità, resta da applaudire la bella prova di Riondino, ingenuo, stralunato, liricamente infantile ma molto incisivo nella parola e nella mimica, e della Musatti, un’attrice dal carattere deciso che qui non stenta a mostrare grinta e talento.

Qui alcune immagini dello spettacolo realizzate dai redattori della web tv dell’Eliseo
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=QfK7_GkRBJ8]

PaneAcquaCulture con Jean Guy Lecat al Rossi Aperto, Pisa

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Lecat_Locandina[1]
PISA | 6-7-8 FEBBRAIO 2013 | TEATRO ROSSI APERTO |

Lo spazio teatrale tra tradizione e innovazione

workshop internazionale con lo scenogrago Jean Guy Lecat
e incontri/conversazioni con Chiara Guidi (Societas Raffaello Sanzio), Centro Il Funaro di Pistoia, Teatro Sociale di Gualtieri, Salvatore Settis, Ugo Mattei.
PER PANEACQUACULTURE interviene Andrea Ciommiento (autore e reporter) Servizio Reportage e Ultimo Tweet per PAC con aggiornamenti in diretta
Per info dettagliate:
http://teatrorossiaperto.blogspot.it/p/w.html

Paul Klee. Viaggio in Italia

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klee-manifestoMARIA CRISTINA SERRA | Nella dimensione reale dell’esistenza, la poetica artistica di Klee traccia la parabola delle molteplici possibilità dell’interiorità, lanciando un ponte oltre il confine di separazione fra cultura occidentale e orientale. La leggerezza lieve dei suoi tratti sottili, che in un labirinto senza fine si perdono nella problematicità  di imprevedibili sentieri, noncuranti del punto di ritorno, ci introducono alla complessità del suo pensiero filosofico forte, in cui la purezza dell’immagine si sostituisce alle parole, e ci contamina, nel sublime desiderio di approdare a brandelli di certezza dell’anima. “Più il mondo è terrificante, e più l’arte si fa astratta, laddove un mondo fortunato susciterebbe un’arte immanente”, annotava l’artista nel 1915. E’ una pittura “pensante” quella di Klee, dallo stile conciso, definito, cesellato, intriso di solida immaterialità, come se i pensieri prendessero forma per trasferirsi su tela, miscelando insieme musica e poesia, aria e luce, così da formare una lastra dai colori cristallini sulla quale lasciarsi scivolare senza remore verso il Tutto e il Nulla. E’ una creazione, la sua, che si esprime con analogie e simbologie in una continuità fra spirito e materia: sintesi di opposti, perché “l’arte è l’immaginazione allegorica della creazione”, possibilità  di cogliere i frammenti impercettibili dell’universo per comporli e ordinarli “nel senso di una libertà che rivendica il diritto di essere mobile come lo è la grande natura”

La mostra “Paul Klee e l’Italia” (fino al 27 Gennaio), costruita da Tulliola Sparagni e Maria Stella Mangozzi in senso cronologico e tematico, si sviluppa attraverso un percorso ragionato sull’influenza che i viaggi italiani esercitarono nella vita e nell’opera di questo artista, che riuscì a fondere insieme il mondo della natura e quello delle costellazioni stellari, collocandoli in uno spicchio di spazio e in una fessura di tempo, certo che lo scopo fondamentale di “un quadro è sempre quello di renderci felici”.

Se il viaggio tunisino, compiuto nel 1914, è determinante per il suo lavoro (“Il colore mi possiede. Non ho bisogno di tentare di afferrarlo”), i sei soggiorni in Italia di studio e di vacanza, dal Nord al Sud, hanno segnato in modo significativo la sua ricerca fin dalla  prima visita, a 22 anni nel1901, sulle orme del “Grand tour” di Goethe e di Burckhart, in cui scoprì che “l’anima anela al Sud. E’ colpa del Nord o di che altro?”. Sarà poi l’incontro con l’architettura rinascimentale, con la classicità greco-romana, con lo splendore bizantino dei mosaici ravennati e la natura suggestiva e assolata siciliana, a costituire un diario intimo dal quale attingere, come una risorsa preziosa lungo tutti i momenti della vita. Come un trapezista, Klee compone le sue alchimie di punti e di linee dai movimenti imprevedibili, densi di ritmo, per erigere poi architetture perfette. Scava instancabile nei sotterranei del profondo alla ricerca dell’energia vitale con cui plasmare la bellezza nascosta e riportarla alla luce, perché l’Arte non è semplice ripetizione ”delle cose visibili”, ma anche pace e inquietudine, emozione e sospensione. Il primo incontro è con l’opera grafica giovanile (1903- 05), dal titolo “Invenzioni”, già caratterizzata da un linguaggio autonomo di grande ironia: quasi a sottolineare distacco e assenza di un tributo dovuto alla mitologia e alla tradizione classica, per rappresentarle con modernità.

Figure alate, impossibilitate a spiccare il volo, nudi femminili aggrovigliati sui rami nodosi degli alberi, maschere deformi e multiformi, visioni ancestrali e metafore di sensualità primordiale compongono una singolare drammaturgia dell’assurdo dalle modulazioni “gotico-classiche”. E’ la  chiave di accesso per entrare nelle “fioriture” di colori, di linee, di punti e di riflessi  dalle infinite variazioni che si irradiano con rapida esattezza e lievità dai suoi quadri. Prima ancora della folgorazione con le inebrianti armonie cromatiche raccolte in Africa, sono gli ocra e i bruni respirati in Toscana, gli azzurri, i verdi e i gialli delle città di mare, i contrasti dei chiari e scuri, i rossi dei tramonti italiani a formare una tessitura di suggestioni latenti nel tempo.

Sono poi le equilibrate architetture verticali delle nostre città, dalle rigorose proporzioni ad assumere ai suoi occhi valore di “paradigma” nella costruzione figurativa e a costituire in seguito, nell’esperienza didattica alla Bauhaus (1921-30), uno dei principi estetici ai quali ispirarsi. “La composizione urbana con finestre gialle “ è un compendio geometrico di tasselli colorati che si incastrano con modalità ritmiche in un insieme dinamico, mentre l’occhio inconsapevole scivola sulle stelle e sull’uovo, elementi cosmici inseriti come poli di attrazione per dare l’idea della simultaneità fra presente e passato, nonché il senso della coesione che sfugge alla rigidità, coniugando astrazione e figurazione. I tasselli accesi di azzurro, rosso e giallo in “Aiuola colorata”, sfumano come note discendenti verso contorni più spenti, dando la sensazione di un tappeto nomade d’antica sapienza. Il “Quartiere delle ville fiorentine” è una planimetria arabescata dai riflessi dorati: cupole, tetti, scale, cancelli, portici, sono legati in un ricamo sottile che ricorda impalpabili sete orientali.

Gli “Arlecchini” nelle diverse raffigurazioni alludono ai momenti salienti della  vita del pittore. Il primo del 1920, dalle tonalità giallo-aranciate, in equilibrio su un ponte veneziano con una stella sul capo, esprime la gioia della libertà creatrice; quello dormiente del ’33, la preoccupazione per la cacciata dalla cattedra di Dusseldorf ad opera del regime nazista; l’ultimo del ‘40, il congedo poco prima di morire. Il “Pointillisme” di “Ad Parnassum” del ’32, l’anno prima della caduta e dell’esilio, raccoglie l’essenza della forma e del pensiero che dialogano in una molteplicità di orizzonti, prima di arrivare ad una sintesi: “la disciplinata riduzione del tutto in pochi tratti”. Da una porticina ad arco si entra nel Parnaso e si  accede all’’Arte, per andare lontano, oltre le linee di confine di un tetto, che divide la terra dal cielo blu, illuminato dal disco arancio del sole. Si penetra così nel luogo caro ad Apollo e alle Muse, regno ideale dell’armonia possibile, desiderio umano e ispirazione del’artista.

Sono le luci della sera ad accendere il vermiglio delle montagne e il blu del cielo e del mare in “Costa di sera “. “Genova con le sue mille luci lontane che si dissolve al chiarore di una luna piena, stagliandosi come un sogno”. Ed è “Festa notturna” del ’21 a chiudere la retrospettiva e a suggerirci il desiderio che da questa opera di può ripartire per una nuova  lettura a ritroso. La tela risuona di serenate notturne, ha i colori delle antiche fiabe russe, piccole pennellate che sono incisioni nel cuore, decori preziosi che saturano la superficie con illusioni sospese fra Oriente e Occidente, fuochi sotterranei ardenti, capaci di riaccendere speranze perdute. ”Tutte le stranezze diventeranno realtà. Realtà dell’arte che rendono la vita un po’ più vasta di quanto non appaia all’uomo comune”.

Di seguito un video sulla mostra realizzato da RaiNews24

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Il Panico

ronconi3RENZO FRANCABANDERA | Era dai tempi de Il Porcile di Massimo Castri, con le scene di Maurizio Balò, che non si vedeva uno scorcio visuale così ardito. Allora il piano scenico era rialzato, inclinato e il soffitto ribassato, lasciando agli attori uno spazio finto e claustrofobico, fatto di erba sintetica, fiori di plastica e uno sfondo nero. Quello in cui Luca Ronconi ambienta il suo Panico, drammaturgia che fa parte di una eptalogia di Rafael Spregelburd, drammaturgo contemporaneo argentino ormai di fama mondiale, è un universo scenico angosciante al contrario. Gli spazi che Marco Rossi pensa per la scenografia sono parimenti inquietanti: il pavimento di parquet giallo fosforescente ha un’inclinazione prossima ai venti gradi, dal proscenio a salire verso il fondo. Le tre pareti sono delimitate da teli di tessuto bianco alti cinque-sei metri, fino al soffitto, a creare ampiezze da chiesa gotica in cui vagano anime in pena al bordo fra mondo dei vivi e mondo dei morti.

Se infatti questo sia un mondo reale o abitato da vite ormai trapassate, al di là della drammaturgia, lo lasciano intendere sempre le scelte sceniche, con poltrone, divani e ogni altro orpello foderato come in una casa disabitata e illuminata da quelle luci che chi ha visto gli ultimi lavori di Ronconi inizia ad avere familiari, appartenendo al codice cromatico al gusto di neon di A. J. Weissbard. Perdersi in questo spazio enorme, con queste luci fredde, fra le note “siderali” delle musiche di  Hubert Westkemper è così facile che anche lo spettatore più attento, dopo le prime tre scene prova la sensazione di chi si è perso in un bosco buio e non vede via d’uscita.

Non la vede perché in fondo né a Spregelburd né a Ronconi interessa lasciarla intravedere. Perché l’Ade è uno spazio senza pareti, le cui chiavi di decrittazione sono impossibili da trovare in un mondo frenetico e distratto come il nostro.

La chiave è, non a caso, quella intorno a cui ruota una parte della drammaturgia: è la chiave di un tesoro, che dovrebbe essere un tesoro materiale, ma ancor più immateriale, derivando proprio dal dialogo con l’aldilà. Finirà buttata nell’immondizia; sia la ricchezza materiale che quella spirituale.

Sugli attori, parlare di tutti è impossibile e, raro a potersi dire, nessuno è sotto la linea dell’eccellenza. Segnalare poi lo stato di grazia assoluto di Maria Paiato è quasi pleonastico.  Dopo la prova in assolo con l’Anna Cappelli di Annibale Ruccello di inizio dicembre, la straordinaria interprete italiana conferma le qualità assolute e il sentimento di agio totale entro il perimetro variabile dei disagi di Spregelburd. Per non dire della ectoplasmatica inconsistenza di Sandra Toffolatti, di un super Pierobon, Orfeo che dal regno dei morti viene a cercare un dialogo con i vivi, che paiono però non comprendere i segni e i messaggi.

Ma bene tutti, dagli attori della famiglia del Piccolo, come  Riccardo Bini, Francesca Ciocchetti, Bruna Rossi, Elena Ghiaurov, Clio Cipolletta, fino a Iaia Forte, Lucrezia Guidone, Manuela Mandracchia, Valeria Milillo, María Pilar Peréz Aspa, Valentina Picello, Alvia Reale e Fabrizio Falco. Riescono a mantenere tutti un recitato ostentatamente e ostinatamente sopra le righe, antinaturalistico e spaesante, ma che dopo un po’ diventa la regola di un mondo al bordo.

Questa drammaturgia ha la potenza di spiegarsi con la regia e la regia di spiegare la drammaturgia. Siamo dunque in quel ristrettissimo ambito in cui il teatro si compone dei suoi elementi vivificanti in forma sostanziale. Nulla dunque di per sè è assoluto se non proprio in relazione con il tutto il resto degli elementi che compongono lo spettacolo dal vivo. Il testo probabilmente in quanto tale non varrebbe un allestimento così, e un allestimento così senza un testo che desse spazio alle inquietudini che incorpora non potrebbe arrivare a soggiogare il pubblico come di fatto fa, per oltre tre ore.

Ad un certo punto ho pensato che in fondo comprendere cosa succede passo dopo passo è assolutamente inutile, forse perchè elemento costituente non è l’intreccio drammaturgico ma le circostanze. D’altronde Spregelburd stesso nelle sue lezioni all’Ecole de Maitres confermava ai suoi studenti come le sue drammaturgie nascano dall’assemblaggio di elementi che spesso si orgininano in forma assolutamente autonoma fra loro.Lo scrittore costruisce appunto queste circostanze che hanno senso di per sè, che testimoniano un modo d’essere dei personaggi che la vivono, una caratteristica di un ambiente abitato e poi tessere un legame fra le circostanze. Quello che lega queste circostanze è un pretesto, ovvero quello che è tessuto prima, che serve a nascondere il vero motivo. Il motivo di questo lavoro, come dice esplicitamente il titolo, è il panico, uno stato di paura e insicurezza per lo più collettivo, a fronte di pericoli veri o presunti e che porta a compiere atti non di rado avventati. Questo c’è nel testo? In realtà no, ma in profondità il sentimento di inquietudine, di risposta istintiva all’incomprensibile, di danno e sfregio alla logica e al senso comune sono gli ingredienti profondi di questa costruzione ad orologeria che Spregelburd e Ronconi confezionano.

E’ uno spettacolo convincente, bello, fatto con grande amore per il teatro e che dal teatro viene ricambiato. E va visto.

Di seguito un video sullo spettacolo del Piccolo Teatro di Milano

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Il canto di corvo degli incurabili

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CORSIA_HOMEPAGE_CIOMMMIENTOANDREA CIOMMIENTO | Nel punto ultimo il lirico canto zittisce l’inferma. Il canto di corvo, seduto a mezz’asta, getta violentemente la voce a chi guarda impietrito il lento progredire di una morte annunciata fin dal suo titolo. “Corsia degli incurabili”, regia di Valter Malosti, conduce gli ultimi istanti di una donna malata e stanca di sudore ora distesa sulla sedia a ruota ferma. È il gioco di luci a legare il lavorio di suoni e rumori reiterati e ricercati con interessante minuzia registica, scanditi dalla partitura poetica dei versi interpretati da Federica Fracassi su opera scritta da poetessa contemporanea e vivente Patrizia Valduga. Versi scellerati di treno in corsa pronti a schiantarsi nella laguna che riecheggia in quella memoria incurabile, come la spazzatura mediatica trangugiata per trent’anni, come il corpo che deteriora l’anima della femmina destinata a sputare tutto senza lasciar spazio al sorriso disteso ma solo al pugno contratto. La donna è già fantasma quanto la luce e la voce di Carmelo Bene che le appare in canto leopardiano vicina alla luna nella stanza; anche se in verità attende Pascoli con la sua decadenza e l’arrivo del Ministro della Sanità in quest’occasione carnefice. Altri cento presidenti di Arcore presiedono le trame psichedeliche e luminescenti dell’ospedale; e i tangentisti come gli altri fascisti sono accanto a lei gracchiando ancora e ancora, raschiando la memoria senza rifuggire. Propongono la reiterazione dell’inferno in vita, quel quotidiano pronto ad aprire e a rendere interminabile la corsia dei “mai curabili” eppure non affetti da malattie terminali.

I versi in scena si contornano in sessanta minuti di atto performativo aperto alla violenza, al sarcasmo e allo scrostare di ferite ancoravermiglie. Entrano dentro al sangue senza soluzioni di misericordia ma solo morte e buio per spazientire. “Corsia degli incurabili” è la proiezione di una pena di morte per mano della natura, di qualche dio, o degli stessi uomini incapaci di trovare rimedio all’incurabilità del nostro passaggio fragile su questa terra. È scena di dolori, luci che spezzano il respiro e trattengono il lento fluire delle nostre vite vicine e lontane a chi, in quella corsia incurabile, si accosta ed è costretta ad attraversarla tutta fino in fondo al Golgota, cadendo e trascinandosi per arrivare chissà dove: al punto ultimo, lirico o gretto, della porta di una voragine che ancora non conosciamo.

Il monologo è un lasciapassare consegnato in culla, decodificazione della corsia dove poter sfregare muri ospedalieri senza rovinarli; lasciandoli intatti nonostante l’umano tentativo di fuga che solo la poesia garantisce, converte in salvezza, protegge allo spasmo, allontana dal materialismo esistenziale prossimo al dolore presente a tratti in questa storia figurata in scena.

La nave fantasma

bebo-storti-3VINCENZO SARDELLI | Sono passati dieci anni da quando la premiata ditta Renato Sarti-Bebo Storti ha portato per la prima volta a teatro “La nave fantasma”. Ne sono passati sedici dal Natale del 1996, quando un’imbarcazione con a bordo 500 clandestini naufragò al largo di Portopalo, tra Sicilia e Malta. Le vittime furono 283. Provenivano da India, Pakistan, Sri Lanka.

Quella raccontata nella “Nave fantasma”, che torna al Teatro della Cooperativa dal 22 al 27 gennaio, è una delle pagine più umilianti dell’Italia repubblicana: nessuna indagine giudiziaria, pescatori che ributtavano in mare i cadaveri impigliati nelle reti per evitare i blocchi imposti da eventuali indagini, giornali che liquidarono la vicenda con poche righe confuse.

Per anni le autorità italiane insabbiarono la tragedia. Eppure recuperare la nave e dare sepoltura ai cadaveri sarebbe costato meno di un miliardo di lire. Cifra irrisoria per un Governo: il costo di un appartamento nel centro di Roma.

Il “naufragio fantasma” – così fu chiamato dai giornali – affiorò dalla cortina di reticenze solo grazie a un’inchiesta di Giovanni Maria Bellu, che su “Repubblica” pubblicò le foto del relitto e di quel che restava dei corpi. Le indagini furono raccolte nel libro “I fantasmi di Portopalo”.

A caricare di sfumature surreali e grottesche quella vicenda, che sembrava uscita dalle pagine di Verga o da un racconto di Sciascia, cipensarono Renato Sarti e Bebo Storti nel loro ennesimo spiazzante cabaret d’inchiesta. Uno spettacolo che più lo guardi, più provi vergogna. Vergogna per la verità fatta a brandelli. Vergogna per l’indifferenza di quei giornali e di quella tv pronti a spettacolarizzare il dolore solo quando le vittime hanno la pelle bianca e il portafogli pieno. Vergogna per l’omertà delle “autorità”. Vergogna per il cinismo dei trafficanti di uomini.

Nella “Nave fantasma” la tragedia si stempera nella satira, l’informazione si accompagna alla riflessione sul degrado umano.

Atmosfere espressioniste, gommoni e manichini pieni d’acqua, mari e spiagge immaginarie, sono gli elementi della messinscena, con l’ausilio di materiali e disegni realizzati da Emanuele Luzzati. Ci sono citazioni dalla “Tempesta” di Strehler, con teli che volano e macchine del vento. Lo spettacolo fa anche pensare all’Odissea.

L’umorismo pasticciato di Bebo Storti e Renato Sarti, che si vale di espedienti come l’improvvisazione e il rapporto continuo con il pubblico, coniuga tragedia e cabaret. Sulla scia di Dario Fo, i due protagonisti sciorinano il meglio del proprio repertorio artistico. Storti coinvolge il pubblico con imitazioni effervescenti; Sarti compensa il cinismo del compagno arrabattando fatti e sentimenti.

Uno spettacolo d’impegno civile. Da non perdere per chi non l’ha mai visto; ma anche da rivedere per tutti quelli che vogliono riflettere, una volta di più, sulle miserie umane in ogni senso, dall’opportunismo dei politici agli insopportabili rigurgiti xenofobi.

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